Poesie di Ermelinda Maturanzio


Home page  Lettura   Poeti del sito   Racconti   Narratori del sito   Antologia   Autori   Biografie  Guida   Metrica   Figure retoriche



Del profondo le voci
Del profondo le voci in pelago vibranti
si rincorron, sussurrano a volte ribollendo,
semplice verbo ora, nel sonno ripetuto
o di immagini prendon sembiante all' intrasatto.
Materia informe eppur così di precise parti,
vive e pulsa anche quando tacere vuol sembrare.
Mille ricordi e mille attimi vissuti
si stivan nel labirinto di meandri infiniti,
felini in agguato stanno ad approfittare
che uno spazio si liberi fra un pensiero e l'altro,
che si allentin della ragion le serrate maglie
per insinuarsi e schizzar fuori a volte,
cariche di istinti e di emozion vitali
per parlarti di te, che di te tanto inconsapevol sei.

Serrata mi tenean in una stanza
China ad accudire i fiori io la ricordo
grande e silente donna di malinconia intrisa.
Con ago e filo con lei giocare mi faceva,
sicchè apprendessi l'arte in cui era maestra.
Nel suo piatto mangiavo, mai staccandomi da lei,
bambinetta, giocando anche a farle da infermiera.
Poi, più e più volte, silenziosa lei spariva
e mai ben io, ignara, ne intendevo la ragione.
Piangeva ,a volte, ed io ero con lei nel pianto
quando tornava di forze sempre più priva.
Si dileguava, ancora e ancora, e nell' attimo stesso
Che tornava già l 'angoscia del distacco mi assaliva.
Serrata mi tenean in una stanza ove
a calci e pugni io la porta tormentavo.
Disperata urlavo non andasse,
ma ineluttabilmente lei sempre svaniva.
Da tremendo orror di abbandono ,in ogni amor,
tormento ho avuto sempre , e vinto mai.
Non tornò più . La morte appuntamento dato le avea
ed io per non perir il cuor serrai in un forziere.
Era mia madre.

Nulla tu sei
"Nulla tu sei e nulla hai da dimandare,
anche dei tuoi respiri io sono il padrone.
I tuoi lamenti cessa, chè son meri capricci,
i tuoi bisogni, assurde pretese, non mostrare.
Son io che comando e tutto a me tu devi,
contrariami non puoi e men che mai pensare.
China il capo e controbatter non osare,
ai miei voleri a soccomber sei destinata.
Nel terrore io ti farò crescere della mia potenza,
che solo questo meriti, capricciosa e cattiva.
Ti terrò chiusa in magion come in clausura,
nel mondo non andrai, chè te lo nego.
Nel mondo che sol di lestofanti è pieno,
che per corromper ancora la tua essenza è fatto.
Non avrai compagni con cui divider il gioco,
resterai esclusa sol perché così io voglio.
Nulla tu meriti, che sei di natura malvagia,
bambina pretenziosa e capricciosa.
Allunga la tua veste ed a occhi bassi per la via procedi,
e non osar rispondere ad ogni mascolino sguardo.
La tua femminea essenza ha da esser soffocata,
mai di alcun belletto io ti concedo di adornarti
Taci!! Troppo da questo padre avuto hai,
che in corpo ancor per la sua genitrice rabbia porta.
Quindi zitta ti dico, del tuo pensier non so che fare,
che solo il mio è unica legge da seguire.
Anzi, poiché fredda e distante sei,
poiché ardisci contestare il mio volere,
con tutto il cuore ti auguro progenie,
che dolore e pena sol ti porti in dono."
Ah, padre mio , come vorrei che tu oggi
potessi veder tutto il cammin che ho fatto.
Anche tu te ne andasti molto presto, ed in
balia della vita e di tante lotte mi lasciasti.
Vorrei che questa figlia, che umiliare tanto ti piaceva,
ti potesse mostrar le montagne che ha scalato,
i sentieri tortuosi che ha percorso, senza
a nessuna porta mai voler bussare.
Del resto fosti tu ad insegnarmi, che misera
creatura quale ero, nulla dimandar potevo,
ed il potente orgoglio, nel qual per sopravvivere
mi rinchiusi, mai mi consentì di chinare il capo.
Con le unghie e con i denti ogni cosa ho conquistato,
sempre su me forza facendo, senza risparmiarmi mai.
Ma su di tutte una sol cosa io vorrei vedessi,
la mia progenie che malvagia mi augurasti.
La mia progenie si, quell' adorato unico figlio,
cui intesi profonder tutto quello che a me fu sempre negato,
cui senza remore donai dal suo vagito primo
ogni tenerezza , dei suoi bisogni ponendomi in ascolto,
con la precisa intenzion di spezzare quella maledetta,
atavica catena, che sempre figli infelici avea prodotto.
Padre mio, questa figlia indegna, che gelida
e scostante tu stimavi, oggi madre ideale
è appellata, ed adorata da quello stesso figlio ,
che maligno a lei augurasti quale anatema.
Padre mio, è sol l'amore che sappiamo dare, che
feconda i giardini e che alla fin i suoi frutti dona.

In opprimenti stie
In opprimenti ed anguste stie per polli allevati fummo,
ove nostro primo dovere era negar noi stessi.

Bisogni ed emozioni a soffocar fummo allenati,
pensieri in specie, come imponevano le tirannidi vigenti.

Chiaro ci fu inculcato che, come inferiori paria,
agli ultimi gradini delle gerarchie eravamo relegati,

agli ultimi scalini donde salire non dovevamo osare,
agli ultimi scalini ove sottomessi rimanere era obbligo.

Così quando giunse il tempo di andare per il mondo,
equipaggiati di cotale misera opinione di noi stessi,

della protervia altrui spesso facile preda fummo,
dello scherno maligno a volte, e dell'incomprensione,

sempre un po' ai margini degli umani consessi aggirandoci,
non sapendo, o non volendo forse, in essi amalgamarci,

imbalsamati in quegli ultimi scalini ancora,
paralizzati in subdoli meccanismi da esseri inferiori.

Occorse sofferenza tanta e tanta nelle cantine accumulata,
che al fin ci scosse come orribile tormenta e consapevoli ci rese,

che ancor timorose creature dagli ultimi scalini ci proponevamo,
che ancor al mondo chiedevamo di esistere il permesso.

Poi tempo giunse che quasi in magnifica magia e con stupore
gli occhi aprimmo su rigogliosa collina risvegliandoci.

Non più insicurezza ed eterno percepirsi esseri inferiori,
ora la consapevolezza di essere stati di quella collina i contadini.

L' arenile della vita
L'arenile diverso della vita ho calpestato
tracciando minime e discrete orme di gabbiano,
animale strano io, sbandierare non volendo quel che ero,
strano animale, schiva scegliendo ancor di essere.
Gli aguzzi scogli e la molle sabbia sulla collina mi portarono
ove seduta contro caro tronco la brulicante valle rimiro.
Quanta umanità varia che inconsulta si agita
sotto i miei occhi , ed ineffabile sorrido.
Prime donne che a colpi di variopinti boa di struzzo
inanellate di venefici sorrisi il primato si contendono,
Spicciola arroganza al mercato venduta
quale semplice mezzo per sopraffare il vicino.
Puntigliose e risibili contese di sostanza prive
che i capponi di Renzo ancor portano in tenzone.
Becero spettegolar da insulse donnicciole,
che vita non nutrendo, l'altrui invadere cercan.
Sottili trafficanti dell'esistenza altrui,
manipolatori ed intrusi con insidiose esche.
Invidie e gelosie come quotidiano pane
coltivate in giardini dai maleodoranti frutti.
Quante stolte malizie ad avvelenare l'esistenza
specie di chi le partorisce e di chi esse si nutre.
Seducente denaro ed ambizione di facile potere
obbligano l'illuso corridore a stravolgere la sua vita,
cieco,a trasformare ogni cosa in merce col suo prezzo,
a svendere le ricchezze che niuna moneta può comprare.
Sulla collina, le gambe incrociando, seduta contro un tronco
l'altrui confuso agitarsi osservo ed ineffabile sorrido.


Home page  Lettura   Poeti del sito   Racconti   Narratori del sito   Antologia   Autori   Biografie  Guida   Metrica   Figure retoriche