Sogno, d'esser etereo
Si sfila dalle mie mani
al peso della vanità in cui mi arieggio
la verità
sospinta dove non la possa sentire
come l'intimo solito incubo che alla notte
punta la sveglia sordo d'ogni lamento
Il mio egoismo narcisista è un corpo
di cui spesso dimentico la maschera
il giullare,
ed in cuor mio divampo
tra un eroico altare immortale
e una fossa infissa d'ossa
Nel mia mente divago
di logica per uscirne fuori
la fede
nulla di ciò che farò avrà senso
senza oltrepassare questo pur
mio caro e caldo sfizio di vivere
Mi vedo attraverso i tuoi occhi
con un sorso di amorevole disprezzo
un millantatore
solo esser giudicata è l'assillo che ti possiede
ma le armonie assolute riempire i miei silenzi
sono rose che spendo a petali serbo a spine
L'amore una sola volta
Il turbamento dal timbro grave, un padre
la cadenza psichedelica della follia
pulsava a rintocchi come istantanee nella mente
una bambina, la sua bambola, il suo stupro
Il turbine della vergogna ricacciata
nei seminterrati dell'ES, sottovoce
urla il cantico della vendetta, l'odio
e la sconfitta che l'uomo si tramanda
La turba dimentica con frigida allegria
stucchevolmente salottiera spara su di lei:
“Se un fiore è sfiorito forse non è degno
forse la colpa è sua, forse se lo merita”
La sentenza:
Il giudice Popolo ti condanna a te stessa
Nessuno si ricorderà dei tuoi sorrisi, dei tuoi pianti
Nessuno verrà a cercarti, nessuno ti ascolterà
Il giudice Popolo ti condanna alla solitudine
L'epilogo
Si addormentò nel silenzio, “E' finita”
sanciva con una lacrima filare
il volto da ogni espressione svuotato
L'abbuffata di Dolofina la condusse
a sognar un avvenire, anche solo non soffrire
A Valle d'Estate
In un quadro di una sera ho intravisto
quell'oceano che pacifico si stende
a coperta tra le pieghe della casa
che ho sognato, il tuo dono a me gradito
Alle spalle la mia luna gira e gira
al tuo sole, il tuo splendido sapore
dalle drupe del sambuco il ricordo di una goccia
scivolare tra le labbra ormai dischiuse
Quanto ancora, quanto tempo
è beato ogni mio senso dai tuoi lumi
io non penso e non ho voglia di pensare
al futuro ho ceduto il bisogno di capire
E se un giorno sarà freddo e tramontana
il favonio troverò in un angolo dell'anima:
i sorrisi e i tormenti soffieranno accoglienti.
La sete di stagione
Nell'umidità ardente una lastra
di pasta sfoglia, l'acqua.
Il sole sale e ribollire suole
a sudate sensazioni.
Affondare in un gelido
mare, l'acqua di sale.
Dal pomeridiano estivo
atomi eccitati risalgono
al tramonto tardivo
l'asfalto, come su un fuoco
una bottiglia rotola e rotola
la inseguo, è fresca, è acqua.
Posso finalmente bere
A te
Di voletto arieggia il telo di seta
calando lungo le forme del tuo corpo
a sfiorare le più affabili nudità
come l'intimità di una notte ambrata
dalla gestualità languida adagiata
sugli specchi verdi di pianura
che sfavillano a gocce brillanti
Dietro la tua schiena spogliata
posso ancora sussurrarti parole
“La mia voluttà per l'eternità”
Tra i miei pensieri null'altro
peregrina che starti accanto,
l'incanto di un momento, a rilento
voglio abitarlo fino a fermarlo
Incoronata da versi dispersi
tra le forme di un linguaggio
che lieve discorre al peggio
con il mio sospirar d'anima
donna, meglio non so poetare
cotanto sentimento, a te
in dono il mio fiore meno stolto
California
Di soprassalto il primo colpo
veleggiò tra le gialle sabbie
del tappeto californiano
su cui volteggiavamo io e lei
Il suo vestito azzurro
Lei, sirena di quel mare
ninfa di quel cielo
l'abbraccio dei mondi
Sulla mia spalla
il mio piccolo rospo verde
non perdeva occasione
nell'indicarmi il principe
Ma io ero un amante
osavo amare la mia
adorabile fonte
brillo solo del presente
Così prese fuoco inatteso il mezzogiorno
in quella mano una pistola d'oro
tracciava gli ultimi tormenti
della mia ingenua carne
Il vestito diventò magenta
oscurandosi in ginocchio
sul mio corpo, il mio mondo
sfumava bianco sfumava nero
Bastarono 3 proiettili per darmi
la fine di un'illusione, di lei
mi bagnarono le lacrime trasparenti
più nobili della mia vita, io
irrevocabilmente steso e innamorato
In silenzioso evaporare
Polidipsia ermeneutica
da diabete conoscitivo
Il pubblicitario geco notturno grida:
“E’ tragedia solipsistica!”
E un mentore protervo
è il peggior fingitore
vi ha dipinto un mausoleo
sulla sua fossa comune
E quel giorno deposto Crono
al trono dei sotterranei
Ade fu introdotto
poi sedotto da Persefone
“Che vergogna!” si diceva
se tra il livore e l’amore
un legame si svelasse
e il più saggio lo accettasse
E quel giorno come tanti
rivelata Apocalisse
dissonante apparirà
ai di loro sentimenti
la sentenza in fin di vita
“Io non temo la rovina
della terra amata e odiata
ciò che temo in cuor mio
è la fine del mio Io”
“Che vergogna!” sobillava
quel bel mentore buon viso
“Che vergogna!” ridondava
la sua gente nel villaggio
“Sia bruciato il vecchio saggio!”
E il meriggio si oscurava
dai suoi occhi scivolava
nel suo volto solo il vuoto
sul suo volto “Muoio solo”
La villania vinse ancora
In quel giorno d’ingiustizia
La villania vinse ancora
In quel giorno di mestizia
Non c’è odio non c’è amore
In quel senso di giustizia
Ma per odio e per amore
Condannaron la giustizia |
La pace siberiana
Il frigo sedeva vuoto d'inverno
Io mangiavo i pupazzi di neve
Lottavo per qualcosa, il paradiso
che avrei meritato in questa vita
ma che mi sarebbe stato negato
Molto tempo fa sbattevo le porte
avrei piegato il mondo al mio destino
lei si spogliava e io amavo l'intimità
tra il vino bianco, il miele, quante sere
Dopo avrei sbattuto solo i denti, solo
Ridevo e stampavo sorrisi a chiunque
dormivo solo quando ero stanco
il Totò che insegnava e non imparava
nessuno avrebbe sospettato quel futuro
dormire ubriaco per evitare di soffrire
I fari si avvicinarono come lampi
unendosi ai nostri corpi spenti
sospesi a mezz'aria nel limbo di un coma
il loro risveglio fu di qualche secondo
per poi evaporare in chissà quali orizzonti
Così decisi di scomparire il giorno
del mio ultimo compleanno
alle 3 fu notte, fu giorno, fu per sempre,
luce, a bagnare i miei occhi
di felicità sgorgare a fiotti, la pace
La mia resa
Mi sveglio la notte
a forza di botte
tra il grigio sgualcito
del mio quartiere,
un pantano armato
d'improvvisazione per
un po' d'acqua e un po' di pane.
Il giorno è andato a male.
Nessuno ce lo disse
alle 24 della rivoluzione,
nessuno ce lo chiese
alle 24 e uno della rassegnazione,
ci si volle convincere che era per noi
che si bruciavano spiagge
discoteche e chiese.
Ed Isabella di Morra dorme sul suo altare
di fiori secchi e specchi
crepati come i nostri figli.
Non ci facciamo più compagnia,
a bocca asciutta ci tocchiamo,
ad occhi aperti ci baciamo,
e c'era una volta un amore
che cacciava i fantasmi di questo quartiere,
c'era una volta un odore di passione
note di testa cuore e fondo impastate al sudore.
Mia madre ripeteva che
un giorno sarei fuggito da qui
con il primo treno colorato.
Mia madre sperava, ma ancora oggi
Isabella si sveglia per piangere.
La mia resa è giunta anticipata,
in solitaria e in solitudine,
da allora non concedo più lacrime
alla mia anima arrangiatasi apatica
in un mondo perpetuo di sole ombre,
senza disperazione, senza dolore,
è il vuoto incontrastato e dominatore.
Non ha più senso ricordare.
No Stop Top Not Up Only Down
Candida venere nera
la traversata è inversa
verso una foce precoce:
il tutto in una notte.
Maledetto quel ratto
rosicchiare i resti
dei miei giorni meno funesti.
Ma sarò forte nel chiedere aiuto
come il fratello mai conosciuto
nell'accogliere la mia fragilità
come le fantasie del mio pappagallo
e spero che “Johnny Be Good”
Ancora baci, nuda pelle povera e sola
bianca di notte, celata di giorno.
L'afflato diurno non raggiunge
i tuoi sospiri notturni così puri
Rovistare ai boccheggi di una cascata
è trovarsi al rifluire di corpi caldi
alla piena luminescenza di luna
E' al buio che mi ha sorpreso la festa
Dear Dea non mi resta altro che viverla
perché al mattino possa mirare:
“Non siamo soli in due”
Il mio fantasma
Il mio fantasma si lanciò giù dalla volta plumbea
il mausoleo Sisto IV della Rovere.
Un papiro scovato dal giudizio universale
in un muro esistenziale strapazzato: il mio destino.
Spirava l'alito di un satanico sentimento
un ritorno di fiamma alla follia originaria.
Qualcuno dipinse un paradiso terrestre
“L'uomo ridendo sguaiatamente lo rinnegò”
Garibaldino mi volsi al Tempio delle mele
dileggiando la sua divina intelligenza
“Qual perversa coscienza ultra terrena
avrebbe generato un uomo di siffatta maniera?”
Il mio fantasma mi tallonava
lungo i corridoi di una maestosa Cheope,
svenivo, l'ossigeno svaniva,
negli occhi un agave victoriae reginae
Ormai nudo la mia vergogna
non condivideva nulla con il mio corpo,
l'alluce aveva varcato la soglia
della forma per la sostanza della plaga santa
Il mio fantasma mi colse confessato
non avrei dovuto più improvvisare
un improbabile pentimento
socialmente redistribuito ai giorni avvenire
E consumato il farsesco smacco
scolpii gli ultimi versi con gelido distacco:
“Qual perversa coscienza ultra terrena
avrebbe generato un uomo di siffatta maniera?”
Stanotte e per sempre
Stanotte sono luce
non ho voglia di dormire
Nelle grotte non si nasconde pace
e io non ci voglio restare
Stanotte tra due mondi di tela
si scorge una grande luna
Stanotte non sei sola
mi bacia ebbra la tua lena
Stanotte mi bacia la luna
stanotte calda di lana
Sono lucciola di vita
perché tra le dita ho te
Stanotte e per sempre te
Stanotte l’acqua del mare
riflette la tua faccia ammiccante
Dolce complice di amore
traspiri bagliori candidamente
Stanotte mi bacia la luna
stanotte calda di lana
Sono lucciola di vita
perché tra le dita ho te
Stanotte e per sempre te
Gioielli sbiaditi
Ho avvolto l’anima
con il velo pallido
della pietà per allontanare
gli spettri tenebrosi della morte:
è così che gli angeli
mi hanno portato altrove
chissà dove
"Cerchiamo alla fine qualcosa
La morte che ci ha già trovati"
Sto come le rondini
che aspettano primavera
alzandosi in volo
al primo segno del suo
sfolgorante risveglio
Vita vita est
Vivete!
"Cerchiamo alla fine qualcosa
La morte che ci ha già trovati" |