Poesie di Federico Levy


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Federico Levy nasce ad Urbino il 21 novembre 1990. Vive a Pesaro fino i 4 anni per poi trasferirsi a Mondavio, un paesino in provincia di Pesaro al confine con confine con la provincia di Ancona, dove tutt'ora vive e frequenta il Liceo Scientifico di Fano. Aspira fortemente alla carriera di musicista...anche se è ancora molto incerto sul suo futuro. Comincia a scrivere poesie all'età di 15 anni e precisamente dai primi giorni del 2006. Attualmente sta lavorando alla sua prima raccolta di poesie dal titolo ancora da definire.

Piove
Mi ristringo per la voglia
di sentirmi leggero.
E bagnata scivola
lenta una goccia che
raggiunge in brivido i miei sensi.
Piove.  

Ti sfioro
Regina mi appare lei alla mia vista
di un eleganza che nasconde vitalità
e di una timidezza che ricopre la trasgressione.
Un fremito.
Uno sguardo.
Mai potrai scendere a me, comune mortale che sono,
ma uno sguardo, un altro ancora,
affinchè pantera si tramuti in gattina
e foresta in praticello di fiori.
Più è maestosa la sicurezza,
più basta un tocco a farla crollare.
La voglia è tanta.
Il desiderio è profondo.
Attenta, oh mia regina, il palazzo è
di cartongesso.
Bella e insicura mi appari,
tirata e chiusa come
le scandalizzate tendine
di un bagno.
Uno sguardo.
Un altro ancora.
Ti sfioro.   

Il ragazzo che un anno fa fui
Vorrei poter sentirmi ancora nostalgico
di quel ragazzo che un anno fa fui.
Mai più potrò raggiungere umiltà necessaria
riempendo tasselli di scoperte, al mosaico della mia
personalità.
Ma perché, caro ragazzo, d'arroganza hai riempito
il tuo cuore e ti sei voluto specchiare troppo a lungo,
troppo a lungo.
Nascondi quello specchio, per amor del cielo,
che la mia vista non possa più toccarlo
e dover vedere viso deforme di prepotenza
dove prima rideva, bello, d'ingenuità.
Questi piedi hanno percorso troppi chilometri
l'autostrada della ricarcata immortalità,
troppi chilometri hanno percorso di tante
vesciche accompagnati inesorabilmente
lasciandomi, anche loro, senza un amico.
Non potevi sapere, caro ragazzo che un anno fa fui,
di cosa avresti potuto piangere, di cosa avresti potuto soffrire;
ora io lo so, di cosa ho dovuto soffrire,
di cosa il viso si è fatto deforme,
di cosa il cuore si è dovuto accecare.
Nascondi quello specchio, per amor del cielo,
nascondi quello specchio.  

Finita è la festa
Anche stasera
finita è la festa.
Ma cosa è rimasto,
che sia illudevole inebriata
che sia delusione incondizionata
cosa è rimasto,
cosa è rimasto,
delle straordinarie pazzie
che tanto sorridere incantano
che tanto mi faran disperare,
respirate di tanto fumo l'alone,
fumo di stronzate.

Cosa è rimasto di questa sera
se no del ricordo più bello
se no dell'intrigante rumore primaverile
di gonne che alzan si muovono a danza,
cosa è rimasto,
cosa è rimasto,
di questa stravaccante allegria
che mai io volessi finire
ma tutta la vita poter continuare;
di questa sera, di questa festa incondizionata
da fissi orari e maledetti coprifuochi,
che sia stata la più allegra di tutte
o di tutto l'anno la più desolante.

Niente è rimasto,
nulla.

Cos'è rimasto?
nulla.

L'alcool, del ricordo, si è già dimenticato.  

Narciso
Vivo momenti d'arroganza,
e assaporo la mia solitudine;
raccolgo le orme dei miei eroi e
deformo il piede in base alla loro forma.
È una sicurezza onnipotente, un sorriso devastante,
la ruota del pavone mai chiudersi potrà,
alimentata dalla terra e arricchita da colori immortali,
vola la ruota, vola.

Vivendo per momenti d'arroganza,
un egoismo onnipresente
Come immacolata neve grigia,
naturalezza tipicamente subdola del bambino,
cemento armato
che si trasforma in pane.

Ma mai, Narciso, potrai avere più paura
della tua stessa persona che hai voluto creare,
è il tempo il nemico tuo peggiore
che a sfuggirti la folla alla tua grazia, così
come ghiaccio si scioglie nelle tue mani,
è il vero artefice invulnerabile.

Sarà la tua stessa mente a inchiodarti
Al palo della monotonia,
senza pace.
Senza pace a trovar mai,
neanche a raggiunger la morte,
se a specchiarti non potrai
in limpida cascata di tutto
e in numerosa folla di niente.  

Specchio
Un cielo di così tanta mesta vita qui mi appare,
e il mio cuore specchiandosi poi ad esso
sì sorride;
perchè un altro cuore, uguale a lui,
con compiaciuta sorpresa si ritrova,
e non si sente più solo.  

Ciambella di gatto
Distesa su un sognante letto,
sta una ciambella di gatto addormentata
e io chiedermi i sogni che possano colpirla
con respiro affannoso alimentati;
e a trascorrer così le giornate
traboccanti di beata innocenza;
nonostante vigile e attenta,
a vederla,
un suo mondo sognante mi fingo.

Le orecchie
dritte sempre a sentire il contatto dei mondi
e carpire il desiderio profondo.

Vorrei essere una ciambella di gatto.  

Mi svegliai
Addormentato fui colto da un sogno;
e quasi a toccare una rosa,
la cima di un monte,
contemplare il Sole,
vedere Dio.

Addormentato fui colto da un sogno;
e quasi a scovare la morte
e viaggiare atterrito;
dalla mia stessa mente trafitto,
dalla mia stessa idea prosciugato.

Addormentato fui colto da un sogno;
la realtà capovolta, devastata
quasi impertinente e sprezzante,
crudele come false note,
crudele come toccare il Sole.

Mi svegliai.


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