Racconti di Silvano Madasi


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Un popolo in festa
A volte provo un sottile piacere nel sentirmi parte di quella nutrita schiera di individui che, collettivamente, si chiamano “popolo”. Questo è il caso della torrida estate di quest’anno: l’italico medio che alberga in noi di solito giace latente, inconscio, in attesa d’essere ridestato da un segno, da una scintilla. Quella scintilla ha un nome, i “mondiali di calcio”. Per tale occasione l’italiano medio si esprime in tutto il suo splendore, vestendo i panni del “tifoso bisestile”, una versione particolarmente becera e virulenta di Homo Gonadensis.
Personalmente non capisco un emerito tubo, di calcio, questo però non m’impedisce di proferire corbellerie, rigorosamente senza cognizione di causa, perché questa è l’usanza in tali circostanze: “Gattuso lo vedrei sulla fascia…” senza sapere cosa sia la fascia, ovviamente, oppure “ l’ho visto bene! Non c’era il fuorigioco!” commentando un surrogato di fotofinish, stile 100 metri piani. I puri del calcio storcono il naso, giustamente, loro che comprano giornali rosa tutti i giorni.Una volta ogni quattro anni, però, c’è per tutti la possibilità di partecipare al rito tribale, tutti possono esserci, in modo viscerale, istintivo. All’interno di questo circo c’è un momento che più di altri aggrega, il preludio all’evento, l’attimo più elettrizzante: l’inno nazionale.
Ooohhh! L’Inno Nazionale! Mi coglie sempre impreparato, poco prima del caffè: nel piatto le bucce di un melone, io ricurvo e scomposto, gomito sul tavolo e gamba accavallata. Le prime note non le riconosco mai, però la TV passa immagini di calciatori impettiti, allora anch’io mi raddrizzo e mi siedo composto, un istante e poi:
“Frate-elli d’Ita-alia l’Ita-alia s’è de-esta…”.
Questa parte serve a calibrare la voce ed a verificare che anche qualcun altro canti. Se così è, allora si procede in sicurezza con:
“dell’e-elmo di Sci-ipio s’è ci-inta la te-esta…”.
Cambio brusco, da marcetta ritmata a motivo melodico, tipo lagna russa:
“doov’è laa viittoria le poorga la chiuooma”.
Ricambio brusco in marcetta:
“che schia-ava di Ro-oma iddi-io-ollaccreò. Parapà, parapà, parapappapappapà…”.
Mentre la musica parapeggia io m’adombro un pochino, perché penso all’ultima strofa:
Iddio la creò? Chi creò cosa? La canzoncina riprende con parole sconosciute ai più, ed io, rapito dal ritmo, mi aggrego alle moltitudini che fingono di conoscere le parole. La tecnica è la stessa che usavo mille anni fa in chiesa:
a) cantare sottovoce
b) labiale casuale
c) oscillare moderatamente la testa seguendo il ritmo
d) ostentare sicurezza
e) tenere d’occhio quelli che la sanno davvero
f) resistere fino al prossimo ritornello
Il ritornello, per sua stessa natura, ritorna e ci salva dall’apnea. Tutto il fiato risparmiato prima, viene speso nel ritornello, poi il motivetto si conclude con un “Sì” liberatorio. L’arbitro fischia il calcio d’inizio ed i calciatori cominciano a trottare avanti e indietro. Forse perché incompetente, o forse perché il calcio non l’ho mai apprezzato, ma la mia attenzione non è per le evoluzioni degli atleti, il mio pensiero ritorna a quella strana strofa: qual è il soggetto? L’Italia? La vittoria? Roma?
Vero è che al tempo di Mameli il signor Carletto Darwin non aveva ancora formulato alcunché, però, questo non mi sembra un buon motivo per sostenere il creazionismo ad ogni piè sospinto. Iddio la creò, dice il Goffredone nazionale, ma che razza di catechismo ha frequentato? L’ottavo giorno creò San Marino? Questa licenza poetica non gliela concedo, sarebbe come se io, ateo, dicessi che l’Italia si è evoluta dallo Stromboli.
Goooooollllll !
Un boato mi ridesta dal torpore introspettivo. Esplode il finimondo: trombe, botti, urla, motori che rombano e puzza di gomma bruciata. Pare scoppiata la guerra. Non è una guerra, fossero tutte così, le guerre! In un certo senso si può dire che sia scoppiata la Pace, perché se gli avversari si combattono sui campi di calcio, tutti si divertono, e con un po’ di buonsenso nessuno si fa male.
Eppoi, quando mai in una guerra il popolo è felice?

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