Racconti di Maria Piera Manca
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| Dicono che la vita è fatta per
sorridere, gli sbagli per crescere, le lacrime per andare avanti. Dicono che il mondo è sempre pronto ad aspettarci, per sentire la nostra voce, per condividere i nostri pensieri. Dicono di amare per iniziare a conoscerlo; dicono di urlare per cominciare a combatterlo; dicono di tollerare per cercare di capirlo. Io ho amato, ho urlato, ho tollerato. Non è servito a niente. Da quando i miei occhi hanno iniziato ad aprirsi hanno visto solo dolore, violenza, sofferenza. Da quando il mio cuore ha iniziato a battere ha conosciuto il disprezzo. Avrei voluto essere capace di amare la vita. Avrei voluto esserne capace anche solo per conoscere l’amore. “…Gli schiavi non sanno amare…”, “…Sono solo umili macchine da lavoro…”, “…Privi di dignità…”. Frasi urlate, derise, fissate intensamente nella mente della gente, che per secoli ha giudicato, schiavi, umiliandoci, discriminandoci, dominandoci con forza. Gente che ha ucciso la nostra vita e a questo punto avrei preferito che avessero ucciso me, piuttosto che farmi vivere nel totale buio, senza alcuna speranza, senza alcuna giustizia, solo con la voglia di cedere, sfinito, crollare giù, come un muro appena battuto. Dichiararmi sconfitto, vinto, sottomesso, perché è questo che mi hanno insegnato a fare; è questo che ho imparato dalla vita: arrendermi. E ora scrivo, come un pittore che osserva una tela bianca e inizia a dipingere. Vorrei essere quel pittore di fronte a questa pagina bianca. Vorrei essere lui, perché potrei immaginare i sentimenti, inventarli, viverne di nuovi: la tela non mi ingannerebbe di fronte agli occhi della gente. Ma non posso. Il mio cuore non sa mentire, non sa sostituire lacrime di dolore con sorrisi di gioia e non conosce parole che mi ricordino sentimenti che non ho m ai vissuto. E rivivendo il passato, il mio cuore piange ancora… Di quella notte non ricordo più niente. Ero così piccolo che forse sarebbe addirittura impossibile ricordare. La immagino come una notte in cui la pioggia cadeva fitta e veloce e quasi nascondeva il suono del vento. Immagino un cielo scuro, buio, pugnalato da milioni di stelle. Immagino una casa, la mia, cupa, affiancata ad altre case a formare una fila che delimitava l’intero lato della stradicciola. Io ero lì. Ero lì con la mia famiglia e un sapore affettuoso era sparso per la casa. Immagino una donna, mia madre, dal volto scuro, ma rigato da linee dolci del mento abbozzate in un sorriso. Immagino un uomo, mio padre, un volto scuro anche il suo, ma più profondo, forte in apparenza, e due occhi che nascondevano ricordi troppo duri da dimenticare. Ma anche lui mi sorrideva. Vorrei continuare il mio quadro, vorrei continuare a dipingere i miei genitori, vorrei continuare a tingere questa tela con parole che non hanno vita. Ma il passato stesso inizia a scolorirsi, la realtà è più forte di mille ricordi mai vissuti. La verità è che non ho mai conosciuto i miei genitori e un morso mi si stringe in gola. La verità è che non ricordo i loro visi, i loro occhi, la loro voce. Non conosco neppure i loro nomi. So che fui strappato dalle loro braccia ancora prima di poterli conoscere e poterli abbracciare: fui preso come prigioniero di guerra. La guerra era scoppiata tra i contadini del mio paese e alcuni coloni che volevano impossessarsi delle nostre terre. Durò due giorni, ma fu tanto violenta che la nostra intera città fu bruciata e rasa al suolo. Migliaia di bambini rapiti e intere famiglie massacrate e uccise. La mia probabilmente fu una di queste ed io uno di quei bambini. Dopo la fine della guerra, i coloni erano vincitori. Portarono me e gli altri bambini rapiti nelle aste delle loro città e qui fummo venduti, come oggetti, animali. Io fui comprato da una famiglia benestante, bisognosa di una giovane servitù che si occupasse dei lavori più umili. Avevo pochi anni, iniziavo appena a dire le mie prime parole, ma imparai subito a sottostare: per questo le parole non servivano. Incominciai ad occuparmi inizialmente delle stalle, poi, col passare degli anni, cominciai a lavorare la terra, e quello continuò ad essere il mio posto, insieme a gran parte della servitù a cui appartenevo. Iniziai anche ad odiare i miei padroni e a capire che lo stesso odio non sarebbe mai finito. Mi chiedevo perché loro erano forti e noi no. Mi chiedevo se la loro forza fosse nei loro sorrisi, nei loro giorni tranquilli, nei loro momenti felici. Prego ancora oggi di frenare il mio istinto, che mi porta a pensare che la loro forza gli era data da noi stessi che, nati e cresciuti da sottomessi, non ci saremo mai rivoltati. Eppure solo bisbigliare la parola “rivolta” mi faceva rabbrividire. E tremavo alla sola idea di non essere libero, soffrivo, sbraitavo, tanto che le cento frustate appena subite parevano solletico in confronto a quelle che ogni istante subiva il mio cuore. Ma sapevo che avrei potuto farcela. Sapevo che sarei riuscito a scappare. A cinquanta anni ho trovato la forza e sono fuggito via. Avevo anche convinto alcuni miei compagni, incoraggiandoli, riempiendoli di sogni, ma ancora prima della partenza hanno rinunciato al viaggio che avrebbe restituito loro la libertà. Io no. Non avevo tempo per avere paura e sono sparito. Ora vivo da un anno in questa piccola città dell’Italia, dove anche gli schiavi, come lo ero io, sono considerati prima di tutto uomini. Questa è la mia vita, questo è il mio passato, e scriverlo è tutto ciò che mi è rimasto. Solo oggi mi accorgo che la libertà non mi serve più, ormai. Non ho più niente per cui vivere, solo ricordi con tante lacrime addosso. Dicono che il vero coraggio sta nel dimenticare il passato. Ma io non sono coraggioso, non dimentico il passato, non dimentico la mia vita. Ho vissuto fino ad ora nell’ombra, ho vissuto con il cuore svuotato da mille ingiustizie, ma ora sono qui a riempirlo, a ripetermi che la vera ingiustizia è arrendersi, a colorare questa pagina con mille parole, che forse coloreranno per un istante la mia stessa vita. Ora sono qui, ad affrontare il passato, rassegnato, stanco di soffrire, riconsegnato alla mia libertà. Ma più scavo tra quei giorni e più s’indurisce il mio cuore. È sempre più duro, chiuso tra le sue troppe paure, che non trova la forza per aprirsi e urlare al mondo che esiste. Esiste e non c’è niente di più forte. Esiste ed è qui per combattere il dolore. Esiste, perché in lui sono incise le parole di uno schiavo, strappato ai genitori ancora prima di sentire il suo primo respiro, costretto a ricevere ordini perché una guerra gli ha rubato la vita, incapace di conoscere l’amore perché questo gli è stato privato, così come tutto il resto. Ora, con queste pagine in mano, mi rassegno al mio destino. Mi ritrovo sulle spalle un’esistenza fatta di ingiustizie e spietatezze. Mi ritrovo sulle spalle un passato che mi ha fatto conoscere l’odio, la crudeltà, il dolore. E trovo dinnanzi a me un futuro non tanto diverso dalla vita vissuta finora, perché sono nato per servire e per essere sottomesso e ora questo rimango, servo e sottomesso della mia stessa vita. |