Poesie di Rossana Loddi


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Ad una terra
Hai accolto i miei primi passi.
Così soffice il tuo nido, fatto di vento del mare,
così dolce il sapore del sale.
Tu, impronta di Dio appoggiata nel Mediterraneo,
custodisci i disegni che
con un dito inventavo sulla sabbia.

Hai accolto le mie lacrime.
Così arida la terra che le ospitava,
così dolce il colore del cielo.
Tu, un po' ambita e un po' dimenticata
riveli le rovine che
che non sai celare.

Le querce sono ancora la,
mi appaiono un po' meno giganti,
profumi di mirto e di musiche così familiari
da viaggiare sul solito solco
scavato negli anni.

I mandorli mi sorridevano
orgogliosi di posare per le mie fantasie.
Le greggi si voltavano
stupite di corse e di risa.

Tu sei costretta a vedere i tuoi figli andar via,
che poi tornano e piangono e vanno e ogni volta,
un po' muoiono?

ma sempre ti amano
e ti sognano, terra che allunghi le rive
e continui a bagnarmi ogni giorno
di vita e d'orgoglio.  

Preludio di una vita
Forse veniamo da terre lontane
dove mai l'orma d'un piede
lasciò il segno sulla sabbia.

Forse abbiamo viaggiato tra i venti e,
appoggiati dolcemente sulle sponde di un fiume
abbiamo toccato le rive,
bevuto alla vita.

Abbiamo poi, forse camminato,
stupiti del vago andar senza meta
e l'ignoto, insito nella mente
non nuoceva
ne spaventava i pensieri.

Senza turbamenti,
abbiamo lasciato che il corso del fiume
traghettasse il nostro spirito
e decidesse i giochi dei nostri prossimi passi.

Leggeri siamo approdati alla vita,
come foglie d'autunno che planano
e si posano piano.

E la terra le accoglie,
ospitandole
in mantelli di cui si riveste,
regina dei colori dorati,
come specchi
riflessi nel cielo
a catturare
i tormentati tramonti di rosso.   

Amabili solitudini

I
Piove
ed il cielo
cade su di me per ore.
Accarezzo le gocce verticali
di pioggia
che corrono fino a
schiantarsi al suolo
in un perfetto fracasso.
Nelle pozzanghere
annegano i colori di un cielo
che ha velato il suo volto.
E gli alberi,
vedovi,
piangono all'autunno
le loro foglie
che silenziose giacciono
in tappeti tessuti dal vento.
Attutito
giunge un grido,
vestito di echi lontani.
Sottili come aghi pungenti,
il ciliegio tende i suoi rami,
intrecciati e imploranti
verso il cielo.

II
Raccogliere cocci rotti.
Affondare il viso
in una vasca d'acqua
e restare in apnea
per lavare ciò che non si lava.

Aridi i gesti,
induriti dai ritmi sommessi,
come un respiro
leggero e nascosto.

Accoccolarsi in nidi di vetro.
Cercare il sereno in cieli piovosi.
Sperare che il vento spinga
i polverosi
strati sospesi.

Si resta in silenzio.
Si guarda uno specchio
stupiti di trovarci un riflesso.
Abbagliante come la luce al risveglio,
si incontra
la propria immagine
mascherata di sensazioni febbrili.

III
Accompagnami.

Attraversa con me
queste strade deserte.
Troveremo il coraggio
di voltarci ancora
a cercare il senso del passato.

Percorrendo il sentiero
a piedi nudi
sentiremo fredda la terra
che ci accompagna.

Accenderemo un fuoco
e le mani
torneranno calde
a stringere il domani.

IV
L'odore, il fumo, l'assenzio.
La follia di pensare che forse...
Continuo tra salite e discese.
Dondola l'altalena,
dondolano i pensieri
tra il fumo e l'assenza.

Archi perfettamente intonati
sfiorano un'anima stanca.
Poi il disgelo.
L'inverno chiude le sue fredde valigie
portandosi dietro angosce e tormenti.

Passi e passi.
Passano i giorni a tormentare
pazienza.
Si arrende all'attesa
e dichiara l'assenza.
Volubili sono le lune.
Così anche le voglie.
E i desideri, come gemiti sommessi
nascondono i sospiri,
aprendo spiragli di luce
tessono le trame
delle amabili solitudini.

Ad un padre
Da sempre ho cercato
una strada che a te conducesse
i passi.

Senza sapere fino a che punto
potesse essere follia
ho inventato il tuo respiro
al mio fianco.
Come quando la notte
Non riuscivo a dormire
E tu stavi la?
Ali spalancate a proteggermi?

Poi ti ho visto
Nell'amaranto che schiariva il cielo.
Indefinibile niente
che riempie una vita.

In quel cielo ti ritrovo.
Ancora tu, ormai aria,
ormai vento che agita e smuove
alberi.

Come un fruscio
è il suono di una lontana risata
che ora e sempre sa
rompere il pianto.
Ad una vita vissuta

Imbiancati di luce ha i capelli.
Di lacrime ha velati gli occhi.

Un tremore leggero
le afferra le pallide mani
che stanche si posano,
una dentro l'altra,
rinchiuse a raccogliere il tempo.

Mite il sorriso.
Nasconde veloce una smorfia
che nel viso si ricuce
e rivela distratta
la bocca nuda infossata.

Dal cuore stanco sale
La nostalgia dei giorni lontani,
quando lo specchio era compagno
e le domeniche
promettevano passeggiate di sole.

Oggi
le domeniche son tutti i giorni
e veloci
fuggono tra i vetri alla finestra.

E il cortile è innevato di foglie
là dove l'altalena
è spinta solo dal vento.
Ancora si odono,
in lontananza,
gli echi di voci festose
che di giochi e sogni
colorarono gli anni.

Ad un fratello
Tu, l'ultima luce.
L'ultimo raggio di vita
che ci lasciò
voltandosi al suono del nostro lamento.
L'ultima sfida,
miracolosa rivalsa
prima di varcare
l'Eterna Soglia.

Tu, piccolo indifeso.
Con la tua nascita
alleggerivi l'orrido peso
e colmavi l'immane perdita.
Ed io, gelosamente ho custodito
l'eredità di un così sacro amore
che in te fratello
ogni giorno ci è manifesto.

Inviolabile condizione la nostra!

Eppur mi appare così,
irrimediabilmente impotente
l'amor di una sorella,
se da sempre
il castigo più grande fu
non poterti preservare
da morbo o dolore.

Eppur già avrei teso
l'arco valoroso
e agguerrita t'avrei difeso
dall'alba di qualsiasi giorno doloroso.

Inviolabile condizione la nostra!

A nulla vale
il vostro argomentare
che di una tale
miracolosa parentela
lingua mortale
non narra.

A nulla vale
il vostro cercare
che tesori più preziosi
non sa celare
ne il mare ne la terra.

E' la vita che si sdoppia.
Sfida le leggi del divenire
e va ad albergare
in due corpi distinti,
tessendo trame argentate
su cui viaggiano le percezioni
che a noi soli son date.

Due mandorli nel nostro giardino.
Così i tuoi occhi.
Infiniti spalancano
luminose finestre sul mondo.
Sui tasti d'avorio
le tue mani
hanno intrecciato suoni e note
a risvegliare un canto,
quello del mare.

Così ti vedo nel tempo fratello.

Dolce e ancor più lieto fardello,
ti portavo sulle spalle,
varcando il fiume, il monte,
fino a valle.
Inventavamo viaggi fantastici,
noi pellegrini ancor felici,
nell'innocenza recitavamo
i giorni che ora viviamo.

Lieto fardello, ancor ti porterei,
ché le tue sconfitte
lacerano il mio cuore
ancor prima del tuo.

Ma se di più non posso darti,
ti lascio un invito
se non un comando.
Sii ardito e non temere
l'incertezza che a volte
ci fa tremare.
Ripensa ai voli che rapiti
ci incantavamo a guardare.
Sono le rondini
Che si lasciano planare,
abbandonate all'arbitrio
del solo maestrale.

Conquistano la vita.
Anche tu conquista la tua.

Parti, solca i cieli e vai.
Ed io da lontano
Seguirò i tuoi voli,
felice se pur inerme,
ripensando al bambino che fosti,
ora fratello già uomo,
tu amata somiglianza,
che in così tanto stupore
anche la morte
finì per dubitare.


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