Poesie di Donatella Leveghi


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Plastico
Volo senz'ali
nel verde acido
del lieve alitare.
Plano tremando
su note incostanti,
sradicati amanti
traditi, nel gemito
incredulo,
del plastico onirico.
Forme adagiate,
silenzio e colore.
Perché tanti volti
nel volo perpetuo?
Non ho sembianze
d'amaro divenire,
apro il petto spaccato.
M'inebrio di rosaviola,
profumo d'inciso,
innesto per l'ibrida vite,
melma che evapora fiele.
Ancora il melo
s'apre al tormento,
gioca di bianco,
di frutti recisi.

Preludio
M'abbandono
alle litanie dell'essere.
Armo la mia mano
d'inutile accetta.
Corro nell'universo
dell'impossibile,
fra siderali risposte,
incompiute analisi.
Papaveri chini
ondeggiano
fra le note amare
del campo di pane.
S'ormeggia un figura
nella piena del delta:
è la mia carne,
mendica la mano
della madre
vestita di trifoglio.
Preludio...
di pazzia agognata.

Dell'amore
Sei quieta e libera da
molecole di tempi,
da battiti di tamburi
afflosciati nell'eco gravido,
- grondante -
acqua stagnante.
Riappare nell'ode incessante,
l'inverso oracolo,
- detenuto -
in dimora trasfigurante:
- tarocchi -
d'epica dissolvenza.

Ballata
Giorno dopo giorno
suono il violino al trivio infame,
sollecito l'avara mano.
Cancello la sorte
nell'aspetto,
ribalto il cappello
nell'argomento.
Viandante rapido,
sgretola i panni,
trita con denti aguzzi
la stipula del supplizio.
Mettimi in piedi.
Una bottiglia d'oscuro ingegno,
rovesciata nell'otre del rogo mio,
s'apre come voragine
in forgiato capo
d'artista perduto
nei campi di vigne incolte.
Avvicinati signore,
slaccia la satira imbevuta
di mordace allegoria,
smolla il nodo emblematico
di gnomi sordidi, scellerati.
Ti regalo le monete, saranno fiori
sparsi nelle auguste dimore
di fastigiosi faraoni.

Momento
Giorni che sfilano
come animali immobili
nella pigrizia del silenzio.
Anima appesa
al filo del rumore
distante e voluttuoso.
Un pugno nel cuore
declama l'urlo represso.
Piangerò per me
che non ascolto il vento,
piangerò per voi
che assenti siete
a raccogliere
la desolazione
del momento.
Ché nel dolore è l'arte
del burattinaio
che incide il volto
dell'uomo bifronte.
Ché nella poesia
incontro menestrelli,
che sfiorano
con dita magiche
la verità nascosta
nel ventre di mandolini
gonfi di malinconia,
pieni d'acqua
che scorre nelle piazze
della teatralità.
Accorre la gente stremata,
applaude l'incognita
del non consapevole ardire.
E tentiamo l'ultima vita,
fra stelle declamate,
fra soli spenti,
fra fiori mai esistiti.
Odoriamo di rose sfatte,
raccolte nell'ultimo giardino
della fantasia.

Notturno
Fra i flutti del mare,
metallici suoni
d'armonia pura;
sul "podio" la luna,
maestra di barbagli,
dirige l'orchestra
della risacca ritrosa.
Mormora l'usignolo
sibillini canti
di memoria.
La fronda risponde
l'incanto del vento.

Strusciano le catene
la nenia dell'oltraggio.

Parla il mio corpo
nella danza tribale,
chiari perimetri
di musiche d'olmo.
Vortici di note
nate nel cosmo
dell'inconscio spartito.
Rotolo nei campi celesti
dell'acqua natale,
nell'inquietante spessore
di un rumore di vita.

Oriente
Sguardo oltre la siepe:
visi scolpiti in ombra d'oriente.
L'iride mio dilata immagini,
diverso idioma, uguale paura.
Perle nere i tuoi occhi,
frangiati come tappeti
che adornano dimore
di cani rabbiosi, privi d'osso,
ringhiano in occidente
che nobile sembra ti accolga.
Corri cucciolo bruno,
rotola nel cristallo del miraggio
mortificato, arrotolato,
in papiri sigillati a sputi,
nei palazzi degli dei.

 
E poi c'era l'alcool...
Liquido che brucia la gola, arpa scordata
in mani improprie; io pargolo passivo sgravato dalle viscere,
urlo al vezzo mio d'intenti. Nero il mio volto, d'inferno,
inciso da vie di martirio, grandi laghi di occhi
lavano la patina d' anni distratti, persi in parabola di sidro vinificato,
trasfuso in lambicchi: essenza di pure concezioni.


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