Poesie di Serena Maschiella


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Perversione
Il passo pesante
e la voce forte
per non udire il battito.
Osserviamo da vicino,
con morbosa ossessione,
chi non ti può evitare;
entriamo, violentemente,
nel suo spazio
e con obbligata fusione,
sentiamo il lamento costante
che ne trasuda.

Meteora
Brindiamo,
beviamo dal calice scuro
che profuma di guerra,
di morti,
di vermi.
Ecco ancora un anno,
nuovo.
Bello,
lieto,
splendente facciata..
Annaffiato di sangue,
grondante
sorde lacrime,
lame
che non penetrano.
Disumana,
immorale,
l'esplosione colpì la terra
e tutto allora
sprofondò.

Augusta Perusia
Mi avvicino, con occhio clinico,
alla fontana del mondo,
posta a sentinella
sulla valle del corso,
il passeggio affollato
di straniere genti.
L'abile mano che ti ha forgiato,
Maggiore,
ha colto la tua essenza.

Oh Perugia,
etrusca di nascita:
arco, pozzo, ancora ti elevano regina,
tra gli antichi popoli italici.
Officina d'arte
in tutti i tempi:
Vannucci ti onora,
Dottori ti sorvola.

Ti ho sognata
mentre un fiume
ti scorreva dentro, nelle strade.
Guardando meglio,
mi accorgevo
che si trattava di lacrime,
fiume di pianto
che lambiva le tue antiche pietre,
i portoni, le scalette del duomo.

Mi piaceva pensare
di poterle accompagnare,
su una barca leggera,
attraversarti con calma.

Città-madre che mi porti con te,
nel tumulto della mia storia,
che mi hai visto ridere
e piangere alla stessa panchina,
nei giardini del tuo centro,
nelle braccia calde delle tue primavere
e nei tuoi freddi e ventosi
aliti invernali.
Dal tuo colle,
attraverso passaggi tra torri e tetti,
si schiudono cieli
e si aprono lontananze.

Chiudo le imposte.
Dalla finestra ti chiamo:
giornata non comune.
È giorno di ferie.
Non pagate,
rapite, strappate di forza, odiate.
Ti sei preso una vacanza, definitiva,
portandoti dietro molti anni miei.
Hai strappato foto, ricordi, teneri germogli.
Ma lacrime non scorrono.
Qui, tempesta si dispiega
con furia assassina,
non c'è scampo, non c'è rifugio.
Qui, non posso ammirare il fenomeno potente
da un vetro che separa, al sicuro.
Qui, mi piove dentro inferno
e non son certa di meritarlo.
Dalla vacanza, poi, non sei più tornato
e il terribile presagio
lo rivivo ancora, avverato.
Una parte di me è morta lì,
in attesa alla finestra.

Regalo di compleanno.
12/02/2008

Mi hanno offerto una poesia
dall'ultimo posto del mondo.

È cuore aperto,
sincera.
È timido sorriso,
gentile invito
a curiosar tra pensieri,
pianti, battiti, emozioni.

Chi è questo poeta?
Un uomo che in fretta
mi porge i suoi occhi,
amicizia a fil di cuore.

Segreta, respirava tra le pagine di un libro,
trafugata dall'arida alcova,
leggermente piegata,
pezzetto di vita
per il mio banchetto di festa.

Mio caro bambino
Nuoti nel mondo soffice
di luna.
Nel tiepido cullare
di un guscio vitale,
tieni la vita
pronta a gridare.

Questa casa,
universo assoluto,
echi di stelle vi galleggiano,
fuochi invisibili
ne accendono la sostanza.

Incrociate le membra sulla faccia,
navighi tondo,
rotondo, mondo, affondo.

Sostenuto da amore,
il miracolo.

Ode a Caino.
Non potevi sapere,
nell'impulso del momento,
chi stavi uccidendo.

Pur avendo
stelle, mari, altezze,
hai chiuso gli occhi,
spenta la scintilla.

Pur avendo
arcobaleni ammalianti,
hai tagliato la scena,
teli neri a ricoprir.

Non c'è da capire,
imperversare ipocrita
di mille congetture.

C'è da riscrivere la storia:
a cominciar dal
primo abbandono,
nell'angosciante sospensione,
di meritar un abbraccio,
un suono melodioso;
dal momento in cui
l'umiliante insulto
cadde,
per non esser piaciuto
a chi già orfano
ti ha creato;
a chi ti tenne dentro
senza mai volerti.

C'è solo una strada,
unica, tortuosa,
infinita fuga.
Lontana,
per sempre violata,
la possibilità
di aggiungere qualcosa.

Non potevi sapere che stavi
morendo.

Giurassico
Ho gli occhi dell'animale feroce,
scaltro, furbo,
in caccia solitaria.
Sono ricoperta di squame diamantine.
Rossastri fumi salgono dal lago
a ridosso del vulcano.
L'odore acre filtra da nubi pesanti
e pioggia cinerea
spesso mi lava.
Non chiedo a nessuno perdono,
divoro carne, ossa,
finché il giorno illumina la fossa.
Vivo per vivere.

Dolorose separazioni
Crudele, dolce mandarino.
Succoso al palato, filante e fresco.

Ho esplorato l'assenza.
Immobile, di ghiaccio, sopra il tappeto.
Le membra staccate, scollegate;
il torace fermo, in assoluto galleggiamento.
L'immagine si frantuma:
molecole, atomi, odori.

Impossibile dire cosa sono,
un sasso, una foglia, un cane, ecco...
Piano piano mi avvicino al buco
e noto curiosa una linea sinuosa:
è una piega, una strana cosa.
Un altro occhio mi fissa di là..
o è il mio che mi guarda, chissà.
Sono chiusa a chiave,
non posso vedere, solo pregare.

Chi c'è di là?
Strilla animali straziano l'aria.
Io sono un sogno.
Che succede di là?
Persone giungono a stormi,
ne sento la voce potente.
Fasce bianche, di un bianco accecante,
sono lì, già nella mia mente.

Amaro, pungente nella gola,
il mandarino.

Non ti abbandono.
Ti ascolto, di notte,
mentre dormi profondamente.
Cosa ci unisce, ora, se non il respiro?
Soltanto questo contatto è possibile
e mi nutro di lui.

Ti ascolto.
Come se fossi qui ora,
ti sento vicino.
Riesco a percepire i tuoi pensieri.

Lontana, irraggiungibile divinità nel sole
incarnata e trovata ora, nella notte profonda.
Che splendore!

Evochi in me il suono di un flauto dolce,
che scioglie i miei nodi.

Spegni la luce,
lasciami finalmente un mistero da contemplare.

Richiudo il corpo a guscio,
danzando tra le nuvole,
raggiungo il sole.
Non temo di schiacciarmi al suolo,
volteggio e mi apro come farfalla leggera,
evitando lampi violenti.

Sono scomparsa a me stessa,
sconosciuta, nuova,
potente.
Perdo il contatto,
mi meraviglio.

Sono nuda e viva nelle tue mani.
Non puoi trattenere l'aria,
spontaneamente respiro te.

N° 0001.
Non vivo.
Non sono miei i sorrisi che mi legano agli altri,
nelle ore in comunione.

Dentro,
fili elettrici strappati,
collegati provvisoriamente,
alimentano un circuito esangue,
inutile nel suo crepitìo.

Di notte, i sogni mi raggiungono,
esili e fragili farfalle,
pronte a navigare nel vento.
Ma dopo un breve volo
decadono sfinite,
inchiodate nel buio.

Senza amore ormai,
sono fermo,
una quercia
che ignora la sua gigantesca ombra.

Vorrei piangere,
ma qui sarebbe soltanto dolore.

Il buio è offeso.
Fragili maglie,
allentate dal tempo,
lasciano enormi buchi di pelle
all'aria fresca della sera.
Sarà l'ora di cena
in molte case,
ora di focolare.

Eppure,
la nostalgia non mi afferra.

Libero, nella foresta,
aspetto quieto l'estinguersi delle fiamme
ai vetri appannati
e intono, con l'armonica perduta,
una preghiera altissima, festosa,
alla madre luna.

In viaggio son da giorni immemorabili
e dirigo fermamente i piedi
oltre la città di cemento.
Grande metropoli, stanotte
mi acceca,
gli occhi lacrimano sui fari,
il buio è offeso.

Sul muro affogato dal verde,
provo a leggere il futuro,
a tastoni, cieco,
il libro vuoto,
affresco della mente.

La vita è breve
e sono di fretta.
Domattina incontrerò la meta,
morte o vita,
mi allieta.

Sul sentiero, all'alba,
bevo da una foglia.
E guardo,
sullo specchio fangoso,
il riflesso di un bimbo,
luce e candore.

Psicoterapia
Lei seduta dietro al muro
mi fissava vitrea,
mentre tentavo di tirar fuori, con fatica,
dal fluido midollare inconscio,
tutti i cordoni che mi legavano stretta,
fascianti.
Non commentava,
mi guardava indifferente;
ogni tanto interrompeva il flusso
e annuiva sorridente.
Mi accorgevo, d'improvviso,
che il bel vestito che indossavo
era anch'esso vivo,
attaccato, umidiccio addosso.
Quale pensiero indicibile
tracimava dolorosamente dalla pelle?
Non c'è cura, pensavo." Ho paura".

E intanto il muro si spezzava,
scardinando tutte le difese.
Una proiezione mi alienava,
dov'ero?
Vedevo, triste e rabbiosa,
parole uscire
dettate dalla noia,
o dall'efficace movimento oculare,
scorto dietro all'occhiale.
Infine decisi
e poi le dissi, commossa:
“La seduta, questa volta,
è definitivamente tolta!”.

Il cassetto
Ricordo, piccina,
che avevo un angolino tutto mio,
oggi scrigno leggendario,
che custodiva tutta la bellezza del mondo,
la speranza.

Era un cassetto non molto grande,
rubato alla credenza di cucina,
ove giacevano intricate
le mie invenzioni di bambina.

Erano suoni e colori di buono,
l'aria sapeva di mio.
Piccole, sciolte
le dita correvano dentro per pescare,
batuffoli d'amore,
linee soffiate direttamente dal cuore.

C'erano anche delicate fatine
che riposavano avvolte in piccole scatoline,
che possedevano i nomi più belli,
Cara, Serena, Mammina.

Laggiù,
nel fondo dell'oceano,
giace segreto
il mio amato tesoro*.*

Identikit
Prendi la foto che ho visto sul giornale,
non è forse lui quel tale?
Anche il nome sgomenta, è familiare:
il cuore infligge, fa male.
Puoi forse immaginarti il volto
di chi ti cerca lontano,
nel buio assolto?
Son forse giudice di gesta immonde
lette lì sulla sua fronte?
Son forse umiliata dal soffocato suono
di chi del triste tempo non avrà perdono?
E allora brucio tutta la pagina del terrore
per scoprire se sono conforto o
cieco rancore.

Un viaggio d'amore.
Ero lì intenta a disegnare
qualsiasi accento nuovo
da fermare.
Ricamavo luci e meditavo ombre
in maniera tenera,
sincera.
Raccontavo un volto, un mondo devastato:
quì il carbone insiste,
si ferma,
impallidisce
e ritorna inanimato.

Portavo la mia voce sul bianco,
per gridare la vita di chi è stanco.
Donavo il muto volo
dell'aquila,
espanso sulle vette del cielo.

Secco l'occhio e stupefatto sorriso affiora dal nero.
Mani belle e forti aveva
perfetto il profilo delineato nel chiaroscuro notturno,
comunicava il cuore sulla stessa onda
dell'urlo.
Prendeva tutto e si ingozzava,
spaventata la gente,
tremava.
Una creatura inerte ne ha preso il posto,
per scomparire lontano,
nel bosco.
Strano sorriso affiora ora dal nero,
un ombra malvagia
saluta,
ne puoi esser certo, io c'ero,
per ricordare la triste
caduta.

Colore
Trascina il colore sulla tela,
violentemente assaporalo
mentre trapassa dal giallo al blu.

Piano, cambia la posizione del corpo,
modificandone l'orientamento.
Perdi l'equilibrio.

Spingi l'anima fuori,
falla danzare e trepidare con gioia infinita.
Gioca, amante rabbioso e folle,
al nudo gioco dei posseduti.

Sei oramai disteso
entro la trama immensa della mia vita.

Il recipiente morbido.
Sono un grembo nonostante tutto.
Un big bang immenso mi destabilizza
amplificando il rumore interno:
chi sono Io?
Un ventre accogliente
che infinitamente buono
protegge dalla morte.
Una mano che sfiora
e non stringe.
Un sorriso comunque
per illuminare il tuo cammino.

Entrare nel cerchio: detenuti.
Passi vellutati
per non far rumore.
Abbracci attesi,
sguardi violatori.
Sipari chiusi.

Trattenere l'immagine di ieri.
La valigia è pesante, spossante.
L'anima, nel suo moto fossile
è divenuta impronta.

Temere un suono "nuovo",
la voce amorevole abbandonata in qualche sogno.
Il contenuto è fluido,
strabocca e tende a evaporare.

Cercare rifugio:
Guardare fuori per trovarsi;
guardare dentro è insostenibile.

*Ho freddo
*Come camminare tra spettri, ombre, fiumi neri e pozzi profondi... il
pavimento ondeggia:
un labirintico perdersi nel buio.
Seguimi!
Perché in un momento ho visto il mondo.
Camminare e marciare verso il vuoto.
Ho freddo, mi muovo strisciando lungo lo stretto corridoio spoglio, nudo
e desolato.
L’insensato dispiegarsi di un labirinto senza fine; l’insensato esistere.
Quegli sguardi divoratori di vita, addosso come feroci ferite nel corpo.
Svegliarsi la mattina, lavarsi la faccia, vestirsi, nutrirsi per andare
incontro all’adesso.
Nessuno mi abbraccerà oggi, nessuna carezza mi sfiorerà le rugose guance.
Nessuna mano estranea prenderà la mia, mai una culla.
Ho tradito il sorriso dei miei figli.
Mai un filo di vento, il grigio mi sovrasta e riempie di cupo dolore il
cuore.


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