L'attimo e l'essenza
Tu sei
solamente (frammenti)
L’istante che più non rivedrai trascorrere nei sensi, nella malizia
di giorni quando notturna campana suonava rintocchi sonori
mai sazio d’esistere, mai stanco di essere immagine sacra
di sacro demonio che striscia, che rotola e latra.
Tu sei solamente.
Agiti e gemi che notti dispaiano e svelino albe infuocate
corpi che avvinti su corpi trasudino vita, magnifico esistere
artefice ignoto innalza lo sguardo e delira. Disegni lo spazio
con strani ricami, le tue geometrie corrispondono a gesti,
echi ovattati di voce già tua, seppure smarrita nei labirinti dei sogni.
Osservo e diventi icona sbiadita, lo sguardo che amai come stessa mia vita
è vuota finestra e vuote le mani non serrano più
la tua imperfezione, il gioco o l’essenza sublime di donna.
Hai scalfito la maschera che un tempo serrava il mio viso
infelice di essere pegno, bisogno e risposta al tuo niente
seducendo quell’ingenuità che desiderasti assetata di me,
al tuo povero sempre, simbolo e meta incostanti,
precarie comparse di tua giovinezza.
Tu sei solamente.
Tomba dei miei desideri, gelido marmo di ombre venato
sul quale marchiare per sempre epitaffi dorati,
tela consunta che io stravagante pittore con schizzi di vita dipinsi
tracciando una fragile linea per separare i miei occhi,
me stesso da mia perdizione.
("L'Attimo e l'Essenza" di Guido Mazzolini - Arduino Sacco Editore)
Mare
cinque canti
Voglio restare sospeso nell'immobilità
di questa freschezza che avvolge le membra
e riposa appagato il mio spirito ebbro
di nomadi sensazioni.
Mare.
Fratello e padre.
Nei silenzi immutati
nello spasimo dell'attimo
diventi oasi tranquilla e serena.
Canto Primo
Solo
Innanzi a te
Mare
Risorgono
Grida di anime
Infrante
Che lacerano il cuore.
Rinascono
Schiere di uomini
Infiniti volti
Mutili sguardi.
Ho bisogno
Solamente
Di poche verità.
Un solo simbolo
Ma eterno.
Canto Secondo
Lascia naufragare i nostri corpi
In buie digressioni
Di voluttà cercate.
Alla deriva, o Dea
Navigammo
Agognati piaceri
Come fragile vela.
Canto Terzo
Restavano
Voli di stanchi gabbiani
Su cieli di piombo.
Il mare divenne palude,
Fango e morte
Febbri ed angosce
In un attimo insieme.
Lontano
Fuggiva
Il sereno.
Canto Quarto
Ti dono
Freschezze
Di sale.
Canto Quinto
Navigo straniero
Vascelli di pietra
Con vele di piuma
Nei torbidi flutti
Di un'anima inquieta.
Perso
In mari
Silenziosi.
Il Distacco
Di nuovo in te, mia forza
un'altra volta nutrirmi ancora
di dolci rugiade
che sgorgano purissime.
Voglio seguire
il dolce pendio
dei tuoi fianchi diafani,
perdermi nelle profondità dolciastre
di sangue e miele
come fossi un bambino
smarrito.
La mia bocca cerca il tuo ventre
rifugio di lunghi sospiri,
i miei occhi cercano i tuoi
come fossi un bambino
geloso.
Hai lasciato nella mia anima
spianate di solitudini
deserti di desideri.
Ritorna. Preghiera
Solo questo domando, Dea:
di accogliere
tra le tue braccia
il mio spirito
fuggitivo
come fosse rondine
e tu il suo nido. Canti notturni
Notturno Primo
Vola, anima
In alto dove il sole
Dirada le nebbie delle mie angosce.
Non restare prigioniera
In un corpo fragile
Grandi ali di pietra,
Occhi di uomo appannati.
Eppure ti sento
Odo brutali le voci
I pianti, i lamenti
Morbose euforie
Gli orgasmi rabbiosi
I volti, quei volti
Che incedono pallidi, esausti.
Io ti perdo,
Preziosa
Ti perdo.
Notturno secondo
Il tuo corpo nudo è spiaggia dorata
Sorgente da cui
Le mie labbra avide
Hanno bevuto
Succhi deliziosi, o Dea.
Rugiada che sgorga,
Stilla di luce
Penetra la mia mente
Come io penetro la tua carne.
Santuario dell'anima mia.
Frutto dolcissimo
Bellezza nascosta.
Passione infinita
Notturno terzo
Società, buona intenzione di uomo,
Io lascio ogni cosa
Il migliore dei mondi possibili
Gli occhi dei poeti non guardano così lontano,
Ma solamente nel profondo di loro.
Può l'acqua bucare una roccia?
Può il sole asciugare l'oceano?
Credo soltanto al mio mancare
L'uomo ebbe così bisogno di Dio,
Da immaginarlo nell'alto dei cieli.
Rimando la mia scelta, una pagina bianca,
Una seconda opportunità. Io canto l'Uomo
Io canto l'Uomo, solamente il fragile individuo
nient'altro che l'odore di me stesso
e il suono che si smorza a sera. Canto
il folle desiderio di chi vola
l'istante definito tra le cose
ciò che non c'era, o quasi è in divenire.
Io canto la parola che non disse
il fiore che non colse, l'assassino
di solitarie idee. Io canto Ulisse
vascello luminoso di pensiero
lanciato sulla rotta del mattino.
Io canto ciò che vide il primo Uomo
ciò che conosco appena. La metafora,
l'ossimoro, l'immagine del verbo,
il sangue che fluisce ancora. Canto
il tempo che mi canta, le stagioni,
la musica, le azioni, la preghiera
che disilluso innalzo come un grido
nel fraseggiare rapido e confuso. Il Prigioniero
Fredda dimora, angusta e vuota,
gelida notte.
Definitivo il mio rimpianto.
Ombre di mani soltanto,
accatastate.
Ricordo appena quando tenevo
di fioca luce quel filo teso,
unico appiglio d'inebrianti luoghi remoti.
Sono recluso, sono silenzio.
Definitivo il mio rimpianto
afflitto e muto. Lasciami Vita
Lasciami Vita,
non tessere seriche trame
di ombre o di luci
che scivolano
Non nascondermi
opachi orizzonti. Con dita sottili
Con dita sottili
sgranavi rosari
di fiori.
Lontano.
Lasciando su pagine antiche
albe perlacee, tramonti di sangue.
Ricordo il tuo corpo
già involucro vuoto, leggero
su fredde lenzuola di marmo.
Attendo d'allora
momenti di lucide intese
ascoltando, struggenti,
le sublimità di un pensiero Sensazione
Riposano
le mie solitudini
su tenui giacigli
di vento.
Respiro
l'immenso
del cielo. A me stesso
Uno e mille insieme
il mio sguardo
il mio respiro.
Sbagliavo credendomi unico
sono infiniti occhi
sono infiniti pensieri. In Sogno
Ho abbracciato
nel trine di occhi
deserti candidi
e anime vuote.
Divenni pallida maschera
nel palpito rapido
stanche sembianze di altri.
Divenni musica.
Ancora
invoco saggezza.
Non voglio risposte.
Invano
ricerco
la totalità. Evasione
Correva su spiagge
iridescenti di sabbia dorata
incosciente fanciulla
il vento lambiva
le ambrate sembianze
di un giovane corpo.
Eterna evasione!
Sconosciute libertà
di sediziosi pensieri!
Adunanze
misteriose. Io sono così
Io sono così
come foglio posato
su tavola nuda
fredda di mille ricordi.
Foglio bianco
innumerevoli possibilità
di suoni e parole.
Sono così
o almeno io credo
se chiudo in un attimo
gli occhi. Io non so più
Io non so più
se tutto è immobile
oppure
in danze cadenzate e circolari
potrei osservare le movenze
di quest'apparente
bugiarda confusione.
Io non so più
l'immane respiro del tempo
il rapido incedere
di echi ovattati
oltre i miei passi.
A volte nel sogno
vorrei essere foglia
portata da un fiume. Epigrafe
Tristemente
quell'ansia inebriante
di essere vivo
scomparve.
Vagava in stanze vuote
di passate memorie
tendendo la mano
mendicante
nel fragore di ricordi.
Che pena crudele
la cessata inquietudine!
Così mi trascino
sconsolatamente felice
senza più desideri.
Quella notte
con le mie mani
ho scavato mille, mille tombe
al mio spirito
su ognuna l'identica scritta
"Perduta passione.
Amata e perduta passione". Per Sara
Lascia le eterne promesse
le eterne domande e risposte
le immagini stanche di pallide mani
di bianche fanciulle.
Le false virtù
che incrostano gli occhi,
i tuoi occhi
dischiusi sul mondo.
Lascia tua madre e tuo padre
le cose più care,
le tenui luci
di tragiche albe
i lampi di sere d'estate
che appaiono rapidi e feriscono il cielo.
Lascia le folli passioni
le torbide ire di sangue
la pace.
Vivi. Mai più oltre la sera
Solamente imprecise
traiettorie di ali
congiunsero ai miei passi
terra e aria, per sempre.
Nel gelido avanzare
di un tempo accurato
immane il cielo sparve,
abbracciando frontiere e vuote speranze.
Figlio di troppe madri
mai più getterò sguardi
al di là del presente.
Non fisserò lontano,
mai più oltre la sera. Cantico
Chi siamo, angelo mio?
Io non so più e attendo il giorno ultimo
paziente, rassegnato.
Parole abbiam cantato a cieli bui
seminati di stelle come campi.
Chi siamo, angelo mio?
Cerchiamo forse lucide risposte,
come bambini persi dentro sogni
che portano certi a bianche rive
assolate di mari solitari.
Chi siamo, angelo mio?
Soltanto nulla e quello che vediamo
domani sarà polvere nel volo
di rondini impazzite, dense nebbie,
fumiganti inverni nei ricordi.
Chi siamo, angelo mio?
Di vecchio navigante, sempre quelli
nei giorni interminabili del tempo
conterò malinconico i miei passi
verso lidi lontani e sconosciuti.
Chi siamo, angelo mio?
Io non so più e cerco le tue mani
sicure in questi attimi di pace,
rifugio per chi migra nella notte
senza sapere quale sarà la meta. Dona
Languidi, dolci baratri io bramo.
Ancora amo il tuo esistere
ancora odio, impetuoso,
il tuo turbare placide acque
senza più vita.
Vattene da notti inquiete,
da insani pensieri.
Siamo frutti di opposte stagioni,
immortali amanti
senza pace. Corale ( per Nicolò )
Volgi lo sguardo
sorgono pallide luci,
aride frontiere tra la notte e il giorno
s'aprono piccoli cuori, fragili mani si toccano.
Volgi lo sguardo
ai bagliori di albe
la vita trascina il tuo passo
è voce sonora.
Volgi lo sguardo
tuffa i tuoi occhi in torbide fosse
di miti che cambiano
simboli eterni che mutano forma,
che nutrono gli uomini.
Volgi lo sguardo
spalanca le porte di antiche passioni
atavici riti, sublimi
davanti ai tuoi occhi l'Immenso.
Apriti Vita, inconoscibile
che tutto diventi più piccolo, polvere, nullità.
Volgi lo sguardo
agli eroi di guerre e di pace
eletti da uomini senza risposte
ascolta le loro parole
risuonano vuote
come echi lontani si perdono.
Volgi lo sguardo
brucia per sempre le maschere
che offuscano volti
irremovibili verità
di uomini stanchi.
Volgi lo sguardo
su candide dune di sabbia che acceca
su cieli di piombo
su vele lontane che sfiorano rapide
ignote memorie.
Cogli ogni attimo
come fosse unico
infinito
abisso
di verità.
Metamorfòsi
Di
nuovo il viso smemora
Nei quotidiani assensi
muovo il passo di chi timidamente
una parola urlata o sussurrata
mai disse. Amore a chi raccolse
il tetro biancheggiare della luna.
Fui mestamente avvinto
in ragnatele di ricordi, vivide
immagini del tempo andato
volti che più non affiguro,
parole come musica cantai l'assenza.
Di nuovo il viso smemora
nel gocciolio di attimi rapaci
sfioro una mano e ancora
non rammento il terroso
sapore dell'inganno. Il tempo di un'attesa
Non finirà il migrare
nel tempo di un'attesa
bianche ali avrò
sottili e pallide
di agile libellula
airone senza nido
in lucido cielo
diamante azzurro
senza una meta certa
felice del mio essere
migratore eterno
io questo solamente
e non ambire ad altre
mutevoli sembianze
di uomo o semidio. Non chiedere al poeta
Non chiedere al poeta il senso degli
eterni voli ambigui di nave
senza porto ove ancora calare,
il significare preciso di eventi,
delle idee che come
ragni velenosi il loro nido
nella memoria hanno intessuto.
Non chiedere al poeta, egli trascina
nei corridoi dell'anima passi
moribondi e trame goccianti
sensazioni che mai nessuno scrisse
come uno spettro inquieto: ciò domanda
ai propri versi maledicendo il giorno
in cui parola nacque in altro sole.
Non chiedere al poeta, egli ha soltanto
infami scritti e schizzi da portare,
macabro trofeo alla propria mensa
racchiude in versi solo il proprio niente,
non crede a nulla fuorché al bisogno
alza lo sguardo al cielo e stancamente
traccia parabole che non comprende.
Non chiedere al poeta il risultato
del proprio scrivere cieco e disperato
non ti fidar di lui e di certi versi
soltanto endecasillabi dispersi
son frutto di un inutile operato Padre
Ritrovo ogni attimo sconfinate dolcezze
negli occhi di chi si domanda
e più non conosce verdetti.
Io so, non comprendi i miei giorni
che come animali randagi invadono i tuoi
di vecchio, di saggio che ormai si riposa
e ammaina le vele dell'ultimo viaggio.
Padre per sempre
così come sono
io, che cavalco quest'anni
e un poco trascino più incerto il mio passo
su estremi orizzonti
di te che sei Sogno
ed io Sognatore
di folli miraggi. Sei
Sei inferno e paradiso
pace, guerra
sei assenso e dissenso
tempesta, bonaccia
sei sabbia e granito
spessore sottile
sei fuoco che arde
sei acqua che spegne la sete
sei e non sei
ma se sei
sei presenza insostenibile
ai sensi,
a sussurrati sensi
insaziabili
di sognatore schivo.
Sei l'ansia di sapere
tu, per sempre irraggiungibile
eppure così vicina. Porgi silenzi
Porgi silenzi soltanto,
tacite voci che spesso
fanfare squillanti di ottoni
diventano a chi li raccoglie e geloso ritrae,
come guerriero combatte,
non teme la morte.
Inquietudine, tu delinei sottili parabole
e scuoti nell'intimo chi segue fedele i tuoi passi.
A volte sei come frullare di passero
nel centro preciso di me,
a volte tempesta che scrolla violenta la riva.
A volte non sorgi e pare che tenebra cali.
A volte sei alba.
Metamorfosi
Porto addosso da sempre lo stesso vestito
di grigio affilato, lo porto con cura
ebbro a meste carezze, pensieri di uomo
che percorrono avvinti i ricordi migliori
i più cari, impagati, perduti rimorsi
sono segni indelebili, incisi negli occhi
assonnati da veglie crudeli. Rintocchi
implacabili un poco io perdo, nell'ansia
cerco il suono ovattato di passi per strada
i miei passi che un tempo segnavano i luoghi
di memorie.
È facile alibi il sogno
tiene strette le tracce dei miei disinganni
accorciando distanze che un giorno illudessero
il nome di Dio. Artifici del tempo,
metamorfosi, simboli che non comprendo
e so prigionieri di fallaci rimorsi
riconosco soltanto il colore del buio,
il sapore dei giorni più lieti. Non credo
rinascite se non le mie, premurose
memorie, loculi vuoti hanno colmato
e abissi di sogni più sonori dei passi
che riconosco, cari, su ghiaie di viali
alberati.
Non ho percepito altre immagini,
non serbo rancori che incendiano il petto
sfumando nell'immediatezza del porgersi
nell'essere fuoco, immagini e fiamma
che un poco s'accende balena e s'innalza.
Porto addosso da sempre lo stesso vestito
di grigio affilato, lo porto con cura.
Non essere mai
Non essere mai
visione di cosa
che schiva rapita,
simile a tuono
sommessa s'annuncia,
prelude il boato
insieme scompare.
Non essere mai
pensiero che danza
ma solo, di sguardi
già morti al proscenio
avanza impacciato;
nemmeno più attende
che scenda il sipario,
l'eterno ripete.
Non essere mai
l'inganno di rughe
sottili, di ombra
appena accennata
sul viso già stanco
che più non riposa,
atteso nell'attimo
prepara la sera.
Non essere mai
la voce di un altro
respiro: diventa
soltanto il tuo sangue,
tuo fragile corpo
che pulsa, s'accende
s'affievola, muore
e piano scompare.
Ballata
Terra io vidi in abissi di mondi, nei sogni
che ancora rievoco serrando quest'occhi
imprecisi che vitrei, umani orizzonti hanno lambito.
Morte è collare di piombo che serra la gola
implacabile e taglia il respiro
vita è infinito distare e sorrisi e lamenti.
Noia è misura di vivere, unico metro
che traccio e congiunge più incerti i punti
nell'aria che muovono e danzano.
La mente ogni simbolo può significare
ma nulla comprendere; è solo inutile
correre di nostri pensieri, delirio febbrile
che notti preziose ha macerato lasciando
soltanto al risveglio l'amaro sapore del poco,
giorni che seguono a giorni, attimi a istanti più brevi.
Mi vedo e non sono che più, giullare attendendo
l'assenso di splendide corti, reami e contrade
un tempo di ori e di sfarzi già colme e preziose.
Mi vedo e non sono che più, impronte di passi
e fluire costante di immemore stirpe che solchi
ha lasciato nel tempo.
Mi vedo e non sono che più, randagio animale
io rotolo e impregno i miei sensi di polvere
acre che brucia la gola.
Mi vedo e non sono che nulla, riflesso del nulla
e piano sorseggio impassibile il nettare tuo
o vita di gioie e di strazi, di pace e di scempio!
Parlavi sommessa
Parlavi sommessa.
Celata la voce e fragore
di suoni sgarbati
a sera inoltrata.
In mille parole,
zelante, ti confidai
al gesto preciso di un'ansia già tua
rimorsi e passioni che timidamente
giocavano nei nostri sguardi.
Ancora rivedo quei gesti:
io immobile consumando
rabbia di averti lontana,
a un passo da me, incolmata distanza
mai raggiungibile; tu a fingere
gioie, affetti precisi che io percepivo
odorare di antico e di chiuso,
meticolosamente riposti
e da te ingenuamente additati
come unica via.
Perché non comprendi?
Perché non permetti che ali maestose
dei sensi s'involino alte, dove nulla è sicuro?
Squillante è il richiamo che cerco.
Instabilità come strada maestra
percorro serrando i miei occhi, che nulla
mai vedano se non movimento,
liquido gioco di forze ed estremi;
baluginare incostante tra fuochi
lontani che incidono il buio con sprazzi
imprecisi di luce, appaiono rapidi
per poi scomparire.
Monològo
Quale libertà fuggisti di bianche ali e memorie
sconfinate, uomo cieco in una sola esistenza?
La mia, la tua, le nostre vite
che incerti eroi hanno additato
assaporando il miele dolce della ribellione.
Eco di mille voci non udisti nel frusciare del ricordo;
epigono di chi, di quale idea?
Hai cavalcato bianchi destrieri, immagini e memorie
come scudieri folli al seguito tuo di condottiero
che più non raccoglie l'essenza del viaggio
o del riposo, l'esistere di un tempo per migrare,
il senso del coraggio e il suo sapore.
Stringi soltanto nel pugno le poche cose che già
t'appartengono: crolla l'orgoglio che muta e non coglie
del cambiamento pallidi riflessi di luce.
Un tempo sei alba che sorge e prelude
di tinte sfumate rimbalza nel giorno e labile mai si rinnova;
diventi poi notte di gelo e stupore, incubi vividi
appaiono e scorrono immagini, la fronte rivesti di lucida brina.
E' il tempo che sgretola tempi.
Avanzano eserciti, armate invincibili
io più non combatto; ho alzato le mani che appaiono
bianche nel buio e mi arrendo, ostaggio di troppi ricordi.
Mi arrendo e misuro, soppeso gli istanti che gocciano lenti
e che piano fluiscono. Non perderà nulla chi nulla possiede
tempo non è di precise intuizioni, non più sfavillanti utopie
che balenano rapide, non più l'inarcarsi maestoso dei sensi,
il tronfio addrizzarsi dell'Io.
Il riflesso
Il riflesso di me trasuda perdizione.
Rammarico denso peccato non solo,
guardando la china di prossime aurore,
immagino e sono futuro.
Proseguo i miei giorni,
incerto accadere di rapidi eventi
rallento quel passo rapido un tempo
ed ora più saggio, di navigatore
che approda nel buio.
Possiedo le idee
e ciò che feconda il mio tempo.
Sensualità
Sensualità, ti cerco nei recessi
nell'intimo più osceno
del mio stare folle e imperdonato,
miserabile, esecrabile agli sguardi
compiaciuti e al giudizio
di chi non ti conosce.
Sensualità, desidero carezze
preziose ai miei bisogni,
che trasudando vita innalzino
precisi sacrifici di commiato
a muti sensi.
Sangue che tiepido fluisci
in me che sono carne e umori
di elevato animale
randagio e vagabondo
io migro nei tuoi regni,
sensualità dolcissima:
spalanca le tue porte.
Sarò per te scudiero,
imperdonato e folle.
Diventerai me stesso.
Le tue mani
Rivedo ancora le tue mani, bianche
sulle mie, pigre, un poco indifferenti
alle lusinghe del tuo sesso tiepido
alle carezze, agli echi più distanti
di nostre voci, nostri smarrimenti.
Perduti o ritrovati, nel silenzio
degl'ovattati "t'amo" mai appagati
da nessun'altro nome. Eri perduta
nell'ansia di tenermi ancora un poco
tra le tue dita, come ragnatele
tessevi fili e il gioco della vita
squillava la fanfara del piacere.
Rivedo ancora la tua pelle casta
e quel pallore che non sai celare
del corpo tuo, del sangue tuo da bere
avidamente. Lasciami guardare
io stesso che ti osservo pigramente
con quegli stessi occhi che tu amavi.
Concedimi un istante, solo questo
io ti domando sottovoce, certo
che quel che resta di un ricordo andato
non paga quel ricordo da scordare.
L'inventario
Ho tutto ciò che serve,
maschera di cera imperscrutabile, liscia
levigata dal mestiere di fingere certezza;
lama affilata per difendere me stesso da me stesso
lottatore cieco, nemico dei miei sguardi;
scudo e corazza di barbaro antico
falco implacabile, feroce rapace
affamato di sogni e desideri, selvatico animale.
Ho tutto ciò che serve,
conobbi e misurai distanze tra terra e cielo,
tra fuoco e mare, tra notte e luce; solitario
incolpevole amante, araldo senza voce, messaggero
di pensieri che tenui sciolgono nel divenire
perché tutto è immagine ed io sono
semplicemente chi approda a nuova riva
pallida, di sabbia sconosciuta.
Ho tutto ciò che serve,
l'aratro dei ricordi incide solchi
nella memoria come terra tenera, arrendevole;
paziente attendo i frutti nel dipanare
lento di stagioni. Da quanto tempo, ormai,
cavalco le mie idee? Da quante notti
algide, di albe ho spento i fuochi?
Chi ero e chi sarò non riconosco,
traccio soltanto e annoto, minuzioso,
il tempo di cui più non comprendo l'esistenza,
meticoloso, inutile inventario dei miei giorni,
di questi attimi randagi.
Per me
Per me che sono popolo di cieli freschi
brulicanti di vita.
Per me che son di terra, nascondo agli occhi miei
le verità di simboli precisamente decifrati.
Per me lontano fuoco, scintilla viva
eterno, immobile di trascendenza.
Per me che non comprendo
l'insondato disordine
del mondo.
Per me.
A P.P.P.
Questa città conosco, le case, gli usci, il viale,
interpreti precisi di soffi millenari
del giorno che precede il troppo tempo uguale
al tempo che percorro. Bene rammento i cari
momenti di vagante istinto d'animale
che l'aria fiuta; solo chi freme dei più vari
istanti, degli odori che porta il vento, sale
senza timore alcuno e senza più associare
domanda, morte, dubbio. Cercando ciò che vale
il sogno non è mai bisogno di restare
ma semplice diritto all'irrealtà del viaggio,
al mesto disinganno o al semplice vagare
da porta in porta. Ancora assisto il tuo coraggio
di uomo che seduto, contempla la memoria
nei tempi già sfioriti, l'inutile miraggio
è riverita idea di gente, luoghi e storia,
della diversità che dolorosa cela
il freddo recitare di vita provvisoria.
Il suono della voce che nel silenzio svela
il folle senso tuo è ingenuo tentativo
di chiudere in un cerchio, quasi che la tua tela,
inutile pittore, si perda nel tardivo
bisogno d'esistenza da bere con le mani
sorbita goccia a goccia nell'estro d'esser vivo
ma vanamente. Siedi su metri che, lontani
dal raffinato artefice di morte, buio, vizio
hanno tracciato simboli magnifici ma vani.
E' il giorno tuo. Rimangono nell'ora del supplizio
frammenti di parole dispersi ormai dal vento
di preparati simboli, di pena e di giudizio.
In un istante, solo un semplice momento
capii che la ragione, il senso del tuo stare
immobile figura, del tuo poetare lento
è schietta comprensione, bisogno di gettare
il dogma e la morale nel carcere dell'Io
spietatamente chiuso dal semplice tuo alzare
la mano verso il cielo a maledire dio.
Eroe di una tragedia che sussurrata migra
nell'incostante tremito di possedere il mio
più schietto desiderio: che questa vita pigra
s'immoli ancora in albe di miti e passione
volando, breve fuga, da un mondo che denigra
e mai potrà comprendere la folle sensazione
della diversità che porto come un vanto,
come un monile raro, una maledizione.
Stagione tua di luce, sospesa nell'incanto
di strane forme che la sera, miracolosa,
delinea e mi sorprende nei ricordi. Quanto
di te possiede vita che innalza fragorosa
il macabro scenario di certezza? Quale
sentiero percorrevi nel sogno, misteriosa
presenza del tuo essere sembianza disuguale?
Ora non sei. Alzati, guerriero di parole
con rabbia urlate contro moralità e morale
la forza dei tuoi versi risplende come sole.
La voce del poeta
Ascolta la voce del poeta
a volte sussurra parole
a volte di strazi sommerge silenzi
cristalli che infrangono
canta ove tutto è quiete o rumore,
patibolo gelido osceno di sangue
grondante su troppe bandiere
stendardi di uomo che erigono al cielo
parvenze di mani,
di volti già freddi
usurati di morte.
Essa risuona perché questo è il suo tempo,
urla blasfema e lacera il cielo.
Amo
Amo di bizzarro sentimento,
ammalorato.
Amo di dolore sordido
di sangue e umori.
Amo il tuo restare, l'impenitente ardire.
Amo, ma d'amore stanco,
imperfetta immagine di perfezione,
metafora insana, gelido artiglio.
Amo l'incedere lento delle tue mani arse
sul mio corpo di pietra.
Amo essere ancora,
amare e gemere, fluire il tuo corpo
per saziarmi di tua sembianza
e ricordarti, immobile,
muta com'eri un tempo.
Tu sei solamente (frammenti)
L'istante che più non rivedrai trascorrere nei sensi, nella malizia
di giorni quando notturna campana suonava rintocchi squillanti;
mai sazio d'esistere, mai stanco di essere immagine sacra
di sacro demonio che striscia, che rotola e latra.
Tu sei solamente.
Agiti e gemi. Attendi che notti dispaiano e svelino albe
infuocate, corpi che avvinti su corpi trasudino vita, magnifico esistere,
artefice ignoto innalza lo sguardo e delira; disegna preciso lo spazio
con strani ricami, le tue geometrie corrispondono a gesti,
echi ovattati di voce già tua seppure smarrita nei labirinti
dei sogni. Ti vedo e diventi icona sbiadita: lo sguardo che amai
come stessa mia vita è vuota finestra e vuote le mani non serrano più
la tua imperfezione, il gioco o l'essenza sublime di donna.
Hai scalfito la maschera che un tempo serrava il mio viso, infelice
del mio essere pegno, bisogno e risposta al tuo niente, seducendo
quell'ingenuità che desiderasti assetata di me, al tuo povero sempre,
simbolo e meta incostanti, precarie comparse di tua giovinezza.
Tu sei solamente.
Tomba dei miei desideri, gelido marmo di ombre venato sul quale
marchiare per sempre epitaffi dorati, tela consunta che io
come pazzo pittore con schizzi di vita dipinsi, tracciando preciso
fragile linea per separare i miei occhi, me stesso da mia perdizione.
Così trascorse il tempo ( per A.M.)
Così trascorse il tempo,
divenne inganno di un'attesa
dal lento appassire, inesorabile.
Non odi suoni, non hai parole;
i gesti più non avvicinano alla poesia dell'estasi
al ditirambo folle che ingenua danzavi
nei giorni tuoi di tragica purezza
ove cielo spietato, incapace di perdono
è vuota stanza di desideri irraggiungibili.
Urla il tuo folle cuore, prigione dei poeti
di sentimento minuzioso e muto.
Urla la sete tua di amore immenso,
di semplice candore.
Urlano i tuoi versi splendenti
affamati d'aria. A te vicino
io accolgo mani che stringono la gola.
L'urgenza che senti è solo bisogno di vivere
schietto nutrimento, linfa vitale.
Null'altro.
Canzone
Lo specchio rimanda un'immagine ardita
di me che non sono null'altro, ombra di un'ombra.
Osservo impietoso e sono di nebbia e di polvere,
avvolto in parvenze di cose che addito, ubriaco di nulla.
Ipotesi forse di altra esistenza,
non sono reale o di mondi diversi
ove dispari amanti s'inseguono.
Soltanto il silenzio, nei miei labirinti fumosi, dispersi.
Credi davvero possibile una simile attesa?
Credi davvero al sembiante che geme?
Lo specchio rimanda un'immagine ardita
osservo paziente i miei occhi, i graffi dei giorni
ad uno ad uno perduti e simmetrici.
Non sono che io, immobile e vivo.
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