Racconti di Valter Lauri
Home page Lettura Poeti del sito Racconti Narratori del sito Antologia Autori Biografie Guida Metrica Figure retoriche |
|
Di Ugo, un fine anno 1996 – 1997 Ugo fuma? Sii? Risata, esplicitata con la bocca, la voce, gli occhi, i capelli a spazzola, le grandi, grandi orecchie e ancora con le mani, il torace, le spalle! Rideva con la convinzione di una persona che dava movimento al piacere d’aver ricevuto, ma più che ricevuto, conquistato ciò che in quel momento desiderava di più. Eppure era la prima sera, la prima volta che lo vedevo. Alcuni amici componenti del “Collettivo Linea di Sconfine” avevamo avuto l’idea di organizzare il fine anno all’interno dell’ex manicomio provinciale, al bar al quarto padiglione. Il quarto padiglione era ciò che rimaneva dell’inferno, era ciò che rimaneva dell’inferno dimesso, chiuso per sempre e allora ospitava soltanto 40 45 persone contro le 600, 650 che anni prima il manicomio di Gorizia aperto ospitava. Logicamente era il 1997, il vero inferno era stato trasformato in una sorta di R.S.A. (Residenza Sanitaria Assistita) per persone con disturbi di carattere psichiatrico gravi. Il “Collettivo Linea di Sconfine” aveva come scopo principale il coinvolgimento della cittadinanza goriziana per passare qualche ora in compagnia dei dimenticati, di nostri amici di tutti volutamente dai più emarginati. L’enorme stanza del bar, dove i disgraziati andavano a bere un caffè, ma anche a prendersi un gelato , o anche a giocare una partita di briscola, si trasformava in un salone per le feste. I lunghissimi festoni di anelli di carta colorata e l’orchestrina, il DJ, il fornitissimo buffet dove ognuno portava qualcosa frittate, dolci, riso alla greca, sott’aceti, panettoni, pandori, bibite rigidamente analcoliche ed i mortaretti per mezzanotte, stelle filanti e coriandoli. Insomma tutti gli ingredienti per un fine d’anno con i fiocchi (in piazza della Vittoria ancora non si riuniva per vedere i fuochi d’artificio di mezzanotte) e la festa andò proprio bene, ci siamo tutti divertiti, ognuno di noi del “Collettivo” aveva adottato per quella sera un “Matto”. Venne un sacco di gente! Tutti ballavano, tutti ridevano, tutti eravamo contenti. Le persone che non frequentavano l’ambiente non riuscivano ad individuare il “matto” e il “normale”. Avevamo centrato il nostro obiettivo. A me si era appiccicato Ugo. Appiccicato è la parola giusta. Non mi ha mollato un minuto per tutta la sera. In compenso penso si sia fumato una ventina di mie sigarette, dal momento che le sue le riceveva razionate. Ugo aveva la testa grande, le sopracciglia folte e molte rughe sulla fronte che metteva in risalto ogni volta che mi chiedeva “Ugo fuma? Sii?” e quando vedeva che mettevo la mano in tasca per prendere il maledetto pacchetto di sigarette, la fronte si rilassava di colpo ed appariva una risata piena, fatta da una bocca di pochi denti, ma così bella che poteva fare la pubblicità alla Durbans. E quale più bel regalo poteva avere per un inizio d’anno! Ricevuta la sigaretta mi dava dei bacini dolci sulla guancia, così dolci che pareva fossero pieni di gratitudine. Ugo, ad una certa ora verso l’una o una e trenta gli infermieri lo portarono a dormire. Non protestò, non mi salutò, mi guardò solo con uno sguardo incredulo, rammaricato e sparì dietro la porta che conduceva dietro alle scale, un paio di rampe e si sarebbe ritrovato nella sua stanza a dormire, e forse anche a sognarmi. Così mi piace pensarlo, così vorrei avesse fatto. Io ? Io mi ritrovai solo, come se il salone si fosse svuotato di colpo, avevo ancora sigarette da dargli, avrei ascoltato volentieri la voce che mescolava con rumori gutturali. Nella solitudine di quegli anni, miei e suoi, c’era stato un incontro, un momento che rimane nella memoria. Qualche giorno più tardi, un ex infermiere del manicomio Enzo Q. mi raccontò la breve, brevissima storia di Ugo. Lui ed il fratello li aveva visti per la prima volta che percorrevano il vialetto del manicomio, molti anni prima, erano bambini, e forse venivano esuli dall’Istria. I due fratelli si tenevano per mano e da quel momento non erano più usciti da lì. Ugo era diventato uno dei tanti prodotti dell’inferno, era diventato un prodotto, che al limite era anche scomodo perché rifletteva la parte che non vogliamo faccia parte di noi. La testa grossa e gli occhi come un quadro di Picasso. Peccato che nessuno gli abbia fatto una fotografia al cuore, probabilmente si sarebbe sorpreso nel vedere che c’era un cuore grande, più grande della testa! Le ultime notizie di Ugo mi dicono che è a Cormons, al RSA. Il quarto padiglione con tutto il bar è stato trasformato in uffici e archivio di documenti dell’ASS, praticamente in una necessaria immensa burocrazia al disservizio del cittadino. |