Poesie di Antonio Leone


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Immaginarti
Sentirti e non vederti.
Sentirti e non vederti
Immaginare il tuo profumo
Leggere la mente che ti immagina.
Suadente è la tua voce
Che dal cuore inizia il suo cammino e
Arriva cheto ed è tempesta!
Novello è il cuore tuo,lo sento
E il dardo,scagliato con maestria
Sibilando arriva e penetra profondo
Nel cuore mio.

Insonnia.
sto sopra un letto e voglio dormire
poi guardo il soffitto e vedo le travi sorreggere il mondo
poi vedo una porta affacciarsi nel buio…
quand’è che si esce…io forse son pazzo
oppure indovino
o cerco nel gioco il sonno proibito?!

Mi ricordi un tempo lontano
mi ricordi le donne sinuose
che vestivano grandi cappelli
e roteavano larghi mantelli
e la pelle di perla lucente
incastonata nei lunghi vestiti
dal colore più nero del buio profondo.
Mi ricordi corse travolgenti
con cavalli fieri e fumanti.
Mi ricordi la donna gentile
che uno sguardo faceva arrossire.
mi ricordi un tempo lontano
ma i tuoi occhi adesso sfavillano
e incidono il tempo che è qui.

Napule
Napule, chesta parola, ca ammille ggente
Poeti e musicisti a fatto suspirà e a fatto appassiunà e
Pure a mme vo ddico ma fatto annammurà
Pecchè napule nunn’è nu nomme
Ma na poesia.

La mia vita
La vita che mi resta la trascino a forza
la vita che è passata non mi viene incontro.
E la riva è là con il mare immenso
e la vita è là con il mare disperso
e l’onda spumeggiante arriva e non mi arresta

Un uomo
Un uomo, con le mani colme d’acqua
Corre frenetico, assolutamente deve svuotarle
In quel catino fradicio che si trova proprio alle sue spalle.

Giallo di Napoli
giallo di Napoli
scudo spaccato
cielo trafitto.
E nacque un bimbo bello
e nacque un bimbo brutto
nacque un bimbo e basta!
E questo bimbo crebbe
maschera scolpita sulla faccia.
Eco
echi
blu profondo dell’anima
vicoli dove si insinua il vento
panni sporchi lavati dal sole
cipolle e pianto
chi sente il mio grido
un cane abbaia alla luna ma…
ma la luna fa finta di niente.
È nato un bimbo bello
è nato un bimbo brutto
è nato un bimbo e basta!

Gelo al cuore
Il grande gelo è qui
Avvolge me e le cose attorno a me che vedo
Il vento mi tormenta
E mi tormenta ancora
Mi leviga la pelle e gli arti e il cuore
Il gelo al cuore è forte
Inesorabile
Incontentabile
Mi segue ovunque vado
È nell’aria
È presente.
Mi accascio e prego
E abbracciandomi aspetto il sole che spunterà là
Proprio di fronte a me.

Astri
il sole la luna e le stelle s’incontrano ogni ora
ogni minuto
ogni attimo
belli del loro splendore si donano a te
si compiacciono, si commuovono
per la tua beata bellezza.

Mi affacciai e.... vidi la vite e le sue gemme
Mi affacciai e.... vidi la vite e le sue foglie ingiallite


Cavaliere errante
cavaliere errante io sono
con l’armatura lucente adorna di fregi e sbalzi
il copricapo adorno di piume
e il mio destriero, anch’esso adorno.
Andando, la mia lama guizza nell’aria, sibilando, in ogni direzione in segno di temenza
e l’aria, temendomi, s’inchina al mio volere.
E il mio compagno, fiero con il crine al vento è al mio volere
gli ordino e si ferma
libero il morso e va
e gli speroni aguzzi conficco là dove lui teme sofferenza
ed io, fiero, col mento in alto e lo sguardo basso
mi sfamo delle mie stesse carni!

A mia madre.
Il vento l’accarezzava
il sole le illuminava gli occhi e le rendeva la pelle scura
lunghe trecce, un sorriso prorompente
panni poveri addosso
lunghe corse tra l’erba, a piedi nudi.
Ecco, la mia piccola mamma la vedo ad occhi chiusi, adesso
la guardo ora, disadorna di denti eppur sorride
squallida nelle carni ma fiera nel portamento
la chioma bianca e sporca e la mente che non si accorge di niente.
Lei chiede rispetto, lo implora, lo desidera
e intanto, sorride alla piccola figlia,
che ebbe e non ha più
le stringe forte la mano
e assieme vanno dove il vento accarezza e il sole illumina.

Uomo non santo
Creatura a te diletta è il tenue uccelletto che
giammai è ingordo d’acqua e molliconi
Ma del suo pasto onora le minute briciole che
il viandante, affamato, ingurgitando con ingordigia un pane
Lascia qua e là sparse al suolo.
Creatura a te diletta è la cerva, che, strappa di dosso
La sua misera vita con non poca paura per il lupo affamato
Che agogna l’esile cerbiatto
Con i suoi denti aguzzi e luccicanti e
Gli occhi rossi di sangue e lacrime.
creatura a te diletta è il povero e non il ricco mecenate
adulatore e viscido serpente, che mai guardò le stelle e
lo scuro universo, sentendosi un vuoto lancinante nella mente.
Ho Francesco, vero uomo non santo
Ho Francesco, imploro pietà, per non essere tenue brezza
come tu insegnasti
ma uragano spaventoso che sradica e dilania querce secolari
E inorridisce il cielo e il mare.
Ho Francesco, pietà per il falso uomo santo
Tu che per sempre rimarrai
Il vero uomo santo!


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