Amore ingrato
Nel cuor generoso,
che ben ti ha servito
più non trovi il riposo,
rifiutando l’invito.
Più non cerchi dimora,
niente, più ti trattiene.
Allor, parti ch’è l’ora,
di lasciar chi ti tiene.
Oh amore, che scappi
da ospite, ingrato,
ricorda e pur sappi,
la sua casa hai violato.
Nel tuo ampio fardello,
metti pure il mio amore,
pur sapendo che quello,
si trasforma in dolore.
Ti sia grave del peso,
di quanto hai rubato,
ad un cuore che preso,
accoglienza ti ha dato.
I ricordi, poi pur metti,
che forse hai lasciato.
Non saran, pochi etti.
Metti, ancor il travaglio,
del tuo buon locatore
e portar quel bagaglio,
costerà gran di sudore.
Arte povera
Usando pialla e sega,
nell'umile bottega,
del legno l'arte antica,
conosce la fatica,
chi svolge il mestiere,
del falegnam dovere.
Un letto, un comodino,
una sedia, un tavolino,
è questa la natura,
dell'opera bravura,
dell'artigiano destro,
nel suo lavor maestro.
Mirabile è il bel pezzo,
del suo sudor il prezzo,
ma ricco non diventa,
di viver s' accontenta.
Giammai avrà la fama,
ma il suo lavor ei ama.
Madre è la Terra
Lamenti, rombi di guerra e di spari,
dolore, morte e villaggi bruciati,
uomini e donne lontani dai cari,
tristi i volti di bimbi emaciati.
Ritte, pietose, su povere fossa,
misere croci dagl'umili steli.
Sì dolente, piange la Terra percossa,
da mani ingrate, violente e crudeli.
Piangon inermi le genti provate,
ma inutile e vano è lo sgomento,
quando, di sangue le mani macchiate,
più non sono l'ingegnoso strumento,
dell'operoso e sapiente lavoro.
Vile creator è l'odio tenace:
sordo, non sente il gemito loro,
cieco, non vede la via della pace.
Ei muta, le mani miti e possenti,
in feroci strumenti infernali,
latori funesti d'ira e di stenti,
dai perversi costrutti mortali.
Non più fratelli, la tua genitura,
viola, il sacro dono che desti,
negando, oh Terra, la degna natura,
eppur tu madre tu fosti di questi.
Chi al mondo, mettesti con doglie,
nel tuo ventre materno precise,
or con pena raccogli le spoglie,
poichè sorelle son le vite recise.
Ma come te, c'è gente che crede,
nell'umana fraterna uguaglianza
e volonterosa s'adopra con fede,
per un doman non sol di speranza.
Per un cuore che cessa di battere,
altri cento si levano in coro
che di guerre non ne voglion sapere.
E' per questo che si batton costoro.
Oh Terra, tu sei ancora fattrice,
di tanti figli, laboriosi e ferventi
che rinnegato non han la nutrice,
giacché madre tu sei pur dei coscienti.
Vecchio eremo
Trovandomi un dì a camminare,
sulla campestre riva dei prati,
all'orizzonte gl'occhi ponendo,
notai del verde colle il crescendo,
ivi l'umile chiesa, dei bianchi frati,
un orticello e di lor il casolare.
Del piccolo borgo la fattura,
con l'irto sentiero tra i platani
che scabroso serpeggiava dal fondo,
amar mi fece quello scevro mondo,
che ancor ben sapea di tempi lontani,
intatta serbando l'amena natura.
Tal bel panorama in me diffuse,
una repentina e mera dolcezza,
che al cor mio diede il contento
e grata fui a quel viver sì lento,
che odierna conserva la bellezza,
delle pie semplicità ormai disuse
Luna bugiarda
Oh, luna maliarda che splendi,
sì gaia, nella calda notte serena
ed i tuoi fili d'argento distendi,
tra le crespe del mare e la rena,
tu streghi, sì bella, le menti di tanti,
che buona e galante ti vedono ora.
Grati e devoti ti sono gli amanti
che nell'amor credono ancora.
Quanti baci e languide carezze,
sì, tu pur galeotta, lor acconsenti.
Goder delle romantiche ebbrezze
e dell'amor sentirne i fermenti,
oh, tu anche, malandrina l'inviti.
Fredda, tu pure, non odi i lamenti
di color, che soli, i baci han finiti.
Dall'alto, tu muta, li guardi,
non parli agli amanti delusi,
non smenti i cuor dei bugiardi.
Sol benigna, ti vedon gl' illusi,
ma chi ha smarrito l'amore,
sa ben che da astro mendace
tu,oh falsa, sei senza pudore.
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