Racconti di Brunella Grasso


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Natale
Quando ero bambina abitavo in una casa costruita nei primi anni del '900, e l'appartamento era situato all'ultimo piano, al quinto, di quella casa senza ascensore.
Era sempre un gran fatica arrivar su percorrendo 92 scalini con la cartella di scuola o le borse della spesa, ma io ero felice con mia madre che mi adorava e mio padre anche, pur sotto la sua scorza burbera che nascondeva una tenerezza inaspettata. Era un uomo che era stato provato dalla guerra, prima combattuta sugli oceani, poi sui monti. Mia madre era orfana e riversava su me e mio padre quell'amore che lei non aveva mai goduto. Cantava, mia madre, con una bella voce, e io l'ascoltavo rapita, stonata come una campana che non sono altro…
Sopra la casa avevamo un grande terrazzo e certe sere di primavera o d'estate ci ri riuniva con qualche amico e si cenava all'aperto, si stappava qualche bottiglia di buon vino e si ascoltava quei vecchi dischi in vinile di un comico genovese dell'epoca, Marzari, che ci facevano morire dal ridere, oppure, con i miei amici ascoltavamo le canzoni che facevano sbocciare i primi amori.
In quegli anni, gli anni '60, ero una ragazzina che andava a scuola, un po' timida ma allegra e passavo i miei pomeriggi, dopo i compiti, a giocare e pattinare con i pattini a rotelle in una pista sotto casa.
Aveva preso l'abitudine di suonare alla porta, ogni mercoledì della settimana, un vecchio.
Arrivava verso mezzogiorno, io ero appena tornata da scuola e mio padre dal lavoro.
Ricordo benissimo la prima volta: eravamo seduti a tavola quando trillò il campanello. La pastasciutta era fumante nel piatto, ma mia madre si alzò e andò ad aprire. Si trovò davanti un vecchio dai capelli bianchi, con un'aria dimessa ma distinta, che indossava un cappotto che una volta doveva essere stato di buona fattura.
Con molta dignità e pudore chiese l'elemosina, noi non avevamo grandi mezzi, ma mia madre gli disse "aspetti, vado a prender qualcosa" e tornò con qualche lira che lui rifiutò ad occhi bassi "ho fame" disse. Allora mia madre gli rispose "entri, c'è un piatto di pastasciutta per lei". L'uomo disse di no, scusandosi, che avrebbe accettato volentiere la pasta ma che l'avrebbe mangiata seduto sui gradini delle scale che portavano al terrazzo.
Mia madre prese il suo piatto di pasta, versò un bicchiere di vino e glielo portò.
Noi tre dividemmo quello che era rimasto.
Quando l'uomo suonò timidamente il campanello per riconsegnarci piatto e bicchiere sorrideva felice, aveva una luce nuova negli occhi, e non finiva più di ringraziare.
Mia madre disse "nulla, nulla, torni…"
E così tutti i mercoledì quell'uomo tornava, percorreva 92 scalini, suonava alla nostra porta, e accettava quel che mia madre gli dava. Mia madre aveva preso a cucinare per una persona in più, ogni mercoledì, e così gli faceva trovare pronto un primo, un secondo ed un bicchiere di vino.
Questa storia andò avanti per parecchi mesi, era ormai diventata un'abitudine, il mercoledì aspettavamo lo scampanellare alla porta e sarebbe comparso lui, che sembrava un vecchio nonno un po' stanco ma mi sorrideva sempre quando andavo alla porta.
Un mercoledì poco prima di Natale riportando dentro casa piatti, posate e bicchiere, mia madre guardò mio padre e nei loro sguardi trapelò la stessa idea: "quanto torna mercoledì gli chiediamo di passare il Natale con noi, non possiamo lasciarlo solo anche quel giorno".
Era un uomo molto dignitoso, mai aveva voluto metter piede in casa nostra, si sedeva sui due primi gradini della scala e mangiava lì.
Io ero contenta: a Natale sarebbe stato nostro ospite e forse per un momento avrebbe dimenticato i suoi guai.
Arrivò il mercoledì successivo, per tutta la settimana aveva fatto un freddo cane, aveva persino nevicato, cosa che da noi non succede mai, ed il giorno dopo col nostro vento alcune strade erano lastre di ghiaccio.
Eravamo seduti a tavola in attesa della scampanellata, morivo dalla voglia di andargli ad aprire e dirgli che l'aspettavamo per il pranzo di Natale, mia madre stava scolando la pasta, la condì con sugo di carne alla genovese, 'u tuccu', e tanto formaggio parmigiano, mise la pasta nei piatti e sul piatto dell'uomo mise un piatto a copertura per tenerla calda.
Cominciammo a mangiare, aspettando il campanello, ma quello taceva.
Nessuno di noi tre diceva nulla ma l'attesa era palpabile nell'aria ed il silenzio continuava. Arrivammo alla pietanza, la mangiammo, poi alla frutta, ed il campanello taceva sempre.
Mio padre si era alzato una volta ed era andato ad aprire la porta, ma davanti a lui non c'era nessuno.
Finimmo il pranzo poi mio padre andò di fretta al lavoro, guardando interrogativamente mia madre, che aveva preso la pasta, ormai fredda, e aveva detto "la mangeremo stasera scaldata in padella". Non si buttava mai via nulla, allora.
Il vecchio non tornò più, non lo vedemmo mai più, e il giorno di Natale io piansi, nonostante i regali ricevuti, pensando ad un uomo che avrebbe potuto passare un giorno con noi, al quale mi ero affezionata, la sua presenza era diventata talmente familiare che sembrava sempre che mancasse qualcuno senza di lui.
Passò il Natale, Capodanno, la Befana e noi ogni mercoledì eravamo in attesa. Mia madre continuava a preperare una porzione in più di cibo che rimaneva in un piatto.
Poi, dopo circa un mese, smise.
Ritornarono mercoledì normali, senza nessuno che venisse a suonare alla nostra porta.
Forse era morto, si dissero i miei, ed eravamo tutti tristi e nello stesso tempo impotenti e furenti con noi stessi perché quel gesto avremmo potuto farlo prima di Natale, anche se lui non era mai voluto entrare in casa nostra.
Per anni il mercoledì è stato un giorno triste a casa nostra, e ancora adesso ne parliamo, eppure il tempo è passato, ma quel Natale senza quell'ospite era stato il più triste per noi.
Ne seguirono altri, di tristi, per i fatti della vita, ma quello era inaspettato, perché per noi significava qualcosa quell'uomo, e non eravamo riusciti a dirglielo.

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