Racconti di Marino Giannuzzo


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Leggi le poesie di Marino

Ad Asia a Greta a Marco

con affetto di nonno.

 

Titolo | I RAGONA

Autore | Marino Giannuzzo

L’opera nella foto di copertina è dell’autore.

Covata – olio su legno – cm. 45x70 –particolare-

ISBN 9788827836989

© Tutti i diritti riservati all’Autore

Nessuna parte di questo libro può

essere riprodotta senza

il preventivo assenso scritto dell’Autore.

Prima edizione

Copyright by

Marino Giannuzzo

2018

Youcanprint Self-Publishing

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I RAGONA

(romanzo)

YOUCANPRINT – Self Publishing

 

… I primi mesi Giulia fu piena di apprensioni, particolarmente

la notte, … con la preoccupazione che il piccolo potesse restare

schiacciato sotto il suo peso o quello del marito durante il

sonno, poiché talvolta, invece di porlo direttamente nella culla,

si beavano di contemplarlo tra di loro nel letto matrimoniale …

(pag. 128).

Alcamo, c/da Gammara Molinello, 30.07.2015

 

Gisella
Gisella non aveva avuto un’infanzia gioiosa.
Erminia, la madre, lei ancora piccola, si era
allontanata dal marito e dal tetto coniugale per seguire
un giovanotto più giovane di lei, del quale si era
invaghita vedendogli eseguire alcuni esercizi di forza
e di agilità in palestra, che anche lei frequentava da
alcuni mesi.
Il marito, uomo stimato e in vista nella città, non
aveva voluto accoglierla più in casa, dopo che Giulio,
il giovanotto, suo amante in fuga, l’aveva
abbandonata, dopo cinque mesi di vita vissuta tra
gioie e sollazzi di ogni genere, ivi compreso lo
scambio di coppie in alcuni club privè, della qual cosa
nessuno però era venuto a conoscenza. Poi l’amore si
era intiepidito, il denaro disponibile era cominciato a
scarseggiare, i litigi montavano ogni giorno per delle
stupidaggini e il filo tenue che li teneva in comunione
si era spezzato. Ognuno per la sua strada.
Quelle di Erminia furono molteplici, qua e là per tutta
la regione prima e, successivamente, per tutta l’Italia
settentrionale. Si seppe che aveva cambiato nome,
assumendone uno d’arte. Poi più nulla di lei, per tanti,
lunghissimi anni.
Gisella, dopo circa un anno di apprensioni da parte del
padre, quando ne aveva ormai quattro, fu cresciuta da
zia Imma, sorella di lui, con amore e dedizione, non
avendo avuto figli dal proprio matrimonio, che
peraltro si andava snodando in maniera armoniosa,
anche se con qualche immancabile sussulto familiare.
La ragazza crebbe senza grandi disagi economici.
Completò gli studi per il diploma per l’insegnamento
nelle scuole primarie e molto presto riuscì, con
qualche supplenza, a metter piede nelle aule
scolastiche. Grazie alla bravura e all’impegno che con
caparbietà poneva nelle sue cose riuscì ad insegnare
ininterrottamente, anche se sempre in modo precario.
Di aspetto poteva essere ritenuta bella. Viso tendente
all’ovale, di corporatura slanciata, di capelli color
caramellato, più che biondo o castano. Di animo
gentile. Di intelligenza leggermente superiore alla
media. I ragazzi la corteggiavano e lei aveva dedicato
loro quei ritagli di tempo necessari per non restare
isolata, ma senza dar loro peso eccessivo o particolare
importanza.
Questa era stata ed era Gisella quando aveva deciso di
andare a vivere da sola in città. Sia perché
economicamente era più conveniente, in quanto il
denaro occorrente per i viaggi di andata e ritorno
giornalieri per l’insegnamento, anche se con mezzi
pubblici, equivaleva quasi le spese per l’affitto di un
monolocale con angolo cottura, sia perché i tempi
occorrenti per viaggiare potevano essere impiegati per
la preparazione delle lezioni e per un minimo di
libertà e di svago. Comunque sentiva, all’età ormai di
ventuno anni, il bisogno di badare a se stessa, pur
avendo presenti le apprensioni di zia Imma e non
dimenticando di andare a trovare lei e suo marito
alcune domeniche per pranzare insieme.
Quell’afoso pomeriggio di quella ultima domenica di
agosto, rientrando dal paese, dopo avere pranzato
festosamente con la famiglia della zia, con altre due
coppie di sposi all’incirca della medesima età di costei
e con la caciara dei complessivi tre figli delle due
coppie, malgrado le insistenze a rimanere con tutta la
compagnia, dopo avere salutati gli zii e i loro ospiti,
mise in moto la sua piccola utilitaria e fece ritorno a
Lecce, dove si era trasferita ormai da qualche tempo.
Più volte lungo il tragitto aveva ripensato ai ripetuti
inviti a restare a casa degli zii per quella sera e per i
giorni successivi e più volte era stata tentata di fare
un’inversione di marcia e tornare nella campagna del
paesino di Cutrofiano, dove dimorava la zia Imma nel
periodo estivo per la villeggiatura. Ma ormai non
poteva fare la figura della ragazzina indecisa, né
poteva permettersi di fare ritorno, dopo le mille scuse
palesate per dimostrare che doveva necessariamente
rientrare a Lecce, per gli impegni improcrastinabili
che aveva l’indomani. All’improvviso ricordò che nel
tardo pomeriggio aveva un mezzo impegno con
Antonio, suo amico. Non aveva obblighi di alcun
genere con lui, ma il ricordarsene fu per lei come
ritenersi impegnata in un qualche modo.
Ma, mentre ancora si chiedeva se avesse agito bene a
tornare a casa o se fosse stato meglio restare a
Cutrofiano, era giunta nel suo appartamentino.
Si tolse di dosso i pochi abiti e si infilò sotto la doccia,
dalla quale, per quanto era stata desiderata e impostata
fredda, di fatto l’acqua veniva fuori dal getto tiepida,
se non calda. Asciugandosi si sentì come ripulita e,
così come era venuta fuori dall’accappatoio, nuda, si
distese sul letto abbastanza ampio per una persona e
allargò gambe e braccia, nella speranza di non tornare
a sudare e di non sentire addosso l’appiccicaticcio
dell’aria umida, particolarmente presente quell’estate.
Fissava ancora il tetto della stanza quando chiuse gli
occhi e si addormentò. Quando si svegliò il sole era
già tramontato.
Cercò la luce del pieno meriggio che l’aveva
accompagnata nel sonno ma non la trovò.
Nervosamente afferrò il telefonino che aveva posato
sul comodino, buttò le gambe giù dal letto, schiacciò
un tasto, e quando una voce le rispose pronunciò,
quasi sottovoce, -scusami, mi sono addormentata… -.
-Non preoccuparti, fai con comodo. Ti aspetto al
solito posto….- fu la risposta dall’altro capo della
comunicazione.
-Ok.
Infilò gli slip, si lavò la faccia, si pettinò, si imbellettò
di corsa, si vestì e in meno di quindici minuti fu per
strada, a piedi.
A circa trecento metri, quasi ad angolo con un
crocevia, intravide l’utilitaria verde-azzurra di
Antonio. Affrettò il passo e la raggiunse, aprì lo
sportello del lato del passeggero e, sopraffatta
dall’affanno, si lasciò cadere sul sedile. Antonio,
Tony per lei e per gli amici, accennò ad un breve
abbraccio, la baciò, mise in moto e partì.
Attorno c’era ancora luce benché il sole fosse
tramontato da un pezzo, ma le prime luci per la notte
si erano accese per le strade, alcune insegne di negozi
prendevano vita. Erano le insegne di bar e pizzerie,
pub e ristoranti, cinema e discoteche. Di quei locali
insomma che dovevano far divertire, a chiusura
d’estate e di settimana, prima che iniziasse la nuova
settimana e il nuovo mese.
Presero la via del mare, faceziando e ridendo, e,
malgrado il traffico, in meno di mezz’ora furono sulla
spiaggia, in mezzo ad una vegetazione spontanea e
ricca, cresciuta ad altezza d’uomo. A dieci metri di
distanza il mare produceva con calma lo sciabordio
solito. Solo qualche piccola onda spumeggiante
emanava riflessi di luce, ancora vagante nell’aria.
Ormai liberi da ogni indumento, abbracciati e
aspirando la vita l’una dall’altro coi baci, rotolarono
sulla sabbia, tra due cespugli.
I baci divennero dolci e delicati, giunsero agli occhi,
sul collo, ai lobi delle orecchie or di questa or di
quello, ai capezzoli, sull’addome, fin nelle parti
intime dei due.
Ad un tratto Tony fu su Gisella e, senza staccare le
labbra da quelle di lei, la penetrò. Fecero entrambi
forza su se stessi per far durare a lungo il piacere
dell’amplesso. Poi invasi da un istinto forsennato
persero il controllo e la ragazza sentì scoppiare dentro
di sé tutto il fuoco di lui, che, ormai sfinito, giaceva
disteso al suo fianco.
Il mare continuava tranquillo a far giungere la sua
serena dolce e immutata canzone serale con la risacca.
Dopo un po’, passo dopo passo, abbracciati,
s’avvicinarono all’acqua. Persero l’equilibrio e
caddero tra le onde. Si separarono e si inseguirono
nuotando.
 

Tony e i suoi
Da quella sera in poi i giorni erano trascorsi, tra alti e
bassi, in modo serenamente appassionati e felici per i
due.
Anche Tony, come tutta la famiglia dei Ragona, non
aveva avuto vita facile. Era giunto ai suoi venticinque
anni ingoiando bocconi amari.
Tuttavia una sera del mese di ottobre, una di quelle
sere non ancora fredde ma non più calde, quando
ormai si frequentavano con Gisella da quasi quattro
mesi, era contento, ed anche felice, sensazione che
provava sempre alla presenza di lei.
-Ti amo! – furono le uniche parole mentre la stringeva
a sé chiudendole la bocca con un bacio.
- Anch’io! – fece in tempo a rispondere Gisella.
Poi si calmarono. Rimasero pensierosi, in silenzio,
entrambi. Ad un tratto, quasi all’improvviso, la
ragazza disse: -parlami di te, della tua vita-.
-Vita scialba. Nulla di importante, come quella di tanti
altri-.
-Tu raccontami qualcosa di te, anche se
insignificante…-.
-Ok. Ti racconterò un aneddoto che pare una
barzelletta-.
-Non voglio raccontata una barzelletta-.
-Pare una barzelletta, ma è un fatto realmente
accaduto-.
-Sentiamo…-.
Si incamminarono per i viali del giardino pubblico e
Tony, un po’ ridendo, un po’ schermendosi, cominciò
a raccontare.
-Era trascorso solo qualche anno dal rientro di molti
italiani dalla Svizzera e dalla Germania e coloro che
dovevano rientrare in Italia erano rientrati, mentre
altri non sarebbero ritornati: imboscati o dispersi o
migrati altrove.
Allora avevo quasi quindici anni. Da circa due mio
padre ci aveva spediti in Italia, me, mia madre e i miei
fratelli, in previsione del suo rientro successivamente.
Egli sarebbe rientrato nel momento in cui si sarebbe
sentito costretto. Ma da quando il governo tedesco
aveva fatto in modo che tutti gli stranieri
abbandonassero il territorio tedesco, malgrado le
ricerche diplomatiche e le informazioni assunte presso
amici e conoscenti, di mio padre non si seppe più
nulla. Chi lo aveva detto imbarcato su una nave per
l’Australia, chi scomparso senza lasciare traccia di sé,
chi fuggito senza una meta con una ragazza di molti
anni più giovane di lui…. Di fatto se ne erano perse le
tracce. Alcuni lo ritennero morto.
Anche il pane scarseggiava in casa della famiglia
Ragona, la nostra. Tutti avevano l’impressione, ed era
in parte la realtà, che noi, nuovi arrivati, togliessimo
agli altri qualcosa del poco che si aveva. Molti
esodati si erano assuefatti alla noia, altri avevano
preso la via del Brasile o del Canada, altri
rimpiangevano il passato, che tanto speravano
ritornasse, perché qualcosa da masticare a loro non era
mai mancata, una casa, un pezzo di terreno, anche se
non di proprietà.
Qui, a Lecce, le ragazze non avevano il coraggio di
promettersi in moglie, né alcuno faceva proposte,
perché nessuno degli uomini, o quasi, aveva quel
minimo occorrente per formarsi una famiglia. I più
coraggiosi, per sfuggire agli oneri di una cerimonia in
pompa magna e di festeggiamenti faraonici,
preferivano, per tacito accordo tra le famiglie,
prendere la fidanzata ed appartarsi, anche in luogo
non lontano, ignoto a tutti, o quasi, per qualche
giorno. Il passo era fatto ed una formula recitata dal
sacerdote in sacrestia suggellava il matrimonio.
Talvolta, dopo la misera cerimonia, gli sposi si
recavano, come gli altri giorni, presso il proprio
orticello per accudire ai servizi necessari.
-Cosa succedeva agli altri non mi interessa. Di te
voglio sapere- intervenne Gisella.
-Piano, che ci arriviamo. Non avevo ancora quindici
anni, ma in giro si diceva che ero sveglio. Per
procurare del pane a me, a Nico, a Titti e a mia madre
non mi creavo molti scrupoli. Francesco, mio fratello
maggiore, già provvedeva per sé, ed anche per il resto
della famiglia, per quanto poteva.
Io girovagando per la città avevo stretto amicizia con
un ragazzo di circa ventitré anni, americano, così
diceva lui, timido, uno di quei tanti poveri disgraziati,
trovatosi qui non si sa perché, bisognoso di
compagnia e di affetto, il quale una sera mi fece
capire che sarebbe stato molto generoso con me se gli
avessi procurato una compagnia femminile.
Non aveva molto denaro disponibile, ma mi
ricompensò con generi alimentari, di cui poteva
disporre. Una stretta di mano aveva suggellato il
nostro accordo.
-Tu mi lasci qualche dubbio sulla tua correttezzainterruppe
ridendo Gisella.
-Va bene, come vuoi tu…ma fammi continuare…-
-Vai avanti…-.
-Procuratomi un sacco abbastanza capiente riuscii a
portarmi dietro da una casetta dove ci recammo una
gran quantità di alimenti. L’americano mi era alle
costole: non intendeva farsi fregare. Ad un crocevia
gli feci cenno di attendere per strada. Si fermò, incerto
se darmi fiducia. Io infilai una porticina che dava in
una stalla, con altra uscita sulla viuzza parallela a
quella dove attendeva lui. Correndo percorsi la stalla,
inciampando nello sterco di un asino, uscii sulla
strada, giunsi trafelato fino ad una casa dal tetto
crollato e abbandonata, lasciai il sacco ben nascosto e
tornai con l’affanno dall’americano.
-Certo che dovevi fare proprio schifo con la puzza
addosso…- lo interruppe nuovamente Gisella.
-Può capitare….. Pur di procurarmi dei viveri io
avevo promesso ed assicurato, ma in realtà non avevo
modo di poter mantenere alcuna promessa. D’altra
parte non volevo ingannare quel poveraccio che non
so come si era procurato ciò che mi aveva ceduto e
che io m’avevo portato dietro e nascosto.
Avevo sentito dire dagli amici che Cettina, la zitella
che abitava nelle vicinanze, qualche volta lasciava
entrare qualcuno in casa sua. Io la conoscevo di vista
ma non le avevo mai parlato, né mi conosceva. Feci
cenno a Duck l’americano, così mi aveva fatto capire
di chiamarsi, di seguirmi.
Dopo pochi minuti di zig-zag per stradine strette e
corte gli feci cenno di fermarsi. Io proseguii per altri
dieci metri. Bussai ad una porta e quando Cettina la
aprì le chiesi se conosceva un tale di nome Nino
Pattini, che doveva abitare nelle vicinanze. Ci pensò
un po’, poi stirando le labbra, corrugando la fronte e
scuotendo il capo, come se avesse scavato nel più
profondo della sua memoria, rispose: -no, non mi pare
vi sia alcun Pattini in questa strada-.
Ringraziai e tornai dall’americano che dall’angolo, a
dieci metri, mi scrutava torturandosi le mani.
Cettina era rientrata, lasciando socchiusa la porta.
All’americano feci cenno con la mano come per
dirgli: -vai!
Egli me la strinse forte tra le sue in segno di
gratitudine e s’avviò. Dopo un attimo di esitazione
bussò. Nello stesso istante io girai l’angolo e corsi.
Corsi a portare quanto avevo guadagnato a Nico e a
Titti.
L’americano, malgrado varie ricerche, non lo rividi
più o non lo riconobbi, né seppi mai cosa successe, se
successe, quella sera tra lui e la Cettina.
Di mio padre, come t’ho detto, non s’era saputo più
nulla. Mia madre, per poche lire, faceva le pulizie in
casa di qualche signorotto della città. Nico e Titti
erano cresciuti e con i sacrifici di mia madre
frequentavano la scuola primaria: Nico la quinta
classe e Titti la prima. Francesco, ormai
diciannovenne, era sulla buona strada per diventare un
bravo carpentiere, ma per il momento doveva
accontentarsi di quel che gli davano come salario. Io
avevo da poco compiuti i miei studi della scuola
dell’obbligo.-
Tony e Gisella erano giunti nei pressi di una panchina
e la ragazza tirandolo per una mano che stringeva
nella sua sinistra lo invitò senza interromperlo a
sedersi accanto a lei. Egli la guardò per un attimo
incuriosito, le sfiorò le labbra con un bacio. Poi
continuò:
-Mi sarebbe piaciuto continuare gli studi ma la
miseria familiare aveva sbarrato la strada ad ogni mia
speranza. M’era rimasto l’amore per la lettura e
leggevo. Leggevo tutto quel che mi capitava: romanzi,
fumetti, grammatiche, vecchi fogli di giornale e
vecchie riviste trovate qua e là o che portava mia
madre a casa per avvolgere qualche utensile. Vivevo
di fantasia.
Tuttavia a quindici anni non me la sentivo di essere
ancora di peso a mia madre, sulla quale già gravavano
abbastanza Nico e Titti. Avevo deciso quindi che
dovevo provvedere io a me stesso, e vi avrei
provveduto: dovevo cercarmi un lavoro.
Trascorsero alcuni giorni e il mio piano andava
maturando. Una sera, durante l’unico pasto che ci
riuniva attorno alla tavola, dissi a mia madre che
presto non le sarei stato più di peso. Francesco mi
guardò simpaticamente meravigliato, incuriosito e
quasi sorpreso.
Dapprima mia madre si rallegrò, poi si preoccupò, poi
fu sovrappensiero e al mio rifiuto di spiegarle in quale
maniera avrei provveduto mi disse: -attento a quel che
fai, Tony-.
-E lascialo fare…- intervenne Francesco -Deve pure
incominciare a muoversi con le proprie gambe-.
I discorsi si chiusero a quel punto.
L’indomani uscendo da casa dissi a mia madre che
non sapevo a che ora sarei rientrato e se sarei
rientrato. Ella non diede peso particolare alle mie
parole, o non le sentì tutte.
Rivedo ancora quel momento. Erano circa le dieci del
mattino. Mia madre rassettava la casa, povera donna,
e non le restava tempo libero per alzare gli occhi al
cielo neppure per lamentarsi o per ringraziare quel
Qualcuno a cui lei credeva e che le faceva superare le
difficoltà che ogni giorno condivano la sua esistenza.
Fuori, per strada, un cielo terso campeggiava su ogni
cosa. Le donne davanti a casa sciacquavano la
biancheria. I bambini si rincorrevano con le scarpe
sfondate e i pantaloni corti rattoppati. Un calzolaio,
seduto davanti all’uscio di casa e davanti al suo
deschetto, martellava con forza la suola di una scarpa
per renderla impermeabile. Una vecchietta, vestita di
nero, prendeva il sole del mattino lamentandosi del
baccano che facevano i bambini mentre si
rincorrevano.
Quel mattino, mentre mi allontanavo, attraversai
questa scena. E’ rimasta fissata nella memoria come
su una tela e ancora non riesco a darmene la
spiegazione. Forse perché ero convinto di partire per
la conquista del mondo. Quando rientrai, nel
pomeriggio, mia madre non era in casa. Nico e Titti
avevano mangiato un panino che mia madre aveva
lasciato per loro sul tavolo ed erano intenti a svolgere
i compiti che le rispettive maestre avevano loro
assegnati. Riferirono che la mamma era andata dalla
signora Rosetta per dei lavori domestici. Così aveva
lasciato scritto su un foglietto di carta.
Rosetta era la moglie di un medico, consigliere
comunale e, per il solo fatto di essere moglie di un
medico, e non solo, ma anche consigliere comunale,
benché dell’opposizione, si considerava, ed era
considerata, persona ricca, altolocata ed importante,
che poteva guardare e giudicare chiunque dall’alto,
emettendo sentenze che nessuno le richiedeva.
Domestiche fisse in casa non ne voleva, perché,
diceva, le portavano via tutta la roba e poi non
finivano mai di chiedere, chiedere, chiedere.
Quel giorno, costretta dalla necessità, aveva dovuto
ricorrere ai servigi di mia madre, ormai considerata
vedova e madre di quattro figli, quasi per carità
cristiana, diceva lei.
Per pochi soldi mia madre le aveva pulito ogni angolo
della casa e, poco prima di andar via, avendo visto
passare davanti a sé il medico, si fece un gran
coraggio e chiese un consiglio per debellare un mal di
testa che da alcuni giorni la attanagliava.
La signora Rosetta lasciò fare e dire al marito e
quando ormai fu sera inoltrata disse alla donna che
aveva finito e che poteva andare via.
Le aprì la porta che dava sul pianerottolo di casa e
attese che mia madre andasse via. Mia madre la
guardò come chi non comprende.
-Potete andare!- le disse la signora.
-Ma…-
-Dite, Maria, cosa vi occorre?
-Signora, lei mi deve scusare. Ma, se è possibile…
Siamo senza pane in casa… Uno dei miei ragazzi è
senza lavoro, due bambini piccoli hanno bisogno di
tutto….
-Ah, capisco… potevate parlare prima- disse
infastidita e con un sorriso di sufficienza Rosetta e,
preso mezzo chilo di pane dalla dispensa, glielo porse,
augurandole la buona serata.
-No, signora, forse non mi sono spiegata… Lei
perdonerà la mia ignoranza… e la mia insistenza. Non
abbiamo più nulla in casa e devo correre a fare un po’
di spesa prima che i negozi chiudano. Non ho più
denaro. Se mi vuol pagare il lavoro che lei ha avuto la
bontà di farmi fare… io la ringrazio tantissimo.
-Ah, sì, ma voi forse avete dimenticato un particolare.
Voi avete chiesto una consulenza medica a mio
marito. Voi sapete benissimo che un medico studia
per tanti anni, deve aggiornarsi continuamente per
mantenere in vita una massa di persone, spesso
irriconoscenti e più ottuse delle bestie. Voi dovreste
pagare mio marito e vi assicuro che il suo onorario
sarebbe molto più alto di quanto io devo a voi, ma
siccome io sono di animo buono e comprendo la
vostra situazione familiare non pretendo nulla e… non
vi devo nulla.
La povera donna di mia madre la fissava sbalordita e
incredula. Avrebbe voluto dire qualcosa, ma non le
riuscì.
-Buona serata, Maria. Scusate, ora ho da fare- e così
dicendo accompagnò con una leggera pressione della
mano il gomito di mia madre fuori dalla porta.
-Buona sera…- disse quasi a se stessa mia madre
mentre, già nella strada, sentiva chiudersi la porta alle
spalle. Non seppe mai dire per quanto tempo stette a
guardare quella porta mentre tutti i sentimenti, buoni e
cattivi, pulsavano al suo cervello. Un odio indomabile
le rodeva i visceri, più che la fame sua e dei suoi
bambini. Il mondo attorno a lei girava vorticosamente
e un desiderio di distruggere, di annientare tutto e tutti
la pervadeva.
Nico e Titti -pensava- a quell’ora forse giocavano in
casa, ma appena l’avessero vista rientrare si sarebbero
ricordati di avere fame. Io probabilmente ancora non
ero rientrato. Quel povero ragazzo di suo figlio
certamente era di qua e di là alla ricerca di qualche
cosa da fare. Francesco avrebbe ancora tardato per
tornare dal lavoro.
Mentre camminava lungo il marciapiedi una macchina
percorse correndo la strada e schizzi d’acqua fangosa
sulle scarpe e sulle caviglie nude la fecero tornare in
sé. Pensando alle sue quattro creature il suo animo
s’era un po’ acquetato. Affrettò il passo e rientrò a
casa.
Titti era intenta a scarabocchiare un foglio che
l’indomani avrebbe dovuto far vedere alla maestra,
ma, al sopraggiungere della madre, corse alla porta e
spalancandola gridò:
-mamma, mamma, Nico mi ha buttato per terra e non
mi ha fatto disegnare!
Mio fratello, di quattro anni maggiore di lei, si era
rannicchiato in un angolo e tutto teso attendeva i
rimproveri della madre, che guardò entrambi per un
attimo e, accarezzata la testa della bambina, corse
nell’altra stanza, dove io mi ero buttato sul letto e
guardavo il soffitto.
Francesco giunse poco dopo col viso accaldato.
Aveva la febbre alta, ma tendeva a diminuire, disse.
-Francesco, cos’hai?…
-Nulla, mamma…
-Come ti senti?
-Sento caldo.
Lei guardò il figliolo e gli preparò una mistura
composta di acqua bollita con alloro erbe e miele, che
le aveva consigliato un’amica di sua cugina Sofia.
Tutti qualcosa mangiammo anche quella sera. Quando
fummo alla fine dell’unico pasto giornaliero
Francesco mi chiese cosa avessi fatto quel giorno. Gli
risposi che avevo cercato un lavoro qualsiasi, che
avevo avuto qualche promessa, ma che non avevo
molte speranze.
Da mia madre sapemmo cosa era avvenuto a casa di
Rosetta e a quel punto io e Francesco balzammo in
piedi come se volessimo correre subito a renderle
giustizia. Ma lei ci rasserenò e ci promise che avrebbe
trovato lei il modo di farsi dare quanto le spettava.
Nico e Titti dissero di essere stati bravi a scuola e che
avevano già svolti tutti i compiti loro assegnati per
casa.
Francesco, malgrado accusasse ancora molto caldo,
fissando mia madre, in modo pacato chiese: -di quanto
denaro disponiamo?
-Tutti i nostri risparmi sono circa un milione di lire.
Perché mi fai questa domanda?
-Sono diversi giorni che ci penso. Non sarebbe una
buona idea se facessimo studiare Tony?
Mia madre lo guardò con tanto d’occhi.
-Come puoi pensare una cosa simile se riusciamo
appena ad assicurarci il necessario per ogni giorno?
-Lo so. Per il momento non guadagniamo abbastanza
noi, però ce la faremo, vedrai. Che dici? Domani vi
potete informare di quali documenti sono necessari
per iscriverlo all’Istituto di Ragioneria? Mi pare che
questo sia il desiderio suo.
Poi rivolto verso di me: -è vero Tony? Tu che ne dici?
Te la senti?-
Guardai mia madre e mi resi conto che il suo viso era
un misto di perplessità e di felicità. Guardai mio
fratello che attendeva il mio assenso con tanto d’occhi
spalancati e con un paterno sorriso sulle labbra. Gli
saltai letteralmente addosso e lo abbracciai. Non
parlai. Anzi, non parlammo. Il silenzio ci univa ed
ognuno cercava di nascondere qualche lacrima di
gioia mista a commozione.
Mai come quella sera mia madre si era resa conto che
il suo Francesco non era più un ragazzo, si sentì sicura
e con un cenno del capo acconsentì.
Io ero lì, seduto accanto a mia madre, e gli occhi mi
sfavillavano.
-Tony, -riprese Francesco -noi ti aiuteremo, ma tu
dovrai far vedere a tutti di che cosa sono capaci i
Ragona. Vogliamo essere rispettati da tutti. Io sono un
carpentiere alle dipendenze, ma mi piacerebbe essere
un impresario per conto mio. Tu quello che vorrai
essere sarai-.
Lo fissai, gli sorrisi e in quel sorriso c’era tutto il mio
assenso e la mia gratitudine.-
Gisella, presa da commozione, si girò dall’altra parte
e, come se volesse soffiarsi il naso, s’asciugò due
lacrimoni silenziosi, che, senza preavviso, scendevano
lungo le sue guance.
-Cinque anni dopo- continuò Tony, che si era accorto
della commozione dell’amica, ma che non voleva dare
eccessiva importanza al proprio racconto, né
dilungarsi ulteriormente -ebbi il mio bel diploma di
ragioniere.
-Ora posso fare il cameriere a tempo pieno e con tutta
tranquillità- annunciai a mia madre, porgendole
l’attestato perché lo conservasse.
-Figlio mio, bisogna avere pazienza. Come hanno
fatto gli altri farai tu.
-Sono tutti seduti al bar, senza una lira in tasca e
parlano, parlano senza concludere niente. Io me ne
andrò. In questa città di pidocchi non c’è vita, manca
tutto e io non voglio morire di noia e di fame. Vorrei
iscrivermi nella facoltà di lingue straniere, ma denaro
non ne abbiamo. Forse riuscirei a procurarmelo. Ma
poi, penso, a che cosa mi serve una laurea in lingue?
Per farmi chiamare dottore? Dottore morto di fame?-
Mia madre cercò di tranquillizzarmi e carezzandomi
ripeteva che se non ero stato il primo della classe ero
stato certamente tra i primi.
-Devi avere fiducia. Vedrai che qualcosa farai. Per ora
non pensarci.
-E quando, quando devo pensarci? Quando mi
chiameranno “signor Ragioniere”, per sfottermi!? No,
io non voglio restare tra i citrulli che vegetano con
l’unica preoccupazione di cosa troveranno a casa da
mangiare. Io voglio guadagnarmelo il mio pane. Non
posso sempre vivere con la speranza di Francesco.
-Ma anche tu hai portato qualcosa ogni estate e tutti i
sabati e le sante domeniche. Bisogna accontentarsi,
figlio mio.
-E per fare lo schiavetto dei proprietari, dei gestori e
dei clienti dei ristoranti e delle pizzerie c’era proprio
bisogno di un diploma di ragioniere? E poi, un
ragioniere qua sai cosa ci fa, se e quando trova un
lavoro? Gli danno una miseria a fine mese perché
chiuda i conti a qualche piccola azienda: neppure la
metà di quanto guadagna un garzone di contadino per
vendemmiare.
In quel momento entrò Francesco.
-Ciao, fratello!
-Ciao.
-E allora, te l’hanno dato questo pezzo di carta?
-Si, l’ho conservato- intervenne mia madre.
Mio fratello notando che io non avevo alcun
entusiasmo né contentezza: -ma che hai?- mi chiese.
-Ho l’impressione che ho buttato cinque anni della
mia vita-.
-Perché hai quest’impressione?-
-Perché tutti i miei amici passano il loro tempo
davanti al bar, non avendo nulla di meglio da fare.-
-Tu lasciali stare i tuoi amici. Io ho bisogno di una
mano per mettere in piedi un ufficio. Entrate, uscite,
fatture, ordini, commissioni e tante altre faccende a
cui io non riesco più a badare per mancanza di tempo
e anche per… incompetenza. Come sai, per ora devo
affidarmi ad un consulente e non ho voluto assumere
nessuno fino ad oggi perché ho atteso che tu ti
diplomassi e per sapere se ti va di affiancarmi. D’altra
parte non potrei fidarmi di nessuno più di quanto
possa fidarmi di mio fratello. Inizialmente avremmo
qualche difficoltà, ma, sono certo, in breve le
supereremmo tutte. Nessuno nasce insegnato. Unica
difficoltà che ho io è sapere se per te va bene. Se ti va
di lavorare con me. Col tempo avresti l’intera impresa
sulle tue spalle dal punto di vista contabilità. Di
stipendio parleremo dopo. Tu che ne pensi?-
-Non so se sono capace.-
-Certamente in questo momento no, non sei capace,
ma quando inizierai ti accorgerai che quando le
difficoltà si presenteranno si risolveranno. Allora, ci
sei?-
-Ci sono- gli risposi, abbassando la testa, come se mi
vergognassi di non so che cosa, forse della mia
supposta incapacità.
Da allora sono trascorsi circa cinque anni. Mio fratello
ha un’impresa con alle dipendenze quindici operai. Io
svolgo tutto il lavoro di ufficio, provvedo ai
pagamenti e alle riscossioni, ho realmente tutta la
contabilità sulle mie spalle, come mi aveva
preannunciato quel lontano giorno Francesco. Mia
madre non va più ad espletare lavori in casa di altri,
mio fratello Nico e mia sorella Titti continuano i loro
studi.
Di me ti ho detto tutto. Credo di non avere tralasciato
nulla. Ero partito da quella che mi sembra ancora una
barzelletta con Duck l’americano, ed ho finito con
l’annoiarti.
-Non mi hai annoiata affatto e non ho perso una sola
parola di quanto hai raccontato. Interessante!-
concluse la ragazza. E l’abbracciò.
 

Piero Giannetti
Piero da alcuni anni era separato dalla moglie, anzi, di
comune accordo, avevano ottenuto il divorzio.
Conviveva con una nuova compagna, era nato un
bambino: insomma aveva messo su nuovamente
famiglia e si direbbe che era relativamente felice se
non fosse per certi momenti in cui sentiva mancarsi il
terreno sotto i piedi. Economicamente purtroppo le
cose non erano andate sempre bene. C’erano stati
periodi in cui si sarebbe potuto permettere di essere
generoso e lo era stato: un po’ meno con se stesso ma
molto, anzi moltissimo con Monia, la nuova
compagna, che col passare degli anni aveva
incominciato a perdere un po’ del suo splendore di
giovane compagna.
Il suo studio di fotografo non veniva più frequentato
come una volta. I clienti avevano preferito servirsi
presso lo studio di Delia, la sua ex moglie, distante dal
suo poco più di trecento metri, sullo stesso viale
Dalmazia. Da Delia trovavano migliore accoglienza,
migliore qualità del lavoro e del prodotto, anche se
più costosi, e un sorriso da parte della titolare e del
personale dipendente.
Eppure era stato lui a creare lo studio di Delia, la
quale però in quello studio successivamente aveva
profuso tutte le sue energie: dapprima per apprendere
il mestiere del marito, poi per ampliare la piccola
azienda, quando si era separata dal marito, poi per far
prendere quota al piccolo laboratorio che egli
spontaneamente le aveva lasciato, in un trasporto di
generosità, diceva lui, verso le figlie, ancora in tenera
età, che erano state affidate alla madre, dopo la
separazione consensuale dei coniugi.
Piero allora aveva avuto un periodo di sconforto e di
smarrimento. Si era allontanato da Lecce. Aveva
girovagato qua e là per l’Italia settentrionale. Infine
aveva preso fissa dimora, almeno per alcuni anni, in
un paesino della Svizzera, vicino a Berna. Trascorreva
le giornate nei giardini pubblici, scattando foto ai
bambini accompagnati dalle madri o dai nonni.
Alcune sere prestava i suoi servigi come cameriere
presso un ristorante e, quando era richiesto,
distribuiva volantini pubblicitari davanti ai cinema o
in altri luoghi affollati.
Una sera del mese di dicembre, quando era
impossibile mettere il naso fuori dalla pensione,
pensando e ripensando davanti al suo panino ancora
avvolto nella carta del salumiere e alla bottiglia di
birra fredda naturale, decise. Decise che quel modo di
vivere non era per lui. Sarebbe tornato a Lecce.
Avrebbe ricominciato. Se era riuscito a mettere in
piedi una prima volta uno studio fotografico con poca
esperienza non doveva essere poi tanto difficile creare
un altro, ora che di esperienza ne aveva acquisita negli
anni.
Tornò a Lecce l’antivigilia di Natale. La notte ci fu la
neve, rara nella zona. Glielo annunciò la madre
portandogli il caffè a letto, come ai vecchi tempi,
prima che prendesse moglie.
L’ultimo dell’anno fu triste, tutta la giornata, fino alla
sera. Poi sul tardi, dopo cena, alcuni vecchi amici lo
trascinarono in discoteca. Non si divertì. Ma tornò a
casa con spirito leggero, quasi felice. Monia in
qualche modo lo aveva stregato. Per tutto il tempo che
avevano trascorso insieme, ora ballando, ora
chiacchierando seduti sui gradini di una scaletta
interna, egli non aveva pensato neppure per un
momento al passato. Eppure non avevano detto nulla
di speciale. Si sarebbe detto che avessero discusso di
cose banali, futili, senza una ragione particolare. Ma
erano stati entrambi felici di scambiarsi quelle
chiacchiere. Si promisero di risentirsi.
Si risentirono. Lei in seguito gli ricordò sempre che
era stato lui a chiamarla al telefono l’indomani, per
tempo, per augurarle il buon anno.
Otto mesi dopo cominciarono a convivere. Monia,
dopo alcuni giorni, risultò incinta di un mese e mezzo
circa. Piero avrebbe voluto restare ancora per qualche
tempo libero da preoccupazioni, in attesa, ma poi se
ne fece una ragione e disse che era meglio così.
Il bambino fu chiamato Alessio. Alla nascita gli fu
fatta un’accoglienza calorosa. Ciò che Piero non
aveva fatto per le due bambine nate da Delia, l’ex
moglie, volle fare per il suo maschietto. Alle qualità di
Monia aggiunse anche il merito di avergli dato
finalmente un figlio maschio, da lui sempre
desiderato, se non palesemente, almeno nel segreto
del cuore.
Il lavoro aveva ricominciato a dargli quelle
soddisfazioni che da anni non provava più.
Economicamente non si lamentava. Anzi, avendo
presente che mensilmente contribuiva al
mantenimento di Clara e di Giada, le figlie avute da
Delia, a lei affidate, non poteva né doveva lamentarsi.
Ma quella mattina quando si avvicinò alla saracinesca
di ingresso dello studio fotografico ebbe la sensazione
che qualcosa di nuovo era successo, e di nuovo non
piacevole. Le serrature erano state manomesse, le
chiavi non rispondevano alla funzione per cui erano
state stampate e il motorino elettrico che doveva tirare
su la saracinesca non rispondeva al comando. La tirò
su a mano e il vuoto si presentò dinanzi a lui.
Macchine fotografiche, computer e stampanti erano
scomparsi. Lampade ed attrezzatura varia, necessarie
per svolgere l’attività, non erano più al loro posto. Gli
avevano portato via tutto. Solo delle foto sparse qua e
là per lo studio e qualche album di poco valore
commerciale. Non pianse perché da anni aveva perso
l’abitudine e le lacrime, ma la bile gli faceva
digrignare i denti, stringere i pugni, gli faceva fare
mille congetture e si chiedeva in silenzio il perché.
Fece a ritroso il percorso della sua vita degli ultimi
tempi, si spinse anche nel passato remoto, ma non
trovò alcun motivo che desse un senso allo spettacolo
che aveva dinanzi. Anzi poteva dire che se qualche
torto c’era stato era stato sempre ai suoi danni ed egli
non aveva usato mai l’arma della vendetta. Forse
gelosie di mestiere o forse una pura e semplice
operazione di ladrocinio. Il problema che in quel
momento lo ossessionava era il fatto che due giorni
dopo aveva un servizio fotografico per un matrimonio
e in quel momento nessuna idea veniva in suo
soccorso.
Richiuse lo studio con la saracinesca abbassata così
come l’aveva trovata, telefonò a Monia, la compagna,
s’infilò in macchina e si recò presso la stazione dei
carabinieri per la denuncia del furto. Purtroppo non
era coperto da assicurazione e di lavoro negli ultimi
tempi ce n’era stato poco. Quando ebbe finito
s’allontanò dalla città dirigendosi verso la campagna.
Trovò uno spiazzo che fiancheggiava la strada, vi si
fermò, spense il motore dell’auto e cominciò a
raccogliere qualche idea.
 

Cortile
-I Ragona sono diventati persone importanti, ora,- se
ne uscì una mattina Santina la carmelitana, così
soprannominata a causa dell’abitudine che aveva di
muoversi nel vicinato quasi sempre a piedi scalzi, -i
figli studiano e la signora Maria non lava più le scale
a nessuno. Potrebbe pensare alla dote di sua figlia
però, invece di farla studiare, perché il sole non
splende tutti i giorni e nemmeno tutto l’anno…
-Avranno trovato qualche tesoro da qualche parte. Io
non riesco a capire come facciano- aggiunse Nunzia,
una ragazza sui vent’anni, prossima a maritarsi con un
agente di polizia penitenziaria, col quale spesso
facevano mille congetture per risparmiare, anche
poco, sulle spese per il matrimonio imminente.
-Dio vede e provvede- aggiunse la vecchia Margiotta,
che da qualche tempo congetturava di far maritare la
nipote Bettina con Tony. -Il grande è un ragazzo d’oro
e ne ha fatta di strada.-
-Ma fatemi il piacere, signora Dora,- ribatté Nunzia,
infastidita -ragazzo d’oro. Ognuno è quello che è. Non
è né migliore né peggiore di tanti altri. Certo che
muratore è.-
-No, carpentiere. E anche bravo e che ci sa fare.
Almeno queste sono le voci che circolano…-ribatté a
sua volta la vecchia Dora Margiotta.
-Anche Tony non scherza- aggiunse Santina, che, pure
lei, qualche peccatuccio di intenzione e di desiderio lo
faceva nei riguardi del giovane e proseguì: -anche lui
s’è fatto un bel giovane e, a quanto pare, anche una
buona posizione-.
-Intanto fra quindici giorni il grande si sposa.
Prenderà Giulia Mortella, la figlia del segretario
comunale. Una bella ragazza, non c’è che dire,
impiegata presso la banca Tamburrano, e così i soldi
portano soldi. Ma lasciamo fare alla volontà di Dioconcluse
Santina, che di Francesco non le importava
proprio nulla. Poteva sposare anche la regina
d’Inghilterra: lei ne avrebbe avuto piacere e, se le
riusciva di farselo cognato, avrebbe avuto ancora più
piacere.
-Ragazze, matrimoni e vescovadi da Dio son
destinati- concluse la vecchia Margiotta, che avrebbe
voluto continuare il pettegolezzo per sapere se Tony
era fidanzato, se era libero, se aveva intenzione di
sposarsi. Insomma se lei poteva ancora avere qualche
speranza di dargli in moglie la nipote Bettina, anche
lei una bella ragazza, a suo parere, che aveva dovuto
interrompere gli studi del liceo per scarso rendimento.
Tale motivazione da lei era ritenuta un segreto, ma di
fatto tutti sapevano che Bettina, malgrado la sua
bellezza, non aveva incantato i professori, che per ben
due volte le avevano fatto ripetere la stessa classe, ed
era giunta alla bella età di ventiquattro anni rifiutando
quasi tutti i pretendenti perché aspirava ad un
matrimonio sfarzoso e con persona benestante.
Aveva concesso a qualche giovane di frequentarla più
assiduamente, ma dopo poco tempo questi se n’era
allontanato ritenendola arrogante e con un cervello da
gallina. Tuttavia lei continuava a mostrarsi vivace con
gli amici, ma tutti gli amici la ritenevano
esclusivamente un’amica, non sempre affidabile.
Anche Nunzia e Santina conoscevano quanto
avveniva alle spalle della nipote della signora Dora
Margiotta, ma lei non sapeva ciò che tutti sapevano.
Il discorso era andato scemando e, poiché nessuno
aveva interesse a tenerlo in vita, Nunzia salutò e
s’avviò verso la porta di casa sua. Santina salutò,
anche lei, e rientrò in quella propria. Seduta davanti
alla porta della sua rimase la Margiotta, che, non
avendo con chi conversare, stette muta e cominciò a
viaggiare a ritroso negli anni con la fantasia e
rinnovando i ricordi belli e brutti che la vita le aveva
riservati.
 

Annuncio di fidanzamento
La cerimonia in chiesa si era svolta come aveva
voluto la sposa. Con addobbi, luci, fiori, musiche da
lei minuziosamente scelte. Francesco non aveva
badato a spese. Era il giorno della sua Giulia. Sapeva
che anche sua madre, la signora Maria, si sarebbe
riempiti gli occhi e il cuore. Egli non era il tipo che si
pavoneggiasse né aveva pretese di suscitare invidia
nell’animo di qualcuno. Sapeva di poterselo
permettere e se lo stava permettendo. D’altronde non
chiedeva nulla a nessuno.
Era stato accompagnato davanti all’ingresso della
chiesa da sua madre, orgogliosa di quel figlio e
imbarazzata dall’abito sfarzoso che le avevano fatto
indossare. Quel tipo di abiti non si confaceva a lei,
abituata ad abiti che le permettevano di muoversi con
scioltezza in casa per rimettere in ordine quanto tutta
la famiglia lasciava a soqquadro ogni mattina prima di
correre ognuno a disbrigare le proprie incombenze.
Con un largo sorriso Francesco accolse e abbracciò
Giulia quando le fu consegnata dal padre all’ingresso
della chiesa e impettito l’aveva condotta dinanzi
all’altare. La cerimonia si era svolta regolarmente
senza intoppi, salvo un attimo di commozione della
madre della sposa al momento di leggere un brano dal
leggio vicino all’altare.
Anche il pranzo era andato a gonfie vele con la
soddisfazione degli sposi e di tutti gli invitati,
interrotto tra una portata e l’altra da qualche ballo per
i giovani, ma, a gentile richiesta, anche per i meno
giovani. Anzi erano proprio questi che risultavano i
più scatenati ballerini quando il disk jockey
introduceva qualche brano che li riportava ai tempi
della loro giovinezza.
Nico e Titti furono i più complimentati e i più richiesti
dagli invitati dei vari tavoli della sala. Anche loro si
sentivano ed erano importanti quel giorno.
Ad un tratto fu interrotta la musica e gli invitati
furono pregati di prestare un attimo di attenzione. La
sala restò bloccata con i ballerini nella posizione in
cui si trovavano, coloro che erano seduti ai tavoli
furono tutti orecchi, curiosi di capire il motivo
dell’improvvisa interruzione della festa. Poi la stessa
voce invitò i ballerini a prendere posto a sedere e
Tony e Gisella a presentarsi sul palco ove il piccolo
complesso musicale contribuiva ad allietare la
circostanza. Quasi correndo tenendosi per mano i due
s’avvicinarono al palco, superarono quasi con un salto
i tre gradini che li separavano dal piano mentre la
voce al microfono invitava ad ascoltare quanto
avevano da dire i due giovani. Al microfono parlò
Tony.
-Francesco, fratello mio, Giulia, mia nuova sorella, io
vi auguro tutto il bene che voi desiderate per voi e per
coloro che verranno dopo di voi. A tutti gli amici
presenti, e anche a coloro che per vari motivi non
hanno potuto essere presenti a questi nostri gioiosi
festeggiamenti, tanta salute con l’augurio che, in altra
circostanza non lontana, possano essere presenti per
partecipare ad un altro matrimonio, che io e Gisella
siamo convinti che ci sarà perché noi annunciamo
ufficialmente a tutti in questo momento il nostro
fidanzamento.-
Finì il breve discorso abbracciando e baciando la
ragazza mentre tutti si scatenarono in un prolungato
battito di mani. Quando tornò il silenzio Gisella
s’avvicinò al microfono per dire qualcosa ma la
commozione le impedì di dire ciò che si era proposta
e con voce tremante riuscì a dire solo : -grazie……
Un applauso prolungato della sala coprì la
commozione della ragazza, che non riuscì a dire altro
e che sorridendo e stringendosi a Tony, si allontanò
con lui, mentre la musica riprendeva accennando ad
una breve marcia.
I festeggiamenti continuarono, i mormorii si fecero
più intensi, la musica continuò a riempire la sala fino
al momento in cui gli sposi salutarono gli invitati e,
quasi correndo, tra gli applausi, si avviarono
all’uscita, dove Tony e Gisella li attendevano
nell’auto riservata agli sposi, ancora addobbata.
Francesco aiutò la sposa a sistemarsi alla bell’e
meglio sul sedile posteriore, poi saltò su dall’altro lato
e: -Vai!- ordinò.
Con uno scatto e sgommando l’auto sfrecciò in avanti
e scomparve in fondo alla strada.
In breve anche gli invitati, scambiandosi gli ultimi
saluti, cominciarono a defluire…..


Un morto dietro la porta
Un rumore sordo fece sobbalzare Francesco nel
sonno. Aprì gli occhi, diede uno sguardo nel buio in
direzione del corpo di Giulia, la sfiorò con una mano e
si tranquillizzò intuendo che dormiva serena. Il tonfo
si ripeté. Buttò i piedi per terra, indossò la giacca del
pigiama, infilò i piedi nelle pantofole e, accesa una
minuscola lampada portatile, con passo affrettato,
scese in garage. Accese tutte le lampade. Guardò
dappertutto ma non notò nulla che fosse fuori posto.
Con calma spense, rifece le scale e si rimise a letto.
Sul fare dell’alba fu nuovamente scosso dal sonno.
Erano dei colpi ripetuti al citofono, giù, alla porta di
casa, accompagnati da un brusio di voci che si
rincorrevano e si intrecciavano in modo tale che
Francesco non riusciva a capire né le parole né il
motivo di un tale schiamazzo quando molta gente del
vicinato ancora era, o doveva essere, immersa nel
sonno. Tuttavia mise i piedi fuori dal letto,
svogliatamente li posò sul tappetino steso per terra, si
avviò alla porta che dava sul balcone di casa, l’aprì e
degli sguardi inquisitori di alcuni vicini, scesi per
strada, lo accolsero ammutoliti, come attendendo una
risposta ad una domanda non formulata. Anch’egli li
guardò attonito, poi accortosi che i loro sguardi si
erano mossi verso l’ingresso del suo garage, si sporse
all’esterno del balcone e, sorpreso, vide il corpo di
uno sconosciuto, coperto da un lenzuolo bianco,
disteso sull’asfalto, nei pressi della saracinesca del
suo garage, palesemente privo di vita. Fece un cenno
con la mano a chi lo guardava per indicare che stava
per scendere. Il tempo di indossare pantaloni, scarpe e
camicia.
Giulia si era svegliata. Era giunta alle spalle del
marito e gli chiese cosa fosse successo. Mentre si
vestiva Francesco le rispose: - Nulla…
Poi aggiunse: - Giù c’è uno a terra, non so se è morto
o se è vivo…
Non fece in tempo a udire la moglie che gli sussurrava
alle spalle: -Attento, non toccarlo… chiama il 118…
In strada fu accolto dal brusio dei vicini, che erano
raddoppiati di numero e che, ammutoliti
all’improvviso, lo fissavano come se attendessero
qualche spiegazione da lui….
Che l’uomo, dell’età approssimativa di trentacinque
anni, fosse morto non c’erano dubbi. Quel che tutti
volevano sapere era il motivo per cui si trovasse in
quel luogo, con una vistosa ferita sulla testa, con il
pantalone strappato sulla caviglia sinistra e con un
buco nella carne, su un fianco, profondo alcuni
centimetri, come gli avevano riferito confusamente.
Testa e gambe sporchi di sangue raggrumato erano
dinanzi agli occhi di tutti. Che non poteva essere stato
ucciso in quel luogo sembrava pure logico, ma il
perché si trovasse davanti all’ingresso del garage di
Francesco non aveva una spiegazione plausibile.
Forse era un caso. Oppure poteva avere un significato
recondito, un significato che probabilmente solo
Francesco conosceva. O nulla di tutto ciò….
Il cadavere era disteso prono, con le gambe
scompostamente divaricate e con il volto contro
l’asfalto. Francesco si chinò e sollevò un angolo del
lenzuolo per guardarne il viso. Solo allora riconobbe il
morto mentre la sirena della volante dei Carabinieri si
udì non lontana. Francesco si rimise in posizione
eretta, strinse le mani alle tempie, chiuse gli occhi e
attese…
La piccola folla fece largo ai due Carabinieri.
Avvicinatisi al cadavere si fecero un cenno d’intesa e
mentre uno restava nei pressi l’altro s’avvicinò
all’autovettura di servizio e chiamò la Centrale…
-Lo conoscete?- chiese il Carabiniere rimasto nei
pressi del morto.
Tutti fecero un passo indietro volgendosi come per
volersene andare. Non andò via alcuno. Soltanto
Francesco era rimasto al fianco dell’ucciso e, senza
parlare, sollevò l’indice destro all’altezza del capo.
-Chi è?- chiese il Carabiniere.
-Piero Giannetti.
-Ahhh…. Ho capito. Il fotografo….
- Sì…
-Voi come vi chiamate?
-Francesco Ragona.
-Non vi allontanate. Appena avremo finito
avvicinatevi in Caserma….
-Ma io devo andare a lavorare. Ho quindici operai sul
cantiere… e nove altri sull’altro.
-Vi faremo perdere un quarto d’ora appena. Intanto
potete mandare qualcuno con istruzioni per i vostri
operai… o se volete telefonare…
-Va bene…. – disse rassegnato Francesco, rendendosi
conto che aveva fatto male a dire che conosceva il
morto. Però non avrebbe potuto nemmeno starsene
zitto, perché era notorio che egli conosceva Piero, e
quando i Carabinieri sarebbero venuti a conoscenza
della circostanza avrebbero avuto dei sospetti su di
lui, e, per quanto bene potesse concludersi per lui la
vicenda, gli avrebbero fatto perdere un mare di tempo
per salire e scendere scale che egli aveva sempre
evitato di frequentare.
Tuttavia nella tarda mattinata finalmente aveva potuto
fare la sua brava deposizione in Caserma, nei minimi
dettagli. Gli avevano chiesto perché conosceva il
Giannetti e spontaneamente aveva dichiarato di avere
sentito i due tonfi durante la notte. Gli avevano
chiesto se aveva qualche sospetto del motivo che
aveva fatto scaricare davanti a casa sua il cadavere del
Giannetti, di tenersi a disposizione per eventuali altre
domande e, se fosse venuto a conoscenza di altre
notizie riguardanti il caso, di comunicarle senza
alcuna preoccupazione e immediatamente.
Firmò il verbale della deposizione, ed essendogli stato
detto che avevano finito e che poteva andare via,
salutò e si avviò alla porta che immetteva fuori dalla
stanza, nel corridoio.
-Se vi venisse in mente qualche altro particolare,
fatecelo sapere, signor Ragona- sentì suggerire
nuovamente alle sue spalle.
-Va bene… - Si volse verso chi lo aveva interpellato,
fece un cenno di saluto col capo e, aperta la porta,
andò via.
Sul cantiere trovò gli operai a consumare il pasto che
ognuno s’era portato da casa, essendo ormai in pausa
pranzo. Nell’ufficio trovò Tony, il fratello, che lo
attendeva per avere notizie dirette dell’accaduto,
avendo appreso della morte del fotografo da alcuni
operai, mentre Francesco, quando gli aveva telefonato
la mattina, gli aveva detto soltanto che avrebbe avuto
un ritardo e non sapeva dirgli di quanto.
Francesco lo ragguagliò per sommi capi. Chiese se
c’erano state delle novità per i lavori. Tony gli rispose
che tutto era stato nella norma. Telefonò alla moglie
per tranquillizzarla e corse presso un paio di uffici
pubblici per delle pratiche burocratiche che esigevano
la sua presenza e la sua firma. Riuscì a risolverne una.
Per l’altra si sarebbe provveduto in seguito.


Livio
Tony e Gisella erano giunti su, in Toscana, nel primo
pomeriggio di un giorno dei primi di settembre.
Avevano programmato quel viaggio da un paio di
mesi, da quando entrambi erano riusciti a ottenere
dieci giorni di libertà da impegni di lavoro. Quindi
Tony aveva ceduto in permuta la sua ormai vecchia
utilitaria in sostituzione di una nuova immessa sul
mercato a buon prezzo dalla Fiat per sopravvivere alla
crisi economica che da alcuni anni imperversava su
tutta l’Europa e, senza troppi preparativi, avevano
attraversato mezzo stivale in autostrada.
Erano giunti a Poggio Murella, dopo aver superato
Manciano e le terme di Saturnia. Sergio e Nerina, i
loro amici, che da anni li avevano invitati, e quasi
pregati, di andare a trovarli nella loro piccola, ma
graziosa, tenuta erano venuti loro incontro.
Tra i pini si scorgeva lontano l’azzurro del mare.
All’orizzonte l’isola del Giglio e, proseguendo verso
l’alto, l’infinito turchino del cielo.
Tra abbracci, risate, piccole confidenze sussurrate tra
Gisella e Nerina, la moglie di Sergio, si trovarono a
tavola per il pranzo, ritardato quel giorno dai loro
amici per consumarlo insieme.
Erano quasi alla fine del pranzo quando qualcuno
s’annunciò al citofono. Era una coppia di amici dei
loro amici, che furono accolti in modo molto caloroso,
come si è soliti in Toscana, ma anche in Puglia, dove
erano nate Nerina, Gisella e Tony, che
orgogliosamente proclamavano la loro provenienza e
l’ospitalità dei luoghi della loro nascita.
Salvo e Luciana furono presentati ad essi come amici
molto particolari. Erano i genitori di Livio, un giovane
a cui Sergio e Nerina avevano fatto da padrino e
madrina di cresima.
Sia Tony che la sua ragazza non trovarono nulla di
particolare in questa notizia, salvo il fatto che tra loro
si era instaurato un vincolo di comparatico e che
doveva esserci tra loro un forte senso di stima
reciproca. Si parlò del più e del meno. Si raccontò
qualche barzelletta. Si fece qualche risata. Poi Salvo e
Luciana si prepararono per andar via non tralasciando
di invitare tutti di andare a trovarli. Ricevuta la
promessa che tutti avrebbero trovato il tempo per
recarsi da loro si accomiatarono.
Qualcosa colpì Tony e Gisella quando si salutarono
Nerina e Luciana. La prima chiese a Luciana notizie
sulla salute di Livio mentre Luciana, allargando le
braccia e innalzandole impercettibilmente verso il
cielo, fece affiorare sulle labbra un leggero mesto
sorriso.
Andati via gli amici ospiti restarono tutti per qualche
attimo in silenzio. Poi Nerina, rivolta verso Tony e la
sua compagna: -hanno una bella croce sulle spalle
questi nostri amici.-
Rimasero tutti muti. Poi Gisella, quasi a bassa voce,
per non turbare quel silenzio: -perché, hanno qualche
problema?- chiese.
-Ne hanno uno più grosso di una casa. Ma non è il
caso che vi anticipiamo nulla. Se andremo a trovarli
uno di questi giorni constaterete voi stessi. Per noi
sono diventati gli amici più cari che abbiamo, senza
che voi vi offendiate. Poi capirete il perché. Per ora
non parliamone più.-
Si levò dal tavolo e si mise a sfaccendare dinanzi al
lavello della cucina. Malgrado le insistenze di Gisella
non volle essere aiutata, sforzandosi di non restare
silenziosa, come conveniva per dovere e per piacere di
ospitalità.
Sergio, ad un tratto e senza alcun preambolo, chiese a
tutti e a nessuno: -domani pomeriggio vi va di andare
a trovare questi nostri amici?-
-Per noi non ci sono problemi, vero, Gisè?- rispose
Tony, rivolgendosi alla ragazza.
Gisella con un cenno affermativo del capo fece capire
che neppure lei era contraria.
-Per te va bene, Nerina?- aggiunse Sergio, rivolto
verso la moglie.
-ok, va bene- rispose lei.
L’indomani, una splendida giornata quasi autunnale,
dopo pranzo e dopo avere rassettato velocemente la
cucina, furono sul fuoristrada, con Sergio alla guida, e
si avviarono per andare a trovare Salvo e Luciana.
Luciana li attendeva, essendo stata avvisata
telefonicamente da Nerina. L’abitazione consisteva in
un vecchio cascinale tipico in quella zona della
Toscana, non molto ampio, non sfarzoso, ma comodo
per chi ci abitava. Attorno poche case, alcune
abbandonate o abitate in parte durante il periodo
estivo. Un senso di pace e di tranquillità campestre
dominava tutto il circondario. Qua e là qualche
piccola coltura per i bisogni di famiglia, un grande
albero di noci dietro l’isolato e un immenso albero di
quercia verso oriente ad una distanza di circa
cinquanta metri. Si riteneva che la quercia dovesse
avere un’età non inferiore a settecento anni, ed era da
crederci, a giudicare dal diametro del tronco che alla
base si presentava come un’ampia grotta che lo
attraversava da una parte all’altra. Ognuno faceva le
proprie considerazioni: chi commentava, chi estasiato
ammirava muto, chi si esprimeva a monosillabi per
confermare quanto veniva espresso da altri.
-E Livio quando rientra?- chiese Nerina a Luciana.
-È quasi orario. Non dovrebbe tardare.-
Infatti dopo pochi minuti il suono di un clacson
avvertiva che Livio era arrivato. A muoversi per
prima per andargli incontro fu Luciana, la madre,
subito dietro di lei Salvo, il padre, Nerina e Sergio.
Quando con passo più lento giunsero Tony e la
ragazza dove si erano fermati gli altri trovarono un
pulmino della Croce Rossa con gli sportelli posteriori
già aperti. Gisella guardò Tony come per chiedergli il
perché della presenza di quel pulmino sotto il noce
della casa degli amici dei loro amici. Naturalmente
egli ne sapeva quanto lei e fecero qualche passo
ulteriore per guardare nel pulmino, sul retro del quale
già l’autista, premendo dei tasti su un telecomando,
faceva venire a sé su un binario una sedia su una
piattaforma. Sulla sedia un giovane di circa vent’anni,
con la testa piegata da un lato, come se volesse spiare
davanti a sé. Poi coadiuvato da una Crocerossina, con
semplici manovre, l’autista fece adagiare la
piattaforma con la sedia sul selciato e trasbordarono
Livio, che non aveva autonomia di movimenti in
nessuna parte del corpo, su una sedia a rotelle a lui
assegnata in dotazione. Fu allora che Luciana si lanciò
verso il figlio e lo abbracciò con forte delicatezza. Se
lo baciò sul viso e sul collo stringendolo al petto.
Livio allargò le labbra e la bocca in un largo sorriso.
Sorrideva anche Luciana. Si sforzarono di sorridere
tutti. Tony e Gisella erano mille miglia lontani. Si
chiedevano di quali colpe si erano macchiati quei due
genitori per subire una tale punizione, ma
particolarmente quale colpa poteva essere attribuita a
quel giovane se fin dall’infanzia era in quello stato.
Tony guardò la compagna assumendo un contegno il
più naturale possibile ed anche lei, scuotendo un po’ il
capo, si ricompose. Solo allora si rese conto che
Sergio e Nerina stavano osservando lui e Gisella.
Si incamminarono verso casa. Qualcosa era stata
modificata per rendere più agevoli i movimenti con la
sedia di Livio, il quale restò attaccato alla madre per
tutto il tempo in cui si intrattennero in loro
compagnia. Quel figlio, confidò poi Nerina a Gisella e
a Tony, voleva soltanto la presenza della madre
accanto a lui e quando Luciana, per motivi vari,
doveva allontanarsi da lui bisognava usare mille
sotterfugi per non farlo irritare e soffrire più di quanto
era costretto dalla propria condizione. Tollerava
talvolta quella di suo fratello, Mimmo, un bel
giovanotto di diciassette anni, sanissimo, dipinto col
pennello, diceva Nerina, il quale spesso, per fare
compagnia a Livio, rinunciava al divertimento del
sabato sera insieme con gli amici, i quali però,
conoscendone la situazione familiare, talvolta
decidevano di trascorrere la serata in casa di lui e tutti
insieme riuscivano a far partecipare, in qualche modo,
Livio ai loro giochi e ai loro intrattenimenti. Erano
quelle le serate che Luciana, meno gravata dalla
necessità di badare costantemente a Livio, si dedicava
a preparare qualche focaccia o qualche tortina per i
giovani amici dei suoi figli.
Sergio, Nerina, Gisella e Tony erano già in piedi per
andare via quando sopraggiunse Mimmo. Era stata
fedele e sintetica Nerina nel definirlo “dipinto col
pennello”. Alto, biondo, occhi verdi, bel portamento,
brioso ma nello stesso tempo ponderato nelle parole e
nei gesti. Aveva ricevuto dalla natura, oltre a quanto
sarebbe stato di propria spettanza, anche quanto era
venuto a mancare a Livio, tanto che talvolta, in
passato, aveva avuto dei sensi di colpa e si era sentito
quasi defraudatore nei confronti del fratello, ma ormai
aveva superato quella fase di vita e viveva come
vivono i giovani della sua età. Fu presentato agli
ospiti e, per poterli accompagnare fino al fuoristrada
di Sergio, Luciana affidò subito a lui il fratello, il
quale, vedendolo avvicinarsi, aprì la bocca in una
larga risata per dimostrargli la sua felicità. Mimmo gli
sorrise e l’abbracciò sfiorandogli la fronte con le
labbra, mentre Salvo con uno sguardo, non si capiva
se di soddisfazione o di rammarico, o forse misto dei
due sentimenti, abbracciava quelle due sue creature.
Tutti salutarono Livio e Mimmo e si avviarono verso
il fuoristrada. Ci fu qualche ulteriore preambolo prima
dei saluti. Sergio e Nerina presero posto sul
fuoristrada. Gisella era montata sul sedile posteriore.
Tony, dall’altro lato, stava per salire anche lui per
prendere posto al fianco di Gisella. Alle sue spalle
Luciana e Salvo. Sentì la necessità di dire qualcosa a
quella madre. Si voltò e disse d’un fiato: -Signora,
glielo ha detto già qualcuno che lei è veramente una
mamma coraggio?- Luciana lo guardò quasi con
tenerezza, ripensando al suo Livio.
-Sono una mamma….- rispose.
Gli sorrise mestamente e con quel sorriso negli occhi,
gonfi di commozione, Tony si girò verso l’auto, salì e,
fissando il vuoto, non riuscì per un po’ a vedere nulla
e nessuno.


Nanà
Gisella era rimasta turbata dallo stato in cui aveva
visto Livio, ma il suo turbamento si accrebbe nel
notare che anche Tony era stato fortemente scosso
dalla situazione personale e familiare del ragazzo e, se
non aveva udito perfettamente le ultime parole rivolte
da lui alla madre del giovane ne aveva però colto il
senso percependo anche i sentimenti che lo avevano
sconvolto.
Un pomeriggio, dopo il rientro a Lecce, essendo libera
da impegni, sia di lavoro che familiari, dopo averle
telefonato per sapere se anche Giulia era libera da
incombenze, andò a trovarla, per un caffè e per
scambiare quattro chiacchiere. Tra i vari argomenti
Gisella accennò al caso di Livio e alla situazione della
sua famiglia. Giulia partecipò con interesse al
racconto che la futura cognata le andava sciorinando.
Poi si parlò di argomenti vari, di facezie, di cronaca
nera, di cronaca rosa e di servizi che non
funzionavano a causa della incapacità della nuova
amministrazione comunale della città.
-Ora ti racconto io qualcosa che ci è capitata l’estate
scorsa….- disse ad un tratto Giulia.
-Racconta. Di che si tratta?- fece Gisella.
-Sentirai. Cose da terzo mondo… A me e a Francesco
fu raccontata dallo chef dell’albergo-ristorante in cui
avevamo deciso di trascorrere due settimane nella
prima metà di agosto. Eravamo, come sai, in Sicilia,
nella parte occidentale dell’isola. Il quinto giorno dal
nostro soggiorno, mentre ero sotto la doccia, con tutta
la schiuma di sapone addosso, viene a mancare
l’acqua. Ad alta voce chiedo a Francesco cosa fosse
successo.
-Non lo so…- mi rispose da dietro la porta. Telefonò
al centralino della struttura e gli dissero che c’era stato
un inconveniente improvviso, che purtroppo era finita
l’acqua nella cisterna e che si sarebbe provveduto
subito, ma che sarebbe trascorsa almeno un’oretta….
Francesco era a conoscenza dei problemi idrici
dell’isola, io purtroppo no. E malgrado le mie
rimostranze con mio marito non ci fu possibilità di
soluzione. Naturalmente dopo essermi sciacquata alla
meno peggio con dell’acqua che era in un bidone di
plastica, e della presenza del quale ancora non mi ero
data una giustificazione, ci recammo nella sala
ristorante per la colazione. Nel locale era presente
solo un’altra coppia di sposini, seduti ad un tavolo
distante dal nostro, che andarono via quasi subito. Ci
fu portato quanto avevamo ordinato e alla persona
che, dopo averci serviti, ci augurava “buona
colazione” chiedemmo il perché della interruzione del
servizio dell’acqua nella camera. Si qualificò per uno
degli chef del ristorante, non siciliano, tenne a
puntualizzare, e per meglio informarci chiese il
permesso di sedere al nostro tavolo, se la cosa non ci
arrecava disturbo. Sia io che Francesco fummo ben
lieti di averlo con noi, curiosi di conoscere qualcosa
che ancora non conoscevamo.
-Mi esprimerò con nomi di persone e di luoghi
fittizi…- fu il preambolo.
-Faccia pure. Per noi non ci sono problemi…-
intervenne mio marito.
-C’era una volta, ma c’è ancora,- iniziò lo chef -in
questo paese il grande problema della penuria di
acqua e della sua erogazione alla popolazione.
Dopo la festa della Patrona del paese, che
regolarmente avviene il giorno ventuno giugno di ogni
anno, la maggior parte dei cittadini se ne scende al
mare. Si dice che se ne scende al mare perché il paese
è situato in collina, a 258 metri di altezza sul livello
del mare. E poiché la maggior parte dei cittadini
possiede una seconda casa di abitazione per il periodo
estivo nelle campagne che degradano verso il mare o
nei pressi del mare, tutti dicono che scendono a mare.
Così come si dice che nel mese di maggio fanno la
discesa al santuario dove la Madonna dei Miracoli
viene venerata in modo particolare in quel mese da
tutta la popolazione, ferventemente cattolica cristiana,
anche se poco praticante, riducendosi talvolta a recarsi
a messa solo nei giorni di Pasqua e di Natale, come
peraltro avviene dappertutto. Ma sono quasi tutti
cristiani, salvo qualche eccezione, che, per
egocentrismo o per convinzione, dice di non credere
né in Dio né nella Madonna. E in tal modo pensa di
passare per progressista o come persona di grande
ingegno.-
Ci rendemmo conto che il narratore aveva divagato,
ma si riprese subito. Forse aveva voluto notiziarci
anche su avvenimenti marginali, per maggiore
completezza. E riprese:
-Il ventidue del mese di giugno quindi scendono a
mare anche quelli che di fatto vanno ad abitare per il
periodo estivo poco al di qua delle ultime case del
paese.
Da quel giorno, quasi ad orologeria, scatta il problema
dell’emergenza acqua. Abbia piovuto in abbondanza
durante l’inverno o ci sia stata reale carenza di pioggia
durante l’anno il problema acqua persiste
puntualmente ogni anno e in questo periodo
particolarmente. Le sorgenti, per eventi che nessuno
riesce a comprendere, diminuiscono la loro portata,
oppure un guasto al meccanismo di distribuzione non
permette il normale flusso verso le abitazioni private e
nemmeno verso gli edifici pubblici. Le due autobotti
in dotazione al Comune per la distribuzione di acqua
potabile, a turno, ma spesso contemporaneamente,
risultano inutilizzabili per un guasto fortuito o per
l’impossibilità di reperire un pezzo di ricambio.
Insomma una vera iettatura per il paese e per i suoi
cittadini. Ma anche per coloro che in qualità di turisti
vogliono trascorrere un periodo in questo territorio,
come purtroppo è capitato a voi.
Per correttezza e per completezza bisogna però dire,
ed affermare con risolutezza, che alcuni cittadini,
pochissimi in verità, godono dell’immunità per questo
problema, anzi sono ben lieti di tale situazione, anzi la
fomentano e la favoriscono e ne traggono un enorme
vantaggio. E poiché chi non ha vissuto in questi
luoghi, neppure per un brevissimo periodo, non ha
possibilità di comprendere il perché e il percome di
tale situazione emergenziale, ritmata come il lento
cadere della goccia d’acqua da un rubinetto ben
chiuso, ma mal funzionante, ci si sobbarca a dare, per
quanto possibile e lavorando di ragionevole fantasia,
qualche spiegazione o a formulare qualche ipotesi.
Era in passato, ed è ancora oggi, voce comune tra i
cittadini che tale situazione, che ormai si perpetua da
decenni, era ed è pilotata da qualcuno. Inizialmente
non si facevano nomi, non si indicavano uffici, non si
ipotizzavano procedure poco corrette, ma col ripetersi
delle emergenze negli anni si è cominciato ad avere il
coraggio di esprimere dei dubbi, a fare delle
congetture e anche delle affermazioni.
Dapprima ci si chiedeva perché mai, pur essendoci
stata pioggia abbondante durante l’anno, l’acqua non
venisse erogata regolarmente. Poi ci si chiese perché
non giungesse acqua ai rubinetti delle abitazioni
almeno per due giorni la settimana. Poi ci si
meravigliò quando l’acqua veniva erogata e in modo
limitato a due o tre ore ogni dieci giorni. Infine si
giunse ad avere disponibilità di acqua, il cui flusso
veniva regolato a bassa pressione, ogni due settimane
approssimativamente. Ogni famiglia naturalmente nel
tempo è ricorsa ai ripari e quasi tutti hanno una
cisterna per l’acqua, in genere scavata sotto il
pavimento del garage, se non si ha un giardino.
Per quanto risultava, e ancora risulta, a coloro che
pagavano il canone annuale per avere diritto all’acqua
corrente presso le proprie abitazioni, nessuno si era
mai lamentato ufficialmente presso le autorità. Le
autorità costituite, pur conoscendo tale problema e pur
soggiacendo allo stesso problema, non avevano mai
presa l’iniziativa di avviare un’indagine conoscitiva.
Alcuni cittadini avrebbero voluto inviare degli esposti,
ma, avendo delle remore e delle preoccupazioni per
eventuali ritorsioni da parte di probabili responsabili,
se ne erano astenuti; non solo, ma anche perché le
autorità spesso non davano corso ad alcuna indagine,
sia perché il problema veniva presentato nei modi non
dovuti, sia perché veniva presentato da persone che
non firmavano gli esposti inviati in forma anonima o
che non riuscivano ad esprimere in modo preciso
l’oggetto della loro lamentela, sia perché l’autorità era
oberata di tanto lavoro arretrato che non riusciva a
dare corso a quanto dovuto.
Tuttavia col passaparola e grazie ad alcune
indiscrezioni la popolazione incominciò a ipotizzare e
poi ad avere la conferma della non trasparenza di
quelle emergenze.
Bisogna premettere che in precedenza, alcuni decenni
addietro, alcuni cittadini, pochi in verità, avendo
avuto conferma che nel sottosuolo di qualche terreno
di loro proprietà scorreva una cospicua vena di acqua
sorgiva, avevano fatto scavare abusivamente dei
pozzi. Avevano trovato acqua abbondante. Qualcuno
si organizzò comprando delle autobotti e distribuendo,
su richiesta e a pagamento per il servizio, l’acqua che
era proprietà di tutti, perché demaniale. Altri si
limitarono a possedere i pozzi e a vendere l’acqua a
chi la richiedeva. Insomma il paese, le strade di
campagna, le strade vicine al mare erano percorse
continuamente da autobotti che fornivano acqua a
tutti, particolarmente nel periodo estivo, ma anche in
quello invernale. In tal modo davano lavoro anche ai
conducenti delle autobotti, che benché non fossero
molti, e mal pagati, erano sempre delle persone che
avevano impellente necessità di portare un pezzo di
pane a casa.
Il lavoro c’era. La ricchezza si accumulava. I
condomini di proprietà sorgevano. Gli appartamenti si
vendevano o si affittavano. Insomma l’acqua di tutti e
per tutti produceva la ricchezza di pochi.
Intanto un dirigente addetto all’amministrazione
dell’acqua distribuita dal Comune, mentre in
precedenza aveva sempre dato disposizione che
l’acqua venisse erogata in modo equo, ma
parsimonioso, per le civili abitazioni, ma anche per
soddisfare l’irrigazione di aranceti, di vigneti e di
uliveti, notando il frenetico movimento delle
autobotti, senza che alcuno si curasse ormai della sua
esistenza in vita, per ripicca, dispose che l’acqua
venisse erogata in quantità abbondante per tutte le
civili abitazioni e per aranceti, vigneti e uliveti, senza
curarsi se col tempo anche le riserve sarebbero venute
meno. I venditori di acqua privati accusarono il colpo,
come si suol dire.
Finalmente i cittadini del paese e quelli che
trascorrevano il periodo estivo nelle campagne o nelle
vicinanze del mare, tirarono un sospiro di sollievo e
gridarono al miracolo. Ma il giubilo durò poco. Solo
qualche mese durante un’estate.
Il servizio delle autobotti private era divenuto
smisuratamente contenuto. I proprietari dei pozzi e
delle autobotti, nonché i conducenti delle autobotti,
che si trovarono licenziati nel giro di poco tempo,
accennarono ad un larvato moto di ribellione. Ma
nessuno aveva il coraggio di far valere palesemente il
proprio tornaconto.
Trascorsa però l’estate chi aveva provveduto al
miracolo precedentemente diede disposizione che
alcune chiuse dell’acqua restassero chiuse.
Gli aranceti, i vigneti e gli uliveti furono nuovamente
destinati ad un periodo infinito di siccità, le autobotti
comunali non furono più utilizzabili per mancanza di
personale addetto o destinato ad altre mansioni o per
mancanza di pezzi di ricambio o perché non erano
stati stanziati fondi per il carburante necessario per
farli utilizzare. Le autobotti private ripresero a
circolare come prima, più di prima e meglio di prima.
Insomma chi si era lamentato, nel periodo transitorio
dell’abbondanza per tutti, ora era di nuovo finalmente
soddisfatto. Chi aveva creduto al miracolo dell’acqua
erogata abbondantemente e quasi con cadenza
quotidiana ora guardava perplesso i rubinetti di casa,
che, malgrado ogni insistenza, sembrava che non
funzionassero più e restavano muti. Le comari vicine
di casa esprimevano tra di loro il disappunto. I
capifamiglia si lamentavano del costo esoso di
un’autobotte d’acqua e della mancanza di acqua
pubblica, malgrado le pretese del pagamento puntuale
delle bollette che inviava l’ente che doveva
provvedere all’approvvigionamento dell’acqua. E
comunque, dicevano, l’acqua delle autobotti non era
certificata che fosse potabile. La conseguenza era che
per bere e per cuocere bisognava comprare l’acqua
nelle bottiglie di plastica vendute al supermercato.
Venivano servite per mezzo di autobotti, con acqua
esclusivamente potabile, soltanto le caserme delle
forze armate del paese e qualche altro ufficio
pubblico, e qualcuno cominciò a chiedersi il perché,
quando questa notizia trapelò.
Ma avvenne un fatto inconsueto che rivoluzionò
l’andazzo della distribuzione dell’acqua.
-Ma sembra incredibile e impossibile una cosa del
genere- interruppe Gisella.
-Non aggiungo e non tolgo nulla di quello che ci
venne raccontato…- rispose Giulia.
-Ok. Prosegui…- aggiunse la cognata.
-E lo chef, constatato che eravamo rimasti solo io e
Francesco, proseguì:
-L’estate successiva, durante una calda serata
organizzata per intrattenere la gente su uno spiazzo
antistante la spiaggia del mare, dopo le varie
esibizioni di comici e di cantanti, fu invitato sul palco
un certo Leo, diminutivo di Leonardo, che tutti in
paese conoscevano col nome di Nanà.
Nanà era un poveraccio sui quarantacinque anni,
benvoluto da tutti perché innocuo, servizievole e
soggetto ad ogni scherzo o sevizia gli si facesse. Era
considerato lo scemo del paese. Non si era mai
lamentato della sua condizione, anzi quasi sempre
aveva un sorriso o una forzata risata quando qualcuno
diceva una battuta per prenderlo in giro. Egli stesso
talvolta si proponeva per dare la sua parte di
spettacolo a buon mercato.
Preso sulle braccia da due ragazzotti sui vent’anni,
nerboruti ed agili, si trovò posizionato sul palco
davanti ai microfoni. Invitato a cantare dapprima
propose la canzone “Vitti ‘na crozza…”, alla fine
della quale seguì uno scroscio di applausi, poi cantò
“Sciuri-sciuri….”. Non gliela fecero finire di cantare,
anche se a modo suo e con parole sgangherate o
inopportunamente adattate, per il clamore suscitato da
tutte le parti con grida di approvazione, fischi ed
applausi. Quando tutti fecero silenzio ed un brusìo
serpeggiava tra la folla, una voce, alta e distinta gridò:
-Nanà raccontaci quella dell’acqua!....
Allora Nanà, afferrato il microfono tra le mani e
portandoselo alla bocca, con solennità annunciò: -fate
silenzio… Vi racconto un fatto che nessuno conosce.
Lo conosco solamente io. Un giorno ero al Municipio
nella stanza del ragioniere Cipolla, seduto davanti al
tavolo… Arriva Geremia il macellaio, saluta e dice: -
ragioniere Cipolla chiudete l’acqua. L’amici hannu
ccampari… e vui puru… se mòrenu l’amici murèmu
tutti quanti… l’acqua serve a cu l’ave, a cu la porta, a
le campagne…. M’aviti caputu?… Pe vossìa ci pensu
iò…. Baciamu le mani… e s’accumensa rumani….
E se ne andò.
Io guardavo il ragioniere Cipolla,- continuò Nanà -
che non disse una sola parola, mentre Geremia il
macellaio se ne andava. Poi il ragioniere Cipolla,
stringendosi la testa tra le mani, disse: -… e sia fatta
la volontà di Dio-.
Poi una persona mi disse che era molto importante
quello che avevo sentito e mi suggerì di andare a dirlo
alla Polizia. Io lo dissi alla Polizia, ma non mi hanno
creduto, anzi mi dissero che potevo essere denunciato
per calunnia per quello che andavo dicendo. E io mi
sono fatti i fatti miei, come mi ha suggerito pure mia
madre. Il giorno dopo mi ricordo che acqua non ce ne
fu più e le autobotti private correvano di nuovo da una
parte all’altra del paese, delle campagne e di mare. E
corrono ancora.-
La folla dapprima ammutolì, seguendo il racconto,
non proprio strampalato, che aveva sostenuto Nanà,
poi cominciò a vociare, poi si udirono insulti e
minacce espresse nei confronti di anonimi, poi si disse
che il Cipolla doveva essere messo sulla graticola per
farlo arrostire, come San Lorenzo… Nessuno fece un
minimo accenno a Geremia il macellaio.
Nessuno se l’aspettava. Nanà, senza alcuna intenzione
e senza averne coscienza, aveva compiuto il nuovo
miracolo. L’indomani ci fu acqua per tutti i rubinetti,
autobotti private circolarono poco, quelle pubbliche
furono sequestrate in attesa di essere periziate, il
geometra Cipolla fu trattenuto a lungo presso la
Caserma dei Carabinieri, il macellaio Geremia fu
arrestato, e Nanà comparve su tutti i giornali della
Sicilia, osannato come uomo coraggioso, sprezzante
di ogni pericolo, disposto a combattere per ogni
giusta causa…..
Ma passata la tempesta… si torna a fare festa. Però,
ad onore del vero, bisogna dire che con le autobotti
private la presenza dell’acqua è sempre garantita,
salvo imprevisti, come questa mattina- aveva concluso
lo chef, non siciliano, ma che in Sicilia si trovava
bene ormai da molti anni e dove aveva messo su
famiglia.
Giulia e Gisella si meravigliarono del tempo che era
trascorso raccontandosi gli avvenimenti a cui avevano
assistito o partecipato durante i loro viaggi. Avendo
già sorseggiato un caffè entrambe si levarono in piedi
e con un abbraccio si accomiatarono.
Alcamo, G.M., 01.09.2016 ore 15,20


Retata
Le cinque del mattino. L’aria fuori era tersa ma
gelida. Per le strade solo qualche sparuta autovettura
che si recava sul posto di lavoro.
Era ancora buio quando Giulia udì squillare il
campanello del citofono. Con dei leggeri colpi di
gomito svegliò il marito.
-Che c’è?- chiese Francesco, assonnato.
-Bussano… e insistono… sono già tre volte che
suonano nel giro di un minuto!
Senza parlare Francesco si girò sull’altro lato e con
calma, ma infastidito, prese la cornetta da sopra il
comodino e rispose al citofono.
-Chi è?- chiese.
-Aprite. Carabinieri.
-Un attimo. Indosso qualcosa e scendo.
-Apra, dobbiamo salire.
L’uomo schiacciò il pulsante, la porta di ingresso al
pianterreno si aprì e per le scale si udirono dei passi
affrettati. Squillò il campanello all’interno
dell’appartamento e dopo qualche attimo Francesco
aprì la porta e comparve con indosso i pantaloni e una
camicia ancora sbottonata, della quale non riusciva a
trovare le asole in cui fare passare i bottoni in modo
ordinato.
-Voi siete Francesco Ragona, vero?- gli chiesero per
pura formalità e a bruciapelo.
-Si, certo. Lo sapete già; mi conoscete tutti.
-Vi dichiaro in stato di fermo. Dovete venire con noi.
-Perché? Per quale motivo?- chiese l’uomo tra
l’irritato e il cortese. Si rese però conto che le
circostanze suggerivano somma prudenza, somma
pazienza e somma cautela.
-Vi sarà detto in caserma- aggiunse quello che aveva
parlato e che sembrava il più graduato dei tre.
-Fatemi finire di vestirmi, dire qualcosa a mia moglie,
ditemi se devo portare qualcosa con me….
-Vestitevi, lavatevi la faccia, se volete, e venite con
noi. Poi si vedrà per il resto… Probabilmente c’è un
errore, qualche omonimia… e potrete tornare subito e
tranquillamente a casa.
L’uomo si voltò per recarsi dalla moglie, che credeva
ancora a letto, ma se la trovò tra le braccia,
ammutolita e che accennava a qualche singhiozzo.
La rassicurò: -non preoccuparti, io sono tranquillo,
non ho fatto nulla di male. Non ho idea del motivo di
questa sorpresa stamattina. Si chiarirà tutto. Telefona
a mio fratello e gli dici che i lavori devono procedere
come programmati…
In caserma fu fatto accomodare nella sala d’aspetto e
gli dissero di attendere. Su una poltroncina poco
lontana notò seduto un uomo che conosceva di vista.
Salutò e si chiuse in un nervoso mutismo. Anche il
conoscente, dall’atteggiamento che aveva, non
sembrava avere voglia di scambiare chiacchiere. Dopo
pochi minuti giunse un altro uomo sui sessant’anni e
subito dopo un altro sui cinquanta. Salutarono, ma
anche loro non avevano voglia di conversare, pur
essendo conoscenti di lunga data tra di loro e con gli
altri. Tra l’altro tutti erano convinti che erano
circondati da microspie e quindi si astenevano di
scambiarsi domande od osservazioni.
Francesco intanto incominciò a chiedersi quali
rapporti c’erano stati tra lui e quegli uomini, ma non
riuscì a trovarne.
Finalmente dopo circa un’ora e mezza di attesa fu
chiamato il primo dei quattro, che alzatosi, con
ostentata calma, si diresse verso una stanza del lungo
corridoio che gli era stata indicata dal piantone. Tutti
tesero le orecchie per riuscire ad intercettare qualche
parola, ma non si udì nulla.
Nel frattempo una donna si era giunta al gruppo dei
tre che erano rimasti nella sala di attesa. Salutò
garbatamente e garbatamente le fu augurato il
buongiorno.
-Se partono così…- e nello stesso tempo la donna fece
un cenno elicoidale con la mano in senso verticale
nell’aria, come ad aggiungere come sottinteso: -siamo
a posto…..
Il terzo ad essere chiamato nella stanza, ormai
divenuta odiosa per Francesco, e sicuramente anche
per gli altri, fu proprio Francesco, il quale non vedeva
l’ora di dare le sue spiegazioni alle eventuali domande
che gli sarebbero state poste per potere andare via e
controllare il lavoro dei suoi operai, che certamente
erano in attesa del suo arrivo.
Una cosa aveva però notato: nessuna delle persone
che lo avevano preceduto era venuta fuori dalla porta
per cui era entrata. Probabilmente dovevano essere
andate via per una porta secondaria, oppure…
venivano ancora interrogate o erano state condotte da
qualche parte per un’uscita secondaria. Ma non gli
veniva neppure da supporre una tale conclusione in
quanto tutte erano state tranquille nella sala di attesa.
D’altronde se dovevano arrestarle le avrebbero
condotte direttamente in prigione e successivamente
sarebbero state interrogate dal Pubblico Ministero,
come aveva sentito dire da qualcuno.
Entrando, con tutta la giovialità e la serenità che
riusciva a fare emergere dai suoi atteggiamenti, salutò
e restò in piedi, in attesa che gli si dicesse cosa fare.
-Si segga…- gli disse affabilmente il graduato
dall’altro lato della scrivania, tendendogli la mano in
segno di bonaria accoglienza. Francesco gliela strinse
e si accomodò più tranquillizzato, ma sospettoso.
-Lei si chiama?...
-Francesco…
-Francesco come?
-Francesco Ragona. Nato il 13.12.1955
-A….
-Cutrofiano… provincia di Lecce – aggiunse subito
Francesco, in previsione della domanda successiva.
-Residente a…
-Lecce… via Leuca n. 221
-Ok. Bravo. Vedo che ha fretta. Purtroppo però, glielo
dico subito, un po’ di tempo lo impiegheremo per
redigere il verbale…
-Va bene. Non fa nulla. Purtroppo ogni cosa vuole il
suo tempo…- aggiunse affabilmente Francesco.
-Bene! Mi dica… lei conosce il ragioniere Cipolla…
-Sì.
-Mi parli dei suoi rapporti, intendo dei suoi rapporti,
signor Ragona, con il ragioniere Cipolla.
-I miei rapporti… cosa vuole che le dica?… sono
come quelli di tutti i cittadini con un impiegato del
comune…
-Sì, ma lei ha dei rapporti particolari… mi parli di
questi….
-Non saprei che dire… quando il Comune ha bisogno
di un servizio urgente, avendo io l’appalto per alcuni
lavori, mi reco dal ragioniere Cipolla per prendere
l’ordine scritto per ritirare il materiale necessario ed
eseguo con i miei operai.
-Io lo so, ma glielo devo chiedere in modo ufficiale,
lei che lavoro svolge?
Francesco si andava rendendo conto che, man mano
che le domande si accavallavano, la distanza tra lui e
il maresciallo Caini, di cui aveva letto nome e
cognome su un soprammobile davanti a lui,
accresceva a dismisura, malgrado entrambi cercassero
di dissimularlo.
-Sono impresario, ho un paio di cantieri, uno con
quindici operai e l’altro con nove.
-E provvede lei personalmente per ritirare il materiale
per conto del comune?
-Certe volte sì, certe volte qualche mio dipendente.
-Mi spieghi come funziona questo servizio.
-Il Comune, quando ha bisogno, chiede il nostro
intervento. Io mi reco dal ragioniere Cipolla, ritiro il
buono per il materiale e provvedo a fare eseguire il
lavoro. A conclusione dei lavori mi reco nuovamente
dal ragioniere Cipolla con l’elenco delle giornate di
lavoro impiegate dagli operai, che mi vengono
liquidate con mandato da riscuotere in banca.
-Il materiale provvede lei a pagarlo?
-No. Provvede direttamente il Comune, credo con le
stesse modalità, ma non ne sono certo.
-E al ragioniere Cipolla quanto è costretto a lasciare in
contanti?
Il Ragona incassò il colpo. Si irrigidì e finalmente
capì il motivo che lo aveva condotto in quella stanza e
davanti a quel maresciallo Caini, che dal cognome
faceva pensare ad una lontana discendenza da quel
famoso Caino, assassino del fratello.
-Il ragioniere Cipolla non mi ha mai costretto né mi ha
mai chiesto nulla e non gli ho mai dato nulla.
-Signor Ragona, è sicuro sicuro che non gli ha dato
mai un centesimo? Se io le faccio queste domande è
perché già sappiamo, e lei si sta incasinando per nulla.
-Sono io, di mia spontanea volontà, che qualche volta
ho voluto offrirgli un caffè, così come tra amici.
-Un caffè del 10% sulle somme da lei incassate….
-Di mia spontanea volontà un caffè, ripeto, e nessuna
percentuale…
-Signor Ragona, cca nisciunu è fesso, si dice a Napoli,
ma vale per il mondo intero…
-Nessuno mi ha mai obbligato e di questo 10% non ne
so parlare…
-Nessuno l’ha obbligato, ma è cosa risaputa che se
non si lascia l’obolo del 10% la sorgente acqua non ne
dà… mi dica se dobbiamo continuare o se dobbiamo
fermarci qui…
-Possiamo continuare…
-Allora, mi dica, quanti siete in tutta la città che avete
appalti per lavori pubblici?
-Tre ditte.
-I nomi.
-Ragona… Melina… e Ferretti.
-Anche loro hanno dipendenti?
-Sì
-Quanti?
-Non saprei. Credo una quindicina ciascuno…
-Lei quanti ne ha?
-Io ho due ditte: una con quindici e una con nove
operai.
-Sono tutti messi in regola?
-Sì. Due, siccome sono saltuari, certe volte sì, certe
volte no.
-Ok. Lei capisce, signor Ragona, che la sua situazione
non è proprio rose e fiori. Nella situazione attuale si
configurano già i reati di associazione a delinquere,
forse anche di tipo mafioso, di corruzione, di
concussione e quant’altro…. Senza tener conto di quel
brutto affare del cadavere rinvenuto dietro la porta di
casa sua… che ci risulta fosse di persona di sua
conoscenza e con la quale lei intratteneva…buoni
rapporti…
Mentre il maresciallo Caini andava enumerando tutti
gli eventuali capi di imputazione a suo carico
Francesco Ragona, malgrado cercasse in tutti i modi
di controllarsi, si sentiva mancare il pavimento sotto i
piedi, la vista gli si annebbiava e non ascoltava più il
maresciallo. Fino a quando questi lo richiamò alla
realtà.
-Signor Ragona, mi ascolta?
-Sì, sì…
-Ebbene! Lei è in un casino, ma solo alla morte non
c’è rimedio. Le voglio dare una chance, ma
naturalmente io non le sto chiedendo nulla né le sto
proponendo nulla, salvo se lei, spontaneamente si
vuole proporre… lei sa che qualche volta noi siamo
favoriti nella nostra attività da qualcuno che per sua
scelta, e avendo innato il senso civico, viene a riferirci
di persone o fatti accaduti in sua presenza o a lui
riferiti da altri, che possono darci una mano nel fare
trionfare la giustizia in questo mondo corrotto e
degenerato….
Francesco lo guardava perplesso e non gli sembrava
vero che quel maresciallo potesse parlare così. Si
sentiva tirato fuori da un abisso nel quale ancora non
si era reso conto di come c’era andato a finire. In un
attimo ricordò di essere stato dichiarato in stato di
fermo, di avere avuto appena il tempo di salutare sua
moglie, di avere rifiutato l’assistenza di un legale per
l’interrogatorio, non avendo nulla da temere, di avere
due cantieri che senza la sua guida sarebbero svaniti
nel nulla… e che forse era il momento di lasciarsi
tirare fuori da quell’abisso.
-Maresciallo, lei capisce- cominciò a dire senza
rendersi conto delle parole che pronunciava, che erano
esattamente l’opposto di quanto gli era passato per la
mente, e del loro significato -lei capisce che tutto ciò
che ho è esposto ai quattro venti… ho rispettato tutti e
sono stato sempre rispettato da tutti… e non voglio
neppure immaginare cosa succederebbe se io….
-Ragona, calmati, cosa vai farneticando?... di che
parli?- lo interruppe il Caini con voce alterata. Poi,
con fare quasi rabbioso, chiamò:
-De Lisi, il verbale…
Alle spalle del Ragona comparve un giovanotto alto e
robusto, che per tutto il tempo era stato dietro un
computer, e del quale Francesco ricordò di averlo
appena intravisto quando era entrato nella stanza.
Rapidamente il Caini diede uno sguardo al contenuto.
Ancor più rapidamente lo lesse ad alta voce e lo
sottopose a Francesco per la firma, il quale, sperando
che quella gogna fosse finalmente finita si affrettò a
firmare la triplice copia che gli veniva con cortese
energia sottoposta. Le tre copie furono firmate anche
dal maresciallo e dal suo assistente, il De Lisi.
-De Lisi, accompagna il signore…
L’appuntato De Lisi guardò il maresciallo in modo
interrogativo, non essendo certo sul da farsi…
-Accompagna il signore… a disposizione del PM…
Fu così che Francesco Ragona si trovò chiuso in
camera di sicurezza in attesa degli eventi.


L’attesa
Malgrado le rassicurazioni dell’avvocato Bonì gli
eventi precipitarono.
Francesco, benché fosse certo della propria innocenza,
si era visto costretto a farsi assistere da un legale. Era
stato necessario nominare uno di sua fiducia altrimenti
gli sarebbe stato nominato uno d’ufficio, sempre a sue
spese.
L’avvocato già al primo colloquio avuto con lui lo
aveva rassicurato che nel giro di quindici giorni, un
mese al massimo, lo avrebbe tirato fuori dal carcere.
La moglie era andata a trovarlo due volte e l’unica
cosa che era nelle sue capacità era piangere e
lamentarsi della vita che si stava dimostrando crudele
nei loro confronti, tanto che il marito doveva
dimostrarsi forte dinanzi a lei ed esserle di supporto
per non farla cadere in depressione.
Anche Tony era andato a trovarlo una volta. Gli aveva
portato notizie dei cantieri e il tutto sembrava
viaggiare, anche se non a gonfie vele. Tuttavia
Francesco gli aveva dato delle direttive di come
muoversi, di come provvedere agli incassi e ai
pagamenti. Di curare particolarmente il pagamento dei
salari agli operai.
Intanto il mese a cui aveva fatto riferimento
l’avvocato Bonì era passato e stava per trascorrere
definitivamente anche il secondo, ma speranze
all’orizzonte non se ne scorgevano.
Anzi durante l’ultimo colloquio l’avvocato aveva
accennato a qualche complicazione a causa di quel
cadavere che era stato rinvenuto davanti a casa sua.
Tony ultimamente gli aveva detto che qualche
committente dei lavori con alcune scuse aveva
rinviato i pagamenti e che, se l’andazzo fosse
continuato, ben presto neppure gli operai potevano
essere pagati.
La moglie dovette fare ricorso al sostegno economico
dei suoi, circostanza che in Francesco aveva prodotto
del fastidio, più dell’arresto. Ma così dovevano andare
le cose, si diceva, disteso sul materasso con la faccia
rivolta al muro e con gli occhi chiusi. Evitava di
guardarsi allo specchio per non avere compassione di
sé. E i giorni passavano… E i mesi pure.
Ben sette ne aveva contati.
Il sostituto Procuratore della Repubblica,
all’interrogatorio, avvenuto pochi giorni dopo il
fermo, aveva convalidato l’arresto. L’avvocato Bonì
riferiva che i ritardi erano causati da quel maledetto
omicidio di Piero, sul quale continuavano le indagini.
Una volta il Ragona gli chiese all’improvviso:
-avvocato, ma non crede anche lei che sia qualcuno
incaricato per le indagini a creare i problemi?
-Non credo… sono persone corrette… poi non si sa
mai…- disse sottovoce, stringendosi nelle spalle e
allargando le braccia.
Intanto al quinto mese di detenzione i cantieri si erano
fermati. I committenti dei lavori non avevano più
versato denaro, i fornitori non facevano più credito,
pretendendo i pagamenti anticipati o, qualche volta,
alla consegna, agli operai non si poteva garantire la
paga settimanale, essendo venuti meno gli introiti.
Anzi qualcuno tra i più facinorosi aveva minacciato
uno sciopero, ma la maggior parte non aveva accettato
questa soluzione e uno dopo l’altro avevano
annunciato di dovere rinunciare a lavorare per la ditta
Ragona perché a casa c’erano mogli e figli che
attendevano quell’unica risorsa per tirare avanti.
Così erano trascorsi i mesi. Anzi si era già ad un anno
e sei mesi, diciotto mesi tondi tondi, e del processo
neppure l’ombra. Si era sempre in attesa di giudizio,
gli dicevano i compagni durante l’ora d’aria in cortile.
E così gli confermava qualche secondino con aria di
compassione sincera.
Intanto al quattordicesimo mese, trascorso in attesa di
giudizio, gli era stato notificato un provvedimento per
la dichiarazione di fallimento. Fu allora che si rese
conto che tutto andava a rotoli. Fu l’ultimo colpo. Poi
l’apatia totale.
La moglie, su suo suggerimento, ritornò a convivere
con i genitori, benché l’immobile dove avevano
abitato fosse intestato a lei, in regime di separazione
legale dei beni, e quindi non poteva essere intaccato
dal fallimento.
Tony aveva raggiunto Gisella a Chivasso dove lei
finalmente aveva avuto la cattedra per l’insegnamento
a tempo indeterminato. Egli stesso, grazie
all’esperienza maturata presso i cantieri del fratello,
aveva trovato quasi subito l’impiego. Ma di comune
accordo giunsero alla conclusione che per il momento
non si poteva programmare il matrimonio, come era
nelle previsioni prima dell’arresto di Francesco. Non
era certamente un problema di natura economica, ma
sarebbe stato un affronto imperdonabile da parte di
Francesco e di Giulia. Quando si sarebbero calmate le
acque si sarebbe affrontato il problema, se di
problema poteva parlarsi. D’altra parte il matrimonio
o la convivenza, che da due anni già praticavano, non
comportava alcuna differenza per loro. Nulla sarebbe
cambiato. Probabilmente un po’ di scena e qualche
spesa inutile in più. L’importante, si dissero una sera
abbracciandosi dopo che si erano messi a letto, è
amarsi, amarsi fino a dare la vita uno per l’altra e
viceversa…


Giulia
Dopo l’arresto del marito Giulia aveva avuto qualche
momento di scoramento, ma col trascorrere dei giorni
e dei mesi si era ripresa. Aveva continuato a svolgere
il suo lavoro di cassiera presso una banca della città,
un paio di volte durante il mese andava a colloquio
con Francesco, ma malgrado gli incoraggiamenti di
lui, lei andava via sempre più piena di sconforto.
Capiva perfettamente che le parole del marito
miravano soltanto a non farla cadere in depressione,
ma che anche lui non si illudeva. Quella maledetta
storia, peraltro incomprensibile e senza un nesso
logico, non sarebbe finita così presto come l’avvocato
Bonì si sforzava di fare intendere, ma le sue promesse
e le sue capacità avevano create troppe illusioni e
molte disillusioni ne erano state la conseguenza.
Quella domenica mattina, verso la metà di aprile,
dopo avere assistito alla messa, si avviò verso
l’abitazione della suocera. Raramente, da quando era
successo quel che era successo, era andata a trovarla.
Quella mattina, senza alcuna premeditazione e senza
uno scopo ben preciso, si diresse verso quella casa,
che in verità non era molto vicina, ma nemmeno tanto
lontana. Una bella e salutifera passeggiata.
Trovò Maria mentre rassettava la casa che, nel vederla
comparire e sorpresa dalla visita inaspettata, si andava
scusando per il disordine che ancora era visibile
dappertutto, disordine, in verità, che consisteva nel
fatto che quattro sedie erano ancora rovesciate sul
tavolo per maggiore comodità nel pulire il pavimento,
benché Giulia la rassicurasse dicendole di non
preoccuparsi di nulla perché, d’altronde, era tutto
pulito. Mentre si scambiavano questi convenevoli
Maria aveva messo giù le sedie dal tavolo e, distesa
una copertina ricamata su di esso, tutto risultò in
perfetto ordine.
Si sedettero entrambe. Si guardarono per un attimo e
ognuna in silenzio comunicò la sua pena. Si strinsero
entrambe nelle spalle. Poi Maria allungò una mano e
delicatamente strinse la destra della nuora. Avrebbe
voluto dirle un fiume di parole, ma non disse nulla.
Giulia la guardava con vero affetto, come avrebbe
guardato sua madre in quel momento, e soffriva nel
sentirla impotente. Ad entrambe il cuore scoppiava
per mille sentimenti di odio e di amore, tutti misti,
alcuni diretti non sapevano contro chi, gli altri
nell’unica via che entrambe ormai conoscevano bene.
-Vado via- disse Giulia, tirandosi su dalla sedia con la
mano della suocera che ancora stringeva la sua.
-Aspetta, faccio un caffè…
-No, no, lasciate stare… fate conto come se lo avessi
accettato, forse in questo momento mi farebbe male…
-Come vuoi- riprese Maria. -Vieni quando vuoi, la
porta è sempre aperta e tu sarai sempre la
benvenuta… noi ti vogliamo bene.
Giulia allargò la borsetta, prese un fazzoletto di carta,
si girò di spalle e finse di soffiarsi il naso senza fare
rumore ma di fatto si stava asciugando due lacrime
che non era riuscita a trattenere. Ripose il fazzoletto
nella borsetta, la richiuse, abbracciò la suocera e si
avviò verso l’uscita di casa.
-Salutatemi Titti. E Nico quando lo sentite…
-Grazie. Forse dopo Pasqua viene per alcuni giorni…
-Salutatemeli. Titti può venire a trovarmi, quando
vuole. Per ora di tempo ne ho poco, anzi, sotto certi
aspetti… ne ho tanto…
-Quest’anno, lo sai, è molto impegnata. Ha gli esami
di maturità…
Diceva sempre così Maria. Esami di maturità. In un
certo senso aveva ragione. Ma in famiglia le
suggerivano che si doveva dire “esami per il
conseguimento del diploma” e lei ribatteva: -così
finché dico tutta la frase Titti si sarà già diplomata…-
E tutti facevano una risatina.
Giulia si era già allontanata e Maria la seguì con lo
sguardo per alcuni minuti. Aveva un bel portamento la
sua Giulia, era bella e Francesco aveva saputo
scegliere. Sarebbero venuti tempi migliori per tutti.
Per ora la strada si presentava ancora in salita, ma si
doveva pur giungere al dosso, e poi alla discesa.
Si avvicinava ai fornelli per dare inizio alla
preparazione del pranzo domenicale quando squillò il
telefono.
-Pronto… Nico, sei tu?
-Sì, mamma. Come stai? E Titti?
-Bene. Tutti bene. Tu stai bene? Dove sei?
-Io sto benissimo e sono a Livorno. La nave si ferma
qui per alcuni giorni.
-Stai attento quando siete in alto mare. Ogni giorno la
televisione dice che il mare è mosso o molto mosso un
po’ qua un po’ là….stai attento… e copriti bene, ché
sempre in mezzo all’acqua sei e l’umidità ti penetra le
ossa…
-Sì, mamma, non preoccuparti. Qua siamo tutti
giovani e l’umidità non ci fa niente. E siamo ben
coperti.
-Tu riguardati, ché col tempo si hanno le
conseguenze…
-Ok. Un bacione a te e uno a Titti. Francesco quando
esce? Cosa dice l’avvocato?
-L’avvocato ha gli alti e i bassi, pure lui, nel dare
notizie…
-Perché, non svolge come si deve il suo lavoro?
-Io non ci capisco nulla, ma certe volte sembra che
tutto è quasi risolto, certe altre dice che ancora siamo
in alto mare…
-Cambiamolo se è necessario. Quel che costa costi…
-Ti sembra che gli altri sono migliori, figlio mio?... Ti
voglio bene. Un bacione grosso grosso…
-Pure a te, mamma…
-A proposito, dimenticavo, ti saluta Giulia. È andata
via proprio poco fa.
-Ringraziala da parte mia e ricambio. Ciao, mamma, a
risentirci.
-A risentirci, Nico. Un bacione.
Madre e figlio avrebbero chiacchierato per qualche
minuto ancora, ma si mandarono un bacio sonoro per
telefono e chiusero la telefonata.
Maria era contenta. Quella domenica mattina le aveva
fatto entrare in casa una bella ventata di primavera.
Prima Giulia, poi la telefonata inaspettata di Nico, che
stava svolgendo il servizio militare nella Marina
militare, che si diceva soddisfatto di come si
svolgevano le operazioni un giorno dopo l’altro. Ciò
che maggiormente lo lusingava era il fatto che poteva
conoscere molte città d’Italia, d’Europa e spesso
anche di altri Continenti. Praticamente faceva la vita
da turista continuamente, asseriva. E senza pagare un
centesimo. Anzi lo pagavano. Per ora, certo, era poco
il denaro che gli davano, ma se si fosse arruolato in
Marina gli avrebbero dato il suo bravo stipendio. Il
diploma gli sarebbe servito, come era servito a molti
altri. E spesso tra i suoi ricordi tornava quello in cui
Francesco e Tony avevano raccomandato alla madre
di insistere affinché anche lui e Titti proseguissero gli
studi fin dove volessero e fin dove fosse stato
possibile.
Anche per lui erano trascorsi alcuni mesi da quando
aveva prestato giuramento a Taranto. In quella
circostanza nessuno dei suoi familiari aveva
presenziato alla cerimonia a causa del terremoto
avvenuto in famiglia con l’arresto di Francesco. Anzi
era stato proprio lui, Nico, rendendosi conto della
situazione, a pregare Tony di lasciar perdere, tanto
non avrebbero gioito. Tanto valeva…
Tutto ciò si sciorinava anche davanti agli occhi di
Maria come in un film. Un film che le straziava il
cuore.
Poco prima di mezzogiorno rientrò anche Titti, si
svestì, inforcò la sua tuta e preparò la tavola…
Se non fosse stato per la presenza di Titti in casa non
ci sarebbero stati né pranzi né cene tra quei muri. Per
fortuna c’era Titti…
Purtroppo da tempo, da troppo tempo, quei muri non
ricevevano la visita e il calore di Francesco, di quella
colonna portante che era stato Francesco…


Il Curatore
Quel pomeriggio di fine settembre, dopo l’ora d’aria
in cortile, Francesco fu invitato da una guardia
penitenziaria a presentarsi nella sala colloqui. C’era
una persona che aveva avuto il permesso di parlare
con lui. Non gli si diceva mai chi lo cercava. Era
sempre una sorpresa. Ma questa volta la sorpresa per
qualche minuto rimase sorpresa. Francesco non
conosceva la persona che era venuta a trovarlo.
Si sedettero, uno di fronte all’altro, al di qua e al di là
di un divisorio.
-Sono il dottore Stabile. Giuseppe Stabile.- si presentò
il visitatore.
-Ah, piacere, dottore. Mia moglie mi ha parlato di lei;
mi diceva che è una persona affidabile e corretta.
Sono nelle sue mani…
-Non potrò certamente essere io che risolverò tutti i
suoi problemi. Tuttavia ha saputo che sono stato
nominato curatore del suo, mi dispiace dirlo,
fallimento. Non saprei se aggiungere un “purtroppo” o
un “per fortuna” di come ho trovato il suo stato
imprenditoriale. Poco da prendere e poco da dare. Il
che fa pensare ad una conduzione sana e corretta della
sua azienda, che tranquillamente può essere definita
“a conduzione familiare”…
-Non è stata mai mia abitudine profittare del
prossimo. Il mio l’ho sempre preteso, ma quello degli
altri è stato sempre degli altri…
-Non avevo dubbi, signor Ragona. Vi è una sola
istanza di fallimento per tredicimila euro. Una
sciocchezza in fin dei conti.
-Lo so. È della Rakai. Purtroppo quindicimila li avevo
versati alla consegna del ferro in cantiere e questi
tredicimila dovevano essere versati dopo una diecina
di giorni da quando sono stato arrestato. Purtroppo i
lavori si sono fermati, i pagamenti pure e se qualche
somma è stata recuperata è servita per pagare gli
operai… La Rakai poteva attendere o informarsi e
sicuramente avrebbe avuto quanto le era dovuto…
Non so quanto riuscirà a recuperare. Ma, si sa, sono
del Nord e non intendono ragione… Siamo tutti nelle
mani di Dio…
-Mi ha facilitato il compito. Bene. Le ripeto: la Rakai
può insistere, lei potrebbe essere dichiarato fallito, con
tutte le conseguenze relative, ma non recupererebbe
nulla, o quasi nulla… ho fatto di tutto per allungare i
tempi in attesa che si risolvessero i suoi problemi, ma
ora la Rakai dice di non volere attendere ulteriormente
e il suo legale sta insistendo affinché si concluda la
procedura ed io mi trovo nella condizione di non
potere fare più nulla. Ho chiesto ed ottenuto di parlare
con lei perché mi faceva piacere che fosse lei a
decidere sul da farsi.
-Dottore Stabile, lei sa meglio di me cosa conviene
fare.
-Se la cosa riguardasse me certamente, ma riguarda lei
ed è sicuramente lei che sa meglio di tutti cosa
conviene fare. Le conseguenze di un fallimento la
porterebbero a non potere essere in futuro titolare di
un’impresa, a non potere avere un conto in banca
intestato a lei, e via dicendo…
-Io purtroppo sono qui e non posso fare proprio nulla.
-Se lei mi dice come muovermi, cosa che tra l’altro
non avviene mai perché generalmente il curatore fa di
testa sua e se ne frega di tutto e di tutti, per non
parlare d’altro, se lei mi dice come muovermi, le
dicevo, io sono la sua longa manus. Agirò per come la
coscienza mi detta. A me basterà ciò che mi liquiderà
il Giudice alla fine, dal punto di vista economico, per
il mio lavoro…
-Faccia loro la proposta di un terzo da incassare
subito, a saldo del loro credito, oppure il ritiro
dell’istanza subito e il pagamento totale della somma
a sei mesi dalla chiusura di questa mia maledetta
vicenda.
-Ok. Ci proviamo…
-Naturalmente lei sa come negoziare
-Spero di sì, anche se la proposta non mi pare
allettante per loro…
Si alzò, si scambiarono una stretta di mano e ognuno
rifece la strada che aveva fatto quando era arrivato.


Buone notizie
Trascorse quasi un mese dal colloquio col dottore
Stabile, curatore del fallimento.
Poco prima dell’ora di pranzo Francesco fu chiamato
nella sala colloqui per una visita. Mentre ancora si
chiedeva chi potesse essere a quell’ora entrò nella sala
e grande fu la sorpresa nel trovarsi dinanzi l’avvocato
Bonì sorridente e visivamente elettrizzato. Chissà di
quali notizie era latore… probabilmente veniva a
portargli qualche altra illusione.
Si sedettero, uno da un lato e uno dall’altro del
divisorio che li separava, Francesco visivamente
meravigliato per l’atteggiamento quasi sorridente
dell’avvocato e Bonì che godeva del suo momento di
gloria con se stesso e che in tutti i modi cercava di
sorprendere Francesco con la notizia-shock di cui era
latore e di cui egli stesso era rimasto colpito perché
assolutamente inattesa.
-Sei stanco?- gli chiese mentre gli stringeva la mano
per salutarlo.
-Con tutto il lavoro che c’è da fare qui…
-Stanco di stare qui dentro… voglio dire.
-Fin dal primo giorno…
-Ti sei abituato o vuoi scappartene al più presto?
-No, avvocato. Io sono innocente. Forse lei non ne è
convinto, ma a testa alta devo uscire da qui, come le
persone per bene. E poi, per trovarmi in situazioni
peggiori di quella attuale? Vivere nascosto, braccato
da tutte le parti, mettendo in serio pericolo anche mia
moglie, mia madre, i miei fratelli…
Francesco notò che mentre egli parlava l’avvocato lo
guardava divertito con un sorriso malamente nascosto
tra i denti.
-Che tu sia innocente me ne sono convinto pure io,
strada facendo. Ma chi ha parlato di fughe? Ti ho
chiesto se sei stanco di stare qui dentro…
-Certo che sono stanco, fin dal primo giorno, le ho
detto.
-Allora tieniti pronto. Il tempo che il Giudice per le
indagini preliminari firmi il provvedimento e lo faccia
notificare alla Direzione del carcere… Ci vorranno
uno o due giorni… Se non me lo impediranno altri
impegni verrò io stesso ad accompagnarti a casa…
-Avvocato, non scherziamo con le cose serie. So io
quanto vorrei fosse vero quello che lei sta dicendo, ma
troppe illusioni e delusioni mi hanno accompagnato
nella vita, e particolarmente in questi ultimi due
anni…
-Dico sul serio… affermò Bonì, divenuto serio per
essere credibile.
Francesco lo guardò con occhi che volevano penetrare
quelli di lui per scorgere fino a qual punto dicevano la
verità. Capì immediatamente che forse questa volta
parlava di cosa certa. Bonì mai gli aveva parlato di
scarcerazione, ma di tentativi, di supposizioni, di
probabilità. Ora aveva parlato di firma del Giudice per
le indagini preliminari, il che faceva supporre che
avesse avuto un colloquio con lui, e gli venne quasi
naturale chiedere:
-Ma col Giudice vi siete sentiti?
-Due ore fa. Mi ha assicurato che ha esaminato la tua
pratica, che anche il Pubblico Ministero non si
oppone, e che non vi sono motivi per trattenerti
ancora nella qualità di detenuto. Non mi ha detto
quale tipo di provvedimento emetterà…
-Cioè?
-Se, ad esempio, con obbligo di firma o con rispetto di
determinati orari… Per ora non pensare a questo.
Pensa a tornare a casa tua e poi si vedrà…
-Sì, sì…- ripeté più volte Francesco, mentre col
pensiero andava dietro a progetti futuri possibili,
attuabili, immediati… -Grazie, avvocato, grazie.
Avvertite mia moglie, per favore. Grazie anche per
questo….
Contemporaneamente si levarono in piedi. Entrambi
avevano gli occhi lucidi, ciascuno per motivi diversi.
Si salutarono con una stretta di mano al di sopra del
divisorio, si guardarono negli occhi, non dissero nulla,
impercettibilmente entrambi abbassarono il capo in
segno di assenso, si divisero e andarono via.


Libertà
-Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei
vita rifiuta…- declamava ad alta voce Titti mentre,
corsagli incontro, abbracciava il fratello.
Giulia le aveva telefonato dicendole di tenersi pronta
perché sarebbe passata subito dopo a prenderla con
l’auto. Aveva bisogno della sua compagnia perché
aveva da sbrigare una commissione importante. Non
le disse di che si trattava né la ragazza glielo chiese
perché non sarebbe stato carino da parte sua. Poco
dopo il suono del clacson l’avvertì che Giulia era
giunta e l’attendeva per strada e fu subito sull’auto,
seduta al suo fianco. Giulia partì immediatamente, con
molta fretta.
-Dove pensi che dobbiamo andare?- chiese alla
ragazza con un leggero tremolio nella voce.
-Non so… a comprare un vestito…
-No. Indovina…
-Dall’avvocato….
-Ci sei quasi… va bene… te lo dico io. Non ce la
faccio a starmene zitta. Andiamo da Francesco…
-Ah, sono contenta di rivederlo. Grazie, Giulia per il
passaggio… mi fa veramente piacere. Ma l’avvocato
che notizie ha? Dice sempre vediamo, vediamo,
vediamo… e alla fine non si vede mai nulla…
98
-La cintura te la sei allacciata? Tieniti forte. Andiamo
a prenderlo. Ci sta aspettando e ce lo porteremo a
casa. A casa, a casa…- gridò, come mai Titti l’aveva
sentita.
Per un attimo la ragazza rimase perplessa pensando
che la cognata avesse avuto un attacco di isterismo,
che non le conosceva. Ma quando la vide sorridere e
piangere contemporaneamente le dovette credere. Era
vero. Finalmente Francesco sarebbe stato con loro. E
Titti, da seduta, cominciò a ballare sul sedile come
una bambina di tre anni e sorrideva e piangeva anche
lei, tanto che Giulia, sia per la sua condizione fisica
che per quella della cognata, ritenne opportuno
cercare un posteggio dove fermarsi un attimo. Lo
trovarono presto, essendo ormai nella periferia della
città. Si ripresero anche presto e in cinque minuti
furono davanti al carcere. Giulia telefonò al centralino
del carcere chiedendo che le passassero il marito.
Dall’altro capo del telefono, poco dopo, una voce,
quella di Francesco, si fece sentire: -ARRIVOOO….
Due minuti dopo Francesco venne fuori. Titti era stata
la più veloce a scendere dall’autovettura, corse
incontro al fratello, mentre ad alta voce declamava i
versi del Purgatorio di Dante, gli saltò tra le braccia e
lo coprì di baci, poi, avendo notato che anche Giulia
aveva abbandonato l’auto per correre incontro al
marito, si staccò da lui e lasciò che i due si
abbracciassero e fondessero le loro lacrime, represse
per ben due anni. Giulia e Francesco non riuscirono a
scambiarsi una parola. Poi reciprocamente si dissero
soltanto: -ti amo e ti voglio bene.
Salirono in macchina. Francesco alla guida, Giulia al
suo fianco e Titti sul sedile posteriore. Mentre il
marito metteva in moto l’auto Giulia gli raccomandò
di indossare la cintura.
-Credo che non userò più la cintura…
-Perché?
-Perché mi sono bastati questi due anni d’essere
bloccato, per tutta la vita…. – rispose ridendo come
non rideva ormai da molto tempo…
Chiese se la madre e Tony sapevano della sua
liberazione. Giulia con piacevole enfasi rispose che
non aveva voluto comunicare la notizia a nessuno,
dapprima perché di delusioni ce n’erano state fin
troppe e poi, quando ormai la notizia risultò vera e
certa, perché voleva che fosse una sorpresa per tutti,
come già era stata poco prima per Titti.
-Vero, Titti?
-Verissimo, verissimo- giunse a conferma la voce
eccitata dal sedile posteriore.
-A mia madre un infarto le viene- commentò
Francecso.
-Non le è venuto due anni fa per il dispiacere, non le
verrà oggi per la gioia…- ribattè la moglie.
-Speriamo.- concluse Francesco.
Le domande e le risposte si accavallarono, come se in
futuro non ci fosse stato più tempo per potersele
rivolgere e giunsero nei pressi della casa di Maria
senza accorgersene.
Giulia chiese al marito di restare per qualche attimo in
macchina mentre lei e Titti in due minuti avrebbero
preparato la madre all’impatto inatteso.
-Mamma- chiamò Titti, entrando in casa.
-Vengo…- e meravigliandosi della presenza della
nuora la invitò a sedersi, mentre lei preparava un
caffè.
-Ti portiamo una bella notizia- iniziò Giulia -però ti
chiedo di restare calma e serena.
-Le belle notizie fanno sempre piacere- rispose la
suocera- si tratta di Francesco?
-Forse, può darsi che…
In quel momento Francesco, che non aveva resistito
ulteriormente era sceso dall’auto, si era diretto con
passo deciso verso la casa della madre e, senza
bussare né dire una parola si presentò davanti alle tre
donne, individuò la madre, le corse incontro, la
sollevò da terra e la fece roteare due o tre volte per
aria, come era solito fare da ragazzo ormai cresciuto.
Madre e figlio non dissero una sola parola. Rimasero
uno avvinghiato all’altra per alcuni minuti
distribuendosi baci su tutta la testa e sul collo, poi,
con i visi fradici di lacrime si staccarono.
Maria aveva dovuto sedersi e continuava a
singhiozzare.
-Non piangere, sono qua- l’accarezzò Francesco,
passandole una mano sui capelli.
-Lo so. Piango per la gioia. Grazie, Giulia. Mi
dispiace, il caffè non te lo posso fare adesso. Titti, fai
il caffè per tutti.
-Per ora lasciaci andare. Più tardi ci rivediamo. Per
ora ho qualche telefonata da fare, ho bisogno di una
bella doccia, di stare un pochino con mia moglie e di
fare una visitina ai miei suoceri. Domani penseremo
ad altro. Bisogna ripartire. E subito.
Alcamo, 13.04.2018


Si riparte
La mattina seguente, dopo il disbrigo di qualche
pratica burocratica presso il comando della stazione
del carabinieri della città, Francesco si era dato da fare
per rimettere in movimento almeno una delle due ditte
di cui era amministratore unico. Salvo qualche piccola
difficoltà vi era riuscito egregiamente.
I suoceri lo avevano accolto con gioia e si erano messi
subito a sua disposizione dal punto di vista
economico. La banca dove lavorava Giulia non aveva
posto particolari difficoltà nell’erogare un mutuo
corposo, avendo garantito il credito Giulia e i suoi
genitori. Tony, contattato telefonicamente, si era
dichiarato disponibile a rientrare a Lecce al momento
opportuno. Aveva soltanto bisogno di tempo per
licenziarsi legalmente e correttamente dalla ditta
presso cui lavorava a Chivasso, pur avendo qualche
remora in quanto Gisella sarebbe rimasta sul luogo da
sola, ma si sarebbe trovata una via d’uscita per questo
problema.
Era ancora pendente l’istanza di fallimento che aveva
avanzato la Rakai, ma anche questo problema fu
superato nel modo migliore in quanto solo dopo una
settimana del suo ritorno alla libertà il curatore lo
aveva invitato presso il suo studio. Francesco vi si era
recato lo stesso pomeriggio e, avendo ricevuto la
notizia che la Rakai non era a conoscenza che egli era
tornato in libertà e si sarebbe accontentata del 50%
della somma dovuta oltre le spese, quantificate nella
somma di euro settecento, aveva dato
immediatamente il suo consenso e provveduto subito
al pagamento per mezzo del curatore. La Rakai aveva
rilasciato quietanza liberatoria e ritirata l’istanza di
fallimento. Purtroppo l’attrezzatura necessaria per i
lavori in buona parte doveva essere rinnovata, ma
essendo Francesco conosciuto per un pagatore
puntuale non aveva avuto grandi difficoltà ad ottenere
credito, e l’attrezzatura, anche se non al 100%, l’ebbe
a disposizione. Alcuni operai che in precedenza erano
stati alle sue dipendenze furono ben lieti di ritornare a
lavorare con lui.
La motrice aveva iniziato lentamente, ma
decisamente, a scivolare sul binario che per due anni
era rimasto binario morto. Giorno dopo giorno
riprendeva vita e le prospettive per il futuro
promettevano bene. Ciò che rammaricava Francesco
ulteriormente era il non avere capito il motivo per cui
gli erano stati tolti due anni di libertà, due anni della
sua vita, due anni di entrate economiche, anzi di
danno non più colmabile né risarcibile, con sofferenze
non solo per lui, ma anche per Giulia, per sua madre,
per i suoi fratelli, per i suoceri e pure per le famiglie
di alcuni lavoratori che erano stati alle sue
dipendenze, che per alcuni mesi non erano riusciti a
trovare un’altra impresa che li assumesse.
Era un tarlo che si era insinuato nel suo cervello e che
nei momenti che dovevano essere di riposo lo
tormentavano. Ne parlò con l’avvocato Bonì che lo
aveva seguito per quei due anni. Gli chiese come fare
per capirci qualcosa. In un primo momento l’avvocato
gli suggerì di non pensarci più, di dimenticare tutto,
ma era facile per lui dire ”dimenticare tutto”, ma se
era stato ragionevole Francesco per non farsi prendere
dalla disperazione e accettare lo stato di detenzione
con rassegnazione, non lo era adesso e insistette.
Giunsero alla determinazione di chiedere copia di
tutta la documentazione inclusa nel fascicolo che lo
riguardava esistente presso la Procura della
Repubblica di Lecce, che ebbe dei costi, ma non
esorbitanti, come si temeva.
Di fatto i fascicoli di natura penale risultarono due,
distinti tra loro per numero di procedura. Il primo
riguardava l’omicidio di Piero Giannetti intestato
contro IGNOTI, e nel quale in un primo momento
risultò il verbale che Francesco aveva reso il giorno
quando era stato rinvenuto il cadavere davanti alla sua
abitazione e altri documenti che sembravano stilati
con faciloneria nei confronti di alcuni pregiudicati
della città, che erano risultati tutti con alibi di ferro.
Nel secondo, intestato a RAGONA FRANCESCO+4,
la documentazione apparve subito copiosa. Oltre al
verbale reso da Francesco il giorno quando era stato
prelevato dai carabinieri dalla sua abitazione erano
presenti richieste e relative risposte a vari istituti
bancari con estratti conto personali suoi e delle due
sue imprese, nonché della moglie e di suo fratello
Tony, oltre alla documentazione riguardante altri. Ma
di questa non fu chiesta né fu rilasciata copia.
Documenti chiesti sempre dal capitano Carminelli,
comandante della compagnia di Lecce, che Francesco
non aveva mai incontrato né conosceva né
probabilmente era stato conosciuto da lui. Non
compariva mai il nome del maresciallo Caini, che gli
aveva fatto la larvata e strana proposta di fare la spia
confidente a conclusione dell’interrogatorio per i
servizi al comune di Lecce. Ciò che invece Francesco
trovò strano di quel fascicolo fu che tra le varie carte
era presente la manifestazione di un parere non
richiesto da alcuno, ma indirizzato alla Procura della
Repubblica, sull’omicidio del fotografo a firma del
maresciallo Caini e con la controfirma del capitano
Carminelli. In quel documento si avanzavano dei
dubbi sulla “esecuzione dell’omicidio del Giannetti
nei confronti di Ragona Francesco, come chiaramente
si poteva desumere dal fatto che il cadavere era stato
rinvenuto davanti alla porta della di lui abitazione e
come suggeriva l’assegno emesso dal Ragona a favore
del Giannetti, probabilmente come prestito con
interessi e plausibilmente denaro mai restituito”.
Tuttavia nulla risultava essere emerso a suo carico per
quell’omicidio, come d’altronde era logico, a suo
modo di vedere. Ma ricordò con precisione la scena in
caserma tra lui e quel maresciallo ed anche il dubbio
che aveva espresso all’avvocato Bonì se non ci fosse
qualcuno intento a buttare benzina sul fuoco dei suoi
guai. In quel momento fu certo che era stato Caini a
rovinarlo e doveva dirsi anche fortunato se il PM si
era astenuto dal dare corso alle allusioni di …quel
cornuto, che cornuto era davvero perché in città tutti
sapevano delle scorribande che la moglie si
permetteva quando lui era lontano da casa. Ma questo
era un problema suo, del maresciallo Caini. Lui,
Francesco, si proponeva di fargliela pagare e mille
idee di vendetta cominciarono ad attraversare la sua
mente. Comunque per il momento doveva pensare ad
altro. Per la vendetta c’era tempo, anche perché si dice
che la vendetta è un piatto che va servito freddo.
Intanto per lui, disse Bonì, era importante che nel
procedimento penale, quello sulla corruzione e
concussione, che lo riguardava personalmente, il
Giudice per le indagini preliminari lo avesse
scagionato totalmente per non avere commesso il
fatto, poiché dalle indagini nessun elemento era
emerso a suo carico. E per l’altro, quello intestato
contro IGNOTI, altro Giudice aveva emesso un
provvedimento da cui il Ragona risultava estraneo ai
fatti e quindi non perseguibile.


Nuovi appalti
Non era stato facile entrare nuovamente nel circuito
dei lavori sia pubblici che privati. Tuttavia la ditta
“Carpentiere” di cui Francesco era amministratore
aveva vinto, rinunciando quasi ad ogni possibile
guadagno, l’appalto per la costruzione di un edificio
scolastico per conto della Provincia di Lecce a
Sogliano Cavour. Disponeva di nove operai, scelti uno
per uno, un caposquadra meritevole di piena fiducia,
un impiegato nella persona del fratello Tony, rientrato
da Chivasso, in attesa che anche Gisella, grazie ad un
provvedimento governativo per la mobilità nazionale
nel settore docente per le scuole primarie, lo
raggiungesse a Lecce o nella provincia.
Il lavoro c’era e i tempi erano stretti, molto stretti, per
la consegna. Quindi ebbe necessità di reperire altra
mano d’opera e dovette affidarsi ad Antonio, il
capomastro, il quale nel giro di una settimana riuscì
ad ingaggiare altri sette operai specializzati in varie
mansioni. Francesco gli aveva dato carta bianca, come
si suol dire, e il capomastro non lo deluse. I lavori
procedettero alacremente. Gli operai non si
lamentarono mai se era necessario continuare a
lavorare per qualche mezz’ora ulteriore per
completare un’opera quasi terminata. Francesco non si
faceva pregare se doveva permettere al fratello di
aggiungere una piccola somma fuori conteggio nella
busta paga degli operai quando i lavori lo lasciavano
soddisfatto. Ad avanzamento dei lavori, dopo un
breve sopralluogo di un ingegnere incaricato, chiese
ed ebbe dopo pochi giorni un mandato per la
riscossione di un terzo della somma prevista
dall’appalto. Pagò il materiale di cui aveva avuto
bisogno fino a quel giorno, pagò una parte del mutuo
alla banca e la rimanente somma sarebbe servita per
fare fronte alla mano d’opera dei dipendenti. Tony
ebbe il suo bell’assegno a copertura del lavoro
espletato fino a quel giorno, due ore dopo avere
ricevuto da Gisella la notizia che col nuovo anno
scolastico avrebbe insegnato a Lecce o nella
provincia. Aveva egli stesso pregato Francesco di
soprassedere momentaneamente al pagamento delle
sue spettanze, in attesa che si riscuotesse almeno una
prima parte del denaro previsto dall’appalto. Intanto
aveva vissuto con il denaro che Gisella depositava sul
proprio conto in banca e di cui Tony era in possesso di
una seconda tessera bancomat. Anche Francesco
aveva vissuto ricorrendo al conto corrente di Giulia e
avrebbe dovuto continuare ancora per un bel po’,
almeno fino a quando, diceva la moglie, la nave non
avesse preso il largo e si sarebbe potuto quindi
navigare tranquilli con il vento in poppa.
Trascorsero i mesi e al diciottesimo mese dall’inizio i
lavori furono completati e consegnati. La velocità
nella esecuzione aveva fatto sorgere qualche sospetto
ma il sopralluogo di una commissione e la relazione
relativa avevano encomiato la ditta appaltatrice. La
commissione aveva fatto particolare riferimento alla
circostanza che non erano state mai richieste somme
fuori capitolato per qualche variante del progetto
originale. Insieme con le somme riscosse era stato
questo encomio a riempirlo maggiormente di
soddisfazione e a lasciarlo ben sperare per il futuro.
Non aveva guadagnato molto da quest’appalto, in
termini economici attuali, ma sapeva bene che le
conseguenze non potevano che essere positive.
Il mutuo continuava a scemare. Gli operai erano stati
puntualmente pagati. I contributi regolarmente versati.
Un mese prima che completasse i lavori dell’appalto
della Provincia aveva raggiunto due accordi con dei
privati per la costruzione di due edifici, ai quali
bisognava dare subito inizio.
In una settimana mise in piedi i due cantieri. Il
materiale pretese che gli fosse consegnato in modo
puntuale. Gli operai, salvo qualche eccezione,
lavoravano di buona lena e la maggioranza di essi
riusciva a fare adeguare al ritmo di lavoro anche
quella qualche sparuta eccezione.
Francesco Ragona era tornato sulla bocca di tutti.
Tutti sapevano, non da lui, che aveva patito la
detenzione da innocente, che era ripartito da zero e
che ora era probabilmente l’impresario migliore della
città. La concorrenza non mancava, ma la qualità dei
suoi lavori non aveva paragoni.
Fu così che vinse due altre gare d’appalto per due
grossi complessi edilizi. Ebbe necessità di nuove
somme di denaro e non trovò difficoltà alcuna nel
reperirle. Ebbe bisogno di un gran numero di operai e
di qualche sovrintendente ai lavori: con qualche
piccola difficoltà li trovò. Tony si rese conto subito
che da solo in ufficio non poteva farcela. Ne parlò col
fratello, il quale gli disse di sbrigarsela lui per il
personale occorrente, perché egli non aveva tempo da
perdere dietro certi problemi. Fu così che Tony dopo
dieci minuti telefonò a Nico, che aveva ceduto alle
preghiere della madre di non proseguire la carriera in
marina, e che sarebbe rientrato in famiglia tra una
quindicina di giorni. Gli propose il lavoro di contabile
nell’impresa. Nico ebbe un momento di titubanza.
-Ma io non sono capace, non l’ho mai fatto.- disse.
-Io neppure ero capace, pur essendo ragioniere come
te…
-Boh, che devo dirti? Fai tu…
-Faccio io?
-Sì.
-Allora sbrigati e torna il più presto possibile.
Fu così che dopo due settimane esatte Tony dovette
essere al fianco del fratello minore per indicargli i vari
passaggi per la contabilità. L’uso del computer non
era un problema, ma col tempo, diceva Tony, tutti
quelli che ora si potevano chiamare problemi si
sarebbero risolti.
Titti aveva ormai il suo bel diploma per
l’insegnamento alla scuola primaria e Tony la invitò a
lavorare con loro. Avrebbe svolto le mansioni di
segretaria, anche se non si sapeva di chi, avrebbe
provveduto al telefono e a quant’altro sarebbe stato
necessario nell’ufficio, dove i padroni sarebbero stati i
Ragona, dal primo all’ultimo, e soltanto i Ragona,
disse con una certa enfasi.
Francesco aveva preso l’abitudine di farsi vedere una
volta al giorno, talvolta neppure quella per il da fare
che c’era. Ogni volta che metteva piede in
quell’ufficio si fermava un attimo ad osservare la
sorella e i due fratelli e le sue labbra avevano un
movimento di accenno ad un sorriso. Era felicissimo
anche lui che fossero tutti insieme. Qualche volta
restava per qualche attimo sovrappensiero e diceva a
se stesso che forse sarebbe stato bello se in quel
momento fosse comparso uno sconosciuto alla porta
d’ingresso, li avesse visti così riuniti e fosse andato
via senza dire una parola, felice che tutti avessero
capito che egli era il loro padre.
Ma bisognava avere i piedi per terra e le fantasie
bisognava che andassero via col vento.


Novità
-La domenica è per la famiglia, e soltanto per la
famiglia. C’è tutta la settimana per il lavoro, per gli
annessi e per i connessi!- aveva stabilito Giulia una
domenica mattina tirando a sé Francesco per la giacca
del pigiama mentre egli tentava di mettere i piedi giù
dal letto.
E Francesco aveva dovuto adeguarsi, e non gli era
dispiaciuto, in fin dei conti. Sua moglie non aveva
tutti i torti, anzi aveva pienamente ragione.
Fu così che quella domenica mattina, svegliatisi
entrambi, verso la metà di aprile, come al solito si
stringevano sbaciucchiandosi.
-Sai una cosa?!-
-Cosa?
-Una cosa!
-Se non mi dici cosa io non so che cosa!
-Sono dieci giorni che mi ritardano le cose.
-Quali cose?
-E quanto ci vuole per capire? Le cose! Le…
mestruazioni.
-Ma non mi dire che…
-Io non dico niente. Dico quello che ho detto.
-Pensi che…?
-E perché no?
Francesco la strinse più forte, quasi a farle male. Non
poteva crederci. Le prese il viso tra le mani e le sue
labbra cominciarono dalla bocca a baciarla, sulle
guance sul collo, sulle orecchie, sul petto, su tutto il
corpo. Con brevi movimenti la liberò della camicia da
notte e degli slip. Non seppe come, anche lui si trovò
nudo. Fu su di lei continuando a baciarla su tutto il
corpo, dalla testa ai piedi, senza pronunciare una sola
parola. Furono un solo corpo e una sola anima.
-Grazie, Giulia. Amore mio. Ti voglio bene.
-Anch’io.
Quando si furono calmati si riavvicinarono e si
tennero abbracciati.
-Pensi che questa sia la volta buona?- sussurrò
Francesco.
-Non so. Potrebbe darsi.-
-Come possiamo saperlo?-
-Con un preparato già in confezione della farmacia.-
-Allora è meglio che mi alzo. Mi sistemo e arrivo in
farmacia. Ci sarà qualcuna di turno.-
Mentre parlava Francesco si era già infilati pantaloni,
calze e scarpe. Si diresse nel bagno, si lavò in fretta,
indossò la prima maglietta che trovò per la stanza e si
avviò per scendere in garage.
-Tu resta a letto. Non hai necessità di alzarti. Torno
presto.-
In effetti tornò dopo circa un quarto d’ora con un
involtino della farmacia.
-Sono stato fortunato. Una di turno non era lontana.-
Lo diede alla moglie mentre egli si tolse la maglietta,
che aveva indossato dalla parte rovesciata, cosa che
gli aveva fatto notare il farmacista suo conoscente,
mentre gli augurava figli maschi e sani.
-Grazie! Speriamo. La maglietta… non fa niente,
tanto non mi ha visto nessuno…
-Le ho fatto glia auguri e dice che io sono nessuno…
-Chiedo scusa. Intendevo dire…oltre lei.
S’erano fatta una risata entrambi mentre si salutavano
con un cenno di mano.
-Esito positivo!- aveva esclamato Giulia appena ebbe
guardato il risultato di quell’esame casereccio.
L’entusiasmo li invase entrambi. Nuovamente si
abbracciarono e ridevano e piangevano
contemporaneamente. Dopo qualche minuto Giulia,
ripresasi aggiunse: -domani però prenderò un
appuntamento per un’analisi precisa, non vorrei che ci
stiamo illudendo.
-Certamente. Anzi più tardi telefoniamo al dottore
Gagliardi e ci facciamo dire come muoverci…
Gagliardi fu cortese al telefono e fu ben lieto di potere
essere utile, anche se era domenica. Conosceva in
parte i problemi che aveva avuto la coppia per la
mancanza di un bambino e per gli altri motivi, che in
città ormai erano conosciuti da molti.
L’esito fu positivo e Giulia cominciò a trasformare la
sua forma mentis e col tempo anche la sua forma
fisica, circostanza che non aveva mai supposto che le
avrebbe fatto tanto piacere. Avrebbe fatto qualunque
sacrificio e avrebbe sopportato qualunque limitazione
pur di portare a termine e bene quella gravidanza.
Finalmente il suo desiderio stava per essere appagato
e lei stava per realizzarsi come donna e come mamma,
anche se la parola mamma le veniva difficile da
supporla nei suoi confronti mentre le era più familiare
pronunciarla diretta a sua madre.
Tutti i Ragona erano stati felicissimi per la notizia ed
entusiasti erano stati i genitori di Giulia,
particolarmente la madre di lei. Anche per lei come
per Maria, la madre di Francesco, sarebbe cambiato
qualcosa: sarebbe stata nonna, avrebbe accudito con
più cura la figlia in attesa del parto e poi il nipotino
dopo la nascita, che al quarto mese già si sapeva che
sarebbe stato un maschietto. Furono dei mesi febbrili
per tutti. Francesco correva da una parte all’altra della
città preoccupandosi che i lavori proseguissero con
ritmo normale, senza interruzioni e senza ritardi, tanto
che i dipendenti, tutti, talvolta scherzosamente lo
prendevano in giro per quel darsi da fare ora che era
in attesa di un erede. Egli lasciava fare e dire. In fin
dei conti gli faceva piacere che sapessero che stava
per diventare papà. L’ufficio era sotto la totale
responsabilità e direzione di Tony con Nico e con
Titti. Il lavoro non mancava e anche il denaro era
giunto in quantità, come per compensarlo del tempo
perduto e del rancore covato in passato.
Di suo padre, malgrado varie ricerche, non si era
saputo cosa fosse successo. In certi momenti in cuor
suo lo odiava perché, pensava, aveva abbandonato
moglie e figli in balìa delle onde, ma subito dopo un
sentimento di desiderio, di affetto, e anche di
compassione, si impossessava di lui e lo attanagliava
per giorni interi, non conoscendo cosa potesse essergli
successo, se fosse ancora vivo o se fosse morto,
sconosciuto e dimenticato da tutti in qualche sperduto
angolo del mondo. Certamente gli avrebbe fatto
piacere sentirsi chiamare nonno e sapere che la
discendenza dei Ragona sarebbe continuata…


Telegiornale
Ai telegiornali dell’ora di pranzo di quella prima
domenica di ottobre, sui canali nazionali e privati, non
si finiva di parlare del caso clamoroso che aveva
interessato la città di Lecce e provincia.
All’alba vi erano stati degli arresti. Undici per la
precisione, che investivano anche l’arma dei
carabinieri e della finanza. Ancora non si facevano
nomi, ma la notizia era destinata a fare scalpore. Ma
quando le voci cominciarono ad espandersi per la città
e una emittente privata fece i nomi e presentò le foto
di tutti gli arrestati la meraviglia non si poté
contenere. Tra le persone arrestate spiccavano le
figure del maresciallo Caini e di un suo subalterno di
cognome Consoli, tra i carabinieri della compagnia
della stazione di Lecce, e tre elementi della guardia di
finanza della tenenza di Lecce, e precisamente un
maresciallo di cognome Speranzi e due suoi
subalterni, uno di cognome Geri e l’altro di cognome
Celato. Gli altri sei privati. Tutti con l’accusa di
associazione a delinquere, corruzione, concussione,
falso ideologico e falso in atti pubblici.
Giulia con gli occhi bucava lo schermo del televisore.
Si volse verso Francesco per scrutarne i movimenti
del volto. Egli era rimasto impassibile. Anch’egli
guardava fisso il televisore, non si era alterato alla
notizia, che aveva dell’inusuale, ma un sorriso a fior
di labbra era comparso sul suo viso.
-A che pensi?- fece Giulia.
-A quanta disonestà e corruzione esiste sulla faccia
della terra-. E continuò a mangiare, constatato che il
giornalista era passato ad altre notizie.
Il telegiornale della sera completò nei minimi
particolari la notizia.
Il tutto era congegnato in modo piuttosto semplice.
Alla guida dei due drappelli malavitosi erano stati i
due marescialli: Caini per il gruppo carabinieri, di cui
facevano parte il brigadiere Consoli della stessa
stazione e tre piccoli imprenditori, uno di Galatone e
due di Monteroni, mentre per il gruppo della Finanza
vi era Speranzi con due subalterni e tre fratelli, piccoli
commercianti di Corigliano d’Otranto, dei quali uno
già in carcere per altri motivi.
A settimane alterne i due marescialli impostavano dei
posti di blocco, indipendenti tra loro nelle operazioni
ma con contatti ben stretti tra il Caini e lo Speranzi,
per regolare il traffico o per motivi di servizio
pubblico. A capo dei blocchi sempre uno dei due
marescialli: Caini con alcuni carabinieri, con
l’immancabile brigadiere Consoli, e Speranzi con
alcuni finanzieri con gli immancabili due suoi accoliti
Geri e Celato.
La cadenza puntuale dei posti di blocco destava
meraviglia in molti cittadini che per motivi personali
ad un determinato orario del pomeriggio o del
mattino, quasi sempre uguale, di giorni stabiliti della
settimana, attraversavano il tratto di strada che da
Gallipoli porta a Lecce, un chilometro prima
dell’ingresso in città, dove esisteva, ma non più, uno
spiazzo, quasi una piccola area di sosta.
Il servizio in genere durava circa un’ora, sia che fosse
svolto di mattina, sia che fosse svolto di pomeriggio,
poco prima del tramonto. Si svolgeva regolarmente
controllando i documenti delle auto e di chi le
guidava, elevando contravvenzioni, se necessario,
ritirando libretti di circolazione se non in regola con le
norme. Nulla che potesse sollevare il benché minimo
sospetto. Anzi l’ordine pubblico veniva garantito ed il
servizio era certamente meritevole di apprezzamento.
Il che si svolgeva con mitra spianati da parte dei due
piccoli plotoni, come li chiamavano ormai i leccesi, i
quali ormai conoscevano a memoria tali abitudini dei
carabinieri e della finanza, tanto che molti, pur di non
essere importunati, evitavano in quei giorni di
rientrare a casa in quelle ore, ritardando o anticipando
il rientro.
Il giornalista leggeva le motivazioni dell’arresto e ciò
che sembrava meritevole di encomio risultò invece
degno di ignominia e di galera.
In quel di Lecce, ma anche altrove, alcuni individui
avevano appreso come fare miracoli, almeno uno,
come quello che aveva fatto Gesù alle nozze di Cana.
Riuscivano, con poco dispendio di energie
economiche, a trasformare l’acqua, meglio se fosse
quella piovana, in vino, di buona qualità, di odore, di
colore e di sapore gradevoli.
Il procedimento era piuttosto semplice. In una vasca,
generalmente sotterranea e piuttosto capiente, veniva
immessa dell’acqua, vi si aggiungeva una certa
quantità di mosto e alcuni quintali di zucchero in
proporzione della quantità dell’acqua e della
gradazione voluta del vino ed in pochissimi giorni il
miracolo avveniva. Si aveva del buon vino e di buona
gradazione. Naturalmente il giornalista aggiungeva di
non potere indicare né le proporzioni dei singoli
ingredienti, né tutti gli ingredienti, per non arrecare
danno ai telespettatori, sia come interpretazione di
suggerimento per commettere un reato, sia dal punto
di vista salute, in quanto l’abbondanza di vino a buon
mercato avrebbe potuto favorire l’ebbrezza frequente,
completava con un sorriso.
La produzione, a detta del giornalista, era andata a
gonfie vele per oltre un anno, con cadenza
settimanale, e il vino novello veniva spedito a buon
mercato anche in Francia, in Germania e persino in
Canada in grossi quantitativi. Giunto sul luogo veniva
imbottigliato, etichettato e venduto sotto vari nomi già
pubblicizzati in Italia e all’estero da altri produttori di
vini pregiati.
Ma come si era giunti ad una produzione così corposa
di vino? Notizie e retro scene vennero sbandierate ai
quattro venti l’indomani su tutti i giornali,
radiogiornali e telegiornali nazionali e privati.
Fin dall’inizio il piano si era presentato piuttosto
semplice da attuare, però c’erano dei rischi ed era
necessario evitarli, prima di iniziare qualsiasi impresa.
L’occasione si era presentata durante l’interrogatorio
di un tale Giuseppe Masti, pregiudicato per piccoli
reati, davanti al maresciallo Caini.
Durante la stesura del verbale dell’interrogatorio alla
domanda scherzosa che il maresciallo gli aveva
rivolto: -Signor Masti, come mai non si è ancora reso
conto che con questi mezzucci non diventerà mai, non
voglio dire ricco, ma nemmeno discretamente
benestante?
-Io ce l’avrei un modo per diventare ricco, ma le
circostanze non me lo permettono. E volendo
potrebbe diventare ricco pure lei, con rispetto
parlando- aveva risposto in modo faceto il Masti.
-Perché non me lo spiega?
-Non fa parte di questo interrogatorio, ma se vuole
possiamo andare a prendere un caffè al bar, se lei può
sospendere momentaneamente…
-Possiamo prenderci una piccola pausa. Lei mi
incuriosisce. Andiamo a prendere questo caffè.-
Così dicendo si levò in piedi e invitò il Masti a
precederlo.
Uscirono in strada e si avviarono al bar distante circa
duecento metri dalla caserma. Masti si era pentito
della frase che aveva pronunciato, ma non sapeva
come camuffarla. Però si rese conto che il maresciallo
mostrava un vero interesse per quella frase buttata lì,
quasi in modo incosciente. Non capiva se era interesse
da maresciallo dei carabinieri o interesse da uomo
comune senza divisa e se era pura curiosità oppure
interesse a fini personali. Presero il caffè. Masti volle
pagarlo lui malgrado l’insistenza del maresciallo, che
facilmente si lasciò convincere in quanto avrebbe dato
al cassiere l’impressione di volere rendere ossequio al
Masti. Salutarono e si allontanarono dall’esercizio. Il
Masti sperava in cuor suo che il discorso per cui era
stato sospeso l’interrogatorio fosse stato dimenticato.
Tuttavia non sapeva se poteva dire o se gli conveniva
tacere. Se il maresciallo voleva ascoltare da
maresciallo avrebbe taciuto.
-Allora?
-Maresciallo, le chiedo scusa se le ho fatto credere
cose che non esistono né in cielo né in terra, ma, in
ogni caso, se lei vuole ascoltare da maresciallo io non
ho nulla da dire.
-Lascia stare il maresciallo. Stiamo parlando da uomo
a uomo. Le do la mia parola d’onore che quello che
mi dice qui resterà qui, ma se mi ha fatto uscire
dall’ufficio per ascoltare una barzelletta gliela farò
pagare. Questo pure fa parte della mia parola d’onoreaggiunse
sorridendo.
Masti si sentì meno preoccupato, anche se non proprio
tranquillissimo.
-Non devo raccontarle una barzelletta. Conosco
persone che hanno bisogno che si chiuda un occhio
riguardo ad un certo lavoro. Non si tratta di danni né a
persone né a cose, né di omicidi né di ruberie,- lo
tranquillizzò, -diciamo che si tratta di chiudere un
occhio su cose quasi normali. Lei farebbe
normalmente e tranquillamente il suo lavoro mentre
qualcuno lavora anche per lei, oltre che per se stesso.
-Spiegati meglio…-
-Ora è lei che si deve fidare. Le farò sapere dove e
quando se ne può parlare, senza sorprese. Ne va di
mezzo la vita personale o di persone care…
-Ok. Diciamo che mi fido. Senza sorprese. Altrimenti
anche io so come difendermi e come attaccare…
-Fuori dubbio.
-Ora andiamo a concludere questo interrogatorio.
Rientrati in ufficio l’interrogatorio durò altri dieci
minuti, dopo di ché si concluse con l’aggiunta di un
commento scritto del Caini in cui si diceva che, allo
stato, non emergevano indizi da cui potere dedurre
che il Masti fosse implicato nei fatti per i quali si
svolgevano le indagini. Firmarono tutti e il Masti andò
via.
Dopo una ventina di giorni iniziarono le operazioni.
Speranzi aveva accolto con entusiasmo la proposta,
prima in forma di facezia e poi in forma seria, di
Caini, col quale era legato da vincoli di amicizia che
andavano al di là delle rispettive divise, benché nate e
sviluppatesi per motivi di servizio in età adulta.
Avrebbero dovuto svolgere il proprio servizio
normalmente, come meglio ritenevano opportuno, ma
con perfetta intesa. Anzi il fatto che tra i due corpi di
servizio ci fosse una coordinazione avrebbe senz’altro
dovuto produrre dei complimenti da parte delle
autorità superiori. Fu così che avevano iniziato a
disporre a turni alterni i posti di blocco. Però ciò che
nessuno degli altri componenti dei due drappelli
riusciva a capire era il fatto che in un determinato
momento veniva dato ordine di rientrare o di spostarsi
altrove, generalmente subito dopo una telefonata
privata che ricevevano coloro che erano a capo del
blocco, e cioè Caini o Speranzi. Tali abitudini
duravano da oltre un anno.
Ma i controlli dei controllori del traffico avevano
avuto avvio da una lettera anonima giunta al
Comando Generale della Guardia di Finanza e seguita
da alcune intercettazioni telefoniche. Si era giunti alla
conclusione che i posti di blocco venivano istituiti per
salvaguardare i carichi di zucchero in transito che da
Gallipoli o da Otranto giungevano a Lecce. Qualcuno
dava il segnale telefonicamente e il posto di blocco
veniva rimosso, dopo avere svolto un servizio
encomiabile alla società, ignara dell’effettivo scopo di
quel servizio. Da quel momento in poi il carico di
zucchero poteva transitare senza alcun problema, e
transitava.
Per ogni carico di zucchero era prevista una
provvigione di mille euro per chi aveva svolto il
servizio, per il Caini o per lo Speranzi, provvigione
che veniva fatta pervenire in contanti, o sotto altra
forma, puntualmente nei modi più svariati.
Furono registrate varie telefonate, sia tra i due
marescialli che tra i marescialli e gli organizzatori del
traffico di zucchero e di vino. Naturalmente venivano
usati sempre termini e frasi in codice. I due gruppi,
come si precisava, lavoravano per lo più in modo
autonomo. Col tempo giunsero all’accordo che il
Caini avrebbe coperto il passaggio di un gruppo
mentre Speranzi avrebbe coperto il passaggio
dell’altro. Con buona pace di tutti il traffico aveva
dato e continuava a dare i suoi frutti abbondanti per
tutti.
Dopo registrazioni ed appostamenti vari, corredati da
filmati e messaggi vocali, il Comando centrale della
Guardia di Finanza era giunto alla conclusione che le
indagini, guidate dalla Procura della Repubblica di
Roma, ormai erano mature per potere intervenire. Era
stata chiesta l’autorizzazione necessaria e si era
intervenuti quella domenica mattina prima dell’alba.
Si rettificava, in conclusione, che gli arrestati non
erano undici, ma diciassette: nove favoriti da Caini e
otto da Speranzi. A parte i due marescialli nessuno
delle forze dell’ordine era implicato nel traffico di
zucchero e di vino. Altri individui erano stati arrestati
in Germania, in Francia e in Canada, ma non se ne
conosceva il numero esatto né i nomi. Si aveva
soltanto notizia che un francese ed un tedesco erano
sfuggiti alla cattura ed erano latitanti. Italiani e
Canadesi tutti assicurati alla Giustizia a disposizione
dei Pubblici Ministeri, almeno due, che avrebbero
provveduto agli interrogatori nei giorni seguenti.
Giulia si era meravigliata, ma anche gli altri, che
conoscevano i momenti tristi vissuti da Francesco,
della sua imperturbabilità, salvo un leggero sorriso
che affiorava spesso sulle sue labbra. Egli non aveva
espresso alcun commento, non aveva dimostrato alcun
compiacimento per l’arresto di Caini, né dal suo
comportamento poteva desumersi che godeva o che
nutrisse un piacere indiretto di vendetta.
-Non dici nulla?- gli aveva chiesto Giulia, di nuovo.
-Cosa devo dire? Acqua passata. Ognuno ha quel che
merita. Posso dire solo che non mi dispiace.
E non se ne parlò più perché Francesco aveva
puntualizzato che di quell’avvenimento non voleva
sentire parlare più e aveva concluso: -chi ha avuto ha
avuto e chi ha dato ha dato!


Festa
Già due anni erano trascorsi da quando Gisella aveva
iniziato ad insegnare nella provincia di Lecce. Le
classi disponibili nel capoluogo erano state scelte da
insegnanti più anziani di lei nell’insegnamento e lei
aveva dovuto accontentarsi di scegliere in provincia.
Tra le classi disponibili, a cui lei aveva diritto di
scegliere, vi erano tre a Collepasso e due a Cutrofiano,
suo paese di nascita. La distanza dal capoluogo era
quasi la stessa ma la considerazione che a Cutrofiano
era nata, che a Cutrofiano viveva sua zia Imma con la
famiglia e suo padre con la nuova compagna, le
avevano dato motivo di scegliere una classe al primo
anno della scuola primaria a Cutrofiano, in attesa di
potersi trasferire per l’insegnamento a Lecce, appena
fosse stato possibile. Raramente restava a dormire
presso la zia Imma, ma di solito tornava in città dove
ormai da anni conviveva con Tony.
Tony era preso dal lavoro. L’impresa la sentiva sua.
Francesco aveva fatto decidere a lui la somma che gli
spettava come stipendio ed aveva aggiunto di suo
trecento euro alla somma indicata da lui.
Gisella talvolta gli ricordava che, a tempo perso,
bisognava pure pensare a formare una famiglia che si
chiamasse famiglia, con un regolare matrimonio e con
qualche bambino per rallegrarla. Tony da parte sua
rispondeva che appena le avessero assegnato una
classe per l’insegnamento in città avrebbero
provveduto per tutto. E Gisella metteva il broncio per
qualche mezza giornata, non soddisfatta delle risposte
evasive di lui. Per fortuna tutto era destinato ad essere
dimenticato appena Tony rientrando la abbracciava e
la baciava prendendola bonariamente in giro per la
sua momentanea musoneria.
Anche Giulia durante la gravidanza aveva avuto degli
alti e bassi nell’umore, ma tra i preparativi per una
festevole accoglienza del nascituro, le premure della
madre di lei e quelle, non ultime, della madre di
Francesco, il parto era avvenuto in modo ottimale tra
la felicità di Francesco e di Giulia e la gioia di tutti
coloro che facevano loro corolla. E fu proprio questa
la sensazione che ebbero i due novelli genitori:
insieme con il bambino si sentivano al centro di un
fiore mentre nonni e zii attorno facevano da corolla.
I primi mesi Giulia fu piena di apprensioni,
particolarmente la notte, per non fare mancare al
bambino il latte, che si rivelò abbondante dal suo
seno, e con la preoccupazione che il piccolo potesse
restare schiacciato sotto il suo peso o quello del
marito durante il sonno, poiché talvolta, invece di
porlo direttamente nella culla, si beavano di
contemplarlo tra di loro nel letto matrimoniale e dove
irresponsabili e incoscienti, come era solita dire
Giulia, talvolta si addormentavano senza provvedere
al trasloco del piccolo. Ma sotto quest’ultimo aspetto
si dimostrava più ansioso Francesco, anche se meno
efficace.
Durante il giorno egli correva da un angolo all’altro
della città e della provincia, ma appena riusciva a
liberarsi delle miriadi di incombenze rientrava a casa,
dove finalmente riusciva a dimenticare affanni e
preoccupazioni di ogni tipo, anche quelle del lavoro,
nei primi mesi. La vita, nella sua pienezza e nel suo
valore, la trovava lì, quando aveva tra le braccia il suo
piccolo Armando, che lo guardava incuriosito e
movendo la piccola bocca di ciliegia ad un sorriso.
Giulia avrebbe voluto dargli il nome di Salvo, come il
padre di Francesco, ma il marito si oppose
energicamente, in quanto di quel padre nell’aria vi era
solo il nome, senza merito e senza infamia,
concludeva. Si era invece prodigato perché al
bambino fosse dato il nome di Armando, nome che
era del padre di lei, il quale sarebbe stato il nonno
presente nelle varie fasi della crescita del bambino.
Egli sentiva che lui e Giulia avevano dei debiti morali
nei suoi confronti, oltre che economici. Di quelli
economici forse si poteva non tenere conto, ma di
quelli morali non se ne poteva fare a meno e il piccolo
ebbe nome Armando.
Mille progetti per lui da parte di Giulia e Francesco
crescevano insieme col peso e con l’età, giorno dopo
giorno, ma talvolta si ritrovavano marito e moglie a
fantasticare in modo veramente fanciullesco con mille
dubbi, milioni di “se” e di “ma” e con una infinità di
punti interrogativi, tutti privi di una ragionevole
risposta, come certamente era avvenuto per loro,
ognuno secondo le proprie condizioni familiari, forse
fin dal momento in cui erano stati concepiti.


Epilogo
Dopo molti anni, insieme con la mia compagna,
abbiamo incontrato Francesco e Giulia, un po’ più
rotondetti fisicamente da come li avevo conosciuti in
precedenza, ma sempre di spirito vivace entrambi.
Furono contenti nel rivedermi, almeno quanto lo ero
io. Ci abbracciammo con calore. Presentai mia
moglie, la quale notai che arrossiva un po’ mentre si
schermiva per i complimenti che le venivano rivolti
per la sua bellezza e la sua eleganza.
Ci riferirono che la vita era stata generosa con loro.
Armando era al secondo anno della facoltà di
Ingegneria edile, per la gioia del padre, ma
principalmente per sua libera scelta, mentre Alessio, il
secondogenito, era all’ultimo anno del Liceo
scientifico, intenzionato a scegliere la facoltà di
Medicina, l’anno successivo, come tutto lasciava
presagire, dato l’impegno che poneva negli studi.
Riferirono anche di Tony e Gisella, impegnati ognuno
nelle attività del passato, con la variante che ormai da
diciotto anni Gisella insegnava a Lecce, dove avevano
continuato a vivere in una villetta di loro proprietà con
due figli, una femmina di nome Vanessa, ormai
signorinella di diciassette anni, e un maschio di
quindici, Fulvio, anche loro impegnati negli studi.
Alla mia richiesta di notizie su Nico e Titti riferirono
che anche loro avevano formato ciascuno la propria
famigliola, con due figli maschi Nico e un maschio e
una femmina Titti.
Spesso si trovavano tutti riuniti da mamma Maria,
ormai avanti negli anni, la quale, scherzosamente
infastidita dalla caciara dei ragazzi, talvolta
esclamava: -ma chi vi ha portati tutti qui?-
E tutti in coro le rispondevano: -la colpa è tua! E chi è
causa del suo mal pianga se stesso!-
Naturalmente si concludeva sempre con una fragorosa
e benefica risata.
Ognuno viveva in armonia col proprio compagno o
compagna e con i figli, con gli alti e i bassi di ogni
genere, come avviene per i periodi dell’anno con le
sue stagioni, alcune piovose, fredde e noiose, altre
asciutte, calde e scoppiettanti di fiori, come sanno tutti
coloro che hanno famiglia.
Alcamo, 24.04.2018 ore 18,00.

FINE



 

Saro e altri racconti

 

Recensione a cura di Antonio Magnolo

di

 “Saro e altri racconti

di

MARINO GIANNUZZO

 

Il testo “Saro e altri racconti” presenta al lettore otto frammenti di vita: alcuni brevi e concisi, “Gnazio, Buck,  e Contrabbando”; altri con un intreccio più articolato “Le chiavi, Sfrattati, Tania, La giustizia di Tano” e infine “Saro” racconto lungo e, a ben ragione, da ritenersi romanzo breve. Otto contesti diversi, certamente, ma è possibile trovare un filo logico che li lega, al di là dei fatti narrati; il nesso va ricercato nell’ansia mai sopita di giustizia, nel desiderio di veder riconosciuto per tutti il diritto al rispetto, che si deve ad ogni persona umana.

     E Buck? Non è una persona, è un cane … ma ha i sentimenti di una persona. Intrappolato da Le pareti” che “scendevano quasi a strapiombo nella cava, perché di cava di pietra si trattava: questo era evidente. Buck desiderò essere una rondine”. Sa di dover morire e l’ultimo sguardo è al cielo dove volteggiano le rondini; ora fisse, punti neri “stelle spente, vaganti per il cielo”. Il lettore si sente coinvolto da profonda emozione e commozione. Non sembra la condizione di un cane, sembra piuttosto la condizione di tanti diseredati stanchi per il peso del vivere; l’augurio che anche per loro l’ultimo sguardo abbia l’azzurro del cielo.

     In Gnazio, la caricatura di un losco sanguisuga vittima della sua spropositata ingordigia e del coraggio spregiudicato ed incosciente di “un giovane di circa vent’anni che io non conoscevo e ... Neppure l’esattore pareva conoscesse ...

     In contrabbando  l’intima soddisfazione, di un umilissimo Andrea, in cui il lettore si identifica, per esser riuscito con il suo ingegno a superare il controllo dei dazieri, “di tutto si trasportava, con mille sotterfugi, eludendo la vigilanza e i controlli degli uomini del dazio”, per portare a casa il necessario, in un tempo che la fame rodeva lo stomaco di adulti e bambini. Sorride Andrea per lo smacco di “quello che doveva essere il capo” per esser riuscito a sporcargli di “merda” l’incauto dito …, e sorride il lettore.

     “Le chiavi”, inappuntabile descrizione di rapporti di vicinato, spesso inveleniti da futili motivi, come il passaggio preteso/negato su una strada vicinale. I personaggi sono descritti attraverso i dati distintivi del loro carattere; i ritratti che il lettore si raffigura sono stupende caricature di personaggi che non è certo difficile ritrovarsi intorno.

     In “Sfrattati”, il contrasto di vizi e virtù che a diverso titolo recitano i vari attori in una scena purtroppo frequente, ora più che mai. Su tutti spicca la figura tragicamente losca di Carlo Brunella, vero responsabile … d’aver buttato sulla strada la povera madre; per fortuna l’astio del lettore termina quando “si udì la sirena della volante della polizia. Quando si dileguò non si udì più nulla: se l’erano portato.

     In “Tania” la voglia crudele di vendetta per aver voluto a tutti costi trovare un colpevole a una disgrazia, … inchiodata su una sedia a rotelle, verso una sorella rea solo d’accudirla, di restarle a fianco; per il fatto di essere più bella ed essere quindi la preferita, la prescelta. A nulla valgono i vincoli di sangue quando l’odio come fuoco divampa, alimentato da invidia e gelosia che tutto divora.

     “La giustizia di Tano” racconta il dramma di un animo onesto, quello del protagonista. Tano ha perfettamente intuito che la morte della suocera in realtà è un omicidio perpetrato dal marito, Saruzzo, ma  ha sbattuto la testa contro l’inefficienza della giustizia, contro l’ignavia del cognato Peppe, contro le paure della moglie Sabina timorosa per un presente in cui non mancano gli stenti … per essere pronta a scoprire laceranti inconfessabili segreti familiari.

     Toccherà a “Saro” spezzare le remore di preconcetti stilemi di vita. Se, infatti,  in questi racconti vi è la rappresentazione di “Un mondo di “vinti”  che fanno ricordare i personaggi verghiani” con Saro si approda ad altro grande narratore: Corrado Alvaro.

Nel suo capolavoro, di “Gente in Aspromonte”, egli descrive vita e costumi di gente semplice, da sempre asservita, ma che riscopre il coraggio, il sapore dolce-amaro della rivolta e del riscatto. Ed anche il nostro autore, Marino Giannuzzo, non sembra immune a questo richiamo, al desiderio … che giustizia sia fatta. Già in “Gnazio” l’anonimo giovane si era ribellato, ma il suo era  stato un gesto immediato, istintivo, di incoscienza … appunto. Ben diversa la vendetta di Saro, studiata e pianificata fin nei minimi particolari.

     Ed infatti Saro avrebbe potuto essere un personaggio del grande scrittore calabrese, Corrado Alvaro, non importa se ha preferito chiamarlo Antonello e non Saro. In entrambi i personaggi ritroviamo l’incarnazione del desiderio di giustizia della gente, la voglia di dire - basta ai soprusi! -, con la decisione di farsi giustizia da sé. Sembra di rileggere l’auspicio messo in bocca ad Argirò, padre di Antonello eroe della rivolta in Aspromonte:

  -  Qui in questo paese non c’è scampo per nessuno, con questi mariuoli che comandano. Bella rivincita che sarebbe per me, per noi tutti, che da casa nostra uscisse qualcuno che potesse parlare a voce alta, e li mettesse a posto.

     Come non leggervi anche il pensiero di Saro, desideroso di vendicare la morte del padre!

     Saro pagherà il suo prezzo, e assai salato. Per un momento di gloria vestirà i panni dell’eroe, da tutti osannato (ed è qui che il nostro autore si avvicina tanto ad Alvaro), salvo poi a pagar lo scotto di vedersi tradito dalla ragazza amata, Ilenia, e ancor peggio da Lucio, amico fratello, di un’intera vita (e qui ricompare prepotente Verga).

     E' difficile per il lettore estraniarsi dai fatti e dai personaggi, perché ciascuno si vedrà, anche solo in parte, rappresentato con gli alti e i bassi delle proprie vicende, parte infinitesima di un ingranaggio il cui nome è … vita.

 

                      Sogliano Cavour 01. 05 2015                                                          Antonio Magnolo
 

 

Saro e altri racconti
 

La giustizia di Tano
Quel pomeriggio di giugno torrido siciliano Ninetta aveva
bussato alla porta di Silvia e non avendo ricevuto risposta,
come tante altre volte, spinse l’uscio già aperto e
s’introdusse nella stanza in penombra chiamando: - Sil….,
Silvi…., Silvia……
Non ci fu risposta. Scrutando meglio nella penombra stava
per tornare sui suoi passi quando si sentì afferrare per i
capelli. Volle gridare, ma una bocca, una bocca mascolina le
chiuse la sua. Vide su di sé gli occhi spalancati e forsennati
di compare Saruzzu. Ebbe un moto istintivo di graffiargli la
faccia, ma le sue mani si fermarono sulle guance ruvide e
irsute in una carezza. Senza averne l’intenzione anche lei si
mosse come forsennata. Se lo sarebbe divorato vivo se non
avesse avuto paura. Si staccò da lui e ricomponendosi gli
disse: - non permetterti mai più.
- Ti voglio. - fu la risposta di Saruzzu.
Ninetta lo guardò con tenerezza, si voltò verso la porta e in
fretta andò via.
Di irreparabile non era successo nulla, ma entrambi si resero
conto che una falla si era aperta nella diga che aveva
contenuto i loro sguardi e i loro desideri, che per tanti mesi,
forse per anni, aveva arginato i sentimenti inconfessati e
inconfessabili di entrambi.
Ninetta era arrivata alla bella età di trentatre anni senza aver
mai sentito da vicino l’odore aspro di sudore d’un maschio
in calore, senza che almeno per una volta due braccia più
forti delle sue l’avessero stretta e sottomessa come lei aveva
sempre desiderato.
Comare Silvia e compare Saruzzu da oltre tre anni si erano
trasferiti in quella casa di fronte alla sua. L’avevano
comprata a buon prezzo, si diceva. Non erano ricchi, ma
almeno avevano la casa, avevano un figlio maschio che già
portava pane a casa e una bambina che frequentava le prime
classi della scuola elementare. Avevano anche un’altra
femmina, ormai sposata, che aveva il suo da fare con il
marito e con un figlio e per questo si vedeva poco dai
genitori, almeno di giorno.
Comare Silvia era una buona vicina, una donna tutta casa e
chiesa. Le sue preoccupazioni erano quelle di far trovare un
piatto di minestra calda a tavola quando il marito rientrava
dal lavoro, provvedere che fossero sempre pronti per la sera
un pantalone e una camicia per il figlio Peppe e seguire con
gli occhi la bambina la mattina quando si recava a scuola.
Infine venivano le normali faccende di casa.
Compare Saruzzu era impiegato, diceva lui, come guardiano
presso la Colmer spa, una ditta che provvedeva alla posa di
tubi in ghisa e in ferro per la conduttura di acque nere e di
acqua potabile. Talvolta dava una mano a spostare qualche
macchinario che gli avevano insegnato a manovrare. Ma il
suo compito specifico consisteva in questo: che non
venissero a mancare tubi e che non venissero danneggiati da
atti di vandalismo. Nei primi tempi era stato larvatamente
minacciato. Quell’impiego era preteso da altri. Poi era stato
spaventato: gli avevano fatto trovare una testa di agnello
ancora sanguinante avvolta in un foglio di giornale una sera
davanti al cancello della ditta. Saruzzu sapeva che
combattere contro i fantasmi era pericoloso. Avrebbe dato
sciabolate al vento, a destra e a manca, senza colpire chi
doveva essere colpito. L’indomani cercò, e lo trovò al centro
della piazza del paese, don Vincenzo Chiesazza. Con poche
parole gli espose i fatti e le apprensioni. Don Vincenzo lo
guardò con un sorriso compiaciuto, gli fece paternamente
sobbalzare una spalla con alcuni colpi della mano e
sorridendo gli disse: - va’ a lavorare tranquillo, guadagnati il
pane e sii sempre rispettoso.
Saruzzu fece per baciargli la mano ma Don Vincenzo la
ritrasse.
- Va’… - gli ripeté.
Da allora Saruzzu non aveva avuto più problemi, sul lavoro.
Anzi da quel giorno si era visto prendere in considerazione
da tutti: dai suoi capi, dagli operai della Colmer, dagli amici
e dai conoscenti. Insomma l’ispirazione che aveva avuto di
rivolgersi a don Vincenzo Chiesazza era stata forse l’idea
più brillante che avesse avuto in vita sua. Non era diventato
ricco ma non era mai mancato il pane in casa sua e i suoi
figli avevano potuto condurre una vita dignitosa. Il lavoro
notturno talvolta aveva dato occasione alla moglie di avere
qualche sospetto sulla sua fedeltà. Ma anche lei, alla tirata
delle somme, si era convinta che l’uomo è cacciatore e che
se lascia guai dove passa l’importante è che non ne porti in
casa. Così erano passati ventiquattro anni di sopportato
felice matrimonio per entrambi.
Si erano sposati molto giovani: Saruzzu diciott’anni e lei,
Silvia, sedici. I primi tempi era stata dura, ma col passare
degli anni e con l’assidua buona volontà non avevano avuto
bisogno di aiuto da parte di nessuno. Avevano fatto la fuitina
per amore e si erano voluti bene anche e soprattutto nei
momenti di difficoltà economica. Poi la sorte era stata
benevola con loro ed avevano avuto una vita se non agiata
almeno tranquilla.
Ma da un certo tempo lei, Silvia, aveva avuto l’impressione
che qualcosa non andava nei rapporti col marito. Era sempre
nervoso, le si rivolgeva in modo sgarbato per un nonnulla, a
letto le girava le spalle e si addormentava subito. Aveva dei
sospetti, ma non aveva prove. E quei sospetti, in fondo,
risultavano senza fondamento. Le sue erano solo congetture,
andava ripetendo a se stessa, mentre solitaria andava
mettendo ordine nella casa durante il giorno. Non aveva una
sorella con cui confidarsi. Non aveva più madre. E
comunque cosa avrebbe potuto confidare?
Così erano trascorsi gli ultimi mesi.
Una sera, sul finire di ottobre, mentre Saruzzu si accingeva
a sganciare il lucchetto dalla catena che teneva chiuso il
cancello dell’azienda sentì dei passi alle sue spalle. Si voltò:
dall’ombra due uomini si avvicinavano frettolosi a lui. Dalle
voci li riconobbe. Erano Cicco e Paolo Malerba, suoi vicini
di casa, anzi suoi dirimpettai, fratelli della comare Ninetta.
- Da queste parti? - chiese Saruzzu.
- Ci trovavamo a passare per puro caso e abbiamo pensato di
venirvi a trovare. O non gradite le visite?
- Ma con piacere. E’ un onore. Avanti, avanti … - e così
dicendo Saruzzu, seguito dai Malerba, si diresse verso la
baracca, posta al centro dello spiazzo. L’aprì e, accesa
l’unica lampada che pendeva dal tetto, li fece entrare.
- Accomodatevi. - E indicò loro due vecchie sedie.
- Non ha importanza, possiamo restare in piedi - disse Paolo.
- Come volete. In che posso essere utile?
- Niente che abbia importanza. Solo una cortesia. Voi sapete
che nostra sorella Ninetta è ormai grandicella ed è molto
difficile che trovi un marito scapolo, con l’età che si ritrova.
Voi sapete quanto noi l’abbiamo in considerazione e quanto
rispettiamo gli amici e i vicini. Però per nostra sorella siamo
capaci di fare qualsiasi fesseria, e, vi assicuro, non abbiamo
alcuna intenzione di farne. C’è una persona di nostra e vostra
conoscenza che purtroppo ne ha combinata una grossa
quanto il mare ed è giusto che questa persona trovi la
soluzione. Alla fine di novembre, un mese da questa sera,
scade il termine che viene concesso. Non vi saranno ulteriori
comunicazioni. E ora se avete la bontà di farcene andare vi
diamo la buona notte.
- Buona notte… - rispose Saruzzu, come inebetito, mentre
apriva la porta della baracca in lamiera zincata dirigendosi al
cancello. Lo aprì. I Malerba andarono via senza salutare,
contrariamente a come erano soliti da sempre.
Il discorso era stato chiarissimo. Saruzzu era stato colpito in
pieno. Un masso lanciato sulla sua testa gli avrebbe arrecato
minore scompiglio. La minchiata che aveva fatto era tutta
davanti a lui, in tutta la sua madornale immensità.
L’esperienza e l’età avrebbero dovuto insegnargli qualcosa.
Ma, si sa, tutti siamo esperti, intelligenti, navigati fino a
quando non scivoliamo nella merda. Davanti agli occhi di
tutti e di noi stessi siamo i più stupidi e i più sprovveduti.
Egli lo sapeva. Con Ninetta si erano frequentati, dopo quel
torrido pomeriggio di giugno. Lei gli si era donata senza
limiti, aveva concentrato in quei pochi mesi tutto il furore
amoroso represso per almeno quindici anni, ma era rimasta
incinta da due mesi. Ne avevano parlato. Ninetta non era
disposta ad abortire: ci teneva al suo bambino, in particolar
modo perché era frutto dell’amore di Saruzzu, diceva lei.
Saruzzu dal canto suo non poteva costringerla e in fin dei
conti un po’ d’affetto lo sentiva pure lui per lei e per quel
figlio che era di là da venire, espressione della sua potenza
virile, a quarantadue anni, da poco superati.
Ma una soluzione non riusciva a trovarla, né di giorno né di
notte, quando, malgrado avesse gli occhi chiusi, non riusciva
a prendere sonno, accanto a Silvia.
I morti erano passati. E San Martino pure stava passando.
La serata era trascorsa apparentemente serena. Solo
apparentemente. Saruzzu quella sera aveva trascinato Silvia
a casa della figlia Sabina insieme con Gina, la loro bambina.
Subito dopo erano arrivati anche i suoceri di Sabina che,
resisi conto di essere in troppi, dopo i soliti convenevoli, con
una scusa decisero di andare via. Ma Tano bloccò tutti.
- E’ San Martino. Ci troviamo qui e qui resteremo. Sabina,
prepara la tavola! Vedi cosa c’è in casa mentre io scendo
nello scantinato a prendere il vino. -
Di fatto sia i genitori di Tano che i genitori di Sabina si
erano recati presso i rispettivi figli per passarvi la serata,
com’era consuetudine nel paese, e qualcosa l’avevano
portata anche loro.
In meno di dieci minuti comparvero formaggi, salumi, frutta
secca, un pezzo di frittata, avanzata dalla cena consumata
poco prima, arance, mele e vino in quantità. Insomma tutto
ciò che di alimentare Sabina era riuscita a trovare in casa. La
serata trascorse in discreta allegria. I maschi bevvero in
quantità, malgrado i rimbrotti delle donne, in particolare
Saruzzu, che alla fine risultò piuttosto brillo. Gina si divertì
col nipotino. Poi, siccome l’indomani sarebbe stata
domenica e nessuno sarebbe andato a lavorare e non ci
sarebbe stata scuola, Gina insisté per restare a dormine
insieme con Filippetto, il nipotino. Dapprima Saruzzu e
Silvia si opposero ma poi udite le insistenze di Tano
accondiscesero. Gina restò a dormire presso la sorella ed essi
andarono via.
Quando furono a letto Saruzzu si lamentava sordamente di
capogiri che aveva alla testa. Se posava la testa su un lato
sentiva il vino scendergli tutto su quel lato. Se la posava
sull’altro sentiva il vino invadergliela su quell’altro lato.
Infastidita Silvia lo riprese: - è una vergogna. Bell’esempio
che diamo ai figli e bellissimi spettacoli che diamo agli
estranei. Vergogna, vergogna, vergogna. -
Per un istante Saruzzu restò muto. Ma quando Silvia in
sottotono riprese: - vergogna ... vergogna …
- E ora è tempo di finirla! - sbottò.
- Ora è tempo di cominciarla, invece. Il cattivo esempio
glielo dai in tutti i modi ai figli tuoi. Fuori di casa e dentro
casa. Vicino e lontano … -
- Zitta, ho detto!
- Zitta io non posso stare, perché il cuore so io come ce l’ho
pieno e come me lo sento. Vergogna, vergogna, vergo … -
Saruzzu in modo automatico aveva afferrato il proprio
cuscino e con quello zittì la moglie. Non disse una parola.
Premé il cuscino sul volto di lei. Non seppe mai dirsi per
quanto. Silvia dimenava le braccia e le gambe, ma era tenuta
giù, inchiodata al letto, dalle ginocchia di Saruzzu che le
schiacciavano il seno.
Poi la donna si arrese, non si mosse più e non parlò più.
Saruzzu abbandonò la presa emettendo un profondo respiro.
Si girò sull’altro lato e s’addormentò.
Si svegliò in piena notte. Sentì accanto la presenza immobile
della moglie. La chiamò. La scosse varie volte. Poi soffocò
un urlo disperato contro il cuscino che aveva tra le mani.
Silvia era morta ed era stato lui ad ucciderla.
Non seppe mai confessare a se stesso se era stato un atto
voluto o se era stato un effetto del vino. Di fatto aveva
ammazzato sua moglie. Le aveva voluto bene. Lei lo aveva
amato. Si erano sopportati come si sopportano tutti coloro
che convivono per decenni nella stessa casa. Anche quei
rimproveri nella notte, che egli ricordava vagamente, erano
stati una manifestazione di affetto e di stima. Volle piangere
ma non gli riuscì. Il cuore lo sentiva indurito, quasi
insensibile. Ora bisognava darsi da fare per salvare il
salvabile.
Aveva tremato tutto il giorno e tutta la notte di quella
domenica Saruzzu davanti alla bara posata su quattro sedie
in mezzo alla stanza principale della casa che era stata
salotto, garage, sala di ricevimento per gli ospiti, dormitorio
per la bambina, dormitorio per qualche coppia di amici che
avevano pernottato quando il tempo era stato troppo brutto o
la notte era stata trascorsa a bere qualche bicchiere in più.
Silvia era ormai dei più. Aveva finito di soffrire per quel
marito che le era toccato. Sempre dietro la gonnella di questa
e di quella, senza mai combinare nulla probabilmente. Ma
qualche cosa era successa negli ultimi tempi se Saruzzu era
stato inquieto, se si era prodigato oltre ogni necessità per
tranquillizzarla che non c’era nulla di cui preoccuparsi, che
l’amore per lei era rimasto sempre intatto, anche se erano
passati ventiquattro anni da quando l’aveva sposata, con tutti
i sacramenti della Santa Romana Chiesa.
Ma ora tutto era finito. Silvia non avrebbe più manifestato
apprensioni e preoccupazioni. Era stata una morte naturale:
era chiaro e palese per tutti. Era morta. Questa era la triste
realtà per parenti ed amici. Anche per Sabina, la figlia
maggiore, ventitreenne ormai, da quattro anni sposa di Tano.
Ma qualcosa non aveva convinto Tano, suo marito, che
teneva le labbra strette e aveva scosso la testa varie volte,
fissando la bara.
Durante la veglia funebre, davanti ad alcune decine di
persone, tra parenti ed amici, Saruzzu aveva rosicchiato,
proprio rosicchiato come un topo, un intero fazzoletto da
naso e aveva tremato ininterrottamente come una foglia
attaccata al ramo allo spirare dello scirocco trapanese, nel
tardo autunno.
Sabina, Gina e Peppe gli si erano stretti attorno, avevano
pianto, erano rimasti scioccati dalla scomparsa così
improvvisa e innaturale della madre. Era morta senza un
perché, senza lasciar trapelare un minimo indizio sulle cause
di quella morte. Non si era suicidata e nessuno l’aveva
uccisa: questo era certo. Ma in qualcuno un dubbio l’aveva
lasciato.
Tano aveva osservato per tutto il tempo il suocero nervoso,
la suocera morta, i cognati. In particolare aveva posato la sua
attenzione su Gina, la cognatina di nove anni, che guardava
sbalordita tutti coloro che le si avvicinavano per porgerle le
condoglianze ed era meravigliata del ruolo che le veniva
attribuito in quella circostanza, senza che lei avesse fatto
nulla per averlo. Col trascorrere delle ore si era convinta
anche lei che qualcosa di importante doveva essere successo,
se tanta gente, conosciuta e non conosciuta, veniva ad
abbracciarla mormorando parole incomprensibili come per
scusarsi di quanto era accaduto.
Sabina si era attaccata al marito. Tremava anche lei. Non
seppe mai dire a se stessa se tremasse per paura o per
nervosismo o perché si sentiva sull’orlo di un precipizio nero
come la notte, mai cercato. Il più sereno sembrava Peppe, il
figlio ventenne, che era precipitosamente tornato da
Messina, dove era in servizio militare, per le esequie della
madre. Dopo un attacco di isterismo alla vista della bara, in
cui era stata ormai sigillata la madre e che ad ogni costo
pretendeva dovesse essere aperta perché lui potesse
abbracciarla e baciarla per l’ultima volta, si era dato pace
quando il responsabile delle pompe funebri gli disse in tono
deciso che un soldato dinanzi al dolore doveva dimostrare di
essere un uomo. Perché quando tutto va bene tutti siamo
capaci di dimostrare il valore. Ma quando qualcosa va male
è allora che si vedono gli uomini o i quaquaraquà. Allora
Peppe si era chiuso in un mutismo assoluto. Non aveva più
pianto, non aveva più parlato, non aveva più risposto alle
domande che gli venivano rivolte, non aveva voluto più
mangiare. Sembrava che anche il suo spirito non fosse più
presente.
Gli amici e i conoscenti lo guardavano e scuotevano la testa.
Quando gli si avvicinavano per le condoglianze lo
abbracciavano senza che egli dicesse nulla. Era
completamente assente.
Subito dopo i funerali della madre, solo come era venuto, se
ne andò a Messina, dove, imbarcatosi sulla nave militare,
partì senza comunicare più con i suoi.
Tano si era svegliato in piena notte. Per tre volte si era
levato dal letto e tre volte si era nuovamente coricato nella
speranza di riprender sonno ma non c’era stata volontà di
Dio che gli riuscisse di addormentarsi. Udiva la moglie che
respirava nel sonno profondo della notte e desiderava tanto
dormire. L’indomani lo attendeva una giornataccia. Ma più
ci pensava e più sentiva sveglio il suo spirito. Stringeva gli
occhi nella speranza di addormentarsi, ma più li stringeva
più gli facevano male. Se li stropicciò, e fu peggio. Gli si
spalancarono in piena notte e si disse che riusciva a vedere
nel buio.
Rivide Sabina taciturna. Rivide Gina, la cognatina, che
dormiva nel camerino a fianco della sua stanza. Rivide
Peppe che se ne era andato senza dare più notizie di sé.
Rivide la suocera, dapprima sul letto, poi cianotica e nella
cassa funebre. Poi più nulla. Per un momento nella notte
vide il vuoto, solo il vuoto. Poi le impressioni cominciarono
a prendere forme, colori, dimensioni. E allora un altro
scenario sorse dinanzi a lui.
Rivide il suocero. Rivide Ninetta.
Già, il giorno dopo la morte di Silvia, Ninetta si era prestata
per i servizi più elementari necessari nella casa di Saruzzu.
Dove, oltre alla biancheria di Saruzzu e alla pulizia in casa,
vi era una bambina di nove anni che aveva bisogno di cure e
di attenzioni. I vicini avevano notato i movimenti, le
premure: erano rimasti sbalorditi, ma smisero di
meravigliarsi e anche di spettegolare quando dopo qualche
mese videro la pancia di Ninetta gonfia di almeno quattro
mesi. Solo un mese dopo i funerali si era introdotta nel letto
che era stato di Silvia e vi aveva preso possesso in pianta
stabile.
Quella sera Gina era stata mandata dal padre a buttare le
immondizie all’angolo della strada, ad una cinquantina di
metri dalla casa. Tornando aveva trovato la propria stanza al
buio. L’unica fioca lampada si era fulminata. Il padre l’aiutò
a mettersi a letto, raccomandandole di dormire.
La notte la bambina dormì poco e male. Di là dalla porta
della stanza del padre venivano dei mugolii, come dei
piacevoli lamenti, soffocati, ma non troppo. Sulla porta che
dava sulla strada, attraverso il buco che serviva per il
ricambio dell’aria nella casa e perché il gatto potesse entrare
ed uscire secondo le proprie necessità, la luna penetrava
prepotente e luminosa, tanto che nella stanza col chiarore
tutti i tegami appesi al muro erano perfettamente
distinguibili.
La mattina quando si svegliò Gina vide davanti al suo lettino
il padre in canottiera e mutande e al suo fianco Ninetta, in
vestaglia. Lei Ninetta l’aveva vista altre volte di giorno
aggirarsi per casa. In qualche modo le era stata grata perché
si era presa cura di lei come di suo padre, ma a quell’ora, in
sottoveste e con i capelli disfatti, certo, non se l’aspettava.
Capì che doveva esserci qualcosa di strano in tutto questo,
ma non disse nulla. Neppure quando il padre, carezzandole i
capelli le disse: - questa è la tua nuova mammina! Da oggi in
poi sarà lei che avrà cura di te. E tu le vorrai bene e la
rispetterai. Ora dalle un bacio. -
La repulsione fu istintiva nella bambina, ma non ebbe il
coraggio di ribellarsi agli ordini del padre. E rimase
immobile quando Ninetta si chinò su di lei, l’accarezzò sulla
fronte posandovi un bacio delicato. Poi avvicinò la guancia
alla sua boccuccia per riceverlo, restituito. Ma la bambina
non si mosse. Fu lei allora, Ninetta, a premere sulla bocca di
lei la propria guancia, sollevandola stizzita. Anche Saruzzo
se ne accorse e rivolse uno sguardo non proprio benevolo
alla figlia. Entrambi ritornarono nella stanza da letto che era
stata di sua madre chiudendosi la porta alle spalle.
Poi Gina, frastornata, confusa, umiliata, si levò dal letto, si
vestì, si lavò, raccolse i quaderni, i libri, le sue cose e scappò
a scuola.
All’uscita si recò a casa di Sabina, la sorella maggiore,
sposata con Tano.
Fin dal primo momento Tano le aveva detto che la propria
casa era la sua casa. Ci poteva andare quando voleva; di
giorno e di notte; e, se voleva, anche per sempre.
Quando Sabina le aprì la porta d’ingresso Gina scoppiò in
lacrime. Avrebbe voluto dire tante cose, ma non le venne
fuori neppure una parola. La sorella la lasciò sfogare. Poi
quando si rese conto che la piccola poteva parlare le chiese: -
e allora cosa è successo?
- Nulla.
- Non è possibile nulla; qualcosa di sicuro è successa.
- Il papà.
- Il papà cosa ti ha fatto?
- Niente.
- E allora, cosa ti ha detto?
- Mi ha detto … che Ninetta ... è la mia mammina.
- Farabutto e vigliacco. Non preoccuparti. Ci sono qua io. Da
ora in poi tu resterai qui con me. Non esiste nessuna
mammina. Ce n’era una e Dio se l’è portata. E anche questo
si vedrà, se è proprio stato Dio. -
Abbracciò la sorella, la coprì di baci, le tolse il fagotto di
libri dalle mani e stringendola a sé la trascinò quasi vicino al
tavolo, dove la sera lei e il marito erano soliti raccogliersi
per cenare, insieme con Filippetto, il figlioletto di tre anni.
Preparò un panino. Gina lo mangiò.
Quando Tano la sera rientrò dal lavoro abbracciò la
piccola, si meravigliò che fosse lì a quell’ora ma non chiese
nulla. Poi mentre si lavava di là, nello sgabuzzino riservato
ai servizi igienici, chiamò la moglie e: - che c’è? - le chiese
senza preamboli.
- Niente. Poi ti racconterò.
- Dimmelo ora; in due parole.
- Gina credo che dovrà restare con noi.
- Va bene. Ma perché?
- Perché mio padre si è messo con Ninetta e la fa dormire in
casa sua.
- Figli di puttana.
- Stai calmo, senza parlare in presenza della bambina e
sbrigati, che la minestra si raffredda.
Tano rimase calmo. Cenarono. Giocherellarono un po’ con
Filippetto, che ormai andava facendosi ometto. Sabina
accompagnò la sorella a letto, le rimboccò le coperte, le
diede un bacio su una guancia e le augurò la buona notte.
- Buona notte - rispose Gina mentre si andava assestando
sotto le lenzuola.
Poco dopo, quando Sabina andò a controllare, dormiva
serena, ignara dei terremoti che avvenivano negli animi
attorno a lei.
La sera successiva Tano si recò dall’avvocato Porrino che
gli disse chiaro e tondo:
- Tanuzzu begdru, tu non hai voce in capitolo. La tua firma
non conta. Portami tua moglie. Le facciamo firmare la
delega e possiamo cominciare a muoverci. Senza la firma di
tua moglie siamo fermi come la montagna.
- Ve la porterò. Poi cosa ci vuole altro?
- Per ora nulla. Strada facendo si vedrà. Sei avvertito: la
strada è lunga e piena di difficoltà. -
Tano si tirò su dalla sedia, guardò per un attimo l’avvocato,
salutò e: - Avrò pazienza - disse, e se ne andò.
La sera successiva accompagnò Sabina dall’avvocato
Porrino. Le disse di firmare dei fogli in bianco che le furono
presentati e lei firmò. Era fatta. Si poteva partire. Lasciò
sulla scrivania il denaro per le prime spese di carta bollata,
aveva detto l’avvocato, e chiese quando doveva farsi sentire.
- Fra una quindicina di giorni fatti vedere. Può darsi che
abbia qualche novità - gli rispose l’avvocato.
Marito e moglie salutarono e tornarono a casa.
Da quella sera erano trascorsi ben quattordici mesi e non si
era venuti a capo di nulla.
Saruzzu e Ninetta, che dopo sei mesi dalla morte di Silvia
avevano avuto un bambino, abitavano ancora nella casa che
era stata anche della povera Silvia, felici e strafottenti, fatta
eccezione per quell’anima innocente che non aveva colpe.
Dapprima si era detto che la casa era intestata a Saruzzu e
quindi, essendo egli l’unico proprietario, non si potevano
avanzare pretese. Poi finalmente si era riusciti a sbirciare
nell’atto di compravendita ed era saltato fuori che era
comproprietario con la morta, in parti uguali. Tano era stato
nominato tutore di Gina. Peppe era stato convinto a firmare
la delega alla lite in favore dell’avvocato Porrino. Di firme e
di carte bollate s’era perso il conto di quante erano state
necessarie. Tano aveva firmato nella qualità di tutore e di
garante degli interessi della bambina. Il Giudice aveva
disposto la divisione della casa. Saruzzu non aveva avuto il
denaro sufficiente per comprare la parte che era stata
assegnata ai figli e quindi era stata venduta, dopo
innumerevoli approcci e litigi, per una mangiata di pasta.
Erano stati pagati i debiti che si erano fatti per le spese legali
e alla tirata dei conti non c’era stato neppure un centesimo
d’avanzo. Tano anzi ci aveva rimesso qualcosa; ma dove c’è
soddisfazione non c’è prezzo, andava dicendo agli amici che
si congratulavano con lui per i risultati ottenuti.
Ma c’era l’altra questione che lo faceva incarognire. La
morte della suocera non gli era stata mai chiara fin dal primo
momento. Non era riuscito a convincere totalmente né la
moglie né il cognato della possibilità che la morte della
madre non fosse avvenuta per causa naturale. Con tutto ciò
era riuscito a far firmare loro la richiesta per l’autopsia del
cadavere. Si era informato presso il Commissariato di
Polizia e gli avevano detto che se il Giudice avesse accettato
l’istanza l’autopsia sarebbe avvenuta, e gratuitamente,
perché si trattava di giustizia di natura penale. Egli aveva
insistito che era stato il suocero, Saruzzu, a uccidere la
moglie, ma nessuno aveva voluto mettere nero su bianco.
L’avvocato Porrino gli aveva detto che ci volevano delle
prove, dei testimoni, che bisognava insomma essere certi al
cento per cento quando si asserivano cose del genere. Già
era una cosa eccezionale se la richiesta di autopsia, dopo
quattordici mesi, fosse stata accolta, sperando che non ci
fossero desideri di vendetta da parte di Saruzzu. Il che era
anche possibile.
E qualche dubbio l’avevano fatto venire pure a lui.
- Lascia perdere … - gli aveva detto qualche amico. Ma egli
aveva detto che quella partita se la doveva giocare tutta e: -
quel che costa costi! - aveva aggiunto. Né poteva ora tirarsi
indietro. Tutti sapevano che era stato lui a smuovere le
acque, a creare lo scompiglio, a scatenare il terremoto ed egli
non poteva ora prendersi il lusso di lasciarli tutti delusi,
senza far vedere come andava a finire quella guerra tra lui e
il suocero.
Dopo quattro mesi finalmente gli giunse notizia che il
sepolcro della suocera era stato aperto e che la giustizia
aveva provveduto a fare le sue indagini e l’autopsia sul
cadavere. Ma ufficialmente nulla era trapelato. Né mai si
seppe nulla. Al Commissariato, alle sue rimostranze perché
non era stato avvertito, gli dissero che la giustizia non ha
bisogno di testimoni ma di periti, in questi casi. La sua
richiesta non aveva fine risarcitorio personale, ma doveva
essere intesa come richiesta di giustizia per la società. Il
Tribunale l’aveva accolta e aveva provveduto. Ora egli
doveva essere sereno e tranquillo: sua suocera era morta
come muoiono la maggior parte degli uomini e delle donne,
di morte naturale, per arresto cardiaco.
- Siamo una nullità. Oggi ci siamo e domani non più.
Ognuno il suo destino! - aveva aggiunto il brigadiere
Murica, tendendogli la mano e facendogli capire che ogni
discorso ulteriore sarebbe stato superfluo.
Tano salutò e come un cane bastonato si avviò verso l’uscita.
Aveva perso la battaglia. Tutti l’avrebbero guardato con
commiserazione e avrebbero riso alle sue spalle.
- Ma non finisce qui - andava ripetendo a se stesso
mentalmente per consolarsi mentre scendeva le scale del
Commissariato.
Ogni giorno in campagna mentre lavorava la terra Tano si
chiedeva parecchie volte se proprio era il caso di attuare
quanto gli frullava in testa da qualche mese.
Per fare altri ricorsi alla Magistratura, fino alla Corte di
Cassazione, ci voleva denaro, molto denaro: forse non
sarebbe bastata la casa che con stenti e sacrifici era riuscito a
mettere su con le fatiche di tutta la sua giovinezza. E sia la
moglie che il cognato si erano espressi chiaramente: essi non
avrebbero mai firmato un altro documento contro il padre.
Chi muore tace e chi vive si dà pace. Lo sapevano tutti. Era
lui che si inventava tutte le supposizioni, le concomitanze, le
circostanze. Anche i giudici non avevano trovato argomenti
contro il padre. Ed egli non poteva intestardirsi così contro
l’evidenza dei fatti. Quindi da quel lato non poteva contare
su alcun supporto. Era il tutore della piccola Gina, e doveva
ringraziare Dio se Saruzzu, suo suocero, non aveva fatto
ricorso, ma non aveva un centesimo a disposizione. Non gli
restava da percorrere se non l’unica strada percorribile per
dimostrare a tutti che non era un “nenti e nugdru”. Tutti
avrebbero capito e nessuno avrebbe parlato.
Da tempo aveva preparato una catasta di ramaglie e di
sarmenti, tra il folto di alcuni cespugli sempre verdi. Vi
aveva aggiunto dei tronchi di eucalipti, perché il fuoco
divampasse presto, e tronchi d’ulivo e di mandorlo perché
potesse durare a lungo, fintantoché non fosse rimasta alcuna
traccia del corpo. Avrebbe trovato il modo per far giungere il
suocero fin là.
Un amico fidato, con una scusa qualsiasi, lo avrebbe fatto
venire sul luogo con le sue gambe. Poi l’amico sarebbe
andato via ed egli avrebbe dovuto sbrigarsela da solo. Ma
quando si è in due c’è sempre il rischio che la notizia prima
o poi trapeli: ed è la fine. Oppure doveva sbrigarsela da solo
in tutto e per tutto. Ma intravedeva un mare di difficoltà.
Così trascorreva le giornate nella solitudine della campagna.
Poi pensò e ripensò più volte che i primi ad accusarlo della
scomparsa di Saruzzu sicuramente sarebbero stati suo
cognato Peppe e sua moglie Sabina. Non sarebbe stato in
grado di sopportare i loro sguardi accusatori. Non parliamo
poi degli interrogatori dei Carabinieri e della Polizia. Lo
avrebbero fatto cantare come un cardellino accecato, perché
ognuno conosce il proprio mestiere.
Lui, in fin dei conti, non era tagliato per essere un assassino.
Non aveva la stoffa del giustiziere. Se almeno avesse denaro
a sufficienza pagherebbe e chi è capace di compiere certe
azioni senza rimorsi le compirebbe.
Poi i suoi pensieri presero altra direzione. Dinanzi a lui c’era
Filippetto, che fra un anno doveva andare a scuola, dalla
quale sarebbe tornato ogni giorno raccontandogli le sue
avventure e la sua bravura. C’era la piccoletta, Angioletta, la
nuova arrivata da nove mesi, che già dava segni di voler
camminare da sola. C’era sua moglie, Sabina. Infine c’era
Gina, ormai grandicella, che aveva bisogno di essere seguita
per non sbagliare. Egli e Sabina s’erano preso l’incarico di
farle da tutore fino al raggiungimento della maggiore età.
Chi avrebbe avuto cura di loro? Qualcuno inizialmente ne
avrebbe avuto pietà, ma poi tutti si sarebbero allontanati,
come ci si allontana dagli appestati. Egli avrebbe pagato e
Peppe si sarebbe goduta la vita. Peppe a cui non interessava
un bel niente se la madre fosse morta in modo naturale, per
arresto cardiaco, come si sapeva, o in modo violento, come
egli sospettava. Era morta e basta.
Si avvicinò alla catasta di legna. Diede fuoco. In pochi
minuti una vampata alta quanto gli alberi rischiarò il giorno,
che fino a quel momento era stato grigio. S’accovacciò su di
un masso, tese le mani verso la fiamma e rimase intontito a
riscaldarsi finché emise un guizzo l’ultima fiammella.

Tania
Tania da giovane non era stata una ragazza bella, anzi era
stata ritenuta piuttosto bruttina, ma era stata sempre
intraprendente. Se i giovanotti non la degnavano di uno
sguardo per le sue fattezze aveva trovato il modo di farli
interessare alla sua persona per altri versi. Non avrebbe
saputo spiegarlo neppure lei come avveniva ciò. Fatto è che
la circondavano innumerevoli amici. La madre non si era
mai preoccupata più di tanto del suo comportamento: se
qualcuno di quei giovanotti in un qualche modo se ne fosse
fatto carico, lei, in cuor suo, aveva fatto voto alla Madonna
dell’Alto che per tre anni consecutivi, l’otto settembre,
partendo da casa, sarebbe arrivata a piedi scalzi fino al suo
santuario, in cima al monte Bonifato.
Margherita, la sorella di due anni più piccola, invece era una
ragazza belloccia. Aveva spesso gli occhi dei vicini di casa
puntati su di sé. Bella, brava, servizievole, di famiglia in
discrete condizioni economiche. Molte madri speravano di
averla per nuora. Almeno fino a quando la poliomielite,
all’età di sedici anni, non colpì Tania, inchiodandola su una
sedia a rotelle. Molto denaro andò via in quel periodo senza
ritorno e senza risolvere alcun problema per la salute della
ragazza. Molti pensarono che si trattasse di un male
ereditario. Quei giovanotti che avevano sempre circondato
Tania per la sua simpatia, e in cuor loro facendo velatamente
la corte a Margherita, dopo la pietà dei primi tempi, ad uno
ad uno si dileguarono tutti. Unico restò Francesco, un
giovanottone di ventidue anni, a far compagnia a Tania nei
momenti che gli restavano liberi dal lavoro di parrucchiere,
come braccio destro del principale.
Bisogna dire che non gli dispiaceva affatto. Anzi era
particolarmente felice e tornava a casa a malincuore quando
Margherita alcune volte era restata a chiacchierare con lui e
Tania. Più con lui che con Tania. Un calore pervadeva tutto
il suo corpo se solo le loro mani inavvertitamente si
sfioravano nel porgere un bicchiere o nel passarsi un libro.
Durò alcuni mesi questa situazione senza che Margherita
desse segnali di interesse per il giovane, benché fosse
sempre cordiale con lui.
Un pomeriggio di mezzo luglio quando Francesco bussò alla
porta d’ingresso e il caldo spaccava le pietre la ragazza,
ormai prossima a compiere i suoi diciassette anni, andò ad
aprirgli. Lo invitò ad entrare. Poi: - Vado a prendere Tania; è
di là che dorme sulla sedia … - disse.
- Lasciala dormire, attenderò che si svegli. Intanto leggerò
qualcosa, qui, sul divano. -
- Allora accomodati. La mamma tarderà un po’. Io ho
appena finito di rassettare la cucina. Ho preparato il caffè da
poco: te ne offro una tazzina. -
- Te lo accetto volentieri. -
Margherita entrò in cucina, armeggiò per qualche minuto,
poi tornò con sul vassoietto due tazzine, una zuccheriera e
alcuni tovaglioli di carta. Lo posò sul tavolinetto di vetro e
prese posto sul divano, accanto al giovane.
- Zucchero? - chiese.
- Uno. -
Sorseggiava ancora il suo caffè Margherita quando
Francesco, avendo bevuto il suo tutto d’un fiato, le si
accostò per riceverne la tazzina da posare sul vassoio.
Mentre lei gliela porgeva meravigliata egli le afferrò la
tazzina insieme con la mano. La tirò a sé. Posò la tazzina sul
tavolino mentre con l’altro braccio e l’altra mano le
circondò la spalla, stringendola a sé. Margherita tentò di
ritrarsi, ma poi chiuse gli occhi e lasciò fare,
abbandonandosi completamente. Egli in silenzio l’abbracciò,
prima timoroso che lei lo respingesse e potesse fargli una
scenata, poi, resosi conto che anche lei si andava eccitando,
cercò le sue labbra, le trovò e con tutto il vigore che ebbe
nelle sue gliele succhiò e mordicchiò fino quasi a farle
sanguinare. Poi allentando la presa gliele sfiorò di nuovo
lievemente con le sue, mentre lei continuava a tenere gli
occhi chiusi e s’aggrappava ai suoi capelli e al suo collo.
Pochi minuti era durato l’abbraccio eppure a Margherita era
sembrato un’eternità, preoccupata dell’eventuale improvviso
rientro della madre. Ma la madre non rientrò. Si udì invece
la voce di Tania che dall’altra stanza chiamava la sorella.
Margherita accorse dicendole subito: - C’è Francesco. E’
giunto or ora. Sta prendendo il caffè. Vieni ti porto di là… -
mentre, afferrata la sedia a rotelle alle sue spalle, la spingeva
nel salotto, dov’era Francesco, il quale, ripresa la sua
tazzina, fingeva di finire il suo caffè.
Tania si dimostrò contenta di rivedere l’amico, ma quel
pomeriggio, egli disse, aveva alcune commissioni da
sbrigare e dopo dieci minuti andò via. I giorni seguenti egli
si dimostrò più premuroso del solito con la poveretta, che nel
suo intimo non osava sperare più nulla dalla vita, se non la
morte. Eppure un lumicino cominciava a prendere
consistenza davanti a lei, lontano, molto lontano, ma
probabilmente raggiungibile. E sperò. Giorno dopo giorno
attendeva con ansia la venuta di Francesco e il suo spirito
sembrava prendere vigore. Talvolta si rifiutava di mangiare
se non lo aveva visto almeno per pochi minuti durante il
giorno, e non si rendeva conto che più lei lo cercava più egli
si allontanava e che molto spesso le sue visite erano visite di
cortesia, se non di pietà.
Un fatto nuovo però aveva notato. Margherita da mesi quasi
non partecipava più ai loro discorsi, che erano diventati
sempre più aridi, brevi e noiosi, mentre le uscite di lei erano
diventate sempre più frequenti e più lunghe. Ma non poteva
lamentarsi della sorella. Ella aveva continuato, come tutti in
famiglia, ad accudirla in tutti i suoi bisogni. I suoi desideri
erano stati sempre ordini per tutti, in particolare per
Margherita.
Si era ormai a pochi giorni dal Natale, quando una sera,
approfittando della presenza dei genitori in casa, Margherita,
arrossendo e accennando a Francesco, seduto vicino a Tania,
disse: - Francesco ed io ci stiamo frequentando. -
Tania si voltò di scatto verso di lei, come se avesse ricevuto
una frustata in faccia, poi lentamente verso Francesco.
Guardò a lungo oltre la sua figura. Aveva gli occhi lucidi,
ma non disse nulla. Il cuore le stava scoppiando. Madre e
padre della ragazza non dimostrarono alcuna contrarietà, pur
non dimostrando alcun entusiasmo. A Mario, il fratello più
piccolo, glielo avrebbero comunicato più tardi, appena
rientrato dalla palestra.
Da quel Natale molti anni erano trascorsi. Franco, come lo
chiamavano ora, e Margherita si erano sposati, avevano
avuto due figli, un maschio ed una femmina, anche loro
ormai sposati con bambini. Anche Mario, il fratello di
Margherita e di Tania, si era sposato con una ragazza nativa
di Biella ed erano andati ad abitare in quella città, dove egli
aveva trovato subito lavoro. Anch’egli aveva avuto un figlio,
che si era sposato e che aveva una bambina.
I loro genitori, i coniugi Circello, ormai vecchi, erano morti
da alcuni anni. Mario aveva ereditato un appartamento nel
paese, che aveva subito venduto, non avendo alcun interesse
a stabilirsi ad Alcamo. Tania e Margherita avevano ereditato
un terreno, nella contrada Ponte dei Ricchi, verso Alcamo
Marina, sul quale il padre aveva fatto costruire due villette
abusivamente e dalle quali si godeva un panorama
fantastico, col mare del golfo di Castellammare, che lo
sguardo abbraccia da capo San Vito a punta Raisi,
l’aeroporto di Palermo, con le tonnare e l’isola di Ustica nel
mezzo, nei giorni senza nebbia.
La malattia di Tania con gli anni si era aggravata e malgrado
le cure e le apprensioni della sorella il suo carattere era
diventato sempre più scorbutico, diceva chi le stava attorno.
Margherita fin da ragazza aveva promesso alla madre che
avrebbe avuto sempre massima cura della sorella, e la
promessa l’aveva ripetuta in punto di morte della madre. Per
lei quella promessa aveva sempre avuto più valore di un
voto fatto alla Madonna dell’Alto.
Ma quel giorno proprio non se la sentì di far finta di niente.
Tania aveva su un vassoio un piatto con la minestra, un
bicchiere con l’aranciata, che a lei piaceva tanto, due panini
e una banana. Margherita glielo aveva posato davanti, sul
piano agganciato ai braccioli della sedia a rotelle.
Approfittando del fatto che nessuno la guardava Tania diede
un colpo maldestro al vassoio facendo versare il tutto sul
pavimento e sul tappeto. Dallo specchio Franco la osservava
senza essere visto e aveva seguito tutta la scena. Non ne poté
più e la sua collera deflagrò. Rivolto alla moglie pronunciò
frasi sconnesse, quasi senza senso logico. Concluse che
quella situazione non era più sopportabile, che qualcuno era
di troppo in casa: o lui o Tania, uno dei due doveva andare
via.
Margherita accorsa guardava esterrefatta ora il marito, ora la
sorella, ora il pavimento e il tappeto e non riuscì a dire una
parola, né di biasimo, né di scusa, né di comprensione. Poi,
procuratisi degli stracci in cucina, pulì il pavimento, portò
via il tappeto e si accinse a dare nuovamente da mangiare
alla sorella. Restarono in silenzio entrambe per tutto il resto
della giornata.
L’indomani mattina, quando tutti furono andati via,
finalmente Margherita, rompendo il silenzio, chiese:
- perché?
- Perché non ne posso più delle vostre ipocrisie. Qui mi
odiate tutti, incominciando da te e finendo alla scopa. -
- Vedi che sei sulla strada sbagliata. Qui ti vogliamo tutti
bene. -
- Sperando che io muoia presto, per poter vendere la villetta
di Alcamo Marina. -
- Sei proprio meschina e mi dispiace che sei combinata come
sei combinata, altrimenti ti avrei già detto di andartene. -
- Me ne andrò. Me ne andrò presto. Vedrai. Così non vi darò
più fastidio. Però finora i soldi della mia pensione e
dell’accompagnamento hanno fatto comodo a tutti. Ora
basta! -
Margherita si era resa conto di avere detto qualche parola in
più del necessario. Voleva dire qualcosa ancora per riparare
alla sferzata data alla sorella, ma non ebbe il coraggio di
aggiungere nulla.
Una settimana dopo rimase esterrefatta quando
un’autoambulanza si fermò davanti alla porta di casa e
qualcuno chiese della signorina Circello Tania. Tania, non si
sapeva come fosse riuscita a combinare il tutto, aveva deciso
di andar via da quella casa. Sopraggiunse Franco e dopo aver
capito per sommi capi di che si trattasse: - meglio così! -
disse, ed entrò in casa, senza voler vedere la cognata che
aveva chiesto di essere ricoverata presso la casa di riposo
“Villa Paradiso”, cedendo con regolare contratto la propria
pensione e la indennità di accompagnamento, che finora
aveva riscosso la sorella.
Sembrò che con quella decisione ogni problema fosse stato
risolto.
Alcuni giorni dopo questa fuga, come la definivano in
famiglia, Margherita, senza accennare nulla a nessuno, si
recò presso la casa di riposo in cui era stata ospitata Tania.
Fece del suo meglio per essere cordiale ma l’atteggiamento
della sorella fu gelido, asettico, ostile. Tuttavia Margherita
trovò il modo di rivolgerle la domanda che avrebbe voluto
rivolgerle da tempo, fin da quando era andata via.
- Perché tutto questo?
- Perché tu sei una ladra. - inveì Tania - Lo sei sempre stata!
- Io una ladra? - e cercò di sorridere, come se la sorella
avesse voluto dire una facezia.
- Prima mi hai rubato il fidanzato, ed ho sempre voluto
credere che l’hai fatto inconsapevolmente. Ti sei appropriata
della mia felicità senza neppure chiedere il permesso, dei
miei soldi e dei miei beni hai fatto quello che hai voluto. Ma
ora basta. Non sei tu e tuo marito e i tuoi figli a dire: - basta!
- Sono io che dico: - basta! - e ancora non hai visto nulla. Ve
ne pentirete tutti amaramente. -
Man mano che Tania si andava accalorando il suo corpo,
oltre che il suo spirito, sembrava prendere vigore. Anche
Margherita ne rimase meravigliata. Per un momento ebbe il
sospetto che la sorella avesse finto tutta la vita. Ma poi Tania
crollò. L’infermiera addetta dovette portarla via per
somministrarle il calmante che il medico le aveva prescritto
appena aveva messo piede nella casa di riposo.
Margherita fece ritorno a casa, ma non fece cenno a nessuno
della sua visita alla sorella.
Cinque giorni dopo l’assistente dell’ufficiale giudiziario le
notificò un atto extragiudiziario. La sorella, signorina
Circello Tania, revocava a lei il mandato di riscossione della
pensione, come revocava il mandato di accompagnamento,
come diffidava lei e tutta la sua famiglia dal mettere piede
nel terreno di sua proprietà nella contrada Ponte dei Ricchi,
ad Alcamo Marina. Chi aveva stilato l’atto evidentemente
era stato un avvocato. E dopo quarantotto ore si venne a
sapere che era stato l’avvocato Salerno.
Margherita ne soffrì, ma pensò che doveva trattarsi di ira
passeggera della sorella, che probabilmente dopo alcuni
giorni avrebbe sentito la mancanza dei suoi e sarebbe
rientrata in quella che tutti avevano ritenuto la sua casa.
Trascorsero i giorni. Trascorsero i mesi. Margherita non
aveva riscosso più la pensione di Tania né le somme relative
al di lei accompagnamento. Per il resto tutto era rimasto
immutato dal giorno della notifica dell’atto extragiudiziario.
Una volta Gina, la figlia di Margherita, si era recata a Villa
Paradiso, chiedendo notizie della zia e di poter parlare con
lei. La segretaria del direttore tornò mortificata dicendo che
la signorina non voleva incontrare nessuno. Gina sorrise,
ringraziò, raggiunse l’auto e andò via.
Da allora nessuno si interessò più della zia Tania.
Pensione ed accompagnamento erano cessati, è vero, ma era
cessato anche l’incubo dell’obbligo morale che qualcuno,
almeno uno, di famiglia costantemente dovesse essere
presente a casa per farle compagnia. Della diffida che
riguardava il passaggio sul terreno a mare non ci si fece
caso. Ci si rese conto della sua importanza quando si giunse
alla fine di maggio, quando si facevano le pulizie per
trascorre i mesi estivi nella villetta di Ponte dei Ricchi, ad
Alcamo Marina.
Si apprese che le chiavi del cancello e della villetta di
proprietà della zia Tania erano in possesso di Sasà Ragusa,
un nipote acquisito del fratello Mario, quello di Biella. Egli
aveva avuto disposizioni categoriche. Non doveva
permettere, nel modo più assoluto, che Margherita o persone
della sua famiglia attraversassero il terreno della zia Tania. E
naturalmente egli non poteva derogare a tale ordine. Quella
stagione estiva Tania era stata spesso al centro dei discorsi in
famiglia e nel vicinato, a causa di quel diritto di passaggio.
Fu necessario rivolgersi all’avvocato.
Una sera, sul finire di settembre, Franco con la moglie si
recarono da Soletta, l’avvocato che li aveva sempre salutati
quando li aveva incontrati per strada, e gli raccontarono per
filo e per segno la loro storia fin da quando erano stati poco
più che adolescenti. Con molta pazienza l’avvocato Soletta li
ascoltò. Li fece sfogare. Fece completare ad ognuno le frasi
iniziate che l’altro aveva interrotto con la preoccupazione di
correggerle e di dar loro il senso giusto. Alla fine chiese: - da
quanto tempo usate il cancello e la stradina per recarvi nel
vostro terreno? -
- da sempre - risposero entrambi contemporaneamente. -
- da quanti anni voglio sapere - insistette l’avvocato.
- da sempre - rispose caparbiamente Margherita, mentre
Franco, facendo un calcolo mentalmente, rispose: - da
ventisette, più o meno.
- Siete sicuri? – incalzò - abbiamo qualche testimone? -
- Sicurissimi, e testimoni a centinaia: tutti quelli che vuole!
- Ok, vi garantisco che possiamo dare battaglia con la
certezza di vincerla, se ciò che mi dite possiamo provarlo.
- Certo che possiamo provarlo. Domani stesso glieli posso
portare, i testimoni. - aggiunse Franco.
- Al momento opportuno … per ora dovete farmi avere il
titolo di proprietà del vostro terreno e, se ce l’avete, una
planimetria dei luoghi.
- Cioè?
- L’atto del notaio relativo al terreno.
- E poi, l’altra cosa? - fece la moglie.
- La pianta! - intervenne il marito.
- Ecco, la pianta, come dice suo marito, signora … -
concluse Soletta.
I coniugi Montecchia salutarono e andarono via, per quella
sera. Ma mentre scendevano le scale Franco si ricordò che
non avevano parlato di onorario e di spese e tornò su. Bussò
e, ricevuto il permesso di entrare, s’affacciò e chiese: - ma di
onorario non abbiamo parlato!
- Ma che vai a pensare. Poi se ne parla. Per ora vediamo di
impostare bene la causa. C’è sempre tempo. E poi non
dovete portarmi l’atto? Allora ne parleremo…
- Arrivederci e buona sera – disse, chiudendosi la porta alle
spalle, il Montecchia.
Margherita intanto l’aveva raggiunto. Insieme si voltarono e
ripresero la discesa delle scale.
Arrivarono a casa incerti se fossero soddisfatti o infelici.
Quella notte, in silenzio, ognuno ragionando con se stesso,
dormirono poco perché si addormentarono sul fare del
mattino.
L’ufficiale giudiziario giunse attorno alle dieci sui luoghi.
Ad attenderlo c’erano Sasà Ragusa, il nipote acquisito di
Mario, che aveva il possesso delle chiavi, l’avvocato Soletta
con i suoi assistiti, i coniugi Montecchia, e l’avvocato
Salerno, difensore di Circello Tania. Sarebbe dovuto
intervenire anche l’ingegnere Vincenti, al quale l’ufficiale
giudiziario avrebbe dovuto affidare la direzione dei lavori.
Ma per impegni già presi in precedenza costui non poté
essere presente.
La sua presenza era indispensabile e quindi l’accesso si
risolse con qualche battibecco tra le parti e gli avvocati
avversari, senza conclusioni di fatto. Le operazioni furono
quindi rinviate al mese successivo, con la speranza di tutti
che nel periodo intermedio si potesse trovare un accordo
soddisfacente tra i litiganti.
I più agguerriti erano stati i Montecchia: sia perché erano i
diretti interessati alle opere che dovevano essere eseguite, sia
perché volevano far capire a Tania Circello una volta per
tutte che il boccino nelle mani l’avevano loro. Tuttavia in
quella circostanza non poterono dimostrare nulla.
Il mese successivo, quando finalmente tutti poterono essere
presenti, marito e moglie non aprirono bocca. L’avvocato
Soletta aveva raccomandato loro di non parlare. C’era lui a
difenderli. E bisogna dire che seppe farlo molto bene.
L’avvocato Salerno, la sua assistita, la signora Tania
Circello, e Sasà Ragusa non furono presenti, secondo
disposizioni tattiche giuridiche consigliate da Salerno.
Tuttavia l’ufficiale giudiziario, nell’assenza di costoro, diede
ordine che si rompesse il lucchetto che serviva a tenere
chiuso il cancello e che fosse sostituito. Consegnò una delle
chiavi relative ai Montecchia e li reintegrò nel pieno e legale
diritto di passaggio sulla stradina che attraverso il terreno di
Tania conduceva nella parte retrostante la loro casa. Poi
diede disposizioni all’ingegnere Vincenti di far abbattere il
muretto lungo metri trentatré e novanta, come era previsto
nella sentenza, con manodopera di sua fiducia, rinviando le
operazioni per la chiusura del verbale ad una data
successiva.
Le spese per le opere da eseguire sarebbero state anticipate
dai coniugi Montecchia.
Quindi si recò presso la Villa Paradiso, ove era ospite la
signorina Tania. La trovò ricurva sulla sedia a rotelle, nel
pieno delle sue facoltà, e rivolto a lei: - la signorina Tania
Circello è lei?
- Sì -
- Io sono l’ufficiale giudiziario. Queste sono due chiavi del
lucchetto del cancello della sua proprietà nella contrada
Ponte dei Ricchi di Alcamo Marina. L’ho fatto sostituire,
come ha ordinato il Giudice. Una l’ho consegnata a sua
sorella Margherita....
- Mai! Mia sorella non deve passare. Non glielo permetterò
mai!
- Intanto io le sto dicendo che sua sorella ha il diritto di
passare e lei non può impedirglielo!
- Mai!
- Signorina, ne parli col suo avvocato. Per ora io la saluto.- E
così dicendo, con entrambe le mani le strinse leggermente la
sua, immobile e incartapecorita, nella quale la vecchietta
continuava a fissare le due chiavi, inebetita.
L’ufficiale giudiziario salutò gli altri con un cenno di mano e
se ne andò.

Sfrattati
Giovanna Mariani era nata a Castelvetrano, ma da anni,
più di quaranta, abitava ad Alcamo, nel condominio della via
Degli Angeli al n.33, perché da oltre quaranta era stata
abbandonata dal marito per una ragazzina che lo aveva
trascinato con sé in Svizzera.
Da allora non lo aveva più visto. Aveva tirato su l’unico
figlio, nevrotico, con molti sacrifici, diceva lei, ma con
molto menefreghismo, dicevano i vicini di casa. Tanto che a
tutti dava l’impressione che avesse tirato su un bambino
viziato.
Col passare degli anni il ragazzo venne fuori con tutti i
difetti dell’adolescenza, e per di più accentuati, senza un
pizzico d’iniziativa o di entusiasmo per il suo futuro. All’età
di trentaquattro anni un Mariani, fratello della Giovanna, lo
aveva ficcato, quasi di forza, nel Banco di Sicilia, dove
qualcuno, che non era il direttore, gli aveva subito fatto
capire che malgrado l’influenza dello zio, medico e senatore,
avrebbe dovuto filare. Non per timore dei procedimenti
disciplinari, che non interessavano proprio a nessuno, ma
per il semplice fatto che egli doveva rigare dritto, come tutti
gli altri, o avrebbe subìto un procedimento particolare,
riservato ai furbi.
E in verità aveva capito subito l’antifona e aveva rigato
dritto. Qualche volta che se n’era dimenticato l’avevano
richiamato alla realtà ed aveva subito chiesto scusa a tutti.
Ma quella mattina, nel mezzo di novembre, perse
completamente il controllo di sé. Aveva appena finito di
telefonargli in ufficio, al cellulare, la signora Pollacchi,
abitante sullo stesso pianerottolo di casa di sua madre.
Dietro la porta della madre alcuni signori facevano un gran
baccano. Tra di loro, uno in particolare, basso, pienotto e
autoritario, insisteva a schiacciare il pulsante del
campanello, posto sul muro, ad un lato della porta, che
nessuno si decideva di aprire.
Tra il sommesso brusio generale dei colleghi si alzò dal suo
tavolo e, con tutta la collera che improvvisamente gli si era
sviluppata in corpo, scoppiò senza ritegno: - Li ammazzo
tutti, come è vero che mi chiamo Carlo Brunella. Il tempo di
fare la strada. Aspettatemi. Aspettatemi che vi faccio vedere
io chi è Carlo Brunella. -
E così dicendo si rivolgeva ora verso i suoi colleghi, che lo
guardavano sbalorditi, ora al di là dei vetri antiproiettile,
verso i clienti della banca, che lo guardavano ammutoliti e
meravigliati, incerti se biasimare un tal comportamento o
averne pietà.
Poi il silenzio divenne tombale. Una porta, alle sue spalle, si
aprì. Un uomo sulla cinquantina gli fece segno di venir
dentro. Carlo s’incamminò verso di lui con il petto in fuori,
la testa alta, le sopracciglia aggrottate, il muso allungato,
come per un grugnito, e sfidando tavoli e sedie che lo
separavano infilò la porta della stanza del direttore.
- Cosa è successo? - gli chiese questi, sedendosi.
- Nulla di particolare, ma di sicuro qualche pazzia oggi la
farò. -
- Una già l’hai fatta. Dimmi cosa è successo. -
- Nulla, le ho detto. - Poi dopo una breve pausa: - stanno
sfrattando mia madre, ma guai se si permettono. -
- Tu ne eri a conoscenza? -
- Sì e no. -
- Cioè? -
- Cioè … che a mia madre sono stati notificati prima la
convalida dello sfratto due anni or sono, poi l’atto di precetto
dell’avvocato, procuratore della proprietaria
dell’appartamento, e alcuni giorni addietro l’atto di avviso
con cui l’ufficiale giudiziario l’avvertiva che questa mattina
si sarebbe recato presso di lei per estrometterla
dall’abitazione da consegnare alla proprietaria.-
- La casa serve alla proprietaria? - quasi bisbigliò il direttore.
- Lei dice che la vuole libera e sgombra di persone e cose. -
- Ma la proprietaria deve pur concederti un po’ di tempo per
cercare un’altra abitazione per tua madre. La convalida dello
sfratto certamente è per finita locazione, vero? -
- Non proprio … - sussurrò il Brunella. Allora il direttore
capì. E capì anche dell’altro man mano che il colloquio si
andava snodando.
Venne fuori che la povera madre, ormai molto più vecchia di
quanto il certificato di nascita attestasse, per diverso tempo
aveva creduto di essere in regola con i pagamenti. Poi dopo
alcuni anni si era resa conto, anzi la citazione per la
convalida dello sfratto per morosità notificatale le aveva
fatto capire, che da oltre tre anni la proprietaria della casa
non riceveva la pigione che le era dovuta. Il denaro che
aveva dato e continuava a dare al figlio perché lo facesse
pervenire a lei, alla signora Francesca Brunetti, chissà quale
strada aveva inforcato e se n’era andato senza neppure
salutare.
Per molto tempo Carlo aveva fatto in modo che le notifiche
dirette alla madre fossero ricevute da lui o fossero depositate
presso la casa comunale perché in casa non si era trovato
nessuno a cui poterle consegnare. Dei tre anni di pigione che
mancavano all’appello qualche somma era stata versata
all’avvocato Meringhe, procuratore della signora Brunetti,
nella speranza di sanare almeno in parte la morosità. Ma
l’ordinanza da tempo era divenuta esecutiva e quel denaro,
versato di tanto in tanto, non era stato mai sufficiente ad
ammortizzare neppure le spese legali, che pur dovevano
essere pagate. Con il risultato che la signora Francesca da tre
anni non riceveva un centesimo di euro e non poteva
disporre della casa di sua proprietà, che la signora Giovanna
doveva essere sfrattata quella mattina, pur avendo ormai
versato delle somme di gran lunga superiori a quelle che
doveva alla signora Francesca per le pigioni, e che il figlio
Carlo dimostrava di avere soltanto atteggiamenti da pazzo. A
suo modo aveva ragione, perché sua madre non poteva
essere sfrattata per la leggerezza che egli aveva avuto nel
trattenere il denaro che gli aveva dato per farlo pervenire alla
Brunetti, e se l’era speso in un paio di viaggi all’estero, in
compagnia non si sa di chi, e in una settimana bianca a
Camigliatello, in Sila, ripromettendosi di farglielo avere in
un prossimo futuro. I soldi alla Brunetti li avrebbe dati lui,
ma lei doveva pur dargli il tempo necessario per racimolarlo.
Ora i nodi erano venuti al pettine e lui faceva il pazzo.
Il dottore Germani lo guardò da sotto in su, poi con una
leggera alzata di spalle gli fece segno con la mano di
ritornare al proprio posto di lavoro. Poi aggiunse, mentre
Brunella gli voltava le spalle per tornare al lavoro,: - Quando
avrai finito l’operazione che hai tra le mani, vai da tua
madre. Del tuo comportamento di oggi ne parleremo
domani. E chiudi la porta … - aggiunse infastidito.
Carlo uscì. Tirò dietro di sé la maniglia della porta, si diresse
al proprio tavolo, fece alcuni scarabocchi su di un foglio
posato su una carpetta aperta. Poi con stizza la chiuse e
senza salutare andò via.
La signora Pollacchi da circa un quarto d’ora sentiva
squillare il campanello di casa Mariani. Non se ne poteva
più. Chi insisteva tanto non doveva avere un elevato tasso di
educazione e sicuramente era carente di buon senso. Decise
di intervenire, ma quando si accingeva ad asciugarsi le mani
per andare a vedere un po’ che cosa stava succedendo sentì
squillare il campanello della propria abitazione.
- Quelli dei libri - pensò e andò ad aprire, pronta a dare
battaglia.
- Signora, buongiorno. Chiedo scusa. Sono l’ufficiale
giudiziario. Mi sa dire se la signora Mariani è in casa oppure
sia uscita, o se abbia traslocato? - le fu chiesto tutto d’un
fiato.
- Credo sia in casa e poiché è in precarie condizioni di salute
penso sia ancora a letto.
- Io ho bussato varie volte, ma non risponde, non dà segni di
vita.
- Non so cosa dirle. Se tornate più tardi probabilmente la
troverete a casa, se è uscita.
- Signora, purtroppo non è possibile. Come vede siamo
cinque persone impegnate in questa operazione: io, il mio
assistente, l’avvocato Meringhe, procuratore della signora
Brunetti, qui presente, e che lei conosce molto meglio di me,
proprietaria dell’appartamento abitato dalla signora Mariani,
qui a fianco al suo, e il fabbro. E come vede non ho fatto
intervenire la forza pubblica perché non la ritengo necessaria
in questa circostanza, almeno fino a questo momento.
- Capisco, ma non so cosa dire. - E la signora Pollacchi si
stringeva nelle spalle, impotente, quasi dicesse: - Ma che
vuole da me?
- Lo so. Io mi sono permesso di disturbare lei perché ho tutte
le buone intenzioni di dare una mano, nel limite delle mie
possibilità, alla signora Mariani. Ma questo è possibile solo
se la signora apre la porta e posso parlarle. Altrimenti dovrò
dare disposizioni al fabbro perché provveda a rompere la
serratura per poter entrare. E una volta entrato con la forza
non potrò più fermarmi; dovrò andare fino in fondo, fino alla
conclusione delle operazioni di sfratto. -
- Sfratto? Attendete un momento. Provo a telefonarle.
Potrebbe non aver sentito. Vediamo … - e così dicendo
andava componendo il numero di telefono della Mariani
sulla tastiera del proprio cellulare. Dopo alcuni secondi
Maria Pollacchi, allargando le braccia, - mi ha chiuso il
telefono - disse, e non parlò più. In quel momento venne
fuori Nicola Pollacchi, figlio di Maria, avvocato, che
esercitava da alcuni anni. Salutò l’ufficiale giudiziario, col
quale aveva buoni rapporti di lavoro, salutò il collega
Meringhe, con un cenno della mano salutò gli altri, poi tanto
per dire qualcosa chiese: - cosa è successo? Duro lavoro, eh,
ufficiale giudiziario! - Poi senza attendere risposta, come
colui che già conosce tutte le risposte alla propria domanda,
s’infilò nell’ascensore e andò via.
L’ufficiale giudiziario, dopo avere fatto squillare per l’ultima
volta il campanello della signora Mariani senza ricevere
risposta, rivolto al fabbro: - Aprite! - ordinò.
Il fabbro lo guardò chiedendogli con gli occhi se era proprio
necessario ricorrere a quell’ingrato compito, che fino a quel
momento aveva sperato di non dover neppure iniziare. Con
un cenno della testa l’ufficiale giudiziario gli fece segno di
iniziare. Anch’egli purtroppo era costretto a quel compito
ingrato.
Il fabbro tirò a sé la cassetta degli arnesi di lavoro e,
accostatosi alla porta, cominciò a lavorare. Col trapano forò
il cilindretto di ottone della serratura. Pulì il foro creato e
con una chiave casuale fece girare la toppa per aprire la
porta. Dopo l’ultima mandata la porta non s’aprì: era stata
bloccata anche con un chiavistello di ferro, dall’interno. Fu
quindi necessario scardinare la porta insieme col telaio che
la reggeva. Il rumore del trapano e ora anche quello dei colpi
di martello e degli altri arnesi fecero affacciare, incuriositi e
timorosi, quasi tutti i condòmini che in quel momento erano
in casa.
- Nessuna preoccupazione … Tribunale. - disse rivolto ad
essi l’ufficiale giudiziario. Ad uno ad uno rientrarono tutti
nelle proprie abitazioni.
Finalmente la porta fu scardinata, più che aperta. L’ufficiale
giudiziario entrò. Aprì alcune porte interne. Nella prima
stanza, dopo quella d’ingresso, c’era una gran confusione.
Una catasta di pacchetti di cartone pieni di masserizie varie,
libri ammonticchiati in un angolo, vecchie riviste, alcune
piante di fiori, mal curate, un tavolinetto rotto e pieno di
polvere. Nella successiva, la stanza da pranzo, vi era meno
disordine. Due poltrone in velluto verde, due candelieri
cromati in argento, una vetrinetta, chiusa a chiave, un buffet
e un contro-buffet, un tavolo rettangolare e alcune sedie
tappezzate in similpelle marrone. Dal tetto pendeva un
candelabro con diciotto luci disposte su due piani. Si
accingeva ad aprire un’altra porta quando sentì giungere dei
lamenti da una stanza posta in fondo al corridoio. Alle sue
spalle l’assistente intervenne: - la signora Mariani è qui. Si
lamenta … -
L’ufficiale giudiziario subito si diresse verso la stanza da cui
provenivano i lamenti. L’aprì. C’era buio, ma nella
penombra che si era creata vide sul letto la sagoma di una
donna sotto le coperte, che guaiva come un cagnolino
bastonato. Cercò l’interruttore della corrente elettrica. Lo
trovò. Alla luce della lampada si rese conto, ma già ne era
convinto, che Giovanna Mariani era a letto, probabilmente
ammalata, ma il crescere del volume dei suoi lamenti, sia in
intensità che in vigoria, gli fece venire il sospetto che la
Mariani in buona parte stesse recitando. Pregò la signora
Pollacchi di intervenire come persona che in quella
circostanza potesse meritare maggiore fiducia da parte della
esecutata e potesse esserle di un qualche aiuto, se ne avesse
avuto bisogno.
A lei infatti, aumentando ulteriormente il volume dei propri
lamenti, la Mariani consegnò un certificato medico, passato
immediatamente all’ufficiale giudiziario, da cui risultava che
Giovanna Mariani, di anni sessantasette, era affetta da
osteoporosi, da artrosi, da tachicardia e da altri non meglio
precisati sintomi di malanni.
Rivolto a lei, che continuava a lamentarsi, l’ufficiale
giudiziario, cercando di essere il più convincente possibile,
disse: - signora, purtroppo con questo certificato, così come
è impostato, io devo sfrattarla. Questi sono i sintomi che
hanno tutte le signore, o quasi tutte, della sua età. Lei è
trasportabile, se non può andar via con le sue gambe, e
quindi … io non posso farci nulla. Non posso esserle
d’aiuto. La signora Brunetti non è disposta a lasciarla ancora
nella sua casa, anche perché questo sfratto è stato
convalidato per morosità, e la proprietaria vuole consegnata
la casa oggi. Se lei riesce a farsi concedere alcuni giorni di
proroga da parte sua io le prometto che troverò il modo di
allungare … il brodo, come si suole dire. –
- Voglio il mio avvocato! - tra i lamenti, fu la risposta. Poi
poiché nessuno fu in grado di raggiungere telefonicamente
l’avvocato Porrillo, che lei aveva indicato, aggiunse: -
chiamate il mio medico, chiamate il mio medico … -
Sulla scorta dell’intestazione del certificato fu rintracciato
telefonicamente il dottore Bernardi, che poté intervenire
dopo mezz’ora. Al suo ingresso l’ufficiale giudiziario gli
chiese se la signora Mariani potesse essere trasportata
altrove o in ospedale.
- Ritengo di sì - fu la sua risposta - comunque ora la visito e
sarò più preciso. - Poi, visitatala, aggiunse: - Può essere
trasportata. Però è opportuno che sia trasportata in ospedale
per un elettrocardiogramma perché l’ho trovata molto
stressata, com’è naturale, data la circostanza.
Qualcuno telefonò al 118, anzi fu lo stesso dottore Bernardi
a farlo intervenire. Quattro uomini e una ragazza
sistemarono la Mariani su una sedia a rotelle, la spinsero
sull’ascensore e la portarono via, all’ospedale.
Fu il modo peggiore con cui la signora Mariani poteva
essere sfrattata. Non avrebbe mai più messo piede da
padrona in quella casa. Sarebbe tornata, quando sarebbe
tornata, e col permesso della Brunetti, solo per prendere le
sue cose e portarle via.
Completato l’inventario dei rimanenti beni, oltre quelli già
descritti, che si trovavano nell’appartamento, l’ufficiale
giudiziario li affidò alla Brunetti insieme col cagnolino
bianco e riccioluto che fu rinvenuto in cucina, affinché li
potesse consegnare, a semplice richiesta, agli aventi diritto.
Fece firmare ai presenti il verbale che aveva redatto. Firmò
anch’egli, raccolse le sue cose, salutò e se ne andò.
Lo sfratto Brunetti contro Mariani Giovanna era stato
eseguito.
Quando Carlo Brunella, dopo un’ora e mezza, da Palermo
giunse a casa di sua madre trovò la serratura sostituita e il
vuoto dinanzi a sé. Tutti erano andati via. La signora
Pollacchi gli comunicò che avrebbe trovato la madre presso
l’ospedale e che nessuno era stato in grado di poterla aiutare.
- Vedremo … - era stato il commento di Carlo. E andò via
infuriato. Senza salutare.
In ospedale trovò la madre, seduta su un lettino, che in
silenzio, con un fazzoletto di carta s’asciugava le lacrime.
Vedendo il figlio scoppiò in pianto. Egli cercò di consolarla,
ma Giovanna non sentiva ciò che le diceva.
- Vedrai. Torneremo nella nostra casa. Te lo prometto. -
Ma Giovanna sapeva che le promesse di Carlo non
bisognava prenderle in considerazione nemmeno quando
dipendevano dalle sue possibilità. Sarebbe stato assurdo
tenerne conto quando dipendevano, oltre che dal suo
desiderio, anche dalla volontà degli altri. Perciò gli disse:-
noi non torneremo più in quella casa. La colpa è nostra e tu
sai perché. Ora che la signora Brunetti ha visto come le hai
ridotto il bagno non vorrà più sentir parlare di noi. Te lo
dicevo io di non rompere i sanitari, di non distruggere il
pavimento, di non rompere le piastrelle, di non danneggiare
le porte… -
- Ma è stata lei a mandarti la citazione per lo sfratto.
- Perché da tre anni non riceveva un centesimo di affitto…
Carlo non disse più una parola. Sapeva che la colpa era sua e
che l’avvocato Porrillo lo aveva consigliato male quando gli
aveva suggerito di procurarsi un certificato medico per sua
madre, in cui si dichiarasse che la stessa era ammalata
intrasportabile, di farla mettere a letto e che non si alzasse
dal letto neppure se avesse sentito andar giù la porta di casa.
Certamente l’ufficiale giudiziario avrebbe desistito dal
procedere non trovando alcuno in casa.
Madre e figlio avevano seguito il consiglio dell’avvocato.
Egli li aveva rassicurati che lo sfratto non sarebbe avvenuto
e che Carlo poteva tranquillamente recarsi in ufficio il
giorno dello sfratto: non sarebbe successo nulla. Intanto, a
conguaglio e a saldo degli onorari a lui spettanti, aveva
preteso e aveva ottenuto il versamento della somma di
novecento euro, in contanti, dalla signora Giovanna, la sera
precedente.
- E invece eccoci qua, fuori di casa, in ospedale, senza
sapere dove andare, coperti dalla vergogna. - aggiunse
Giovanna per tutti e due, come se quei ricordi fossero stati
espressi ad alta voce da entrambi.
Poi in modo risoluto Carlo, dopo aver pensato a lungo,
rivolto a sua madre disse: - per ora me ne vado. Qualcosa
farò. Ritornerò più tardi. - E andò via.
In tribunale le udienze erano ormai terminate. L’avvocato
Porrillo era andato via. Carlo lo raggiunse mentre
posteggiava l’auto davanti alla sua abitazione.
- Avvocato Porrillo, a lei devo parlare - gli disse da lontano,
mentre gli si avvicinava con passo affrettato.
- Alle diciassette sarò allo studio. Ora ho un po’ di fretta. -
- Io più di lei. Quindi mi fa la cortesia di spiegarmi ora, e
dico ora, perché mia madre è stata sfrattata. E’ rimasta a
letto, secondo il suo consiglio. Le hanno buttato giù la porta.
E’ ricoverata in ospedale e quando sarà dimessa sarà in
mezzo alla strada. -
- Non so cosa dirti. Avvicinati nel pomeriggio presso lo
studio e ne parleremo. -
Prima che Porrillo potesse aggiungere altro un pugno lo
raggiunse in fronte, tra gli occhi, e, come un vitello di primo
latte, cadde riverso sul cofano dell’autovettura.
Quando si riprese Carlo era scomparso.
Nel tardo pomeriggio il campanello di casa Brunetti si
mise a squillare. Al citofono rispose Flavia, la minore delle
figliole della Brunetti. Al suo: - chi è? - una voce rispose:
- Carlo Brunella. Apri!
- Io non apro a nessuno …
- Passami tua madre.
- Un momento …
Poco dopo la signora Brunetti era al citofono.
- Signor Brunella, io non ho nulla da dirle. Solo voglio
puntualizzare che la colpa è sua e di sua madre. Intanto me
l’avete distrutta, la casa. Per ottenerne nuovamente il
possesso mi avete fatto penare quindici anni. Per questo
motivo le mie figlie non hanno potuto ottenere delle borse di
studio: il reddito di questa casa faceva superare il minimo
consentito per la nostra famiglia. Non avete avuto né pietà
né buon senso quando è morto mio marito, quando siamo
rimaste tre donne sole in questa casa e avevamo bisogno di
vendere quella dove abitavate voi per risolvere i problemi e
certe circostanze che si accanivano contro di noi. Anche
l’affitto, quel poco che avreste dovuto farci avere, sono tre
anni che non si vede un centesimo. Mentre proprio lei,
signor Carlo, si concede auto di lusso e vacanze, che non
potrebbe e non dovrebbe permettersi, a spese della mia
famiglia.-
- Auto e vacanze mie sono affari che non la riguardano…..
- E invece mi riguardano. E molto, per giunta, perché se le
permette a spese mie.
- Comunque poche chiacchiere. Mia madre deve tornare a
casa sua, e subito.
- Si rivolga al tribunale. Io non posso far nulla. - E così
dicendo chiuse il citofono e la conversazione.
A quel punto il campanello di casa con insistenza riprese a
squillare ora a tratti, ora brevi, ora prolungati, poi in modo
continuo. Quando smetteva momentaneamente si udivano
giù, per strada, calci e pugni contro il portone d’ingresso del
condominio e grida sconnesse di voci molteplici.
Poi si udì la sirena della volante della polizia. Quando si
dileguò non si udì più nulla: se l’erano portato.

Le chiavi
No. Non poteva continuare così.
Gli passavano a mezzo metro dalla porta di casa, correndo
con le auto, col rischio che qualcuno qualche volta ci
restasse morto ammazzato, senza avere il tempo di dire
neppure: - ahhh …
Ma doveva finire questa storia. Aspanu Tumbarello aveva
vinto la causa in primo grado e per ora doveva passare, ma
gli altri, quale diritto avevano di passargli sullo stomaco?
Così Ciccio Corsini decise che in un modo o nell’altro
doveva pur finire questa baraonda.
Un lunedì mattina, all’alba, si appostò dietro l’angolo della
casa di campagna con un nerbo di bue a portata di mano,
nascosto in mezzo alle fascine di legna, in attesa che
comparisse il primo, chiunque esso fosse, per spiegargli nel
modo giusto che di là non si doveva passare. Ma era rimasto
accovacciato dietro il muro della casa fino al tramonto del
sole senza scorgere anima viva, in quella giornata fredda di
fine novembre. Quando fece ritorno al paese la sera, mentre
cenava, gli venne il dubbio che lo avessero visto da lontano
e che per timore nessuno si fosse azzardato a passargli
davanti. Ma poi si rese conto che era stato un caso, solo un
caso, che nessuno di coloro che gli interessavano si fosse
recato nelle campagne quel giorno. Dopo una giornata,
un’intera giornata, passata inutilmente dietro la sua casa di
campagna, si sentiva svuotato. Era deluso. Non poteva
sobbarcarsi nuovamente ad un’altra giornata come quella.
Sarebbe divenuto pazzo restando immobile, senza svolgere
alcuna attività, e il terreno aveva bisogno di cure e c’era
tanto da fare.
E poi se qualcuno si fosse presentato? Cosa gli avrebbe
detto? Cosa gli avrebbe fatto? E con quali conseguenze?
Parlandone con la moglie giunsero alla conclusione di
consultarsi con l’avvocato Mencasi. Gli avvocati trovano
sempre la soluzione ai problemi. E appena finì di cenare si
recò presso lo studio dell’avvocato Mencasi, ma non lo
trovò: era fuori paese per una riunione molto importante e
non sarebbe rientrato per la sera, gli riferì la segretaria con
molto garbo e con altrettanta gentilezza.
La mattina seguente lo attese al bar di piazza Ciullo per
offrirgli il caffè. L’avvocato Mencasi gli disse subito che la
soluzione per quel problema c’era, ma che era necessario un
certo studio e una certa impostazione per non sbagliare:
perché, si sa, in queste cose talvolta basta un nonnulla, una
parola in più o in meno o fuori posto, e tutto va a rotoli.
Quindi gli diede appuntamento per il pomeriggio presso il
suo studio.
Nel pomeriggio, quando fu il suo turno, Ciccio Corsini si
levò dalla sedia dell’anticamera ed entrò nella stanza in cui
l’avvocato Mencasi riceveva i clienti. Alle sue spalle una
immensa libreria riempiva la parete. In essa non vi era un
buco disponibile per infilarci neppure un paio di forbici per
potare. A Ciccio sembrò impossibile che un uomo potesse,
non dico studiare, ma almeno avere il tempo e la pazienza di
leggere tutti quei libri.
- Veniamo a noi … - disse l’avvocato. - Io, per quanto mi hai
detto stamattina, mi sono studiata tutta la questione. Intanto
dobbiamo premettere che il Giudice, interpretando in un
certo modo alcuni articoli del codice civile, nella causa che
Tumbarello ci ha intentato gli ha dato ragione, almeno in
primo grado. Voleva il diritto di passaggio davanti alla casa
e, grazie anche alle testimonianze incerte di tuo compare
Lillo e di tuo cugino Vito, il Giudice gli ha dato ragione. Ma
non tutto è perduto. -
- Intanto - scattò Ciccio Corsini - Aspanu Tumbarello passa
e spassa con tutta la famiglia senza neppure salutare, d’estate
sollevando un mare di polvere e d’inverno facendo i fossi
con le ruote del furgone. Poi ci sono tutti i suoi cognati, che
hanno i terreni ancora più in là del suo, che pur avendo il
passaggio comodo da un’altra parte, continuano a passare
davanti a casa mia, di proposito, dicono, perché ne hanno
diritto e perché non vogliono perderlo.-
- Al Tumbarello non puoi impedire di passare. Quindi mettiti
l’anima in pace. Per gli altri ho la soluzione. E’ questione di
spese. -
- Avvocato, la soddisfazione non ha prezzo. Quindi facciamo
tutto ciò che è necessario fare!- esclamò risoluto Ciccio
Corsini.
- Allora per questa sera abbiamo finito. Domani preparerò il
verbale di offerta reale per l’ufficiale giudiziario. Domani
sera a quest’ora mi porterai due chiavi, una per il lucchetto
della catena da porre all’inizio della stradina e l’altra per il
lucchetto della catena che sarà posta alla fine. Con
cinquecento euro, per le spese. -
Ciccio aveva detto che la soddisfazione non ha prezzo.
Avrebbe voluto dire qualcosa, ma si rese conto che non
poteva obiettare nulla, salvo a fare qualche pazzia col fucile
a canne mozze e con la conseguenza che tutti sarebbero
passati dalla stradina, eccetto lui, destinato in tal caso a
godersi l’ombra perenne di una cella; lui che era abituato al
sole, al vento, all’acqua, ma non all’aria stantia.
L’indomani, per non sbagliare, si recò da Mencasi con due
lucchetti nuovi, ciascuno con tre chiavi. Sul tavolo posò il
denaro. Sul denaro posò i lucchetti.
L’avvocato trasse fuori da un cassetto della scrivania due
fogli scritti al computer, con la penna fece un segno in calce
ad uno di essi e poi:
- Firma qui. - gli disse, porgendogli la penna. Corsini firmò.
Poi Mencasi tirò a sé i fogli, poi i lucchetti, poi il denaro.
Senza contarlo lo unì ai fogli con una graffetta e sganciata
una chiave da ciascun lucchetto, consegnò le altre insieme
con i lucchetti a Corsini.
- Io cosa devo fare? - chiese q7u6e sti.
- Nulla, per ora. Domani procurati due catene lunghe quant’è
larga la strada e quattro paletti in ferro. In questi giorni
contatterò l’ufficiale giudiziario competente per
l’operazione. Fra qualche giorno fatti vedere e ti farò sapere
qualcosa. -
Ciccio salutò e andò via. A casa Martina, la moglie, gli
chiese come era andata. Era andata che l’avvocato s’era
fottuti cinquecento euro e che egli ancora non era convinto
che sarebbero serviti a qualcosa. Ciò che non digeriva in
particolare era il fatto che Aspanu Tumbarello sarebbe
comunque passato davanti a casa sua, a dispetto. Si
consolava però che almeno tutti gli altri, ed erano una
diecina, con tutte le loro famiglie, non sarebbero passati più
di là.
- Aspanu non deve passare! - andò su tutte le furie Martina.
- Vaglielo a dire tu all’avvocato. Anzi al Giudice. Dice
l’avvocato che la sentenza parla chiaro: Aspanu passa. - le
gridò in faccia Ciccio.
Martina, con gli occhi iniettati di sangue, avrebbe voluto
scagliarsi sul marito e malmenarlo perché la colpa era sua se
avevano perso la causa. Era un incapace. Glielo aveva detto
prima che incominciasse la lite che Mencasi non era un
avvocato che vinceva le cause perché non aveva appoggi e
collegamenti con i giudici. Ci sarebbe voluto Giuliotti.
- Quello sì che è un avvocato con i contracazzi. Non perde
una causa. Ha un cognato e un cugino della moglie giudici,
un altro cognato avvocato; e poi è uno che si sa muovere.
Questo Mencasi è onesto ma non quaglia, non è concreto-.
- Ormai siamo nel ballo e dobbiamo ballare - sbottò il marito
- e ora basta! - Si alzò dalla sedia e andò a rintanarsi nel
bagno per chiudere la discussione. E la discussione
realmente si chiuse. Infatti per quella sera non si parlò più né
dell’avvocato, né della lite, né di altro.
Il venerdì sera Ciccio Corsini, indossato il vestito della
domenica, si recò dall’avvocato Mencasi. Questi gli disse
che aveva preso appuntamento per lui con l’ufficiale
giudiziario per il lunedì mattina seguente, alle nove.
- Alle nove in punto sarai al tribunale di Alcamo. Chiederai
dell’ufficiale giudiziario, dottore Giannò. Dovrai
accompagnarlo qui, a Calatafimi-Segesta, nella contrada
Pantano, presso Tumbarello, per procedere all’offerta reale.
- Avvocato, lei mi deve evitare di incontrare Aspanu
Tumbarello. -
- Tu non incontrerai nessuno. Devi solo accompagnare il
dottore Giannò da Tumbarello perché non conosce la
contrada. Io ho udienza al tribunale di Trapani e pure io non
saprei dove andare. A te tocca. Non preoccuparti. L’ufficiale
giudiziario sa quello che deve fare. Tu devi solo
accompagnarlo. Coraggio.-
- Non è questione di coraggio. Temo di non sapermi tenere
dal fare qualche fesseria …
- Andiamo, via. Tieniti calmo. C’è chi lavora per noi. Sii
puntuale. - e così dicendo lo accompagnò alla porta,
dandogli due leggere pacche sulla spalla.
Il lunedì Corsini fu puntuale, come era sempre stato in vita
sua. Si presentò all’ufficiale giudiziario. Dopo venti minuti
erano in viaggio verso Calatafimi-Segesta. Ogni tanto
qualche buca nell’asfalto faceva sobbalzare l’auto del
Corsini, nella quale viaggiavano scambiandosi qualche
parola di tanto in tanto. Prima di giungere alle case di
Sirignano svoltarono a destra, verso la contrada Sasi.
Attraversarono la campagna, verde in quella stagione, ricca
di vigneti, con le foglie ormai di color rame, e di pascoli, in
mezzo ai quali, qua e là si scorgevano in lontananza delle
macchie bianche: mandrie di pecore, ciascuna col proprio
pastore. Attraversarono il paesino di contrada Sasi, nato
dopo il terremoto del sessantotto, con i contributi dello stato,
appendice del centro di Calatafimi, che negli ultimi anni al
proprio toponimo aveva aggiunto quello di Segesta. A destra
e a sinistra erano allineate le case bianche, quasi tutte col
piano terra adibito a magazzino e un piano soprastante per
l’abitazione. Tuttavia anche qui si notavano varie costruzioni
che non dovevano essere state immuni dal germe
dell’abusivismo.
Giunti a Calatafimi lo costeggiarono. Lontano si stagliava
nel cielo ceruleo del mattino il monumento di Pianto
Romano, tomba dei garibaldini caduti sul colle nel 1860,
durante la spedizione dei Mille, quella spedizione che forse
sarebbe stato meglio se non ci fosse mai stata per la Sicilia e
per tutto il Meridione .
Tra fossi, pozzanghere, canne battenti sul parabrezza
dell’auto, finalmente si immisero sulla strada asfaltata, che
dopo alcuni chilometri li condusse davanti al cancello della
proprietà di Aspanu Tumbarello. Una catena con lucchetto
teneva ben chiuso il cancello, dal quale, all’interno, si
dipartiva una stradina che dopo circa cento metri, facendo
arco verso sinistra, scompariva alla vista dietro una
collinetta. Esperì vari tentativi l’ufficiale giudiziario per
richiamare l’attenzione di qualcuno che eventualmente
potesse trovarsi non visto al di là del cancello. Tutto fu vano.
La disperazione era dipinta sul volto di Corsini, che
timidamente disse: - e ora che si fa? -
- Niente. Io do atto nel verbale che abbiamo trovato chiuso,
che quindi non ho potuto consegnare le due chiavi che
l’avvocato Mencasi mi ha fornito, lo firmo e lei mi farà la
cortesia di riaccompagnarmi ad Alcamo, in tribunale. -
- Ma così io non risolvo un bel niente. La prego, dottore, mi
aiuti. Non mi faccia commettere qualche pazzia. Glielo
chiedo per carità, per il bene che vuole ai suoi figli: mi
faccia godere la mia famiglia. Mi aiuti. Mi dica cosa posso
fare io e la farò. La prego di non preoccuparsi per le spese.
Sono disposto a qualsiasi spesa, ma lei mi deve aiutare. - E
quasi si metteva a piangere per il nervosismo che gli si era
accumulato dentro.
- Signor Corsini, il mio lavoro sarebbe finito qui. Questo
verbale- e così dicendo gli mostrava i due fogli che il Corsini
aveva visto quando aveva portato le chiavi e i cinquecento
euro dall’avvocato Mencasi- ha un valore giuridico e servirà
perché il Giudice possa emettere un provvedimento a suo
favore. -
- Ma intanto mi passeranno tutti sulla pancia. E il giudice
farà passare quattro anni, se tutto va bene, prima che prenda
una decisione. -
- Tuttavia se lei sa dove possiamo incontrare il signor
Tumbarello possiamo tentare, se lei è disposto ad
accompagnarmi - disse il dottore Giannò.
- A sua completa disposizione. Lei ordini ed io eseguo. -
Un sorriso sfuggì dalle labbra dell’ufficiale giudiziario,
mentre l’auto si metteva in movimento. Giunsero alle prime
case del paese, appollaiate sulla costa della montagna. Una
strada stretta e lunga li condusse quasi dall’altra parte. Il
dottore Giannò fece squillare varie volte il campanello
dell’abitazione di Aspanu Tumbarello, nella via Tenente
Viviana n.23. Nessuno rispose. Sconsolato chiese a Corsini
di accompagnarlo in tutti i luoghi del paese ove lui riteneva
potesse trovarsi il Tumbarello.
Fecero il giro di alcuni parenti, chiesero informazioni ad
amici, entrarono nei bar. Nulla e nessuno.
Tornarono nella via Tenente Viviana n. 23, dove abitava la
moglie del Tumbarello, fittiziamente separata dal marito.
Dalla stradina in pendio saliva un’auto nera con sull’antenna
della radio un voluminoso fiocco bianco di tulle. Qualcuno
aveva deciso di sposarsi. Al balcone della moglie di Aspanu
Tumbarello una donna sulla quarantina era affacciata e
osservava il corteo di macchine che seguiva la sposa. Al
sopraggiungere dell’ufficiale giudiziario il suo sguardo si
incontrò con quello di lui e benché non conoscesse il dottore
Giannò immediatamente rientrò in casa, mentre questi
rivolto a lei gridava: - A lei, signora, a lei devo parlare… -
La donna incurante chiuse la porta dietro di sé, senza aver
visto passare la sposa sotto il suo balcone, sforzandosi di non
vedere l’ufficiale giudiziario e di non ascoltare ciò che egli
le andava dicendo mentre avanzava verso di lei.
Il dottore Giannò fece squillare varie volte il campanello. La
donna non comparve. Intanto la sposa con il corteo di
macchine erano passati oltre e scomparvero all’angolo della
strada. L’ufficiale giudiziario, esasperato, pigiò a lungo,
ininterrottamente, il pulsante del campanello, che
dall’interno si sentiva squillare. Una vicina si affacciò al
balcone accanto, guardò, ma non disse nulla.
Intanto in fondo alla strada, là dove era scomparso il corteo
della sposa, e la strada s’incurvava leggermente, un uomo
con baffetti e cappello, sulla cinquantina, furtivamente si
affacciò con la testa a spiare cosa stava succedendo nel
luogo dov’era l’ufficiale giudiziario, e, come se fosse stato
scoperto, subito si tirò indietro, nascondendosi. L’ufficiale
giudiziario smise si far suonare il campanello. Si accostò
all’altro lato del muro e lungo di esso, perché la curva con le
abitazioni coprisse il suo avvicinarsi, a passo lesto, si diresse
verso l’angolo della strada, dove aveva visto scomparire la
testa con baffi e cappello. Sulla strada che intersecava la via
Tenente Viviana vi erano delle auto posteggiate sui due lati,
vuote. Sulla strada nessuno. Guardò un po’ più in là.
L’officina di un meccanico era aperta. Qualcuno davanti al
cofano aperto di un’auto stava lavorando. Si avvicinò. Il
meccanico era intento a smontare un pezzo sul motore, un
garzone lo assisteva, due uomini guardavano. Uno di essi era
l’uomo con baffi e cappello, che aveva spiato nella via
Tenente Viviana. Gli si avvicinò chiedendo a tutti: - Chi di
voi è Tumbarello? -
- Io - rispose l’uomo con i baffi.
- Gaspare, vero? -
- Sì -
- Venga, venga - gli disse con tono autorevole mentre si
allontanavano entrambi dall’officina. - Che senso ha giocare
al gatto col topo? Mi fa perdere soltanto tempo. Lo sa che
prima o poi la dovevo trovare da qualche parte. -
Aspanu Tumbarello era rimasto intontito. Ma poi si riprese.
- Ma lei chi è? Che vuole da me? -
- Qui ci sono due chiavi per lei. Io sono l’ufficiale
giudiziario del tribunale di Alcamo. Le chiavi sono dei
lucchetti delle catene che Corsini sta mettendo sulla stradina
nella contrada Pantano. Firmi qui per accettazione.- e così
dicendo gli mise la penna in mano e il verbale che nel
frattempo aveva completato.
Ancora stordito e non ancora ripresosi del tutto Tumbarello
firmò. Poi rianimandosi:
- Io accetto, ma con riserva. Se il mio avvocato dice che non
devo accettarle gliele riporto in tribunale domani. -
- Il suo avvocato chi è? -
- Armato. -
- Francesco Armato? -
- Sì -
- Allora questa sera quando va a trovarlo gli porti i saluti
miei. -
- Lei come si chiama? -
- Giannò, l’ufficiale giudiziario. Lo trova scritto qui sul
timbro; vede? - e così dicendo gli andava mostrando il
timbro apposto sulla copia che gli aveva rilasciata, gli strinse
la mano e se ne andò.
- Arrivederci! - aggiunse mentre si allontanava lasciando
Tumbarello fermo nel mezzo della strada,
intento a guardare la copia del verbale che gli era rimasta in
mano con le chiavi.
Corsini, fermo in macchina, non aveva potuto seguire gli
avvenimenti. Aveva creduto che il dottore Giannò fosse stato
in casa del Tumbarello, a parlare con la moglie, cercando di
convincerla a ritirarsi le chiavi. Quando lo vide comparire
rimase col fiato sospeso.
- Tutto fatto. - Gli disse costui, aprendo lo sportello del lato
del passeggero e sedendosi in macchina.
Corsini lo guardò senza aver capito. Non osava chiedere
notizie per non farsene dare alcuna negativa. L’ufficiale
giudiziario lo guardò a sua volta: - Il signor Corsini è stato
servito. Tumbarello s’è prese le chiavi. -
Ciccio non credeva alle sue orecchie. L’avvocato Mencasi e
lui avevano avuto ragione. Sua moglie torto. Finalmente
poteva piazzarsi in mezzo alla strada del Pantano e far
tornare tutti indietro, o quasi tutti. Quell’ufficiale
giudiziario, un metro e sessanta di cristiano, con una penna e
due fogli di carta, gli aveva tolto un sacco di gente da sopra
le scatole. Finalmente!
Mise in moto e partì.
Mentre la macchina, sobbalzando allegramente sulla strada
sconnessa, viaggiava verso l’uscita del paese, Corsini,
rivolto al dottore Giannò, con la gioia e la soddisfazione che
veniva fuori da tutti i pori, disse:
- Ora mi dica lei cosa le devo e come posso disobbligarmi
nei suoi confronti. Tutto quello che vuole: la soddisfazione
non ha prezzo. -
- Mi riporti ad Alcamo sano e salvo e non faccia pazzie! -
rispose l’ufficiale giudiziario, mentre il motore dell’auto
continuava a cantare riattraversando la strada tra le case
della contrada Sasi per fare ritorno ad Alcamo.

Contrabbando
Andrea, al tempo della guerra mondiale, la seconda,
quando di fame e di contrabbando c'era tanto in giro, andava
una mattina nella nebbia spingendo una vecchia bici
sgangherata con un carico sul portabagagli posteriore: un
recipiente in terracotta con il tappo, coperto da un vecchio
cappotto ormai logoro, legato con una cordicella al collo del
recipiente.
Molte cose, specialmente alimentari, non potevano entrare o
uscire dal territorio comunale senza una specifica bolletta di
accompagnamento dopo aver pagato la relativa tassa di
importazione o di esportazione.
Ma di tutto si trasportava, con mille sotterfugi, eludendo la
vigilanza e i controlli degli uomini del dazio.
In questo clima Andrea quella mattina si recava in
campagna. Ad un tratto da dietro i cespugli che
fiancheggiavano la strada sterrata comparvero due figure che
gli intimarono di fermarsi. Istintivamente fu tentato di
fuggire, ma poi dopo un attimo di esitazione si fermò. I due
lo raggiunsero: erano quelli del dazio.
- Cosa trasporti?
- Merda.
Uno dei due, quello che doveva essere il capo, senza
aggiungere una parola e indispettito dalla risposta, si
avvicinò al recipiente. Sciolse la cordicella che teneva il
vecchio cappotto stretto al collo del recipiente, sollevò il
tappo e, quasi automaticamente, vi infilò la mano con
l'indice teso. La trasse bagnata.
- Cos'è? olio, vino?
- Merda! - rispose Andrea senza scomporsi.
Fu solo allora che l'uomo dalla mano bagnata portò l'indice
al naso. La puzza gli dilatò le narici.
- Merda! merda davvero! che schifo! - esclamò, disgustato.
Asciugò velocemente la mano al vecchio cappotto e si
allontanò dicendo al compagno: - Andiamo! Questa me la
pagherà. Prima o poi lo fotteremo.
E anche quella mattina Andrea poté proseguire con le
bottiglie d'olio, ben tappate, immerse nella merda. Era
l'unico modo per poter sopravvivere a quella maledetta
guerra, che pareva non volesse finire mai.

Buck
Buck guaiva da tre giorni nel fondo del burrone.
Benché avesse una zampa fratturata aveva fatto più volte il
giro attorno alla parete che lo circondava. Aveva cercato una
via di scampo ma non l’aveva trovata.
Eppure Buck il cirneco non si arrendeva. Si sentiva venir
meno, ma non voleva morire. Si sdraiò sotto il sole cocente e
stette in silenzio. Lassù, in alto, tanto in alto che sembravano
delle stelle spente, vaganti per il cielo, le rondini.
Non riusciva a capire come avevano fatto gli uomini a
uscirne. Le pareti scendevano quasi a strapiombo nella cava,
perché di cava di pietra si trattava: questo era evidente.
Buck desiderò essere una rondine. Avrebbe solcato i cieli,
sarebbe volato via da quella prigione senza scampo, si
sarebbe sfamato con gli insetti che vagavano nell’aria.
Il sole gli dava fastidio e chiuse gli occhi. Non sentiva alcun
dolore alla zampa e neppure lo stomaco gli faceva male.
Poi s’addormentò e non si svegliò più.

Gnazio
quello del pizzo

Se non lo conoscete è perché non vi è stato mai presentato.
Una bella fortuna! Ma senz’altro lo avrete incontrato tante
volte per strada, passeggiando con i vostri intimi o recandovi
al bar con i vostri amici.
Persona abbastanza conosciuta in città, vi può esser capitato
di vederlo in compagnia di altri che hanno gli stessi
atteggiamenti. Non è più giovane, ma non può nemmeno
essere detto vecchio. E’ più vicino ai quaranta che ai
cinquanta. Di denti originali ne ha solo cinque, gli altri sono
stati rimpiazzati. Se vi capiterà di dare una sbirciatina sul
sedile che è al suo fianco mentre guida la propria auto
constaterete di persona che è sempre occupato da un qualche
involtino o da un sacchetto di carta con della frutta, a
seconda delle giornate e delle stagioni.
Talvolta però ha mal di denti: vi scorgerete solo una diecina
di scatolini di pillole tutte varie e tutte già provate, nell’ansia
di eliminare il dolore.
Comunque sarete certi che non soffre quando lo vedrete
masticare o mordere un panino strappandolo con i denti, così
come usano fare i cani per strappare un pezzo di stoffa: con
una zampa tengono a terra lo straccio e con i denti lo tirano e
dimenano la testa per aria, guaendo.
No, no. Voi state pensando a quel tale che era seduto con voi
tempo addietro allo stesso tavolo, a pranzo. No, ve
l’assicuro: vi state sbagliando. Non è lui.
Ma non agitatevi. Prima o poi l’avrete incontrato. E se non
l’avete incontrato vuol dire che il caso non è stato benigno
con voi e avrete perduto uno spunto di spettacolo vivente.
Ebbene, una mattina, qualche tempo addietro, in un’ora
non più fredda e non ancora calda, ero al mercatino del
pesce, giù, in un angolo della cittadina dove, pur essendo nel
mezzo dell’abitato, si sa che si è in periferia. Infatti al di là
del mercatino vi abita solo gente povera, che ha timore di
avvicinarsi a quel pesce e deve accontentarsi, gran
privilegio, di quello che transita a buon mercato sotto i
balconi delle case su un carretto spinto da un vecchietto
smilzo e matto, per chi non lo conosce, nel tentativo
continuo di allontanare le mosche dal pesce e da sé, con le
mani e con le braccia e, di tanto in tanto, con bruschi scatti
del capo.
Ma le mosche ormai vi hanno fatto l’abitudine e, malgrado
la buona volontà del vecchio e la sua insistenza, non si
muovono. Anzi da quando egli ha aderito al suggerimento di
alcune donne di coprire le cassette del pesce con una
reticella le mosche s’infilano nelle cassette, sotto la reticella,
e talvolta bisogna che egli le prenda col pollice e l’indice per
strapparle dal pesce. Il vecchio però sa bene che nessuno
dell’ufficio sanitario abita in quel quartiere, altrimenti
qualcuno si sarebbe accorto, ma sarebbe sempre molto
difficile da provare, che il sangue delle mosche ammazzate
molto spesso è appiccicato con qualche aluccia proprio sul
pesce più vistoso.
Ma di questi pericoli non corre il vecchio: medici, avvocati,
giudici, impiegati, gente cosiddetta per bene, che ha i soldi,
abitano da tutt’altra parte.
Con la sua gente anche il vecchio può permettersi talvolta di
alzare la voce: tanto non succederà mai niente e in fondo gli
vogliono bene perché anch’egli è uno di loro, benché sia il
solo a detenere, in quell’angolo di paese, il monopolio del
pesce che non può più essere conservato nei frigoriferi della
pescheria.
Comunque quella mattina di luglio al mercatino del pesce
incontrai Ignazio, conosciuto come Gnazio l’esattore del
pizzo, intento a fare la spesa per la famiglia.
Per accertarsi che il pesce fosse fresco egli non si limitava ad
osservarlo. Gli vidi strappare la testa ad un calamaretto,
sciacquarlo in una vaschetta con l’acqua e masticarlo crudo.
La stessa sorte toccò a due altri tipi di pesce molto piccoli e
ad una piccola triglia dopo averla spinata con un’unghia.
Era solito così, ho saputo dopo, fare colazione ogni mattina.
Ma non sempre col pesce. Talvolta con la frutta, tal altra con
la verdura, altra ancora con la carne. Sì, anche con la carne.
Perché molto spesso capitava che gli vendessero carne molto
dura mentre in famiglia se non era tenera non la si digeriva
ed egli purtroppo doveva assaggiare un pezzetto di quella
che gli dovevano vendere.
Tutti i commercianti di cui era cliente sapevano questa storia
e tutti ormai si erano assuefatti a questa sua abitudine. Anzi i
più svegli, per non fargli toccare tutta la merce, prendevano
essi stessi ciò che egli voleva assaggiare e glielo nettavano e
glielo porgevano dopo averlo accuratamente lavato, se era il
caso. Egli teneva in gran conto queste piccole gentilezze che
gli si facevano e sapeva ricordarsene. A queste persone egli
concedeva sempre un periodo più lungo che ad altre per il
pagamento del pizzo, o una rateizzazione dello stesso. Molto
spesso, grazie poi a questi suoi favori, il suo conto risultava
già pagato e la cosa, benché ogni volta non lo sorprendesse e
gli facesse dare in rimostranze, non gli dispiaceva.
Quella mattina non so se mi divertissi o mi stomacassi a
guardarlo. Fatto è che ingoiata la triglia e pulitesi le mani col
fazzoletto tolto dalla tasca posteriore dei pantaloni fece un
cenno del capo come per dire a se stesso che il pesce non lo
convinceva.
- Se lo mangi tutto ti do un premio, stamattina.
Rivolto all’esattore era un giovane di circa vent’anni che io
non conoscevo e che non avevo mai visto dietro quella
bancarella. Neppure l’esattore pareva conoscesse quel
giovane. Io a quelle parole, pronunziate con tono troppo
forte per non attirare l’attenzione di cento occhi, volgevo i
miei altrove.
- E tu chi sei? - fece Gnazio l’esattore.
- Sono cazzi che non ti riguardano! - rispose con viso
stravolto il giovane.
Gnazio fece l’atto di avviarsi contro il giovane come per
minacciarlo. Sentiva in sé la potenza e la forza; e l’ira gli
rigonfiava le arterie del collo.
Nessuno degli astanti osò fare un gesto o aggiungere una
parola. Tutti avevano un minuto da perdere per curiosare e
per sentire cosa si sarebbero detti il giovane e l’esattore.
- Che è successo? - chiedeva sottovoce un tale che era alle
mie spalle, come se domandasse a tutti e a nessuno.
Nessuno gli rispose.
Tutti vedemmo una cosa orribile, inaspettata, improvvisa.
Una cassetta piena di polipi roteò per un attimo in aria,
stretta tra due mani; s’abbassò violentemente sul capo del
giovane, che, rimasto immobile per un istante, come se
aspettasse quella mossa, scartò di lato come un gatto
selvatico allungando contemporaneamente una mano verso
l’addome dell’esattore, che scivolò tra i polipi sparsi per
terra.
Un urlo feroce scosse il mercatino del pesce.
L’esattore restò immobile lungo disteso, in un prolungato
lamento, mentre un rivolo di sangue si allontanava da lui sul
selciato.
Il giovane guardò stupito per un attimo la folla.
- Mi ha rovinato! – gridò - mi ha rovinato! - E cominciò a
correre, giù, per le scale, senza una meta.
Nessuno parlò. Nessuno lo fermò.

Saro
L'uomo si fermò.
C'era buio. Solo la luce di un lampione pubblico, in fondo
alla strada, che oscillava nel vento della sera, né fredda né
calda, di ottobre.
Davanti a lui la vecchia casa, che era stata dei nonni, i
Capizzi, poi di suo padre. Ora di nessuno, quasi, perché era
stata abbandonata in attesa di tempi migliori per
ristrutturarla.
Nel buio anche la casa era nera, e il portoncino e le finestre,
ormai corpo unico con i muri. Sulla destra i resti di quella
che era stata l'abitazione di una zia di suo padre. Di essa
restava solo un muro diroccato che fiancheggiava la strada.
All'interno si indovinava l'ombra del vecchio mandorlo,
immobile e silenzioso.
Sulla sinistra un muretto basso in pietra delimitava il terreno
che circondava la casa; anch'esso qua e là diroccato.
Si tirò sul muretto e saltò giù, dall’altra parte, nel terreno.
Dopo qualche minuto fu di ritorno, scavalcò nuovamente il
muretto, s'avvicinò al vecchio portoncino, introdusse una
vecchia chiave arrugginita. Dopo alcuni tentativi finalmente
aprì, diede uno sguardo a destra e a sinistra, nella strada;
entrò; richiuse.
Otto mesi che correva, da subito dopo Pasqua, e già
s'avvicinava Natale. Sarebbe stato il secondo Natale dalla
morte di suo padre. Tutti sapevano che era stato un
incidente, un maledetto incidente d'auto per Nicola Capizzi.
Ma Saro non ne era stato mai convinto e aveva voluto
sapere.
La polizia giudiziaria e il medico legale avevano deciso:
decesso istantaneo per imperizia nella guida. Un imberbe
Sostituto Procuratore aveva scarabocchiato alcune sigle su
dei fogli volanti. Il caso era stato dichiarato chiuso e
archiviato.
Saro aveva finto di credere. Anzi era stato lui a convincere la
madre che le auto purtroppo combinano brutti scherzi. Sono
belle, utili, confortevoli, ma certe volte tradiscono e allora
non c'è nulla da fare; è il destino.
E il destino così aveva voluto.
Ma egli non credeva al destino e non si era dato pace. Aveva
voluto sapere. E aveva saputo.
Una sera, rincasando più tardi del solito, fece in modo che
Leo, il figlio della signora Dora, gli offrisse un passaggio
con la sua auto. Non rifiutò per non far dispiacere all'amico,
ma, disse, avrebbe preferito fare quattro passi. Aprì lo
sportello e si accomodò.
- A dire il vero non è che abbia sonno, stasera - aggiunse,
mentre si accomodava meglio sul sedile anteriore, riservato
al passeggero.
- Se vuoi andiamo a fare un giro largo, ma non a piedi … -
rispose Leo. E mentre parlava mise in moto la piccola
utilitaria, ancora odorante di nuovo, e partì.
Parlarono di studi e di ragazze. Poi Saro propose di allungare
verso la campagna. Dopo qualche chilometro Leo svoltò per
una strada asfaltata di fresco e accelerò.
- Benzina ce n'è - disse.
Ma avvertì che qualcosa di duro gli era penetrato fin dentro
le costole di destra e capì. Capì di avere sbagliato tutto
quella sera. Di essersi sentito troppo sicuro. Cercò di reagire
scherzosamente:
- Non fare lo stronzo, Saro; chi vuoi spaventare con questo
pezzo di ferro?
- Voglio metterti alla prova. Voglio vedere se hai coraggio.
Ma non fare fesserie, è carica. Pensa a guidare. Se superi la
prova sarai ricco e presto -.
Leo non sapeva come interpretare il tutto. Per un attimo
volle convincersi che l'amico volesse davvero metterlo alla
prova per poi proporgli qualcosa di molto rischioso; anche se
di Saro aveva l'opinione, come del resto tutti quelli che lo
conoscevano, che fosse un ottimo ragazzo, magari un po' più
buono di quanto fosse necessario.
- Chi la fa l'aspetti! E, quando succede, senza lagnarsi -
ammonì in tono scherzoso Leo.
- Giusto. Per ora vediamo se la superi tu questa prova …
Così dicendo spinse ancora un poco la pistola tra le costole
dell'amico.
- Va bene - e si rese conto che non riusciva a togliere il piede
dall'acceleratore, come bloccato da un qualcosa che non
aveva nulla in comune con lo scherzo.
Proseguirono ancora senza parlare per alcuni chilometri.
- La prossima a destra. Vai piano …
Come se quelle parole avessero sbloccato il sistema nervoso
di Leo i piedi gli ridivennero sciolti, la destra scalò la
marcia, la sinistra accompagnò lo sterzo nella curva.
- Più piano.
- Più piano di così … si muore.
Si sentì più sicuro. Avvertiva che nella voce di Saro non
c'era odio. Forse Saro stava mettendo alla prova le proprie
capacità e ci stava riuscendo perché aveva la voce pacata,
ferma. Anche la sua mano non tremava, sintomo di
eccezionale autocontrollo. Però non bisognava fare
movimenti bruschi. Se la pistola era davvero carica un colpo
poteva accidentalmente partire. Poteva guidare tranquillo.
Egli non c'entrava e Saro non sapeva. Forse voleva sapere.
- Fermati! - ordinò Saro con voce fatta più decisa.
Leo accostò. Davanti a loro si apriva uno spiazzo. Spense il
motore. Rimase con le mani ferme sullo sterzo e s'accorse
che in cielo c'era la luna.
- Metti le mani dietro la nuca e scendi piano senza voltarti.
- Ora lo scherzo sta diventando pesante … - si lamentò Leo,
mentre si tirava giù dall’auto.
- Fai il bravo; fino in fondo. Sta' calmo e fa' quello che ti
dico io.
Quasi di scatto Saro attraversò il sedile sotto lo sterzo e
scivolò a terra alle spalle di Leo, che la canna della pistola
ora la sentì incollata alla schiena, proprio sulla colonna
vertebrale; e lo spingeva.
Senza parlare Saro lo fece dirigere tra due filari di ulivi
giganteschi, in mezzo ai quali, alta, dominava la luna. Dopo
circa duecento metri raggiunsero la bocca di un pozzo,
delimitata da un muretto in pietra, alto mezzo metro. Era
scoperto.
- Fermati e siediti!
- Ora basta! - rispose indispettito Leo, facendo capire che
ormai si stava scocciando e che non era più disposto ad
assecondare l'amico.
Nella sua voce però Saro avvertì un tremolio e per un attimo
ebbe paura anche lui.
- Fino in fondo.
Così dicendo lo spinse sull'orlo del pozzo e con la pistola lo
costrinse a voltarsi e a sedersi. Puntandogli l'arma e
indietreggiando si allontanò di due passi: - Se ti muovi
sparo! Le mani sempre dietro la testa! -
Leo si rese conto che sentiva freddo, aveva i brividi, come se
all'improvviso fosse sopraggiunta la febbre. Stringeva le
ginocchia una contro l'altra perché non tremassero.
- E chi si muove? - disse, quasi scherzando.
- Tu sei il migliore amico mio; vero?
- Certo; ma tu non sei neppure il peggiore amico mio, se mi
fai questi scherzi.
- Lo scherzo ancora non è cominciato. Allora … dov'eri la
sera dell'antivigilia di Natale?
Leo sentì il vuoto sotto i suoi piedi e dentro la testa. Doveva
controllarsi. Poteva perdere l'equilibrio e rovesciarsi nel
pozzo. Aggredire Saro era impensabile.
- A Milano, da mia sorella - rispose il più presto che poté.
- Ho controllato. La vigilia … eri a Milano. L'antivigilia no!
dov'eri?
- A Milano!
- Cerca di capirmi. - riprese suadente Saro. - Qui, in paese,
ad Alcamo, dov'eri? In quale contrada? Mi hai capito ora?
- Ti dico che ero a …
- Basta! - gridò Saro, senza preoccuparsi se qualcuno potesse
o volesse sentirlo. Poi continuò pacato: - Con chi eri allora?
- Solo.
- Senti, Leo. Voglio sapere com'è andata. Può darsi che ci sia
qualche speranza per te. Ma voglio sapere tutto.
- Io non c'entro …
Saro restò in silenzio, in attesa che Leo continuasse. E Leo
dopo qualche attimo di pausa aggiunse:
- Io ho sempre voluto bene a voi; a te, a tuo padre, alla tua
famiglia …
Se invece del chiarore della luna ci fosse stato quello del
sole Leo avrebbe visto che il viso dell'amico era diventato
paonazzo dalla bile e dall’odio e che il gesto di volergli
fracassare il cranio con la pistola ne era la conseguenza.
L'ira di Saro scoppiò. D'altronde attendere la confessione di
Leo significava perdere ancora tempo e correre ulteriori
inutili rischi. E comunque non era necessaria.
- Tu sei stato sempre un verme. La tua auto, quella carriola
vecchia che hai dato in permuta a maggio, quando ti hanno
regalato questa nuova, la sera dell'antivigilia di Natale
perché si trovava in campagna, da mio padre?
- Non so nulla …
Improvviso Saro fece un passo avanti e colpì Leo con un
calcio in uno stinco. Leo istintivamente scattò in piedi come
per rispondere all’aggressione di Saro, ma questi fece un
passo indietro e puntandogli la pistola in faccia: - Sta' calmo
e siediti…
Leo si rimise lentamente a sedere.
- Con una gamba nel pozzo! - scandì Saro con tono sfottente.
Leo ormai aveva capito che non c'era più alcuna speranza,
ma se voleva tenerne vivo qualche barlume, anche uno solo,
doveva assecondare Saro, in attesa.
Fece quindi passare una gamba al di là del muretto, che si
trovò penzolante nel vuoto, intrecciò le dita delle mani e le
posò sulla testa.
- Riprendiamo; e veloci, che si fa tardi …
- Puoi anche ammazzarmi, ma non so nulla.
- Lo farò subito se mi fai perdere la calma.
- Mi puoi ammazzare.
- Allora parlo io. Il pomeriggio dell'antivigilia di Natale tu
sei andato a cercare mio padre, in campagna. Nessuno ti ha
visto; o almeno così hai creduto tu. Ma io ho visto le
impronte della tua auto davanti a casa mia, in campagna, a
Gammara. Le avevo fotografate nel cervello. Per maggiore
sicurezza le ho fotografate di fatto mentre mio padre era
ancora disteso morto sul letto, in mezzo a casa. La
provenienza l'ho cercata per molto tempo. L'ho cercata
dappertutto. Non pensavo che fosse tanto vicina. Né potevo
immaginare che fossero le impronte dell'auto di una carogna
che ancora asserisce di essere il mio migliore amico.
Il giorno in cui mi hai chiesto di farti compagnia per
depositare l'auto da Occhivirdi un lampo mi ha avvampato il
cervello. Scendendo dall'auto notai le gomme. Avevano il
battistrada che cercavo. Non potevo crederci. Ritornai dopo
due giorni. Rividi quelle gomme. Le fotografai. Ho fatto
anche degli ingrandimenti. Ve n'era una differente dalle altre
e fu la prova del nove: le impronte erano quelle.
- E con questo cosa vuoi provare?
- Che tu sei stato a cercare mio padre. Lo hai negato e quindi
sai. Ora parla!
- Io dovevo solo dirgli che doveva recarsi subito alle case di
Sirignano. La frase che dovevo dire era: "ricotta o non
ricotta c'è sempre la pagnotta". Questo dovevo dire, io.
Appena glielo dissi tuo padre immediatamente si mise in
auto e partì. Non so più niente. Io seppi della disgrazia
quando tornai da Milano, a Capodanno. In una busta, sul
tavolo, tornando a casa avevo trovato un biglietto d'aereo
intestato a nome mio di andata e ritorno da Milano. Mia
madre disse che l'aveva trovato in una busta sotto la porta di
casa. Non sapevo nulla ma capii che quella sera stessa
dovevo partire. E partii -.
Leo si fermò sperando che la spiegazione fosse stata
sufficiente per scagionarlo da ogni responsabilità.
- E poi? - riprese incalzante Saro.
- Poi …, poi tornai a Capodanno.
- E poi?
- Nulla. Non so più nulla. Te lo giuro.
- L'auto chi l'ha pagata? Quindici giorni prima della morte di
mio padre mi avevi confidato che non avevi una lira. Tre
mesi dopo l'auto nuova.
- Mi hanno detto che il prezzo era buono. Senza interessi.
Senza cambiali. Senza scadenze. Insomma qualcuno mi
disse che se non avessi avuto i soldi per pagarla non dovevo
preoccuparmi, perché nessuno mi avrebbe cercato e perché
l'amico si riconosce al bisogno ed è per sempre.
- Occhivirdi! - interruppe Saro.
- Occhivirdi … - ammise Leo. E approfittando di un attimo
in cui Saro aveva sollevato gli occhi verso la luna, più chiara
che mai in quell'immenso buio sulla terra e nel cuore, tentò
uno scatto. Ma, nell'appoggiare le mani sul muretto del
pozzo, un calcinaccio si sgretolò sotto la pressione. Perse
l'equilibrio. Saro scattò in avanti e allungò con violenza una
pedata. Colpì con la pianta della scarpa un fianco di Leo, che
non riuscì ad afferrarla.
Poi tornò all’auto. Si mise alla guida e partì. La lasciò in
periferia nel paese. Si mise a letto, ma quella notte non riuscì
a prendere sonno.
Un urlo disperato fu l'ultima cosa che Saro ora ricordava di
lui; e un tonfo.
Fissava il nero uniforme di quella casa e nel ricordo ancora
non riusciva a distinguere se provava odio o pietà per quel
traditore. Di certo non provava rimorso. Nessuno aveva più
sentito parlare di lui. Qualcuno disse di averlo intravisto in
America, in compagnia di una mulatta. Altri che era stato
vittima della lupara bianca. I parenti pensarono che un
giorno, all'improvviso, sarebbe tornato. Chi sperava di più
era Dora, sua madre; ma nel cuore lei aveva il presentimento
che Leo era morto; nessuno sapeva dove, né perché. Da anni,
ogni domenica, dopo la messa, si recava al cimitero, a far
visita alla tomba del marito, morto di cancro da oltre dieci
anni. Ora avrebbe avuto un motivo in più.
Lucio e Saro si conoscevano da quattro anni. Entrambi si
erano iscritti nella facoltà di Giurisprudenza, lo stesso
giorno, e il numero di matricola di Lucio seguiva quello di
Saro.
Avevano avuto un alterco rivendicando ognuno il diritto di
precedenza per la presentazione della domanda di iscrizione,
davanti allo sportello della segreteria. Poi avevano concluso
col darsi la precedenza l'un l'altro. Si era iscritto per primo
Saro, ma aveva dovuto offrire da bere a Lucio per la
precedenza accordatagli.
Dapprima fu conoscenza, simpatica conoscenza. Si rividero
dopo un mese. Fu amicizia e cordiale amicizia. L'esuberanza
di Lucio si confaceva perfettamente con la riservatezza di
Saro. Lucio era un buon parlatore, Saro un buon ascoltatore.
Talvolta Lucio restava a Palermo, ospite nella casa che Saro
aveva preso in affitto per gli studi, e dormiva e mangiava
insieme con lui.
Entrambi seguivano le lezioni, si scambiavano gli appunti,
preparavano le stesse materie per gli esami, si direbbe che
prendevano gli stessi voti. Erano stati piuttosto regolari nel
superare gli esami previsti dal loro piano di studi.
All'inizio del quarto anno Saro disdisse l'affitto dell'alloggio
a Palermo. Avrebbe continuato gli studi senza frequentare le
lezioni. Ciò avvenne subito dopo la morte del padre. Lucio
aveva insistito perché Saro continuasse a frequentare le
lezioni, ma poi aveva capito, o almeno pensò di avere capito,
e si arrese. Malgrado ogni insistenza di Lucio, col quale si
incontrava talvolta, Saro non si presentò più agli esami, ma
l'amicizia si rafforzò.
Tra amici le confidenze avvengono spontanee. Nessuno
forzò mai l'altro a parlare. Lucio aveva intuito che un grosso
problema opprimeva l'amico e che la morte del padre ne era
la causa. Quando superava un esame era Saro il primo a cui
comunicava l'esito e in tal modo era giunto quasi al termine
di tutti gli esami. Gliene restavano due complementari, che
sicuramente avrebbe superato entro il mese di giugno; e la
tesi di laurea, che pure era a buon punto.
- Peccato! - disse una sera, contento per se stesso, ma
dispiaciuto per l'amico, - avremmo potuto preparare insieme
la tesi.
Non si attendeva alcuna risposta. Saro invece rispose:
- Sbrigati a laurearti. Se mi serve un avvocato so a chi
rivolgermi. Io ormai mi dedicherò alla conduzione dei
terreni di famiglia. Mi rendo conto che me la cavo
discretamente …
Il discorso sembrò finire lì. Poi Saro, accostata l’auto, di cui
era alla guida, lungo il marciapiede della strada, deserta a
quell’ora, riprese:
- E' vero che se ne avrò bisogno mi difenderai?
- Ma non dire cazzate! Comunque, avvocato o non avvocato,
sai che sono a tua completa disposizione …
- Sono siciliano e ho imparato che qui, in Sicilia, la
prepotenza è sinonimo di mafia. Se la subisci sei un
coglione. Se la eserciti sei un mafioso, anche quando la tua è
rivendicazione … Molti, che da fuori Sicilia vengono
sbattuti qui dalla buona o dalla mala sorte, ritengono che i
siciliani siano tutti, nessuno escluso, delinquenti e mafiosi.
Questi soggetti non hanno neppure la capacità di distinguere
tra persone oneste, delinquenti scalcagnati e mafiosi di
rango. E non capiscono neppure se il proprio comportamento
sia mafioseggiante …
Sentiva che si andava accaldando. Se ne accorse anche
Lucio.
- Senti, Saro. - Lo interruppe Lucio - E' inutile che ti scaldi,
come al solito. Non risolverai tu la questione meridionale e
tanto meno quella della Sicilia …
- Quattro sbarbatelli giunti dal nord credono di poter
raddrizzare le zampe ai cani. - Continuò Saro - Non perché
noi siciliani siamo da paragonare ai cani, ma perché
raddrizzare le zampe ai cani, tu mi capisci, è pressoché
impossibile, salvo a volerne cambiare la natura. Natura che
nel siciliano è fondamentalmente buona, generosa, altruista,
quasi sempre disinteressata.
- Beh, sul disinteressata avrei qualche riserva …
Saro, quasi senza ascoltarlo, continuò:
- Chi viene in Sicilia per giudicare, o per indagare, avrebbe
bisogno di un lungo periodo di quarantena, possibilmente
diviso tra i quartieri più malfamati di Palermo e gli androni
dell'Ucciardone; non in qualità di detenuto, ma in qualità di
osservatore e vivendo gli stessi problemi di coloro che
vivono a Ballarò, alla Vucciria, al Capo e all'Ucciardone
appunto. Solo allora, forse, sarebbe in grado di distinguere
tra ladri senza colpa, delinquenti senza testa e mafiosi
spudorati e cinici. Ma lo stato non si preoccupa di far
frequentare loro neppure un corso accelerato di psicologia
generale. Con l'assurda conseguenza che questi tali,
nell'intento di voler aiutare il popolo siciliano, avendone la
possibilità, si comportano come si comporta un mafioso:
impongono la loro autorità, senza un minimo di logica. Con
la forza della violenza. Non violenza fisica. Ma giuridica e
costituzionalmente riconosciuta.-
Lucio stava a guardarlo chiedendosi dove volesse andare a
parare l'amico, il quale, ripreso fiato, continuò: - Il pubblico
ministero accusa perché quello - dice - è il suo dovere e il
giudice per le indagini preliminari colpevolizza col
paraocchi del codice penale. Non possono tenere conto delle
cause di un reato. Come i militari: con l'ottusità propria della
vita militare, che ha per regola unica l'obbedienza
incondizionata, ovunque e sempre. Ma il siciliano, in
generale, non è ottuso. Non è mafioso. Non è delinquente! -
proseguì Saro, mentre Lucio lo stava a guardare annoiato.
- Qualcuno commisera il siciliano, ma sicuramente il
siciliano non sa che farsene della pietà degli altri ed è molto
geloso del suo diritto, benché molto spesso il suo diritto non
sia scritto nei codici: egli pretende unicamente rispetto -
aggiunse Lucio, tanto per dire qualcosa, nella speranza che
Saro chiudesse la sua arringa.
Invece Saro riprese con maggior foga: - Il codice sancisce il
diritto del più forte; di colui che ha fatto proprio il potere e
che quindi ha avuto la possibilità di legiferare e di
normalizzare la vita della società ad esclusivo proprio
tornaconto. -
Sembrò avere esaurito tutte le cartucce. Invece riprese con
passione: - Vivere in Sicilia è tra le cose più belle che
possano capitare ad un uomo, purché egli abbia almeno
accettato, dico accettato, di trascorrervi la propria esistenza.
E per la natura che lo circonda e per gli esseri umani in
mezzo ai quali vive, tenendo presente che se il vivere in
qualsiasi paradiso terrestre non è frutto di scelta propria il
vivere stesso diventa un inferno; non solo in Sicilia.
Se poi la malvagità di alcuni siciliani, molto pochi in verità,
è tale da risultare particolare e specifica rispetto a quella che
si nota presso altri luoghi d'Italia e del mondo, ciò non può
indurre chicchessia a ritenere la parola siciliano sinonimo di
mafioso. La mafia esiste. Ma la Sicilia non è la mafia -.
Lucio, palesemente annoiato, lo interruppe: - Senti, Saro. Mi
hai rotto le scatole: tu, la mafia, la Sicilia, la Sardegna, la
Calabria e chi minchia ti sta a cuore ... -
Ma Saro, quasi inebriato dal proprio pensiero e dalla propria
oratoria, proseguì: - La mafia è la parte emergente di un
iceberg. Sotto il livello dell'acqua vi è tutto il popolo
siciliano; quel popolo che da millenni è schiacciato da una
minuscola parte di siciliani e non siciliani; che hanno
legiferato e hanno reso normale la vita di centinaia di
generazioni, fatta soltanto di sofferenza e di sottomissione.
Chi giudica dall'esterno non riesce neppure a scorgere i
problemi che si nascondono in quella parte di iceberg che è
sotto, negli abissi del mare. Quella parte nascosta e
silenziosa sarebbe capace di risolvere i propri problemi se
solo riuscisse ad emergere un istante per prendere una
boccata d'aria e un po' di calore, di quel sole che appartiene a
tutti. Vedreste quell'iceberg capovolgersi e quella parte
emergente, che oggi si chiama mafia, sparire negli abissi e
sciogliersi per sempre. Ma questo calore tarda ad arrivare.
Le acque non si riscalderanno mai e tutto conserverà lo
status quo. -
Saro sembrò stanco. Finalmente aveva finito di sproloquiare,
pensò Lucio. Invece, dopo una breve pausa, riprese: - ma né
lo Stato, e tantomeno uno Stato in combutta con i mafiosi,
permetterà mai al popolo siciliano di essere intraprendente.
Le leggi che vengono emanate non sono tali, e non sono
volute tali, da favorirne lo sviluppo e ogni iniziativa è
destinata a morire prima che sia concepita, a favore dei
pochi, dei cinici. Chi non conosce il siciliano dice che è
"lagnusu". Ma così non è. Il siciliano non vuole lavorare per
chi lo vuole sfruttare. Il siciliano è nato libero e libero vuole
restare, sottoposto soltanto a leggi giuste. Dategli lavoro a
cottimo e sarà capace di lavorare ventiquattrore al giorno.
Proponetegli di prodigarsi per chi ha più bisogno di lui e lo
scoprirete capace di sacrificare anche la vita per gente che
neppure conosce. E lo chiamano mafioso. -
- Ma dimmi. Cosa vuoi dimostrare con tutto questo
panegirico? Per caso hai deciso di darti alla politica e intendi
fare qualche prova di comizio con me? - lo interruppe Lucio.
- No, Stronzo. Voglio dimostrarti che al di sopra di te e di
me c'è solo Dio. Gli altri sono merda; puzzolente per giunta,
quando vogliono atteggiarsi a giudici del popolo siciliano, il
quale ha sempre subìto il potere della mafia: reale, politica,
religiosa. Ora anche il potere di coloro che dovrebbero
combatterla, dei padroni dei tribunali. Questi poi sono gli
stronzi e i disonesti per eccellenza. Coloro che prima o poi
prenderanno il posto degli attuali mafiosi e saranno ancor
più spietati di questi.
E ora fammi la cortesia. Vai a fare in culo anche tu, insieme
con loro - concluse Saro.
- In culo ci vai a fare tu e tutti quelli come te! - rispose
Lucio, ringraziando il cielo che Saro avesse posto un punto
al suo discorso, anzi al suo sproloquio. E, prima che egli
potesse ricominciare, aprì lo sportello, scese e, senza
aggiungere una parola, si allontanò in direzione della propria
auto.
Saro restò seduto al volante della sua. Chiuse gli occhi,
stanco. Mille pensieri gli attraversavano la mente. Pensava a
suo padre, a Leo, a Lucio, a Ilenia, la sua ragazza, a sua
sorella Amalia, a sua madre, ridotta già vecchia a
cinquant'anni; e infine pensò a Occhivirdi.
Molto tempo doveva essere passato quando riaprì gli occhi.
Si guardò attorno. Solo un gatto, accovacciato sul cofano
dell'auto, davanti al parabrezza, lo fissava tranquillo. Mise in
moto. Il gatto saltò a terra e l'auto si mise in movimento.
Occhivirdi, un uomo sui trentotto anni, era seduto con le
gambe distese sotto la scrivania e fissava il muro di fronte
quando Saro entrò nell'autosalone. Tirò a sé le gambe e rizzò
il busto sulla sedia.
Conosceva Saro Capizzi di vista. Ricordò di averlo visto un
paio di volte nel proprio locale. Era un ragazzo a posto:
almeno così dicevano quelli che lo conoscevano.
Con la mano destra aperta si diede una stiratina ai lunghi
baffi e con gli occhi accompagnò il cliente fino al proprio
tavolo.
- In che cosa posso essere utile? - disse.
- Cerco un'auto.
- Tutte le marche e tutti i modelli che vuole, sia nuove che
usate. Dipende solo da quanto vuole spendere. - E mentre
parlava Occhivirdi incominciò ad aprire dei dépliants,
posandoli aperti uno sull'altro, mostrandoli tutti, ma senza
che se ne potesse osservare uno.
Saro lo lasciò fare mentre con lo sguardo cercava. Cercava
attorno. Ma più che per trovare cercava di indovinare…
Doveva essere lì, all'angolo della stanza, a due metri da lui.
Cominciò a valutare i vari modelli delle varie marche di
autovetture, mentre Occhivirdi gli faceva notare i pregi di
questa o di quella, come si sarebbe potuto risparmiare
qualche milione, gli optionals, ciò che era di serie e ciò che
era facoltativo.
Squillò il telefono. Occhivirdi prese la cornetta e ascoltò.
Non disse nulla. Dopo pochi secondi la posò, turbato; chiese
scusa al cliente e, allontanandosi in modo affrettato, disse: -
lei continui pure; io mi assento cinque minuti contati. Sto
tornando. -
Saro sollevò gli occhi lentamente e non lo vide uscire. Sentì
il rumore di un motore d'auto che veniva acceso e subito
dopo lo stridio delle ruote sull'asfalto.
Si diresse all'angolo della stanza, aprì lo schedario, cercò
"Miccoli Leonardo". Nulla. Cercò freneticamente per
qualche minuto. Niente. Poi quasi per caso lesse "Crispotti
Dorotea". Era andato già oltre, ma tornò indietro. Dora si
chiamava la madre di Leo e Crispotti, ne aveva una vaga
sensazione, doveva essere il suo cognome. In un attimo
controllò numero di targa, marca, tipo, data di
immatricolazione, intestataria, data di nascita. Sul retro, a
matita, il numero di un assegno bancario e la cifra. Sotto :
"NINO BONCORE", pure a matita.
La depose e chiuse il cassetto in metallo. Lentamente si
diresse verso la vetrata di ingresso e attese. Dopo alcuni
minuti Occhivirdi era già di ritorno.
- Ci sono stronzi in giro che non sanno come passare il loro
tempo. Comunque lei ha deciso qualcosa? -
- Qualche idea va maturando, ma niente di preciso ancora. Ci
rivedremo. - Così dicendo allungò la mano per salutare.
Occhivirdi gliela strinse e: - Arrivederci! Arrivederci! -
rispose.
Saro si accomodò lentamente sul sedile della sua auto, mise
in moto e partì. Andò senza una meta, molto lentamente.
Quando si fermò era in uno spiazzo, davanti alla Funtanazza,
una vecchia fontana saracena, in mezzo ad alti alberi di pino
e di cipresso, che per secoli insieme con l'edera l'avevano
soffocata, nel mezzo della montagna.
Quell'Occhivirdi doveva essere uno che si faceva proprio gli
affari suoi. Vendeva auto e non faceva domande.
Sicuramente non sapeva, o si rifiutava di sapere, perché
Nino Boncore aveva pagato l'auto di Crispotti Dorotea,
madre di Leo. Per lui importante era vendere e che qualcuno
pagasse. Del perché … no comment.
Aveva fatto molta fatica Saro per controllarsi dinanzi a lui,
dopo aver letto la scheda. Lo stratagemma era riuscito. Ora
si mordeva il labbro inferiore, quasi da farselo sanguinare,
ma doveva controllarsi e doveva ragionare.
Nino Boncore era stato amico di suo padre. Gli aveva
portato rispetto, non gli aveva fatto mai uno sgarbo e non ne
aveva ricevuti. Eppure Nino Boncore aveva ammazzato, o
aveva fatto ammazzare, suo padre. Ne era certo: il
responsabile era lui e soltanto lui.
Da parecchi mesi non si dava pace, Saro.
Leo aveva ricevuto ordini e non aveva detto da chi. Poi il
tonfo nel pozzo aveva tolto ogni possibilità di saperlo da lui.
Occhivirdi era una traccia, una buona traccia, ma non aveva
avuto mai relazioni con suo padre. La scheda avrebbe potuto
parlare ancora. Lo aveva pensato fin dai primi giorni, dopo
la scomparsa di Leo. Aveva escogitato mille stratagemmi per
giungere a quella scheda; alla fine aveva optato per il più
semplice. Lucio aveva telefonato mentre egli era
nell'autosalone e il nome di Nino Boncore era saltato fuori,
quasi inaspettatamente.
- Ma perché Nino Boncore? - si chiedeva. Il cervello se lo
sentiva scoppiare alla ricerca di una risposta a quel perché.
Una cosa era certa: Nino Boncore era condannato, era un
cadavere ambulante. Ma bisognava fingere per non
compromettere tutto e per non restare fottuto..
Avviò il motore e discese in paese.
Una domenica, una di quelle domeniche siciliane, calde e
quasi estive, Lucio, di buon mattino, era venuto, invitato, a
trovare Saro.
Ilenia, la ragazza di Saro, li attendeva già da mezz'ora
quando passarono a prenderla insieme con Amalia, sorella di
Saro.
Tutti indossavano jeans e maglietta. Giacche e giubbotti
furono accatastati sul pianale dell'auto, sotto il lunotto
posteriore. Si diressero verso il mare. Pranzarono in una
trattoria, né bene né male. Poi Saro, senza dire nulla, li fece
rientrare tutti in auto e ritornò al paese. Lo costeggiò, svoltò
per una stradina sterrata e s'inerpicò sulla montagna.
Lo lasciarono fare. Le buche e i sobbalzi dell'auto aiutarono
la digestione, tra le risate di tutti; e quando furono in cima un
panorama immenso e splendido era sotto i loro occhi. La
stradina percorsa era scomparsa sotto la fitta boscaglia,
immobile e quieta. Lontano il paese mostrava appena i suoi
vicoli che si indovinavano tra il procedere parallelo delle
case, piccole case, che un masso lasciato rotolare lungo il
pendio sembrava potesse facilmente schiacciare. Poi,
degradando dolcemente, la campagna, spartita in forme
geometriche e di vari colori, giungeva al mare, lì dove il
riverbero del sole disegnava una strada luminosa pura,
immensa e dritta verso l'orizzonte.
Saro invitò tutti a seguirlo per una breve scalata a piedi,
ancora più su. Ilenia e Amalia preferirono restare a
chiacchierare tra gli alberi, nei pressi dell'auto. Lucio, pur
lamentandosi, seguì l'amico che già s'inerpicava. Salirono
per circa mezz'ora, seguendo le piste tracciate dal passaggio
degli animali selvatici, in mezzo alla sterpaglia.
Saro era venuto fin quassù solo una volta, quand'era ragazzo,
insieme col padre, in una giornata di caccia. Ora su tutta la
montagna era vietato cacciare, perché zona demaniale e
protetta, e solo le guardie forestali raramente arrivavano fin
quassù. Allora il padre gli aveva mostrato una sorgente che
formava un minuscolo lago nella roccia per poi inabissarsi
nelle viscere della terra. La trovò. Il laghetto gli sembrò
molto più piccolo, ma era come una volta. Sulla destra, a
pochi metri, la parete rocciosa si ergeva quasi a picco. Lassù,
gli aveva detto suo padre, un tale si era nascosto per ben tre
anni, senza che la polizia riuscisse a scovarlo. Volle vedere il
nascondiglio. Aiutato da Lucio s'arrampicò sulla parete.
Trovò degli spuntoni che lo agevolarono nella scalata. A
cinque metri d'altezza trovò un piccolo spiazzo, quasi piano,
che conduceva in una crepa, larga meno di un metro. Vi
entrò. La crepa si allargava all'interno fino a raggiungere la
larghezza di circa tre metri. Era alta oltre due. Nell'insieme
una comoda stanza. Ridiscese quasi senza fatica e subito.
- Lucio! - disse - non parlare con nessuno di questo posto. E'
unico, in caso di bisogno. Si chiama "la sorgiva". -
Lucio non rispose. Raggiunsero senza fretta le ragazze e
tornarono in paese.
All'interno della vecchia casa di Gammàra Saro attese
immobile alcuni minuti. Poi con una piccola torcia elettrica
si aiutò a cercare la porta di uno stanzino. L'aprì e, come
aveva desiderato, trovò il lettino completo di materasso,
lenzuola e coperte. Vi era anche un bidone d'acqua di venti
litri. Fu come se sua madre e sua sorella lo abbracciassero.
Non piangeva, ma una guancia, si rese conto, ebbe un
sussulto di commozione: non lo avevano dimenticato. Si
tolse le scarpe e, vestito, così com'era, si infilò sotto le
coperte. Si sforzò di pensare, ma s'addormentò subito.
All'alba lo svegliarono i rumori dei trattori e dei camions che
si recavano al lavoro. Richiuse gli occhi sforzandosi di
riprendere sonno, ma non vi riuscì.
La luce intanto penetrava pungente da alcune fessure tra le
tegole, in alto, e da un finestrino, pure in alto, chiuso
malamente da uno sportello in legno. Fino allo sportello
saliva una cordicella che, tirata, faceva scattare una molla e
lo apriva. Ma Saro non l'aprì. La penombra gli permetteva di
distinguere ogni cosa nello stanzino. Accanto al letto un
comodino. Più in là un piccolo armadio e una sedia. Sulla
sua testa, attaccato al muro, un Crocifisso minuscolo e
l'immagine della Madonna dei Miracoli.
Lentamente si tolse le coperte di dosso, infilò le scarpe ed
entrò nella stanza attigua. In un angolo un vecchio trattore
arrugginito; appesi alle pareti alcuni arnesi da lavoro
appartenuti a suo nonno e mai usati da suo padre. Lontano
dalla porta d'ingresso tre fusti in plastica, pieni d'acqua,
coperti da una larga tavola.
In quella che era stata la cucina trovò un fornello, una
bombola di gas, alcuni piatti, delle posate, alcuni pacchi di
pasta, alcune bottiglie di vino, olio, sale, aceto, caffè,
zucchero e alcuni pacchi di fette di pane biscottato.
Non comunicava con sua madre e sua sorella da otto mesi;
da quando aveva detto a tutti che partiva per la Germania.
Solo sua madre, la signora Letizia, non aveva creduto alla
sua partenza per la Germania. - Questa Germania è troppo
vicina; sarei meno angosciata se fosse più lontana! - gli
aveva detto abbracciandolo e piangendo.
Cinque giorni dopo, alle quattro del mattino, tre camionette
della polizia avevano circondato la casa della signora
Letizia, gliel'avevano perquisita da cima a fondo senza darle
alcuna spiegazione. Le avevano chiesto dove fosse Saro.
- A Bonn, in Germania! - avevano risposto madre e figlia
contemporaneamente.
- L'indirizzo non ce l'ha mandato ancora - aveva aggiunto
Amalia.
Poi se n'erano andati senza dare spiegazioni e senza salutare.
La notizia della perquisizione in casa di sua madre e che egli
presumibilmente era ricercato Saro l'apprese da un trafiletto
posto nella pagina della cronaca della provincia di Trapani, a
Messina, mentre sorseggiava il caffè in un bar nei pressi del
porto. Non ne era rimasto sorpreso e poi, come era già nei
programmi, tornò indietro. Salì su un autobus per Catania e
da Catania a Palermo, sempre in autobus, per eludere la
vigilanza della polizia e dei carabinieri. Con un autobus
cittadino si recò a Monreale. Attese Lucio nei pressi
dell'abitazione e quando, a ora di pranzo, questi con la sua
utilitaria di piccola cilindrata fece rientro a casa, senza
parlare, col cenno di una mano, come se facesse autostop, gli
chiese un passaggio.
Lucio accostò l'autovettura al marciapiede, lo fece salire, lo
abbracciò e non disse nulla. Neppure Saro parlò. Poi
lentamente l'autovettura si mise in movimento, passò dinanzi
al Duomo e fece ritorno a Palermo.
Nella via Giovanni da Procida, una traversina della via
Roma, Lucio da tempo aveva preso in affitto un
appartamentino, nei pressi della facoltà di Giurisprudenza,
dove spesso restava a dormire. Qui fermò l'autovettura, tolse
due chiavi da quelle appese al cruscotto e le diede a Saro
insieme con mezzo chilo di pane, che aveva sul sedile
posteriore.
- A più tardi - gli disse, abbracciandolo.
Saro, quasi automaticamente, scese dall'autovettura, aprì il
portoncino, salì al primo piano, aprì la porta d'ingresso,
richiuse, si guardò attorno, raggiunse una sedia presso il
tavolo al centro della stanza, si sedette, incrociò le braccia
sul tavolo e su queste posò la fronte.
Tre mesi aveva trascorso nella via Giovanni da Procida, a
Palermo. Lucio andava a trovarlo una volta la settimana con
le provviste alimentari necessarie, qualche giornale e
qualche libro. Non fumavano, né l’uno né l’altro.
Alla fine Saro decise di spostarsi. L'aria afosa della città
cominciava a diventare irrespirabile. Prese le poche cose che
portava con sé. Caricò tutto, con qualche coperta e alcuni
sacchi di plastica, sull'autovettura di Lucio e insieme con lui
andarono ad Alcamo, in una sera senza luna, col cielo
trapunto da una miriade di stelle. Costeggiarono il paese.
Salirono sul monte Bonifato e, nello stesso luogo in cui
alcuni mesi prima erano venuti in compagnia di Amalia e di
Ilenia, si fermarono.
- Scarichiamo tutto qui. Tu vattene. Ci penso io a portare
tutto alla Sorgiva - disse Saro.
- Ok! - rispose Lucio, quando ebbero finito di scaricare; - ci
vedremo fra una settimana.
Si abbracciarono. Non dissero più nulla. Nel silenzio della
pineta udirono soltanto i loro respiri affannosi. Chiunque li
avesse minacciati in quel momento sarebbe stato strozzato
senza una parola.
Era chiaro che Amalia e sua madre - pensò - erano venute
qui, a dare una sistemata alla meno peggio. Ad esse Saro non
aveva né telefonato né aveva mandato notizie mai. Lucio, di
sua iniziativa, alcuni giorni dopo che l'amico si era stabilito a
Palermo aveva incontrato Amalia, a sua insaputa, un sabato
sera mentre faceva rientro a casa. Le aveva detto di non
preoccuparsi per Saro, di non attendere notizie e che finché
non ne avevano sarebbero state soltanto buone notizie. Né
dovevano mai telefonargli. L'aveva salutata ed era quasi
fuggito, senza darle alcuna possibilità di fare domande.
Poi più nulla.
Nei primi giorni le donne si erano insospettite. Si erano fatte
mille domande senza riuscire a darsi una spiegazione, una
sola. Poi la signora Letizia aveva incominciato a intravedere
una parvenza di spiegazione. Dapprima, non seppe mai
perché, incominciò a collegare la morte del marito, benché
accidentale, con la fuga improvvisa del figlio. In seguito si
fece sempre più strada il sospetto che la scomparsa di Leo
doveva essere collegata alla fuga di Saro, ma non trovò un
filo logico che congiungesse anche uno solo degli
avvenimenti all'altro. Poi ne fu certa, benché la logica non le
desse una mano. Non comunicò mai i suoi sospetti ad
Amalia. Una sera, però, mentre cenavano, entrambe
pensierose, la signora Letizia disse alla figlia: - per tutti Saro
è in Germania, anche per me e per te. Finché non accadrà
qualcosa in paese vuol dire che è al sicuro …
Amalia guardò la madre sbalordita, ma non capì. Nel suo
sguardo c'erano mille domande, ma non fece neppure una.
Avrebbe voluto chiedere, sapere, ma il viso della madre era
impenetrabile, più ermetico d'una cassaforte con apertura a
combinazione. Provò tanta pietà per quella vedova
disgraziata, tanto odio per il fratello che era fuggito e non
aveva dato alcuna spiegazione e anche per quello stupido di
Lucio, che le aveva parlato camminandole al fianco,
all'improvviso, quel sabato sera e si era allontanato quasi
prima che l'avesse riconosciuto. Col passare dei giorni però
si disse che l'unica stupida era lei, che non riusciva a capire.
Tra le mille supposizioni che aveva fatto sicuramente c'era
quella giusta, ma non riusciva a focalizzarla. Con la madre
era impossibile parlare di Saro. Si chiudeva in un mutismo
ermetico e dava l'impressione che dopo il marito supponesse
chiuso in una tomba anche il figlio. Agli estranei che le
chiedevano notizie di lui rispondeva invariabilmente: - sta
bene, lavora … Ma in cuor suo ogni sera attendeva con gli
occhi rivolti alla porta d'ingresso e in piena notte, quando
tutto taceva, poneva attenzione a ogni più leggero rumore e
il cuore le sussultava per l'ansia nell'attesa, là dove altri cuori
avrebbero avuto sussulti di paura. Ma quel figlio, lo sentiva,
pur tanto vicino, non poteva che essere lontano e ne aveva
tanta pietà per i giorni neri che intravedeva per lui; eppure,
anche questo sentiva nel più profondo delle viscere, ne era
tanto orgogliosa e non lo avrebbe barattato col mondo intero.
Un giorno, sul finire del mese di agosto, poco prima di
mezzogiorno, bussarono alla porta. Aprì la signora Letizia.
Si trovò dinanzi Pietro, un uomo sui cinquant'anni con una
cassetta di pomodori tra le mani.
- Mi dica dove la devo posare - le disse; e senza attendere di
essere invitato ad entrare si incamminò nell'ingresso, posò la
cassetta per terra e: - siete sola? - chiese.
- Si.
- Vi devo parlare e me ne devo scappare; chiudete la porta.
Questa mattina, all'alba, quando sono arrivato nella mia
campagna ho notato sullo stradale una camionetta dei
carabinieri. Non ci ho fatto molto caso. Poi, mentre mi
preparavo a raccogliere il pomodoro, a distanza, vicino alla
vostra casa di campagna, a Sirignano, ho visto due
cacciatori. Sapete, da poco si è aperta la caccia. Però subito
mi hanno dato l'impressione che non andavano a caccia.
Sembrava che cercassero qualcosa o qualcuno; tanto che
hanno fatto il giro attorno alla vostra casa almeno tre o
quattro volte mentre li guardavo io, con gli occhi tra le
tapparelle delle persiane di casa mia. Credo non si fossero
accorti del mio arrivo. Poi hanno fatto un giro largo largo col
fucile sulla spalla e si sono diretti verso la camionetta dei
carabinieri. Vi sono saliti e tutti se ne sono andati. Penso che
dovevano essere tutti carabinieri. Spero che non vi siate
offesa se mi sono permesso. Non so neppure io perché sono
venuto a dirvi queste cose e comunque … non vi sto dicendo
niente. Non ditemi nulla e non domandatemi nulla: mi ha
fatto piacere rivedervi. Saluti da parte di mia moglie e fatemi
l'onore di assaggiare questo pomodoro, che è veramente una
squisitezza, quest'anno.
- Grazie, Pietro. Ricambiate i saluti a vostra moglie e ditele
che le sono tanto grata per il pomodoro. -
Fece appena in tempo a toccare la mano di Pietro in segno di
saluto ché questi era già fuori dalla porta, diretto verso il suo
furgoncino.
Pietro era alto un metro e mezzo appena. Quando parlava
riusciva a non farsi interrompere mai e tra una parola e l'altra
non si percepivano intervalli. Parlava soltanto quando
riteneva interessante ciò che doveva dire. In genere era un
uomo silenzioso, ascoltava a lungo, anche i discorsi inutili.
Buon osservatore, difficilmente gli sfuggiva ciò che
accadeva intorno a lui e per sua natura era portato a
collegare atteggiamenti e parole delle persone anche a
distanza di molto tempo. Per questo era stata persona
apprezzata dal marito della signora Letizia e per questo la
signora Letizia stessa lo aveva sempre apprezzato. Era la
prima volta che si presentava in casa sua dopo la morte del
marito. Quel pomodoro, la signora Letizia l'aveva capito
subito, non c'entrava affatto con quella visita. La moglie di
Pietro non ne sapeva nulla e sicuramente non avrebbe mai
saputo nulla del vero motivo di quella visita. Pietro era stato
chiaro. Lei si sentiva impotente. Si augurava soltanto che
Saro fosse lontano; lontano da Alcamo e particolarmente da
Sirignano.
La vecchia casa di Gammàra era stata sequestrata dallo
Stato da almeno trent’anni, quando proprietario
dell'immobile era ancora Nicola Capizzi, suo suocero,
implicato nel processo dei centosessantadue, a Catanzaro.
Il vecchio, riconosciuto innocente, era stato assolto. Presto
però era morto d'infarto. Lo stato ormai sembrava si fosse
dimenticato di avere sequestrato quella casa col terreno
circostante e tutti in paese attribuivano, come avevano
sempre attribuito, la proprietà ai Capizzi. I Capizzi non
s’erano data mai cura di richiederne il dissequestro. Ma
nessuno ci andava più. Solo Saro, ragazzotto, da solo, c'era
andato qualche volta.
Anche la signora Letizia se ne ricordò e alcune sere dopo la
visita di Pietro, mentre Amalia era fuori casa con le amiche,
volle fare una passeggiata. Da molto tempo non guidava più.
Però salì sull'auto di Saro, mise in moto e partì. Quando
giunse nei pressi della casa di Gammara rallentò, osservò i
dintorni; poi proseguì ancora e a cinquanta metri svoltò sulla
sinistra, in una stradina in terra battuta, della quale non
aveva conosciuto mai l'esistenza. Si fermò. Scese
dall'autovettura. Si diresse verso la vecchia casa dei Capizzi
e senza voltarsi infilò la chiave nella toppa, aprì la porta,
entrò e richiuse immediatamente.
Si meravigliò di non avere paura, ma si preoccupò di sentirsi
troppo sicura. Tuttavia accese una torcia elettrica e si mise al
lavoro. S'aiutò con una vecchia scopa a pulire lo stanzino e
la vecchia cucina. Con un vecchio secchio attinse l'acqua
dalla cisterna e lavò quanto trovò di lavabile. Sistemò ciò
che poté sistemare. Mentalmente prese un appunto di ciò che
era ancora necessario. Con molta cautela aprì il portoncino
d'ingresso, diede uno sguardo attorno. Richiuse e se ne andò.
Tre sere dopo ripeté l'operazione. Pasta, acqua, vino, pane
biscottato, una bombola di gas, due lenzuola, due coperte e
quant'altro occorreva scaricò nei pressi della porta
d'ingresso, a ridosso di un grosso masso di pietra.
S'allontanò per lasciare l'autovettura sulla stradina in terra
battuta e ritornò. Mise tutto in casa; preparò il letto, ordinò i
viveri in due stipetti pensili, i detersivi in una bacinella,
spolverò il fornello, il tavolo e le due sedie ancora utili, poi,
dato un ultimo sguardo a tutto al lume della torcia, la spense,
la posò sul tavolo e si avviò per uscire.
Aveva impiegato poco tempo questa volta. Aveva fatto tutto
ciò che doveva fare quasi senza accorgersene. Ad un tratto: -
Il cuscino! - si disse, battendosi una mano sulla fronte. Poi,
dopo un attimo: - ma c'è abituato, non l'ha voluto mai! - Al
buio diede un ultimo sguardo. Non scorgeva nulla, ma vide
ogni cosa al suo posto. Si rese conto che le tremavano le
mani e una certa debolezza avvertì anche nelle gambe: aveva
paura. Riappariva quella maledetta paura che l'aveva presa
quando aveva saputo dell'incidente di suo marito. Ma non
era della stessa natura; o forse sì. Anche allora aveva avuto
paura: non per se stessa, che era pronta anche a morire, ma
per i suoi ragazzi. Sì, era proprio la stessa maledetta paura.
Se qualcuno l'avesse vista e fosse andato a riferire. Con le
sue mani stava tendendo la trappola per il suo bambino, per
il suo "piccirigdru". E si mise a piangere. Per un attimo
pensò di disfare il letto, rompere tutto, portar via tutto. Poi
si ricompose. Il suo fisico era diventato energico e il suo
spirito aveva ripreso vigore. Aprì il portoncino, uscì, richiuse
e se ne andò, senza voltarsi indietro.
L'acqua già abbastanza fresca di ottobre gli schiarì la vista
e le idee. Saro fece colazione a base di pane biscottato, sale,
olio e aceto. Da tanto che non faceva colazione. Gli sembrò
quasi un giorno di festa. Per diversi giorni attese che
qualcuno venisse a cercarlo, ma fu solo con i suoi
pensieri. Anche Lucio s'era dovuto allontanare perché varie
volte s'era reso conto che veniva seguito nei propri
movimenti. Non avrebbe saputo dire da chi. Ma era certo
che veniva seguito e ne aveva fatto cenno a Saro.
- Non tornare più qui! - gli aveva detto Saro - non mi
troveresti e ti esporresti inutilmente al pericolo. La sorgiva
non è più sicura e poi comincia l'inverno. Ti ringrazio di
tutto, ma non tornare più. -
Lo abbracciò forte forte e lo spinse nell'abitacolo dell'auto. E
poiché l'amico non si decideva a metterla in moto: - vattene! -
gli gridò - vattene! -
Quella notte e l'indomani riordinò le idee e quando nella
pineta non si scorgeva più a cinque metri di distanza per le
tenebre incominciò a scendere verso il paese, con le poche
cose ancora utili nel borsone che aveva a tracolla. Lo
costeggiò, si diresse verso la vecchia casa di Gammàra e
qui stabilì la sua nuova residenza, sconosciuta a tutti e
certamente momentanea. La vita condotta in quel modo gli
sembrò inutile. Avrebbe voluto parlare con qualcuno, fare
tante domande, ma si rendeva conto che vagava solo nel
vuoto.
Una sera, alcuni giorni dopo che aveva preso possesso della
vecchia casa di Gammàra, mentre era sdraiato sul letto tutto
vestito, sentì la chiave che apriva il portoncino d'ingresso.
Avrebbe voluto nascondersi, ma non si mosse. Nell'ombra
qualcuno si diresse al centro della stanza e con voce appena
percettibile chiamava: - Saro, Saro …
Riconobbe la voce. Era sua madre. Con un balzo fu tra le
braccia di lei e senza che una sola parola fosse pronunciata
scoppiarono in lacrime entrambi mentre la signora Letizia lo
copriva di baci.
- Vieni - disse Saro, e la trascinò a sedersi al suo fianco, sul
materassino.
- Perché? - chiese la madre - Perché? Tuo padre aveva fatto
ogni sforzo per tenerti lontano dal suo mestiere e dai suoi
affari. Mi resti solo tu, colonna della mia casa. Amalia è
ingenua e ha idee moderne, da ragazza.
- E' il destino … - rispose Saro, lasciandosi stringere la mano
- una cosa voglio sapere. Boncore … che affari ha avuto con
mio padre?
- Cose vecchie, senza significato …
- Dimmele.
- Per quale motivo?
- Tu, dimmele - incalzò Saro.
- Cose di poca importanza. Una volta, appena sposata,
Boncore incontrandomi mentre uscivo dalla macelleria ebbe
a dirmi: "la carne ve l'hanno data buona? Altrimenti posso
provvedere io". Mi misi a ridere e me ne andai. Qualche
giorno dopo, a tavola, riferii ingenuamente la cosa a tuo
padre. Egli non mi rispose. Mi resi conto però che era
rimasto turbato. Solo allora capii la battuta rivoltami da
Boncore e pure io ne restai turbata. Non ne parlammo più e
non si ripeté più.
Alcuni mesi dopo qualcuno diede fuoco alla casa che i
Boncore avevano in campagna. Io lo seppi dalle vicine.
Quando lo riferii a tuo padre mi rispose: "non succede nulla
per nulla". - Ma perché mi fai parlare di queste stupidaggini
che non ci riguardano? Tu, piuttosto, dove sei stato? Come
hai mangiato? Perché te ne sei andato? Perché ti cercano?
- Papà e Boncore erano buoni conoscenti, quasi amici -
riprese Saro, non avendo neppure ascoltato le domande della
madre.
- Amici … - riprese la signora Letizia - direi che fingevano
di esserlo e Boncore faceva di tutto per avvicinarsi a tuo
padre, ma io mi rendevo conto che tuo padre non lo
sopportava e anzi cercava di evitarlo, come se la sua
vicinanza avesse potuto nuocergli. Io stessa non l'ho potuto
mai digerire. Neppure quando insieme con la moglie venne a
farci visita per la morte di tuo padre e aveva già partecipato
al funerale con una grande corona di fiori. Te la ricordi? -
- Si, me la ricordo … - rispose il giovane.
- Ora dicono che è partito. E' andato a trovare sua figlia, a
Milano.
- Ad Arcore, vuoi dire …
- A Milano, dicono … poi per me Milano, Arcore, Varese o
che so io è sempre la stessa cosa. Insomma, da sua figlia,
quella che si è sposata con quel continentale … -
- Ad Arcore è. - Poi passando ad altro discorso: - Amalia
come va negli studi? -
- Si impegna … Ma tu perché ti nascondi? Boncore, tuo
padre …, perché fai tante domande?
Ma in quel momento un lampo balenò nel cervello della
donna e venticinque anni delle vicende della sua famiglia le
apparvero nitidi e contemporaneamente dinanzi. Suo marito
probabilmente non era morto soltanto per incidente. Quella
casa di campagna non era stata bruciata per nulla, come
aveva detto suo marito, e la partenza di Boncore, la
scomparsa di quel Leo, amico di suo figlio, e la scomparsa
di suo figlio stesso, non le sembrarono più tanto casuali.
Tutto, lo intuiva, aveva un nesso. Dei singhiozzi, mal
trattenuti, le serrarono la gola. Si sentì distrutta perché a
causa sua tutta la sua famiglia si stava distruggendo. Meglio
sarebbe stato se un infarto l'avesse fatta crepare prima che
fosse partita da casa nella speranza di rivedere il figlio, quel
figlio che ora lei stessa con le sue chiacchiere stava
spingendo verso la rovina. Solo una possibilità aveva di
salvarlo: uscire da quella casa maledetta, andare dai
carabinieri e denunciare le intenzioni del figlio. Solo così lo
avrebbe salvato. E ci avrebbe pensato.
Saro intanto taceva e, stretta ancor più a sé la madre, attirò la
testa di lei sulla sua spalla mentre con le labbra le sfiorava i
capelli.
- Ilenia che dice? - chiese poi quasi controvoglia.
- Dice che non la pensi, che non le vuoi bene, che ti sei preso
gioco di lei.
- E tu dille che non è vero, che non ho tempo per scriverle,
che a Natale tornerò.
- No a Natale, figlio mio. Andiamo via ora da qui, a casa
nostra. Andiamo … non pensare più a niente. Quel che è
stato è stato. Fammi contenta, fallo per tua sorella, fallo per
Ilenia, povera ragazza; ti adora e tu sparisci senza dirle nulla.
Torniamo a casa, figlio mio, torniamo … -
- Non posso, mamma. Devo partire. Devo andare in
Germania, a Bonn. Ho lasciato degli affari in sospeso. Vado
a sistemarli e per Natale, te lo prometto, ritornerò. Volevo
vederti: sono tornato, ma ora devo andare. Forse domani
stesso partirò.
- Ma allora perché ti nascondi?
- Nessuno deve sapere. Nessuno. Neppure tu. E questa sera
noi non ci siamo visti.-
La signora Letizia invece avrebbe voluto sapere, avrebbe
voluto fare tante altre domande, ma si rese conto che suo
figlio era molto cresciuto in quegli otto mesi e in lui rivide il
carattere del marito, risoluto e impenetrabile. Fu debole e
quasi si lasciò spingere verso il portoncino d'ingresso
quando il figlio l'accompagnò all'uscita.
Prima che Saro potesse aprire il portoncino gli fece un'ultima
domanda: - Leo e Boncore che c'entrano?
- Non so nulla! - fu la risposta. L'abbracciò. La baciò, aprì la
porta e la signora Letizia si trovò in mezzo alla strada. Con
la testa che le scoppiava per il martellare del sangue alle
tempie tornò a casa.
Mezz'ora dopo Amalia rientrò accompagnata in auto da
amici. La madre disse di essere stanca e andò a letto. Ma non
poté dormire. Quel letto non era stato mai così scomodo. Si
girava e si rigirava. Chiudeva gli occhi per favorire il sonno,
ma non poteva e forse non voleva dormire. Due volte nella
notte fu tentata di rivestirsi e recarsi alla stazione dei
carabinieri. Avrebbe trovato qualcuno che l'avrebbe aiutata a
fermare suo figlio. Ma i carabinieri sicuramente lo avrebbero
arrestato. Lo avrebbero costretto a parlare e forse a dire ciò
che non sapevano. Varie volte evitò di rigirarsi nel letto in
piena notte, per non svegliare Amalia, che dormiva al suo
fianco, nel timore che anche lei potesse capire il suo
tormento. Amalia doveva restarne fuori, a tutti i costi. Non
doveva venire a conoscenza di nulla. Avrebbe perso la pace
anche lei.
E se invece Saro doveva realmente tornare in Germania? E
se aveva fatto quelle domande su Boncore, a cui lei
ingenuamente aveva dato tutte quelle risposte, soltanto per
curiosità? E se voleva mettere alla prova la fedeltà di Ilenia?
Tutto può succedere nella testa di un ragazzo. Forse era lei
che creava tutti quei fantasmi che non avevano motivo di
esistere.
Vagò in lungo e in largo con le supposizioni. Alle prime luci
dell'alba si addormentò.
Saro dormì fino a tardi. Quando si svegliò aveva già
deciso. Sarebbe partito quella sera stessa. Denaro liquido ne
aveva ancora molto in tasca. Prima di fuggire aveva fatto
una buona provvista, in previsione dei tempi lunghi che lo
attendevano, lontano da casa e da tutti. Con sé aveva le cose
strettamente necessarie, nel borsone a tracolla. La barba
ormai incolta gli era cresciuta e quasi aveva trasformato il
suo viso.
Quando la luce del sole non ci fu più e gli parve di non udire
più rumori per la strada aprì piano il vecchio portoncino,
diede uno sguardo cauto su tutta la strada, il solito lampione
ondeggiava al vento della sera. Uscì. Richiuse. Lasciò la
chiave al solito posto e s'avviò verso il mare. Avrebbe
camminato spedito perché la strada sarebbe stata tutta in
discesa. Non sapeva ancora come sarebbe arrivato a
Palermo. Non avrebbe chiesto certamente un passaggio a
qualcuno. In meno di mezz'ora si trovò allo svincolo che
immette sull'autostrada Palermo-Mazara del Vallo. Decise di
imboccare l'autostrada. A trecento metri trovò un'area di
sosta, la Costa Gaia. Un camion stava per partire e il
camionista, dopo averlo squadrato dalla testa ai piedi, fu ben
lieto di avere compagnia fino a Palermo.
Saro gli disse che veniva da Custonaci; che nei pressi dello
svincolo per Castellammare del Golfo si era bruciata la
guarnizione della testata della sua auto e che doveva
necessariamente arrivare a Palermo, dove abitava con i
genitori. Poi chiuse gli occhi fingendo di dormire.
A Palermo girovagò fino all'alba. Si munì del biglietto per la
nave che lo avrebbe portato a Napoli e partì.
Il treno poi lo portò a Milano.
A Milano prese alloggio in una piccola pensione ove fin dal
primo giorno notò un traffico ininterrotto di uomini e di
donne per le scale, malmesse e buie anche in pieno giorno.
La cameretta prendeva luce da una finestra alta e stretta che
dava su un cortile. Provò a guardare nel cortile, ma notò che
tutte le finestre, anguste come la sua, erano chiuse. Guardò
in alto, cercò il cielo, ma non lo vide: una nebbia grigiastra
rendeva uniforme quel rettangolo in alto posato a mo' di
coperchio sul cortile. Richiuse. Indossò un giubbotto in pelle
nera e un copricapo in lana, pure nero, e uscì. Anche fuori
notò un brulicare di individui per le strade, di tutte le razze,
vestiti ognuno nei modi più diversi, decisi, e incuranti gli uni
degli altri. Gli piacque quel modo di andare e andò anche lui,
uno tra tanti, sconosciuto tra gli sconosciuti.
Per vari giorni, conciato in quel modo, che neppure sua
madre lo avrebbe riconosciuto in pieno giorno, e con mezzi
diversi, si recò ad Arcore. Avrebbe dovuto avere pazienza e
costanza. La fortuna sarebbe venuta. Inforcato un paio di
occhiali scuri girovagava tutto il giorno. La vita qui non era
frenetica come a Milano benché l'aria che si respirava non
fosse differente. Scrutava tutti i visi che incontrava. Si
fermava dinanzi a ogni vetrina, ficcava gli occhi dentro i
negozi, talvolta vi entrava per chiedere informazioni su un
oggetto visto in vetrina. Lentamente e giorno dopo giorno
aveva percorso tutte le strade della cittadina. A distanza
talvolta leggeva i cognomi sui pulsanti dei campanelli.
Erano quindici giorni che frequentava Arcore. Alcuni visi gli
erano diventati quasi familiari e quando li incontrava era
costretto a fingersi interessato a qualcosa per non farsi
notare. Un tardo pomeriggio di sabato di metà novembre era
entrato in un supermercato. Mentre camminava stancamente
tra i vari reparti notò un viso già visto, a lui familiare.
Sì, era Marisa, una ragazza sui venticinque anni, la figlia di
Nino Boncore. Poco distante da lei un uomo, che spingeva
una carrozzella con un neonato, e un bambino di tre o
quattro anni che toccava tutti gli articoli e pretendeva che
fossero acquistati dal padre. Attorno a loro una marea di
gente che andava, veniva, si fermava, osservava, prendeva
qualcosa, la metteva nel carrello, poi ripensandoci la
riposava nello scaffale dov'era sempre stata. Anche egli
spingeva un carrello. Si finse interessato ad un articolo che
in quel momento neppure vedeva mentre dava le spalle a
Marisa e a suo marito, che passarono oltre senza notarlo, né
l'avrebbero riconosciuto, sia per come era camuffato sia
perché tra di loro non c'era mai stata confidenza. Si
conoscevano di vista, così come si conoscono tanti in una
cittadina di cinquantamila abitanti.
Si allontanò da loro ma li seguì con gli occhi per tutta la
sera. Comprò anche lui qualcosa. Pagò ad una delle tante
casse in servizio e restò a girovagare attorno al
supermercato. Quando Marisa e suo marito, tirandosi dietro
spesa e bambini, andarono via, li seguì ad una certa distanza.
Non credeva che sarebbe stato così fortunato. Il gruppo si
fermò di lì a poco. Anch'egli si fermò, interessato a delle
scarpe per donna esposte in una vetrina.
Caricarono la spesa sull'auto ferma lungo il marciapiede,
fecero accomodare il bambino più grandicello sul sedile
posteriore e si fermarono per qualche minuto a confabulare
tra loro.
Certamente, pensò Saro, ora avrebbero messo la carrozzella
nel cofano e se ne sarebbero andati chissà dove; né lui
avrebbe avuto modo di poterli seguire. Poteva però prendere
un appunto del numero di targa e lo fece scrivendoselo sulla
mano.
Marisa invece spingendo la carrozzella si allontanò
proseguendo sul marciapiede mentre il marito, entrato in
auto, mise in moto e fatte un paio di manovre se ne andò col
figlioletto più grande. Saro controllò nuovamente il numero
di targa, osservò meglio marca, tipo e colore dell'auto e si
mosse a distanza dietro Marisa. La fortuna era decisamente
dalla sua parte. Sicuramente gli stava facilitando tutto. Ora
poteva seguire la compaesana anche più da lontano.
Camminarono per circa trecento metri; poi Marisa svoltò a
destra e proseguì fino al primo incrocio. Sembrò dovesse
svoltare a sinistra; invece quando il semaforo diede la luce
verde proseguì dritta, per poi svoltare a sinistra dopo circa
cento metri, all'incrocio successivo.
Saro si affrettò tra la rada gente per non perderla di vista e
mentre anche lui svoltava l'angolo, ora a passo sostenuto, la
compaesana, spingendo la carrozzella, entrava in un andito
antico ma dal portone in legno ancora robusto. A lui sembrò
che si fosse accorta di essere seguita perché dopo essere
entrata si affacciò a guardare proprio verso di lui prima di
chiudere.
Lo stabile era un vecchio palazzo, la strada poco illuminata e
non molto larga. Saro rallentò il passo, anzi pensò se non
sarebbe stato più opportuno tornare indietro. Ma proseguì.
La Ford Focus ormai vecchia, ma lucida di vernice recente,
era posteggiata sotto il palazzo, lungo il marciapiede, tra
altre rade macchine allineate.
S'allontanò. Mangiò una pizza e rientrò a Milano. Le
macchine sfrecciavano per le strade illuminate. Nei pressi
della stazione ferroviaria entrò in un cinema e finalmente si
riposò. Quando rientrò nella cameretta della pensione era
notte inoltrata. Nella camera attigua alla sua un gran rumore
e le voci di due ragazze facevano gran baldoria.
La domenica, attorno alle dieci, Saro era ancora a letto,
bussarono alla sua porta. Ebbe un sussulto, ma poi
sforzandosi di presentarsi nel modo più naturale possibile,
andò ad aprire.
- Chiedo scusa se vi ho disturbato. Avete fiammiferi o un
accendino da prestarmi, per cortesia? Sono qui, nella camera
accanto. Mi chiamo Delia … - e tese la mano per presentarsi.
- Piacere! - le rispose Saro mentre gliela stringeva. Poi
rientrò, cercò nelle tasche del giubbotto e le consegnò una
scatola di cerini, che portava sempre con sé, benché non
fumasse, e, mentre le osservava il seno seminudo sotto la
vestaglia cascante da una spalla, aggiunse: - potete tenerli.
Mi scuso se non vi ho invitata ad entrare.
- Scusato. Grazie - rispose Delia - ve li riporterò fra poco.
E se ne andò.
Saro la seguì con gli occhi nella camera, posta di fronte a
quella in cui vi era stato il baccano la notte precedente. Poi
richiuse la porta e si sdraiò nuovamente sul letto. Rimase
con lo sguardo rivolto alla porta. Quella ragazza poteva
avere un paio d'anni più di lui. Certamente doveva aver fatto
più di qualche concessione - pensò il giovane. - Era ancora
bella, ma nel viso si leggeva una grande malinconia, se non
tristezza. Nella lunga vestaglia rosa, stretta sui fianchi, si
indovinavano tutte le forme del corpo. Non era più alta di un
metro e settanta e, benché si fosse presentata ancora
spettinata, nei suoi movimenti non si notava nulla che
potesse definirsi volgare, benché fosse evidente l’attività che
svolgeva …
Sul comodino vi era una bottiglia di acqua minerale, quasi
piena. La prese e bevve. In lontananza suonavano delle
campane o forse un disco ne riproduceva il suono. Pensò alla
chiesa del Sacro Cuore a quell'ora di domenica nel suo
paese, ai suoi amici, alle ragazze…
Bussarono nuovamente.
- Vengo - rispose; ed aprì.
- Sono io di nuovo. Le ho portato i cerini e il caffè. Lo
prendiamo insieme? Io non l'ho preso ancora. -
E mentre Saro le faceva spazio per farla passare lei gli mise
in mano un vassoio di lamiera con sopra dei tovaglioli di
carta, due tazzine, dei biscotti e alcune bustine di zucchero.
Poi chinatasi afferrò la caffettiera, che aveva posato a terra,
la portò dentro mentre con la sinistra teneva chiusa la
vestaglia sul petto.
Saro con una leggera gomitata richiuse la porta e posò il
vassoio sul tavolo, all'angolo della stanza.
- Abbiamo una sola sedia; - disse - sedete voi. Io resto in
piedi, o, meglio, mi siedo sul letto. - E mentre parlava si
trovò già seduto.
Delia, versato il caffè nelle tazzine, aggiunse lo zucchero, si
avvicinò a Saro, gliene porse una. Poi tornata presso il
tavolo prese l'altra tazzina e la sedia e si avvicinò a Saro
sedendoglisi di fronte.
- I biscotti - disse, alzandosi quasi di scatto per andare a
prenderli.
- Io non ne voglio - fece Saro.
- Io neanche - disse Delia. Nel movimento che aveva fatto
per alzarsi un lembo della vestaglia le era scivolato tra le
gambe, mentre l'altro le cadeva da un lato, lasciandone una
quasi interamente scoperta fino all’inguine. Una vampata di
fuoco investì Saro, dai piedi alla testa. La coscia era bianca,
appena velata di rosa, fin quasi al pube, dove riusciva a
penetrare l'occhio di lui. Il viso di Delia, ora che si era
nuovamente seduta, era più composto, benché i capelli
fossero ancora in parte spettinati. Anzi l'averli raggruppati
con un fermaglio sulla testa dava al viso e al collo un certo
fascino che la faceva desiderare di più.
Lei se ne accorse e Saro si rese conto che Delia s'era accorta
dell'improvviso suo mutamento. Bevvero il caffè. Poi egli
prese la tazzina dalle mani di Delia e insieme con la sua la
posò sul vassoio.
- Una sigaretta non posso offrirvela - le disse, allargando le
braccia.
- No, non fumo - rispose Delia.
- Allora siamo in due, non fumo neanche io.
Prese delicatamente per un gomito Delia e la fece sedere sul
letto, mentre lei si lasciava guidare. Prese posto al suo fianco
e le posò una mano all'interno della gamba destra, rimasta
completamente nuda. Sentì sotto la mano, e gli arrivò fino al
cervello, una sensazione che non sentiva da molto tempo. La
pelle vellutata scivolava come una piuma sotto la mano.
Sentiva le pulsazioni del sangue di lei che, con ritmo uguale,
gli attraversavano tutto il corpo, come scosse elettriche al
rallentatore.
Lei non si oppose. Anzi, abbandonata la presa sulla vestaglia
che svogliatamente teneva aderente all'addome, gli passò la
sinistra tra la barba e i folti capelli.
Con la destra Saro le prese la testa e l'attirò a sé, per baciarla.
Ma Delia schivò le sue labbra lasciandosi baciare sulle
guance e sul collo. Con le labbra egli le carezzò il lobo
dell'orecchio sinistro e mentre, spingendola dolcemente, la
riversava sul letto si rese conto che aveva i seni scoperti e
turgidi. Con entrambe le mani scostò completamente la
vestaglia e si distese su di lei. Un fuoco gli avvampava le
membra. Quel corpo, malgrado la delicatezza della pelle, era
come una colonna di granito, stretta sui fianchi. Lo coprì di
baci e di carezze in ogni sua parte. Le succhiò, prima
delicatamente poi con più energia e a ripetizione, prima l'uno
e poi l'altro capezzolo e poi di nuovo i lobi delle orecchie e
di nuovo l'uno e l'altro capezzolo, mentre lei lo carezzava
dolcemente dietro la nuca e gli premeva la testa contro il
proprio seno, contro l'addome, contro il pube, ancora coperto
da slip.
Poi lo fermò. Si distese meglio nel letto.
Egli le tolse completamente vestaglia e slip, mentre con una
mano lei gli sbottonava la giacca del pigiama e gliela
toglieva. Con un solo movimento anch'egli si tolse pantaloni
e mutande e le fu sopra, nudo completamente, come lei.
I loro corpi si fusero. Le loro anime deflagrarono
ripetutamente all'unisono come fuochi d'artificio. Poi non
percepirono più nulla.
L'indomani Saro uscì per tempo dalla pensione. Si recò
presso una ditta noleggiatrice di auto e noleggiò una Fiat
Uno. Si recò ad Arcore. Cercò la casa di Marisa e si appostò
a distanza. Quando usciva qualcuno dal portone posava sul
naso il binocolo e guardava. Rimase lì tutto quel giorno e
anche i giorni appresso senza giungere ad alcun risultato
concreto. Talvolta era uscita Marisa, sola, per poi rientrare
dopo qualche ora. La mattina alle sette usciva regolarmente
il marito, probabilmente per andare al lavoro, e rientrava alle
cinque del pomeriggio. Ma non vide uscire la persona che lui
attendeva. Cominciò a perdere l'entusiasmo del primo giorno
di attesa, se non le speranze. Il giovedì pomeriggio però,
dopo pranzo, avvenne qualcosa di nuovo. Dal portone del
condominio venne fuori un individuo in cappotto, cappello
grigio e ombrello appeso al braccio, benché in cielo non vi
fosse neppure una nuvola. Camminava quasi addossato al
muro.
Saro inforcò il binocolo e subito riconobbe chi cercava. Nino
Boncore alloggiava lì, ma usciva di rado, quasi mai. Scese
dall'auto, la chiuse e lo seguì, alla lontana. Lo vide entrare in
un bar, poi da un tabaccaio, poi presso un'edicola. Infine,
dopo un largo giro, lo vide rientrare a casa.
Ora doveva programmare le proprie mosse, Saro.
Quella sera rientrò più presto del solito alla pensione. Per le
scale incontrò Delia in compagnia di un tale che pareva suo
padre. Accennò ad un saluto, ma Delia non gli rispose. Entrò
in camera sua. Prese carta e penna e cominciò a tracciare sul
foglio strade che si incrociavano, piccoli rettangoli, dei
cerchi, degli asterischi… Alla fine, dopo alcune ore, giunse
alla conclusione che aveva bisogno di aiuto. Non aveva idea
della persona a cui potesse rivolgersi. Oltre alla macchina a
noleggio gli serviva un'altra auto. Non la pistola; né un fucile
a canne mozze. Ma un'altra auto, per un lavoro pulito. Ma
non un'auto normale, regolare. Decise che quella sera
qualche ora l'avrebbe trascorsa con Delia. Perciò, dopo le
due di notte, quando il traffico per le scale si era ormai
calmato, bussò alla porta di lei. Delia venne ad aprire.
- Noi non ci siamo mai conosciuti - gli disse subito.
- Ok; però, se permetti, anch'io sono un cliente - ribatté.
- E' tardi. Ma, per i rapporti di buon vicinato, entra.
Saro entrò. La porta si richiuse alle sue spalle. Lo squallore
regnava sovrano in quella stanza. Il letto disfatto e le
lenzuola macchiate. Sul tavolo alcuni piatti sporchi e delle
bucce di frutta già nere, una sedia su un piccolo divano dalla
pelle color tabacco, sgualcita, e in un angolo alcune
bacinelle con acqua. Un piccolo armadio con gli sportelli
cadenti e un comodino mancante di un cassetto
completavano la scena.
Saro ebbe voglia di andarsene, ma si fece forza e restò. Tolse
la sedia dal divano e sprofondò in esso. Accortosi che Delia
cominciava a spogliarsi: - lascia stare - le disse - sono venuto
per farti un po' di compagnia. Naturalmente pagherò prima
di andarmene.
Delia un po' si sentì offesa, ma non disse nulla. Poi rispose: -
l’altra domenica volevo sentirmi diversa da tutti gli altri
giorni, era il mio giorno libero e ho voluto viverlo
liberamente. E' stato per questo che, quando tu me l’hai
offerto, ho rifiutato il tuo denaro e ho provato un immenso
piacere, come da tempo non provavo. Gli altri giorni le mie
prestazioni sono lavoro, duro lavoro, nauseante, umiliante,
quasi mai gratificante. Il sabato sera rendo il conto e se non
ho prodotto abbastanza mi resta poco anche per vivere. Hai
scelto male la tua compagnia questa sera. Non sono la Delia
della domenica, quando benché stanca e distrutta, mi sento
libera, finalmente libera di disporre di me stessa per una
giornata.
- Capisco … - la interruppe Saro.
- Ho i miei dubbi, - rispose Delia - voi uomini siete tutti
uguali, ma anche le donne vi somigliano.
- E' questo il mondo … - aggiunse Saro - non lo abbiamo
creato noi e non saremo noi capaci di cambiarlo. Piuttosto
dimmi: se uno avesse bisogno di una macchina, di una
macchina particolare, diciamo così, tu mi capisci, si potrebbe
averla? Pagando, s'intende …
- Ci sono buone possibilità …
- Una risposta sicura quando potrai darmela?
- Domenica.
- A domenica, allora.
Saro si alzò, mise una mano in tasca, trasse un biglietto da
cinquanta euro e lo posò sul tavolo.
- Va bene? - chiese, rivolto a Delia.
- No, aspetta! - Delia frugò nella sua borsa, pescò un
biglietto da venti e glielo porse. Poi si avvicinò e lo baciò
sulla guancia. Poi prese un fazzoletto e gli pulì la guancia del
rossetto che vi aveva impresso.
- Buona notte! - gli disse.
- Buona notte! - rispose Saro. E se ne andò.
La domenica mattina, di buon'ora, era appena l'alba, Delia
bussò alla porta di Saro. Dovette bussare una seconda volta e
più energicamente perché questi sentisse. Non era ben
sveglio neppure quando andò ad aprire. La intravide appena
nella penombra; non le disse nulla, lasciò la porta aperta e se
ne tornò a letto.
Delia entrò, richiuse la porta alle sue spalle, si fece scivolare
di dosso la nuova vestaglia di seta e si sdraiò accanto a Saro,
sotto le coperte, stringendosi a lui. Anzi, tirandosi un po' su
fece in modo che i seni si stampassero sulla faccia di lui.
Saro continuò a tenere gli occhi chiusi, come se dormisse,
ma con la lingua cercò un capezzolo e con la bocca, tirando
a mo' di ventosa, incominciò a leccarlo e a succhiarlo.
Delia glielo porgeva come ad un neonato. Poi pian piano lo
spogliò, lo carezzò, lo baciò fin nelle parti più intime. Saro
la penetrò finalmente, nella vagina, quando fu lei ad
assumere la direzione dell'amplesso.
Egli ebbe la sensazione che da un momento all'altro dovesse
avere un arresto cardiaco. Fu solo ridotto nell'incapacità di
intendere e di volere. Poi si addormentarono entrambi.
Era quasi mezzogiorno quando si svegliarono.
- Tu che vuoi? - chiese piano Saro.
- Sono venuta a portarti i documenti dell'auto.
- Già; e dove sono?
- Sul tavolo - rispose Delia e, vedendo che Saro metteva i
piedi a terra, aggiunse: - in camera mia ho le chiavi. Costo:
tremila euro.
Saro non disse nulla. Da una tasca del borsone tirò fuori sei
biglietti da cinquecento euro e li posò sul tavolo, a fianco dei
documenti. Poi rivolto a Delia: - ci sono altre spese?
- Sì. Però vieni qui -.
Saro si avvicinò al letto e mentre Delia sollevava le coperte
scivolò al suo fianco.
- Un'altra galoppata! - gli sussurrò all'orecchio, mentre col
pube cercava il suo pene.
Senza preamboli, questa volta, Saro la cavalcò con tutte le
forze che aveva, senza carezze e nel modo più rude e
selvaggio che poté. Giacque sfinito.
Delia sembrò soddisfatta. Poi, lasciandolo solo, venne fuori
dal letto, indossò la vestaglia, intascò il denaro per l'auto e
senza parlare andò via lasciando la porta accostata. Poco
dopo tornò. Posò le chiavi sul tavolo, vicino ai documenti.
Poi aggiunse: - Troverai l'auto svoltando la prima a sinistra,
a venti metri dall'angolo, sulla destra. Guarda la targa.
Corrisponde a quella del libretto di circolazione.
Naturalmente non è regolare. Ma è difficile che anche la
polizia se ne accorga. Tu però evita la polizia. Ti saluto,
signor mio sconosciuto. Non ci rivedremo più. Buona
fortuna a te e a me. Cambio anch'io città questa sera. Ti
ricorderò per un po'. -
Saro la guardò sbalordito mentre si chiudeva la porta alle spalle.
- Buona fortuna … - poi mormorò quasi a se stesso, volendo
coinvolgere in quell'augurio anche Delia, che probabilmente
Delia non era. Non la rivide più.
Era giornata di derby, quella domenica, a Milano. Alle due
del pomeriggio le strade erano deserte. Non circolavano
auto; erano spariti i pedoni; solo un autobus, lontano,
superava un incrocio, senza fretta.
Saro svoltò l'angolo, individuò l'auto, l'aprì, diede uno
sguardo attorno, infilò la chiave nel cruscotto e partì. Quella
Croma era davvero un portento. Si spinse fino a piazza
Duomo. Poi si diresse verso Arcore. Lungo la strada trovò
un distributore automatico e fece benzina. Provò la ripresa,
la velocità, i freni, la frizione; controllò l'acqua del radiatore,
la pressione delle gomme. Quasi non guardò gli interni.
Incontrò una pattuglia di carabinieri in motocicletta, fermi
sul ciglio della strada, intenti a chiacchierare e a gesticolare
animatamente tra loro. Passò oltre senza guardarli. Ad
Arcore fece un giro per le vie cittadine molto lentamente.
Posteggiò l'auto a circa cento metri dalla casa di Marisa. La
chiuse a chiave e tornò a Milano.
Chiuso nella sua camera riprese gli appunti dei giorni
precedenti. Li esaminò. Alcuni li distrusse, altri li mise da
parte. Ora avrebbe dovuto usare molta cautela e avere molta
determinazione.
L'indomani prese a noleggio un'autovettura e si diresse
nuovamente ad Arcore. Trovò un posteggio a poca distanza
dalla Croma depositata il giorno precedente e attese tutto il
giorno.
Ripeté l'operazione anche il giorno dopo. Nulla. La sera,
rientrava. In certi momenti modificava i suoi programmi. Poi
ritornava su quelli iniziali.
Il terzo giorno fu ad Arcore prima che iniziasse il brulicare
della gente per le strade. Posteggiò l'auto presa a noleggio
nei pressi della Croma, in attesa, sicuramente inutile anche
quel giorno. Invece mentre buttava l'involucro di carta di una
caramella fuori dal finestrino notò che qualcuno era venuto
fuori dal portone d'ingresso del condominio dove abitava
Marisa. Dapprima vide il cappello e la testa che superavano
il tetto delle macchine in sosta, poi, quando l'uomo dal
marciapiedi scese per strada, vide il cappotto di Nino
Boncore che con passo lento e il sacchetto delle immondizie
in mano si dirigeva verso un cassonetto.
Inforcò gli occhiali, sistemò il berretto di lana sulla testa,
divenuto ormai un indumento abituale, e con passo affrettato
si diresse verso la Croma. Mise in moto e partì lentamente.
Boncore, liberatosi del sacchetto, proseguì ancora a passo
lento. All'incrocio avrebbe attraversato la strada se non
avesse proseguito sul marciapiede, svoltando a sinistra, caso
improbabile.
Dalla direzione che aveva preso verso il ciglio del
marciapiede era chiaro che avrebbe attraversato verso destra.
Infatti guardò a sinistra, a destra, di fronte e non scorgendo
alcun pericolo si accinse ad attraversare.
Saro accelerò. Prima che Boncore fosse sull'altro
marciapiede gli fu addosso.
Boncore si accorse tardi del sopraggiungere della Croma,
accelerò il passo, poi, perso il controllo dei propri
movimenti, fece per tornare indietro, ma restò piantato in
mezzo alla strada con le mani in alto. Cercò di evitare l'urto
mentre un urlo terribile fece eco al botto.
Boncore volò in alto, per circa dieci metri, rotolando
nell'aria. Ricadde come un fagotto avvolto nel suo cappotto
lungo il marciapiede, al di là dell'incrocio. Saro guardò nello
specchietto retrovisore. Gli parve che qualcuno si fosse
affacciato al balcone. Proseguì accelerando di più. Svoltò a
sinistra, poi a destra. Tra due auto, all'angolo della strada,
posteggiò la Croma, tolse le chiavi e se ne andò. All'angolo
svoltò a sinistra. Si tolse il berretto, gli occhiali, i guanti e
anche il giubbotto mentre affrettava il passo. Al primo
incrocio svoltò a destra. Diede uno sguardo all'orologio da
polso: erano le sette e dieci. Davanti ad un bar stava per
fermarsi, ma poi proseguì, quasi scontrandosi con due operai
che ne venivano fuori. Non li guardò e tirò dritto. Il sangue
freddo che aveva avuto fino a quel momento lo stava
abbandonando. Sentì freddo ma non indossò il giubbotto che
con la destra teneva sopra la spalla. Passando accanto ad un
cassonetto per le immondizie vi lasciò cadere gli occhiali, i
guanti, il berretto e proseguì. Camminò per circa mezz'ora;
poi senza rendersene conto si trovò sul treno che lo riportava
a Milano.
Disdisse la pensione. Raccolse le poche cose. Da un barbiere
si fece radere completamente la barba e tagliare i capelli
ormai lunghi e incolti. Si guardò allo specchio. Si fece un
sorriso. Pagò e col treno tornò ad Arcore. Recuperò la
macchina in sosta presa a noleggio, fece ritorno a Milano e,
depositatala, prima che fosse sera partì per Bonn.
Aveva sufficiente denaro per arrivare a Natale. Varcata la
frontiera aprì il giornale comprato a Milano, alla stazione
ferroviaria. Un trafiletto dava notizia della morte di quel
siciliano, nativo di Alcamo, venuto a trovare la figlia a
Milano e che un pirata della strada aveva investito con
un'auto, la mattina.
Nessuno aveva visto l'incidente. Soltanto una vecchietta
aveva riferito alla polizia che aveva visto, mentre si
allontanava, una macchina bianca. Ma non si aveva notizia
né della marca né della targa. La polizia aveva aperto le
indagini, ma probabilmente, concludeva il giornalista, quel
caso sarebbe rimasto "uno dei tanti", e col tempo sarebbe
stato archiviato.
Depose il giornale e s'addormentò.
A Bonn suo cugino Maurizio lo ragguagliò su alcune
notizie giuntegli dal paese. Saro fu poco interessato a tutte,
ma gli disse che da vari mesi era in Germania, qua e là per
varie città, e che da quando era partito non si era più sentito
con i suoi, né aveva intenzione di farsi sentire. Maurizio
disapprovò la sua condotta ma non si immischiò nelle
faccende di lui. Gli disse che volentieri lo avrebbe avuto suo
ospite per tutto il tempo che sarebbe rimasto in Germania.
- Solo una settimana resterò a Bonn, poi ho intenzione di
recarmi a Ginevra, un po' per turismo e un po' per affari. Per
Natale penso di rientrare ad Alcamo.
- La casa è tua, puoi restare quanto ti pare - continuò
Maurizio.
Quella settimana trascorse presto, in compagnia ora di
Maurizio, ora di altri compaesani, felici di averlo rivisto. Un
tale gli riferì che qualche giorno prima era stato rinvenuto il
cadavere di Leo in un pozzo, verso la Falconara, e non si era
capito se era stato omicidio o suicidio; ma tutto faceva
pensare ad un omicidio: mancava però il movente.
- Altro che America … - aveva commentato chi riferiva.
Saro non fece domande, ma se ne mostrò dispiaciuto.
Poi era partito e a Ginevra, fatta amicizia con due calabresi,
andò un paio di volte a sciare. Passò il tempo totalmente in
vacanza, in modo quasi spensierato. La domenica mattina
antecedente il Natale telefonò a sua madre. Rispose Amalia
che non ne aveva riconosciuta la voce.
- Finalmente! - lo rimproverò la sorella - pensavamo ti fossi
dimenticato di noi. La mamma la stai portando alla tomba.
Sei un ingrato. Ci hai lasciate sole, in balia dei quattro venti.
E sei un gran farabutto nei confronti di quella ragazza … Io
al suo posto ti avrei già mandato a quel paese …-
Saro la lasciò gridare e sfogare. Poi con calma le disse: - dì
alla mamma di preparare cose buone per Natale e di invitare
Ilenia e la sua famiglia. Saremo insieme, tutti.
- Tu non dici davvero… - fece incredula Amalia. Poi riprese:
- ma la mamma, la conosci, non vorrà certamente. Dopo la
morte di papà … e poi la cosa neppure a me pare ben fatta
… e i genitori di Ilenia cosa diranno?
- Tu dille che ho telefonato io e che ti ho detto questo. Poi
come vorrà fare farà. Fra qualche giorno mi farò risentire.
- Non dovrebbe tardare. Al cimitero è andata. Appena ritorna
glielo dirò. Tu, come stai? - Avrebbe voluto fare altre
domande, ma non le fece.
- Bene. Molto bene. Diglielo alla mamma e anche a Ilenia.
- Non preoccuparti. Glielo dirò.
Poi si era chiusa la conversazione. L'indomani Saro comprò
un anello d'oro con uno zaffiro per Ilenia, un braccialetto,
pure in oro, per Amalia e un Crocifisso in madreperla per
sua madre. Un tagliacarte in argento con l'impugnatura in
madreperla fu il regalo di Natale per Lucio. Il martedì ripartì,
in treno. Il mercoledì sera giunse a Palermo. Telefonò a
Lucio, che stava cenando. Sua madre glielo passò al
telefono.
- Sono alla stazione centrale, sotto i portici, di fronte alla via
Roma. Ti aspetto.
- Ok, sto arrivando.
Lucio non finì di cenare, malgrado le insistenze di sua
madre, e volò. Si abbracciarono senza parlare, senza fare
domande, come una volta. Poi chiese: - dove?
- A casa mia, da mia madre.
Montarono in auto e in meno di un'ora furono ad Alcamo.
Prima di rientrare Saro volle fare il giro per le vie del paese.
Alle dieci di sera poca gente ormai circolava per le strade.
Rivide con piacere visi a lui noti, benché dai nomi
sconosciuti. Riconobbe le auto di molte persone a lui pure
ben note.
Benché la temperatura fosse rigida aprì il finestrino e respirò
a pieni polmoni, come se fosse la prima volta che respirasse,
dopo un lungo periodo in apnea.
Quando la notizia si diffuse in paese pochi capirono.
Poi, un discorso tira l’altro, qualcuno cominciò a fare delle
supposizioni. Quelle supposizioni cominciarono a divenire
ipotesi e tesi. Poi certezze. Quelle tesi e quelle certezze col
tempo diventarono verità. Ma verità che si basavano su
supposizioni. Tuttavia si ebbe l’impressione che tutti
avessero capito. Le persone che lo conoscevano
cominciarono a salutarlo con deferenza. Coloro che non lo
conoscevano lo cercarono con le scuse più banali. Tutti lo
stimavano.
Dapprima Saro non volle dare peso alle manifestazioni di
deferenza nei suoi confronti, anzi si sforzò di non volersi
rendere conto di nulla. Tutti lo salutavano ed egli
rispondeva cordialmente. Volle attribuire tutto ciò al fatto
che era mancato per molti mesi da Alcamo. Però doveva
necessariamente constatare che era eccessiva la deferenza
nei suoi confronti. Si meravigliava maggiormente quando il
saluto glielo rivolgevano persone fino ad allora a lui
sconosciute. Persone che egli aveva sempre ritenuto superbe
perché socialmente altolocate o economicamente potenti,
persone di cui aveva sentito sempre parlare con rispetto e
ritenute molto influenti, pure se non particolarmente
appariscenti.
Qualcuno gli parlò di suo padre. Della persona rispettabile
che era stato. Che quella disgrazia con la macchina proprio
non ci voleva. Ma che egli, Saro Capizzi, non sarebbe stato
meno degno di lui o meno rispettato, perché, egli certamente
se ne rendeva conto, la gente capisce e sa apprezzare le
qualità di un uomo, pure quando nessuno gliele stampa sui
certificati di nascita e di residenza.
Saro cominciò a darsi qualche spiegazione a discorsi del
genere, e riusciva a darsene anche sua madre quando le
venivano riferiti da conoscenti. Saro si teneva muto. Quei
discorsi voleva far capire che non lo interessavano affatto.
Ma poi dovette ammettere a se stesso e convincersi che
molti avevano capito. Dapprima si sentì orgoglioso. Poi ebbe
paura.
- Ma paura di che? - si disse qualche mese dopo il suo
rientro, una mattina, mentre con gli occhi chiusi faceva finta
di dormire, disteso nel letto. E si alzò.
La signora Letizia aveva gioito enormemente
quell’antivigilia di Natale vedendosi balzare tra le braccia il
figlio, di ritorno dalla Germania. Giorno dopo giorno la sua
gioia era aumentata e sembrava non dovesse avere limiti.
Saro era rispettato e riverito più di quanto lei stessa avesse
potuto desiderare. Ma col tempo anche lei cominciò ad aver
paura della immensa riverenza che veniva attribuita al figlio.
Poi anche in lei nacquero dei sospetti. Col tempo i sospetti
divennero certezze. Con la riverenza e la rispettabilità che
venivano riconosciute a suo figlio le certezze divennero
verità. Suo figlio sicuramente era ritenuto un assassino. Era
una verità che nessuno pronunciava. La povera donna lo
leggeva sui visi della gente quando si soffermava a salutarla
o a farle un complimento su quei due figli, davvero due figli
d’oro colato, specialmente il maschio.
La donna si stringeva nelle spalle e ringraziava, ma dentro
avvertiva un tremore indicibile, che la faceva soffrire per
tutto il giorno, fino alla sera, quando il sonno finalmente
chiudeva le porte ai pensieri più disparati, che tuttavia
talvolta trovavano il modo di intrufolarsi anche nei sogni per
poi dileguarsi nel nulla, così come erano venuti.
Ma col passare dei mesi la vita aveva ripreso a trascorrere
tranquilla, senza problemi. Ed anche la signora Letizia aveva
deciso che doveva tranquillizzarsi; e si tranquillizzò. E si
tenne muta anche lei.
Saro si era dedicato alla conduzione dei campi, quasi
abbandonati nel periodo che egli era stato lontano. Ora erano
tutta un’altra cosa: un giardino erano. Approfittando di
alcune leggi emanate dalla regione e dallo stato aveva
espiantato alcune centinaia di alberi per immetterne altri di
altro genere o di altra specie. Aveva distrutto immense
piantagioni di vigneto, condotte in modo antiquato, per fare
dei reimpianti con varietà maggiormente richieste dal
mercato, con sistemi meno costosi per la conduzione e più
redditizi nella produzione. Insomma la stima che gli veniva
attribuita se l’era guadagnata.
D’accordo con la madre e con la sorella aveva venduto
alcune case, compresa la vecchia casa di Gammara,
dissequestrata su suo interessamento, che servivano solo a
far pagare inutili ed esose tasse. Aveva venduto dei terreni
che quando le annate risultavano buone era già tanto se non
ci si rimetteva di tasca.
Invece aveva comprato altri terreni che limitavano con quelli
di sua proprietà a Siringano. Con gli anni la contrada
sembrava fosse divenuta tutta di proprietà dei Capizzi. In
primavera inoltrata, guardando dall’alto di una delle due
collinette che delimitavano la tenuta, si aveva l’impressione
di una grande scacchiera, divisa a rettangoli ampi e a
quadrati immensi e perfetti, verdi, neri, marrone o rossastri,
cangianti in colori tenui o marcati, a seconda del periodo
della lavorazione e della varietà delle piantagioni.
Pietraie che non avevano mai dato frutto, neppure erba per le
capre, ora davano uve profumatissime e vini di ottima
qualità, con altissima gradazione. Erano le uve meglio
pagate della zona, tutte destinate a raggiungere, sotto forma
di mosto, il Piemonte, dove i vini venivano tagliati con altri
vini meridionali, più pubblicizzati e più richiesti dal mercato.
Quattro anni ormai erano trascorsi da quando Saro Capizzi
aveva fatto ritorno dalla Germania. Amalia si era diplomata
e avrebbe voluto insegnare ai bambini delle scuole
elementari, ma, da quando si era diplomata lei, concorsi non
ne erano stati più banditi, perché, si era fatto sapere in tutti i
modi, c’era esubero di insegnanti, esubero di diplomati,
esubero di laureati: però i governi programmavano e
incentivavano la prosecuzione degli studi fino almeno al
conseguimento del diploma per tutti. Si volevano operai
diplomati, finché ce n’era bisogno.
Si era invece laureato in Giurisprudenza Lucio. In breve
aveva conseguito l’abilitazione all’esercizio della
professione di avvocato e quindi ora era l’avvocato Lucio
Monelli, con studio a Palermo, in un vecchio stabile della
via Roma, non lontano da quella casa presa in affitto,
durante gli studi universitari, nella via Giovanni Da Procida.
Aveva preso moglie. Ma non aveva avuto molta fantasia.
Aveva fatto la corte ad Amalia, la sorella di Saro. Amalia
non si era fatta pregare troppo. Aveva acconsentito presto.
Da un anno circa si erano sposati. Lucio si era introdotto
discretamente nell’ambiente di lavoro. Gli erano state
affidate le pratiche legali di due importanti Istituti Bancari e
tutto faceva pensare che il futuro sarebbe stato promettente e
generoso. Amalia aveva rinunciato quasi definitivamente
all’insegnamento e dava una mano, che col tempo si andava
rendendo indispensabile, al marito sia nello studio che
presso i vari uffici pubblici. Anzi era più conosciuta lei che
il marito, negli uffici del Tribunale, del Comune, della
Provincia e della Regione. Molto spesso quando Lucio
voleva farsi strada nei vari uffici ed aveva premura doveva
farsi accompagnare dalla moglie, che conosceva le entrate e
le uscite, diceva lei.
Saro diceva che lo spirito dei Capizzi finalmente si era
risvegliato in lei. Lucio invece sosteneva, a quattr’occhi con
Amalia, che era stato lui a mettere in moto quel macchinario
sornione che era stata sempre sua moglie, mentre lei
affermava che era il suo spirito di iniziativa che la faceva
agire, spirito che prima di allora nessuno aveva saputo e
voluto prendere in considerazione.
Saro continuava a promettere a Ilenia che si sarebbero
sposati: tempo libero permettendo. Pur nondimeno
convivevano e programmavano che presto avrebbero avuto
un bambino.
Ma una mattina quando fuori era buio e in cielo ancora
brillavano le stelle si sentì bussare alla porta d’ingresso…….
Finalmente varcò la soglia di quella maledetta porta. Stette
un attimo a guardare dinanzi a sé. Un attimo più intenso di
un secolo.
Il mare a venti passi libero e sconfinato, trapunto di
minuscole onde che brillavano al sole vespertino, chiazzato
qua e là da immense ombre e frizzante di spume vicine e
lontane.
Dodici anni e dieci giorni l’avevano invecchiato. Quel mare
l’aveva ascoltato senza poterlo vedere. Finalmente era suo.
Avrebbe potuto tuffarsi, riempirsi la bocca di acqua acre e
salata e spruzzarla lontano.
Aveva deciso.
Cominciò a correre disseminando qua e là i pochi panni che
aveva indosso. L’acqua era tiepida e lo circondò da tutte le
parti. Dodici anni e dieci giorni se li sentiva scivolare di
dosso; se ne andavano, non li aveva mai vissuti. La paura e il
tormento di non sopravvivere glieli avevano triplicati, con la
speranza costante che qualcosa potesse avvenire per porre
fine a quella angoscia. Ed ora eccolo qui, libero di nuotare a
grandi bracciate, proprio come quando era adolescente,
sospeso nell’acqua, libero di andare giù, fin sulla sabbia
sott’acqua a raccogliere una conchiglia e risalire in
superficie, come un ragazzino. Miriadi di pesciolini
attraversavano la sua strada ed era ben contento di
gareggiare con loro, che spaventati, fuggivano a stormi.
Osservava con piacere il lento ritmato andare delle meduse,
che tanta paura gli incutevano quando era bambino.
Risalì ancora una volta in superficie per respirare. Solo
allora si accorse che un buon tratto di mare lo separava dalla
riva e volle tornare. Ma dovette nuotare con calma e solo con
le braccia. Un dolore gli aveva avvinghiato i muscoli di una
coscia, un dolore causato da crampi, come li chiamava
Ilenia.
Già. Ilenia. Chissà dov’era a quell’ora. Ora lavorava, gli
aveva scritto circa due anni addietro. Non aveva mai capito
con precisione che lavoro facesse, ma lavorava perché in
casa veniva a mancare anche il pane, gli aveva scritto. Sul
treno che lo riportava in città furono questi i pensieri che lo
tennero occupato per la durata di tutto il viaggio.
Eppure, pensava, di soldi ne aveva accumulati un bel po’. Le
centinaia di assegni a vuoto, che aveva appena finito di
pagare con la reclusione, avevano fruttato centinaia di
migliaia di euro che non potevano essersene andati in dodici
anni.
Pochi anni, gli sembrarono. Per chi è in galera sono tanti.
Eppure ora gli sembravano pochi. Facciamo un po’ i conti! -
si disse. - Dovevano essere quasi quattrocentomila euro
quelli che erano stati messi al sicuro …
Poi andò con il ricordo a sua madre, morta dopo due anni dal
suo arresto. Un groppo in gola gli fece quasi mancare il
respiro. Forse la colpa di quella morte era stata anche sua. In
quegli anni di detenzione tutti i beni se li era portati il vento,
gli aveva scritto una volta sua madre. Si era salvata soltanto
la casa in cui abitava. Era assorto in questi pensieri quando il
treno s’arrestò, quasi bruscamente. Una giovane donna, già
pronta per scendere, gli cadde addosso. Arrossendo si scusò.
Saro restò un attimo con lo sguardo fisso nei suoi occhi,
estraniato. Non si era neppure accorto che lo circondavano
una ventina di persone.
- E’ Alcamo? - chiese, sforzandosi di sorridere.
- Sì, scendiamo già - gli risposero alcune voci, infastidite, al
di sopra della sua testa.
Quando scese alla stazione era già buio da un pezzo, ma
ancora un gran via vai si avvertiva al di là di un muretto e di
tanto in tanto il rombo delle auto. La sua cittadina era
tranquilla. Si guardò attorno cercando qualche volto
conosciuto, ma tutti gli sembrarono stranieri, venuti chissà
da dove.
Non c’era nessuno ad aspettarlo. Aveva voluto giungere di
sorpresa, dopo la grazia che gli era stata concessa per la
buona condotta avuta in prigione. Chissà quanta festa gli
avrebbero fatta parenti ed amici. Eppure aveva ben visto
scritto, a caratteri alti un metro, “ALCAMO”, sul cartello,
alla stazione. Tornò a leggere da un’altra parte: “Alcamo”.
Era lui lo straniero. Non riconosceva nessuno e nessuno lo
riconosceva. Anche il paese, a ben guardarlo, sembrava un
altro. Camminando verso casa guardava in lontananza
palazzi che ricordava di non aver mai visti. I grattacieli si
perdevano lassù, tra le stelle.
In dodici anni quante cose erano cambiate! Solo i nomi delle
strade che conducevano a casa sua, quella che aveva fatto
costruire a nome di Ilenia, prima del suo arresto, erano
rimasti quelli di quando era ragazzino lui. Nessuno s’era
presa la responsabilità di mettere da parte quei nomi illustri,
oppure a nessuno gliene fregava niente. Aveva già superata
la via Foscolo. La prossima, la via Leopardi, sarebbe stata
quella di casa sua.
A dire il vero, non si aspettava grandi accoglienze da parte di
Ilenia, la sua compagna. In dodici anni le vicissitudini di
altri detenuti avevano smorzato molto del suo entusiasmo
sulla bontà e sulla fedeltà degli amici e del prossimo in
generale, ma sperava di trovarla in casa. Al citofono non
rispose alcuno. Tornò a fare squillare il campanello. Ma non
era uno squillo. Un carillon diffondeva per le stanze un
brano di Rossini per alcuni secondi. Un occhio, al di sopra
del citofono, lo guardava nell’oscurità. Si sentì stanco.
Seduto su un gradino davanti al cancello della villetta si
addormentò.
Una voce lo svegliò di soprassalto. Capì che lo
scacciavano. Lentamente si sollevò e nell’oscurità fissò bene
chi lo scacciava. Un uomo e una donna erano davanti a lui,
stretti uno all’altra.
- Lucio - gridò - Ilenia!
- Fratello mio; tu, senza avvisare… saremmo venuti a
prenderti … - diceva, abbracciandolo, il vecchio amico con
cui si erano trattati come fratelli in passato.
Ilenia posò la guancia sulla sua spalla e pianse, senza dire
parola. Lucio, aperto il cancello, li precedette in tutte le
stanze. Aveva mille cose da dirgli, mille cose da mostrargli,
mille cose rinnovate e tutte belle e di qualità, che egli stesso
aveva provveduto a comprare, alcune con i risparmi messi a
disposizione da Ilenia nell’arco degli anni e alcune erano
state regali suoi alla padrona di casa.
Dopo alcuni preamboli andò via.
Ilenia gli chiese se aveva cenato. Saro rispose che aveva
mangiato qualcosa in treno e che non aveva fame.
Ilenia, che in passato era stata più che una compagna per lui,
anche se ancora non l’aveva sposata, accusava stanchezza e
pesantezza alla testa: andò subito a letto.
Saro si infilò sotto la doccia. Poi cercò nell’armadio un paio
di pantaloni, una camicia, un giubbotto in pelle non più di
moda e, col cuore più nero della notte, ritornò fuori, al di là
del cancello, sulla strada, dove lo avevano trovato
addormentato.
Si diresse verso il centro del paese.
Non vide e non fu visto da nessuno. Non fece più ritorno.
Non si seppe mai più nulla di lui.


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