Racconti di Alessandro Ferrari
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| Il moto perpetuo, e il rinnegato Avendo conquistato tutte le terre a est del fiume Wahadi, pareva ora all'emiro di aver esaudito finalmente le sue più intime aspirazioni, e non avere altro da fare ormai che contemplarne il disvelarsi. Dico esaudito, e chiunque lo potrà verificare, poiché le vastità che una qualunque mappa delle nostre terre natali riporta erano già esattamente prefigurate nei diari del sovrano, che ora sono pubblici e custoditi nelle biblioteche di ogni scuola coranica del paese. Dico esaudito, e così facendo commetto tuttavia un imperdonabile errore. Diverso era infatti il sentimento dell'uomo che condusse i guerrieri di Allah ai limiti del mondo, sulle spiagge mai violate. Diverso perché egli sentiva l'arroganza della sua impresa, e la punizione divina che certo ne sarebbe seguita: egli aveva esaudito i suoi scopi, certo; ma allo stesso modo li aveva esauriti. Aveva preteso di creare sulla terra l'infinito appagamento che solo l'aldilà può donare agli uomini giusti, e aveva sperimentato la vacuità di colui che non ha altri scopi all'infuori del sopravvivere. Privo infatti dell'aspirazione, del cammino che tempra il fedele in vista del premio della vita eterna, egli si era mutato in una bestia, e nulla più. E lo aveva fatto tra gli ossequi della gente della capitale, che già lo innalzava a idolo e lo proclamava Mahdi, bestemmiando. Ciò che narrerò tuttavia non vuole essere la semplice cronistoria di come un uomo fece scempio della sua anima, ma il racconto, così come lo ascoltai dalla bocca dello stesso emiro, di cosa l'Onnipotente escogitò a sua punizione, per vie segrete allo stesso modo con cui prima era giunta la pena che egli provò sul carro del trionfo. L'emiro Muhammad-ibn-Fuhad-Razhes-Qasalym, signore delle terre dal Wahadi ai monti della Luna, dalle coste del Sale alle vastità del regno delle sabbie, si svegliò una mattina nel suo grande palazzo presso il Qasr. Immediatamente i servi gli vennero incontro, ed egli, congedatosi da una delle sue numerose mogli, di nome Khadigia, che senza vergogna osò chiamarsi come la donna del Profeta, si lasciò vestire malvolentieri. Egli proveniva da un modesto villaggio berbero e aveva passato la giovinezza sul dorso di un cammello, a combattere prima i predoni, la fame e la sete, e poi i soldati di quell'uomo senza onore che prima occupava quello stesso palazzo. Non era dunque abituato allo sfarzo, né tantomeno a persone che lo servissero e lo vestissero. Insistè, senza successo, perché si potesse sistemare da solo il turbante, ma un vecchio eunuco stava già avvolgendolo intorno alla sua testa. Gli infilarono persino la scimitarra nella cintura, cosa che gli diede il voltastomaco. E così, mentendosi sul fatto di sentirsi felice che quel giorno fosse giunto, si affacciò al balcone sulla piazza gremita, dove la folla urlava festante il suo nome mescolandolo agli inni ad Allah, coprendo in un boato che cresceva e scemava ogni altro rumore. Per il resto della giornata l'emiro non uscì dal suo studiolo, in un remoto angolo del sontuoso palazzo. Continuava a fissare l'immensa mappa che giaceva sul suo scrittoio, da dove ormai erano state tolte tutte le pedine che rappresentavano gli eserciti suoi nemici. Ora non un solo manipolo di uomini, ovunque potesse guardare, osava levare le lance contro di lui: alla gagliarda lotta che aveva incendiato il suo spirito per anni, si era sostituita una pace universale, con il suo silenzio assordante. Quella sera emerse dalla stanza e dal suo orribile spettacolo, e si addentrò fra i palmeti dei suoi giardini, solo. Decise, cosa inconsueta per lui, di spingersi nel folto della macchia, e rimanervi solo e celato dalla vegetazione. Si sedette così su un masso al centro di uno spiazzo circondato da datteri, e contornato da piante spinose; e così stette per ore, a ricordare le sue imprese ed a ordinarle mentalmente, in modo pedantesco: dapprima cronologicamente, poi di importanza, di nitidezza nella sua memoria e così via… infine tutto quel lavorio gli parve opera inutile e disdicevole per un condottiero par suo, e si alzò di scatto. Iniziò quindi a girare in cerchio nervosamente, con in corpo la voglia di urlare la propria frustrazione; camminando sempre più velocemente finì per inciampare sui suoi passi, perse l'equilibrio e battè violentemente la testa su quello stesso masso su cui prima aveva seduto. La vista gli si offuscò, per un istante il tempo parve fermarsi, e perdette i sensi: rotolò su un lato e lì rimase a lungo, quasi fosse morto, come certo ci si sarebbe aspettato. Poi riaprì gli occhi con un fortissimo dolore e il respiro corto. Nonostante il terribile spavento si riprese, e decise di consultarsi con i medici. Nessuno di loro scoprì la più piccola incrinatura nel cranio, e così l'emiro potè solo ringraziare la sua fortuna, ancora una volta. Da quell'evento apparentemente privo di importanza egli trasse tuttavia nuova energia: apprezzò nuovamente il valore della vita, per un poco. Si trattenne con passione nel suo harem per giorni interi, portò le mogli nei giardini durante le notti stellate, e per ognuna di esse ebbe struggenti e sincere parole d'amore. Sul luogo dove prima stava il masso fece costruire una fontana, che divenne vanto e meraviglia della sua dimora. Ai lati della grande vasca e sul fondo lucente i mosaicisti scrissero le più alte sure del Corano, e la decorarono con ogni tonalità del blu e del celeste. Ma l'animo umano è effimero, e se delega la sua felicità a piccoli eventi o mere opere di pietra, ecco che presto se ne scorderà, e ripiomberà nell'ignavia. E così dunque accadde che l'emiro si stancasse nuovamente dei fasti della sua dimora; la fontana era ormai uno dei mille altri suoi trofei strappati alla sorte, come altri non più che arredamento, con un accento di pittoresco. Si stancò perfino delle sue lunghe passeggiate nel giardino, giunse a detestarne anche la vista, per il tedio che solo essa suscitava. Il nuovo espediente che trovò fu allora di vagare per la città, attraversando il Qasr tra i saluti dei soldati, spingendosi fino al Suq ed al Bazar, dove il popolo, finanche i dhimmis, al suo passaggio si prostrava acclamandolo. E il suo nome corse così di bocca in bocca fino ai confini del territorio, e destò grande meraviglia il racconto di come l'emiro Muhammad camminasse tra i suoi sudditi liberamente, e nessuno osasse levare le mani su di lui. Una nuova fama lo circondò, e Muhammad il Conquistatore divenne Muhammad il Giusto; e il Benefattore. Prese a chiedere informazioni sul vasto emirato direttamente alla sua gente, e scoprì dettagli che anche i suoi ministri ignoravano. Un giorno in cui sostava presso un mercante di spezie, chiedendo da dove provenisse la sua merce e per quali vie, si imbattè in un anziano ulema, il quale gli fece cenno di seguirlo. Lo condusse in una casa del quartiere vecchio, poco più di una baracca dai muri scrostati: l'interno era spoglio e disadorno, l'atmosfera del luogo grave come pareva lo sguardo del vecchio. Questi si sedette su di un tappeto logoro, e lo fissò a lungo, senza invitarlo a sedersi: l'emiro inizialmente si mostrò divertito, indovinando nel vecchio l'animo di un pazzo, o di un grande asceta. L'ulema però continuava a fissarlo, senza profferire parola, e nemmeno mostrando il rispetto che certo ci si sarebbe aspettato da un qualunque subalterno. Il divertimento si mutò in disagio, ma egli rimase lì, ostinatamente reclutante a ritirarsi, abituato a non fuggire da ciò che gli provocava timore o paura. Infine si sedette, di fronte al vecchio e con un espressione truce, e così stettero, a fissarsi. L'emiro si chiedeva chi fosse, cosa nascondesse e quale fosse il suo intento. Ne esplorava con minuzia i tratti somatici, ne tentò di indovinare i pensieri, ragionò su quale fosse la sua indole. Giunse a odiarlo, a cercare motivi per tale odio, a tentare di giustificarli di fronte ad Allah. Immaginò che fosse un apostata, un nemico, un traditore ed un misantropo. Lesse nei suoi occhi le ombre di ciascuno di tali abomini. Quando infine l'ulema si scosse era il tramonto; certo qualcuno ormai aveva notato l'assenza del sovrano, ma l'emiro non si accorse nemmeno delle lunghe ore trascorse in quella spelonca: era concentrato sull'esile, macilento vecchio dallo sguardo intenso, ogni senso del suo corpo teso verso di lui. L'ulema, che prima era immobile come una statua, si mosse e si schiarì la voce; Muhammad ebbe un sussulto, come se il silenzio che lo circondava avesse moltiplicato molte volte l'intensità di quel semplice gesto. Subito la sua mano corse al pugnale che sporgeva dalla fusciacca, pronto a colpire: era determinato a epurare quegli occhi terribili da ogni traccia di empietà, mondandoli con la lama. L'ulema parlò, incurante della minaccia, incurante del rango del suo interlocutore, e la sua voce era stanca e raschiante: - Io ti ho invitato nella mia casa, principe, per distoglierti dal frastuono della città; e perché ti fermassi, a meditare sui detti dei filosofi dell'età dell'Ignoranza, e a contemplare il disegno di Allah, in preghiera. Ma tu nella tua anima hai visto in ciò una minaccia. Io sono vecchio, e il mio occhio è ormai quasi opaco. Eppure tu sei cieco! Eppure un muro ormai si stende innanzi a te, uomo d'azione privato dei suoi scopi: fai del bene, ma per uscire dalla noia e dal tedio, senza vedere la grandezza delle tue azioni. E vaghi in un dedalo privo della luce della tua falsa impresa, un dedalo che tu stesso edificasti; e ora ne risiedi al centro, nel tuo palazzo. Questo ti dico: attento ai pericoli dell'eterno presente, perché nega l'infinito! E condanna chi vi indugia all'eterno. Non già divino, ma di animale, che non conosce la morte. - Muhammad venne colto da ira e di scatto uccise il vecchio, che si accasciò in silenzio sul tappeto. E così gettò al vento l'ultima sua occasione di riconquista della mortalità, e la pietà di Allah lo abbandonò definitivamente. Parrebbe dunque un gioco perverso narrare ancora la vita di un uomo che vagava nell'ombra; eppure tuttavia questa vita presentò caratteristiche di meraviglia e orrore che a lungo impegnarono il mio animo inquisitore. Muhammad arretrò dal cadavere, con un vago senso di stupore: l'inutilità del suo gesto lo confuse, ed in preda a una apatica, opaca tensione ne fuggì. In quel momento non riflettè sull'accaduto, e sulle parole dell'ulema; ne mai più lo fece. Come un animale trasse dall'errore paura, e dalla paura forza; ma non comprese, e la forza si disperse, inseguendo l'effimero. E di nuovo tutto ciò a cui si dedicò, ed in cui si ritirò, divenne presto noia, e da noia prigione: e nuovi muri sorsero nel dedalo in cui vagava, e sempre più l'uscita si fece lontana; ed il tempo si dilatò, a dismisura. Fu così che l'emiro, il vincitore di mille e mille battaglie, fu infine sconfitto da se stesso, e progettò di por fine alla sua vita. La torre più alta del Qasr si elevava di parecchi metri dalla piazza antistante, e con un pretesto vi salì. Giunto in cima chiuse gli occhi, sporgendosi sul baratro. Cercò Allah, cercò una luce divina, e nel contempo uno scopo per il suo atto: non trovò né l'una né l'altro, e forse proprio per questo decise di proseguire, annegando nella propria vacuità. Il volo non durò che pochi minuti, poi fu il nulla. Rinvenne poco dopo, svegliato dal frastuono della folla che era accorsa. Si rialzò, e la gente prese nuovamente ad acclamarlo, gridando al miracolo e ringraziando l'Onnipotente. Il tutto ebbe per Muhammad un che di grottesco, mentre avanzava barcollando verso i suoi quartieri; eppure ancora non aveva realizzato quanto il destino sarebbe stato beffardo con lui. Fece trascorrere un altro mese, mentre il mondo narrava di come Muhammad il Prediletto fu salvato dalla morte dalla mano di Allah. Poi decise di tentare nuovamente di sfidare la sua fortuna blasfema. Salì su uno scanno, chiuso a chiave in una baracca ai margini della città, e infilò la testa in un cappio che aveva meticolosamente preparato. Di nuovo chiuse gli occhi: ma li riaprì, dimenticando la ragione di quel gesto istintivo. Poi si buttò, e lì rimase a dondolare appeso a mezz'aria. E la sua mente gridava la sua sfida andando a caccia della morte, il suo cuore attese l'eterno riposo. Ma non accade nulla. Il grande emiro Muhammad-ibn-Fuhad-Razhes-Qasalym, il sublime principe, continuò a oscillare in quelle condizioni per tutto il giorno, e il successivo. E finalmente realizzò appieno la sua condanna, e capì che ora avrebbe conosciuto il grottesco fino in fondo: rimase lì, in questo incessante, alienante moto perpetuo per intere settimane, poi mesi, e infine anni. E comprese la trappola che era stata intessuta attorno a lui: comprese che aveva smarrito la morte, e il presente lo racchiudeva come ghiaccio eterno, inviolabile. Non tentò di liberarsi: non ne aveva motivo, in fin dei conti. La sua gente lo attese a lungo, non rassegnandosi all'idea di averlo perduto. Poi lo pianse; infine lo dimenticò. Quando la corda si fu consumata, ed egli finalmente cadde a terra, fu uno sconosciuto straniero dall'aspetto logoro colui che emerse dalla baracca. Vagò a lungo, in un mondo irriconoscibile, chiuso inevitabilmente nel suo tempo immutabile, monade solitaria ed impenetrabile. E il suo non era il peregrinare di un viandante in cerca della verità, ma piuttosto un lento rotolare verso un crepuscolo immoto. E visse mille vite, fu mille uomini; fu eroe ed assassino, costruttore e barbaro: fu tutto, in una totalità che raggiunge ormai la vertigine. E proprio per questo non fu nessuno. Io sono l'unico che possa narrare per intero questa storia, testimone solitario di questa monolitica condanna. Porto in me le memorie di una folla enormemente cacofonica, e così incredibilmente piatta, unanime… tutti urlano, fino allo stordimento, poi tutti tacciono. E in questi rari momenti di quiete dimentico l'emiro Muhammad, il corsaro Yahud, Beneš il Moro, Ianuda il Paria, il principe Kalmyk e tutti gli altri… e ancora spero che un giorno queste dozzine di atomi di esistenza infine si fondano, e giunga così l'Annullamento. |