Poesie di Adriana Ferrari


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Sono nata a Firenze nel 1974, laureata in Informatica a Milano. Lavoro nell’ambito della fotografia. Ho sempre avuto una certa passione per lo scrivere, meno per la lettura. Direi che la poesia, come la fotografia o anche la pittura, è una sintesi ed in parte una terapia nei riguardi di quello che m’infastidisce. Lavoro, Scrivo e Dipingo. Ho due figli, splendidi entrambi, in modo diverso.



Il posto solo.
Sul 7:22 il posto solo
resta, uso e consunto

che vien da chiedersi

se siano tanti i soli
o singolarmente unti.

(Anticipi.)
Se avessi impegni inattesi
andrei qualche ora prima

dovessi partire in serata
già saluterei tutti ora

se sapessi di morire domani?
 

 
(Senza Titolo)
Il prete rappa duro
rime tese come panche
al ritmo di teste bianche
su un dietro tutto scuro.
   
(A pelle)                
Non m'isola poi così bene,
semmai contiene.
Flette se la si preme,
sotto m'incrino, di crepe sceme.
   
(Delayed)      
Sta di fronte al blinkare dei voli
-
come un vecchio al semaforo, sta.
-
Un dorso inerte che al verde si rià.
   
(Cola al sole)   
Alla luce delle 10 di dicembre
rugiada da tre giorni gocciola
fra tralci vizzi,
ricci su cancelli verdi.

I bracci al sole tendo, fendili,
i polsi recidi, coi tendini.
   
(Opaca.mente)    
Se tu tornassi,
vetro lieve e brinato
che non ci vedi da fuori,
limpida dove passo il dito
più che stelle, croci e cuori
ci rifarei il tuo Chagall preferito.
   
(Ora dove sei?) 
Di che ti parlo?
potrei non farlo.

Perché ti guardo?
è che mi perdo.

Ti urto i nervi?
vorrei baciarti.
   
(Betty Blu)
Per quel tanto che resta
si ciondola casta,
solca l'occhio di pesce
tutto sghembo sul soffitto

fintanto che esce e,
cruda sottopelle, sta sotto
al cielo molle, cotto,
ridicolmente latte, più che blu.
   
(7pm)
Fine, in gran parte scura
la luna stasera
pare un ago da sutura.

Trallallà,
la morte tersa alligna!
 

(Che vista c'è da qui)
Inspiro, espiro a coppie

non cammino, eseguo passi
non ci vedo, inquadro fatti

potrei subire tutto,
oggi che dormo
o sono morto.

(L'altro canto)
Canteranno pur qualcosa
le canzoni
di chi lascia
di chi ammazza
di chi striscia.

(A 'sto giro)
A me, che ateo lo sono sempre stato,
chiedi un atto di fede nel rinunciare
al miracolo che mi hai mostrato.

Sulla strada dell'insensata redenzione
saprò scovare ciotoli su cui inciampare
per sottrarmi alla solenne processione.

(La vita è pirla)
Non potendoti avere,
mordere, o uccidere

lascia almeno che anneghi,
nella piena di luce gelata,
la tua limpida pelle sfocata

purtroppo stonata col resto di me.

Pranzo a fine settembre.
Da quella stretta
finestra
il sole basso, la gota
destra
m'ha appena scalfito

tra un grissino
e il suo sorso di vino.

(Estate)
Nove turaccioli per
sigillare questa bottiglia
di vuoto solare

(Una mattina)
Vado,
le siepi gemere,
nel bosco
il tempo ch’è,
umido,
il nostro.

(Ci sono delle ombre a Milano verso le 17... in 8-9)
Tante, stese, tante, stese
si accoppiano protese.
A ritmo maniacale
assai più del verticale.
Presto saran milioni
se non fossero doppioni.

(Passa un amico)
Per strada,
una mattina appena nata,
mi godo da solo.
Respiro, poi lo noto:
"Aspetta!"
E’ andato,
peccato!
Quasi quasi rincaso.

(Qualcosa è cambiato: ora vesto largo.)
Pien di poco e luce e noia
fu quel mentre in cui mi accorsi
dei molt’altri già trascorsi.
A tal mente, non per vita avvezzo,
presto complice fu autunno
e di qui, poi, un nuovo anno.

(Gente. - solo un gioco!)
Alta
e bassa a volte,
vecchia.
Altre nuova.
Gente sana o gente strana.
Gente certa e certa no.
Ce n’è dentro e, gente, n’è fuori.
Con lame, petali, fiori. Cuori.

(Il mio sogno muto.)
Flesso
dimezzo al vano,
un crine
di metallo guizza.
Lo fisso
e l'onda sùbita mi si ripiglia.

(Una bella festa. -racconto-)
Arrivo e poso le cose.
Accenno un ordine che so già rivedrò.
Non sono per nulla trasandato, io!
Mi concedo meno luce e più rumore.
L'una inganna che l'altro viva.
Non sono di certo un eremita, io!
Cibo, necessario, ausiliario, cibo.
Mi stendo. Meglio, siedo comodo.
Non sono mica passivo, io!
Mezz'ora. Un'ora. Anche due.
Tre pennellate tra ocra e blu.
Non sono mai stato insensibile, io!
Fuori abbuia.
E io allora dormirò.
Non sono fatto per esser lasciato solo, io!
Non sono fatto per esser lasciato, io!
Non sono fatto per esser io. Io.

(Ieri ho scritto una poesia.)
Ho cenato
a tarda ora
con un piatto
di me.

(Inaspettato amore.)
D'un tratto tangi,
da ragion discosta,
la speme mia riposta
ch'usualmente frangi.

(A 10 anni conoscevo la nebbia. v1.0)
Radi e stemperati nembi
al fardello si feron lembi.
In mezzo sole, piena estate,
fu un segnale: 'Salutate'.

Pensai nulla nel partire
nulli pianti, volte o rire,
è il destino, fido nel potere,
come sprono: 'Non temere'.

Poche robe da mollare
è buon prezzo per salpare
ma non detta cos'è meta
tu potrebbe restar cheta?

Fu il necesse o solo ambire?
Sol, risolsi il meglio ire
che in vent'anni ho ripercorso
nel perché mancò quel morso.

Non so dire altéro fato
di quel me che v'è restato
ma i'ho luce, ei nubi svelte:
il futuro è solo scelte.

(Di umore intriso)
Lasciami qui, a due palmi da terra
ma sotto.
Spandimi di polvere fosca un velo,
fine come i tessuti che spingi,
duro più dell'oro che stringi,
amaro quanto nulla mai addentato.
Grave tara di steli sacrificali,
frigna nel parlare di chi fui,
preci ben certe che sarò.
Che trattiene della gloria il detrito,
che epura, di umore intriso, la storia
il suolo filtra il superfluo
e disfà il necessario.

(Outing.)
Tronfio latra il regime
conduttor di immani occasioni
gretto se ne fotte sublime
d'ogni sommesse ime ideazioni.
Sterile di menti
acute ad ornarti
vorresti senza pretendenti.
Sono puttane le membra, i tuoi arti.

(Neve in Liguria)
fluttuano fermi i fiocchi
friggono i fluidi fiotti
freddano le fresche fronde

(Strano)
Si rifanno alte le lancette corte
in tanti cerchi sotto vuoto
resto attonito, sperduto
convinto di avere sempre taciuto
potrei fare quello che sbatte le porte
stremato di vantare un senso
annoiato dal fango melenso
laceri e lordi
i porci si prenderanno tutto,
tutto.

(Nel normal pensare)
Quasi mi stingo
ad impregnare diluito
quel vuoto che è illeso
tra gli sbràiti dei cenanti

tutti ritti, sporti, equipaggiati
empatici ad impalcare
stupore e sdegno e vezzi

li vanno rigurgitando
a flaccide boccate inversamente
nei fetidi liquami
di un apparato fatiscente

nel normal pensare.

(Mie care ***** isteriche)
Pingui conduttrici
di urbane motrici
castrate dalle mature

valchirie obese
tese sotto budelli
ritmanti il manto
sconnesso sottomesso
i vizzi gozzi fumano.

(Tossicosi)
Sensori
sovraccarichi recettori
drogati

ad inibire le propaggini del male
a quietare gli istinti sciamannati

che fan di un creatore
più disperata creatura.

(Amanti)
Ci rincorriamo dritti
come due bulloni in asse
sul perno stesso rotanti
che se uno piglia l'altro
serrano stretti i lembi
e più non li dissaldi.

(L'ebete insaturo)
Emi va a lavorare
la casa si vuota
perde in turgore

e mi lascia a colmare
la casa più vuota
di vuoto fautore

emi impara a volare
la casa che è vuota
su Bach re minore.

(L'ospite del giorno)
Composta espertrice
di bonton televisiva
ti provassi ad educare
nel misurare gesti,
nel ponderar parole
il sangue che pompa
i fluidi che t'intridono la polpa;
accetti finché, le carni divelte,
non t'imbrattano corposi e laidi.

(Ti ho sentito morire.)
Di nuovo, ecco fatto.
Torvo,
più e mai sazio,
me ne rivengo
da quello spazio.
Torno
da dove si torna soli.

(Contro chi scrive.)
Che gran versi adotti,
li elargisci.
Ora parlali tutti,
se ci riesci.

(Scatto.)
Per le vie scorro e mi arroto,
giro, volto, torno poi noto.
Mi curo del mosso. Un getto!
Scatto.
...
Qua e là, il medesimo fiato,
tornan fluire le macchie di vuoto.
Ed io scorro, mi arroto...

(Tutte le mie colpe.)
Nello stretto,
a me stesso inflitto,
sto e aspetto.
Eppure,
anche ora,
vuol esondare
annegato dal dover.

(Il bastone di mia madre.)
A dosso riporto,
a fondo pigiati,
i tondi calcati
dal legno materno.

Al pian d'aria sommesso,
il di lei timpano percosso
fu coltre, spessa al mio riposo,
fu atro, suolo al suo passar.

Ad ogni tocco trasalgo,
il dorso straziato,
mi traggo e risalgo
dal vibrato che'n vien.

Al basso dall'alto, fin dentro.

(Nomi. -gioco-)
Nomi amano altri nomi,
si obbediscono,
si tradiscono,
pensano ai nomi di nomi.
Si conoscono a milioni, i nomi.
Nomi che stentano,
nomi pregano,
poi supplicano.
Si vendono nomi.
Su schermi scorrono,
si alternano, ricorrono.
Evolvono, mutano i nomi.
Sulla pietra, nomi perdurano.

(Nel ricorrere.)
Ricorrono, istanti,
pensier sì feroci,
ch'io rinnovo l'istinto
a marcarli con croci.

Solvo coi tratti
di alte intenzioni
li grumi corrotti
di mie percezioni.

Le fiere silenti,
sedate, a tacere,
dei rei turbamenti
mane il pago dolére.

(Milano tangenziale - a M. Agnelli)
Di qua, per il lungo della via,
piove 'n gran brillìo di fuochi ardenti.
Di là, all'incontro della mia,
fiocca fredda 'na teoria di rincasanti.
Dell'une, l'altre stille feron cammino,
muoiònsi lente riparando a lor destino.

(50 secondi - v4.5)
Rosso.
di fianco, secco, ho un cane coll'osso.
smània la tizia, ticchetta, riparte;
un vecchio che invecchia, in maniche corte.
declino la mendica senza rimorso:
alzo su testi dell'anno scorso.
una macchia blocca, ne scendono tacchi,
si volta bella, frugandomi gli occhi;
non trovo espressione... che il sogno si sperde.
Verde.

(Scosse)
Vorrei
essere io
mai

come forma
d'ombra levata

sull'uomo che
smesso il resistere
si lascia tremare

e saggia metrica
ogni scossa.

(Nuovi palinsesti)
Molti e volgari
radunati i passi
lassi ci vanno
al trogolo del difforme,

ma non si credono
di raspar tra i simili
riflessi a un braccio
senza dire io.

(Febbraio)
Le tue ultime righe
mi dicono in due
che non pensi, che non verrai

le ho scorse col dito
entrambe prima di uscire

lo saprò accettare
almeno finché cadrà
la neve a Milano.

(ATM)
Gli orari
possono subire variazioni
in relazione
alle condizioni viabilistiche
e tra le idee
ho appena aperto
un nuovo gran cantiere.

(I giorni, i disegni)
I Caran d'Ache
se ne stanno tutti
fuori quota
sotto la piatta latta

stonano i toni
che comperai retti
e si amano arroccati
rotti dai tratti fatti.

(Tanto per dire)
Salvate gli animali
chiudete i centri sociali
guarda che umani
li vedo su mille canali
che bella la pace
manifesta e poi tace
servirebbe una guerra
fuori dalla mia terra
basta con la fame
e con l'arbitro infame
primizie senza additivi
nei comizi alternativi
schierato coglione
tra secoli verrai dopo il Rubicone.

(Neanche un po')
Siamo alla deriva
da giorni
da aliti appena mossi

ci stiamo composti
remucchiando vaghi
di ora in ora in tondi
dimandiamo splendidi

che qui si affonda
che non si tocca
neanche un po'.

(Punge milano.)
La città che si basta
è una rigida crosta

virulenta, semmai attiva
più che viva

stabili stillano gente
cola secreta, gocciolante

invischiata, in fuga
ne intride ogni ruga

tra escrescenze rubinee
più per nulla idonee

al dilatarsi di lembi offesi
sottostanti, pulsanti seppur lesi.

(Me ne sto in piedi)
Dallo studio risanato
presto al mattino dalle donne
sono da ieri più distanti
le schedine dei manovali.

Per i vetri immacolati, questi
che li diresti assenti sul querceto
una fogliosa brezza mi ricompone.

Nel vaneggio di un gran fuoco
bevo succo di limone.

(Bambini)
Sotto il salice
rigato di formiche
i bambini si odiano
avidi e letali
fino a che li rompe
il pianto.

(Leggero)
Ancor vivo,

poco lasciando.

(Come volano sicuri gli aerei di Boetti!)
Una bell'ansia sciaguatta,
bolo che spinge e che frena
rode acido, disappunto
di 'sti vettori intersezione
che si battono alterni
io che li lascio fare, fanno.
Qual per l'altro sarà Caino?
Qual fidato mi sarà Vate?

(Sono online)
Piove sul ventunoundicizerodue
sulla media stagionale temperata
rossi, verdi e blu razzolano sullo schermo
avvallano il ritiro
in ateneo si ciarlano binarie gesta
mediocre, non afferro, dovrei
infame, assemblo vocaboli coi byte
reietto mi connetto.
Oso online.

(Loop)
Come gli spiccioli, resti
che mi cavo di tasca
al brunire d'un dì fuori casa,
così ciascuna mia intenzione
riecheggia umane transazioni
concluse nel fodero del già stato.

(Glaciale)
il sole affilato
rifulge purissimo
macera le pelli

il gocciolìo distillato
da lembi gotici
di freddo inerte che fonde

discernere a stento
tra masse glaciali
moli di metallo contratto e unto

la luce rade la piana
ritaglia le forme
le schianta sul ghiaccio.

(Notte dicembrina)
Sveglio
la pella brilla
reso insonne
dal brusìo
dei legamenti

cedo

infine desto
mi concedo
un foglio
singolarmente
bianco

e presto tacciono.

(Osmosi)
Volontà
su corpo
su biro
su foglio
su tavolo
su edificio
su suolo
tra carta carbone supina,
come un poppare fluido
il suggere assenso al senso
inverso il senso
traverso terra
e cemento
e legno
e carta
e pigmento
e carne
e ragione,
come uno spillare diafano
plasma da sangue rotto
l'esorcizzare degli estremi
sordo il cozzo.

(Cena con ghirigori)
Mi intrattiene ebro il calice
che si giostrano le dita
ne imperna lieve l'indice
i turbinii di volta ardita.
l'ampio piede trita e cerca
arzille briciole sul panno
scansando macina, arando solca,
sbilenchi archi che s'en vanno.
sghembo il gambo imbizzarrito
sfila il fulcro perde attrito
corteggia il bordo poi lo rade
ci pensa molle, mi riflette, quindi cade.

(Sarà, Sara)
legge di Sara
chi legge

dei tondi scuri
che fissano dalla tela
lasciata al muro in ottobre

dell'indovinarne
il forse pensare forse lieve
nel rondare al fuoco ombrando

del bene accennato
e negato da noi cauti
per quel che l'altro mima di sé.

(Ingialla)
Ristagno nel torpore
di gusto alieno
nel bagliore che ingialla
del farsi men rada
la domenica mattina
evasa, sfrangiata
da stipiti festivi

nel dormiveglia
vigile e sfatto
baratto attenzioni
con un corpo che giro
ricévone i frizzi
tremulo sospiro
e, torto, mi tiro.

(In carriera)
Educate palpebre
lappano languide
globi ferini.

Colmi di fuoco che non brucia.

(Sul sentiero per il mare)
Sento già i tonfi
e mi figuro la zuffa
dei grani scuri che arruffa

in ciaccioli in scrosci,
sale lo scoglio e bisticcia
al saliscendi che arriccia

si infrange con pacche
sputa al vento lo sciocco,
appena è asciutto mi lecco.

(Profumo)
S'è perduta
l'essenza
della mia tuta
dalla tua partenza
la spingo
col viso
ne indago
l'intriso
io che odio smaniare
ne voglio
ma ne può bastare
l'imbroglio.

(L'avresti mai detto?)
E così
sotto sotto
s'è freddato
anche l'amore
degli occhi

quello nato di marzo
e disfatto a febbraio.

(Tante, poche)
Cautamente fiero
ogni notte muoio
ogni giorno sorgo

che val bene mollare

la vita insonne
un solo principio
un'unica fine.

(Latente in casa d'altri)
Tu dici
ma io divago

e mi sfugge
il fiotto
dei vocaboli il fiotto
il tuo discorso

che unge i lobi
che si fa sfatto
che trova il dotto

mimato, il fiotto,
ma astratto
dalla tua bocca
forse detto

a me cosciente
a me distratto.

(Convesso)
Il mondo delle cose
serra valli già chiuse

ritorto e convesso
glabro in punti di flesso

tangerne a vista
le piane non basta

s'insinua un neo senso
ed avvalla ciò che penso.

(Toscana)
Un milione di ranocchi
e il loro craccrare
m’incrinano l’imposta

e le liste verdi su Montepulciano
quest’ora si fan d’un bruno
e i dorsi di luna arrosti

che dal letto appena rigoso
d’ogni grido m’incurioso.

(Sei tornata senza di me)
I nidi che indicasti
penzolare da pioppi sfatti

io solo li ho rivisti
vagando lento, al rientro.

Così, da rami morti
non se ne cadono le foglie.


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