Racconti di Fata Morgana


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I fiori della felicità
C'era una volta un bosco che non era un bosco qualsiasi, ma un bosco nel quale gli alberi, i sassi e gli animali parlavano come gli esseri umani. C'è anche da dire, però, che questo avveniva solamente di notte. Di giorno era un bosco come tanti altri.
In quel bosco nessuno ci aveva mai messo piede in quanto i suoi confini erano segnati da spessi rovi spinosi che scoraggiavano chiunque ad avvicinarsi.
Nel paese, in fondo alla valle, si diceva che in quel bosco crescesse il fiore della felicità e che chiunque fosse riuscito a toccare tale fiore sarebbe stato felice per tutta la vita. Come si potrà immaginare tantissime persone si erano messe in cammino per entrare in quel bosco in cerca di quel fiore speciale. Le persone arrivavano piene di entusiasmo e portavano con sé anche delle falci e delle accette per abbattere i rovi poichè sapevano quanto erano spessi, intricati e pungenti.
Il fatto è che nessuno riuscì mai ad aprirsi un varco per entrare in quel bosco poichè nel medesimo istante in cui il rovo veniva violentemente reciso, un altro più forte ed irto di spine si ergeva davanti a colui che tentava di passare.
Un giorno arrivò da quelle parti un giovane che amava molto passeggiare in mezzo ai boschi ed era di temperamento mite e molto curioso. Notò quei rovi spessi ed intricati e cercò fra di loro un passaggio costeggiando quel luogo selvatico lungo il sentiero che lo circondava. Cammina e cammina, il tempo passava, ma il giovane non trovò proprio nessun varco per poter entrare in quel luogo che stava diventando per lui assai misterioso. Si accorse che il sole stava tramontando e la notte cominciava a stendere il suo scuro mantello sopra ogni cosa. Pensò che doveva tornare sui suoi passi e correre velocemente verso il paese. Per fortuna era una notte limpida e serena illuminata dalla luna piena che, come una regina, troneggiava nel cielo stellato.
Mentre stava accelerando il passo girò il capo nuovamente verso quel bosco inaccessibile e gli parve di udire delle voci. Si fermò di botto e rimase in ascolto.
- Felicità, ora canteremo per te - proferì una vocina lieve lieve.
- C'è la luna, possiamo starcene all'aperto - dissero altre voci.
Il nostro amico, che si chiamava Otto, non credeva alle proprie orecchie e si alzò sulle punte dei piedi allungando anche il collo per vedere da dove provenivano quelle voci. In quel momento perse leggermente l'equilibrio e, nel ricomporsi, provocò un piccolo rumore sul sentiero sassoso.
- C'è qualcuno là fuori - sentì dire dall'interno dei rovi.
Siccome Otto era anche un giovane coraggioso, disse:
- Chi si nasconde fra i rovi? Non fatemi del male perché ho con me il fucile e sarà peggio per voi -
- Oh, non temere - rispose una vocina squillante - noi non facciamo male a nessuno, caso mai sono gli umani che spesso fanno del male a noi -.
- Gli umani? - chiese Otto.
- Si, gli umani, vogliono entrare nel nostro bosco e ci fanno tanto male con le loro falci ed accette. -
- Ma voi chi siete? - chiese il nostro amico.
- Noi siamo quello che vedi davanti ai tuoi occhi - risposero. Allora Otto sgranò i suoi occhioni scuri e vide fra i rovi un'infinità di occhietti vispi puntati su di lui.
- Io non capisco chi voi siate - disse - posso entrare per vedere meglio? - chiese.
- Solo se poggi il fucile per terra e liberi le mani da ogni cosa - risposero.
Allora Otto poggiò il fucile per terra e cominciò a spostare delicatamente i rami spinosi, facendosi largo, finchè giunse davanti ad una piccola radura. Si guardò intorno, ma non vide anima viva, solo quegli occhietti vispi che spuntavano da ogni tronco, ramo e sasso là intorno.
All'improvviso si levò nell'aria un coro che intonò una dolcissima canzone mentre una brezza leggera muoveva i fili d'erba e le fronde degli alberi come in una danza.
In quel momento il prato fu illuminato da una miriade di fiori bianchi che luccicavano ai raggi della luna.
Le voci del coro si smorzarono lentamente e intorno si levò un leggero brusio.
Allora, una vecchia quercia che stava di fronte al nostro amico, così parlò:
- Caro giovane Otto, questa notte hai visto dove vivono i fiori della felicità. Sono gelosamente custoditi in questo bosco perché non vogliamo che vengano sciupati nel mondo, là fuori. Ora, se tu ne coglierai uno, potrai essere felice per tutta la vita e così pure i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, ma ad una condizione: dovrai sempre seguire la via del bene e fuggire dai sentieri del male. La via del bene è quella che ti indicherà il tuo cuore, quella del male quella che ti indicherà il tuo egoismo. Potrai permettere di toccare il fiore della felicità a tutte le persone che lo desiderano - continuò la vecchia quercia - ma dovrai precisare che l'effetto della felicità svanirà se non osservano ciò che ti ho appena detto -.
Il giovane Otto allora si chinò e raccolse uno di quei fiori bianchi:
- Farò come dici tu, lo prometto, grazie - disse.
Nel frattempo stava ormai albeggiando e Otto sentì il desiderio di tornare alla sua casa; si girò per vedere se c'era ancora il piccolo varco fra i rovi e, riconosciutolo, si avviò con passo deciso. Gli occhietti erano spariti e una brezza leggera lo accompagnava fin sull'orlo della stradina.
Era fuori. E aveva in mano il fiore della felicità.
Giunto al paese raccontò la sua avventura, ma non tutti gli credettero.
Taluni però vollero toccare quel fiore e promisero di osservare le raccomandazioni che il giovane aveva ricevuto dalla vecchia quercia.
E si sa che furono loro, poi, ad assaporare il raro e squisito sapore della felicità.

Milù
Il suo nome è Milù. Gliel'ha appioppato mia figlia ed è stato subito approvato all'unanimità. Naturalmente poi ci sbizzariamo con i soprannomi che ci vengono al momento, a seconda della situazione. Perciò è facile che si senta dare della befana, della mucimuci, della diavolaccia, della despota, della streghetta e via dicendo.
Lei è praticamente l'eredità che ci ha lasciato una vecchietta che abitava nella casa accanto alla nostra.
Ce la siamo trovata nel cortile e, sembrandoci un po' spaesata e affamata, eccoci pronti a mettere i piattini di cibo accanto alla porta d'entrata. Non si lasciava però avvicinare. Il piatto veniva svuotato solo durante la nostra assenza. Ma ci accorgemmo che non era solo Milù a beneficiare delle prelibatezze! Si era creato un viavai di animaletti vari che non disdegnavano i bocconcini colà serviti.
Ed allora non restava altro da fare che cercare di convincere quell'esserino dal pelo scuro striato di grigio e dal musetto accattivante a gustare i suoi pranzetti nel nostro appartamento.
- Solo per mangiare - fu detto al capofamiglia che era leggermente contrariato dalla cosa.
E così mia figlia sfoderò tutte le sue arti magiche e convinse Milù a salire.
La gattina era molto sospettosa e titubante, in verità. Ma tanto facemmo e tanto dicemmo (parlo delle donne della famiglia, naturalmente) che alla fine si convinse che poteva proprio fidarsi ad entrare.
E, passato il primo momento di titubanza, si premurò di mostrarci tutte le sue doti di felino verace.
Il nostro divano ne sa qualcosa delle sue unghie, infatti! GRRRRRRR!
Ma ormai era fatta. Ora comanda lei. Se la mandiamo fuori a fare i suoi bisognini, passati dieci minuti, si mette sotto la finestra ad innalzare i suoi canti come un menestrello innamorato finchè non scendiamo puntualmente a farla rientrare.
E tutto l'inverno così. Tutte le sedie sono sue, in particolare quelle con i cuscini.
Entrare nelle camere da letto era il primo divieto insegnatole fin dall'arrivo. Finchè un giorno è stata dimenticata aperta la porta della stanza di mia figlia la quale si è trovata Milù comodamente distesa, felice e beata, sul suo letto. Al suo "cooooosa?!" Milù, senza punto scomodarsi, ha risposto con un "MIAO" molto eloquente che tradotto significava "finalmente ho trovato il posto che fa al caso mio e dovresti lasciarmi in pace".
Speravamo nella bella stagione. Al primo sole sicuramente Milù avrebbe sentito l'esigenza di tornarsene all'aria aperta.
Le belle giornate sono arrivate, gli uccellini cinguettano felici e la natura sbadiglia dolcemente prima di svegliarsi completamente, ma lei, la nostra gatta, ormai non vuol più saperne del mondo selvaggio. Le piacciono il nostro divano, le nostre sedie, fa la corte al letto di mia figlia e, soprattutto, ama le nostre carezze. Ed anche adesso, mentre sto scrivendo, lei si è tranquillamente sistemata sulle mie ginocchia e, dopo avermi estasiata con le sue fusa, sbircia sorniona il movimento della penna.
Forse sta sognando di diventare una scrittrice!

Il castello incantato
(Racconto breve ispirato da una visita ai castelli Linderhof e Neuschwanstein di Ludwig II di Baviera)

Il momento era propizio.
Il grande cigno di porcellana addormentato sul tavolo dorato iniziò lentamente a rialzare il capo e, con un balzo leggero, fu sul pavimento della stanza del Re. Guardò la sua immagine riflessa nel grande specchio e sospirò.
In quel momento il Re uscì dal quadro che si trovava sulla parete a lato del suo ricco letto monumentale.
Si avvicinò raggiante al cigno e lo baciò sul capo accarezzandone il lungo collo bianco.
In quell'istante il cigno iniziò a brillare di una luce accecante che lentamente lo catturò lasciando il posto ad una bellissima figura di giovane uomo che teneva un violino appoggiato sulla spalla.
- Grazie - sussurrò il Re.
Un crescendo di voci iniziò ad espandersi per la stanza.
- Ora possiamo uscire, venite anche voi - disse il Re.
Si incamminarono, il Re e il musicista, verso l'uscita del castello. La scia di quelle voci li seguiva.
La magia della notte li accolse. Una splendida luna piena illuminava il silvestre paesaggio notturno dove spiccava il turrito castello addormentato.
Non c'erano mai stati soldati in quel castello e nemmeno prigioni.
Il Re procedeva lentamente, seguito dall'elegante giovane, dirigendosi verso un lago argentato nel quale la luna si specchiava civettuola.
Vicino alla riva era ad attenderli una splendida barca a forma di conchiglia sulla quale presero posto il Re e il giovane musicista. Quando si furono accomodati, la barca iniziò a muoversi lentamente scivolando sulle acque chete del lago.
- Ora, puoi iniziare - disse il Re, rivolgendosi al suo vicino.
Questi si alzò in piedi e, poggiato nuovamente il violino sulla spalla, iniziò a suonare una musica dolcissima. Il Re chiuse gli occhi ascoltando estasiato.
Quella musica irresistibile svegliò le fate e i folletti dei boschi circostanti che accorsero sul luogo incuriositi.
Lo spettacolo che si presentò ai loro occhi li turbò piacevolmente.
Dalla barca a forma di conchiglia giungeva loro quella musica melodiosa al suono della quale delle figure umane evanescenti danzavano, tenendosi per mano, cingendo la superficie del lago e digradando nei prati.
- Ogni estate, nelle limpide notti di luna piena, il Re organizza per loro questa festa - disse il Principe degli Elfi.
- E' grazie alla loro arte e al loro lavoro che esiste il magnifico castello con le sue meravigliose fontane e i variopinti giardini - asserì la Regina delle Fate.
Fate e folletti si unirono quindi alle danze in un baluginante luccichio che si confondeva con quello delle stelle.
Sazia di tale spettacolo, la notte si strinse nel suo scuro mantello e scivolò dietro i monti dove l' alba l'attendeva. Questa fece appena in tempo a udire le ultime note di quella musica divina mentre ogni figura dileguava veloce verso il castello. Il Re tornò nel quadro, il cigno sul tavolo dorato ed ogni altra figura si nascose rimpicciolendosi dietro i riccioli d'oro delle cornici, dietro gli specchi, le finissime porcellane, le cristallerie, gli arazzi, i dipinti, i legni finemente lavorati e tutto ciò che impreziosiva ogni angolo di quel luogo incantato.
Il sole era ritornato sorridente sul suo scranno dorato a inondare il mondo di luce e di vita.
I primi visitatori cominciarono a giungere, ansiosi di vedere...
Ogni giorno arrivava tantissima gente da tutto il mondo perché quel castello era opera di rara bellezza in cui solo l'arte regnava sovrana.
E le fate e gli elfi sapevano chi stava nascosto fra le sue meraviglie.

Libertà
Anche quel giorno estivo stava giungendo al termine.
La brezza pomeridiana si stava trasformando gradatamente in un vento sempre più insistente che si divertiva a giocare con tutto ciò che gli capitava a tiro.
Il pino marittimo, alquanto inclinato, come la schiena di un vecchio acciaccato, era l'unico a dare il benvenuto a quel ventaccio che non preannunciava niente di buono.
Egli accoglieva il vento sempre con favore perché, il suo arrivo, ravvivava in lui una segreta speranza, un suo grande antico sogno, fin da quando era nato, lì sul viale in riva al mare.
Ormai conosceva a memoria tutti i discorsi dei passanti e la solita domanda che i bambini rivolgevano ai genitori: - come mai quel pino ha il tronco così inclinato, così storto? -
- E' a causa del vento - rispondevano gli adulti.
E il pino li guardava mentre correvano verso la spiaggia, seguiva l'andirivieni delle persone e spesso era contento di poter essere utile a qualcuno che cercava momentaneo ristoro accanto alla sua ombra.
Quella sera sembrava che il vento facesse proprio sul serio. Aveva rovesciato gli ombrelloni e tutti erano impegnati nel mettersi al sicuro. Nubi minacciose avanzavano scure e gonfie di pioggia dalla linea plumbea del mare le cui onde erano sempre più alte e fragorose.
Il pino, anche questa volta, si lasciò sbeffeggiare piegandosi sempre di più verso il basso. Tutti correvano, come al solito, correvano e lui…avrebbe voluto anche lui…. Un bagliore attraversò il cielo seguito dall'enorme fragore di un tuono e grossi goccioloni cominciarono a cadere con sempre maggiore insistenza e intensità. Il vento sembrava sfogare una arcana rabbia repressa e si abbatteva impietoso su ogni cosa. Il pino marittimo si contorceva, piegandosi sempre di più e, quasi inginocchiato, sfiorando l'asfalto, cominciò a pregare così':
- vieni ventaccio, vieni, forza, forza, insisti, più forte, dai, sradica, sradica queste radici, ti prego…aiutami…-
Il vento sembrava aver capito e cominciò a ululare come non aveva fatto mai, avventandosi con tutta la sua energia su quel pino marittimo la cui maestosa e folta chioma era ormai tutta scomposta e spettinata. Le raffiche erano una più forte dell'altra finchè ebbero la meglio sulle radici che, non riuscendo più a resistere, cominciarono ad allentare la loro presa nella terra.
L'albero ebbe la certezza che qualcosa di importante stava accadendo in lui. Era una strana sensazione di leggerezza…. Si sentì all'improvviso librare nell'aria.
- Ecco fatto - brontolò il vento. - Ora sei libero -
- Portami lontano - lo supplicò il pino marittimo. Allora il vento radunò tutte le forze rimastigli e lo sollevò spingendolo in alto, lungo la spiaggia. Il pino vide le sue radici danzare nell'aria e si sentì pervadere da una felicità mai provata - E' meraviglioso - si disse - sono libero, sto volando, grazie, vento -.
Questi si stava chetando e rispose: - ora devo lasciarti, per oggi la mia parte è finita, non posso far altro che augurarti buona fortuna -.
Il pino cadde con un tonfo sulla sabbia e guardò le sue radici rivolte verso il cielo.
Il mattino seguente accorsero in tanti a vedere il grande pino divelto. - Ma quante gambe ha! - disse un bimbo alla mamma.
- Si, ma purtroppo non può camminare - lei rispose.
All'udire queste parole il pino tornò a rivolgere lo sguardo alle sue radici. Esse si tendevano verso l'alto, inondate dal sole.
- Non angustiatevi mie radici - sussurrò il pino - non potrete camminare, ma voi sole sapete la gioia immensa che provaste nel volare, libere, sopra il mare e la felicità che provate nell'assaporare il calore dei baci del sole - .
Poi, socchiuse i suoi grandi occhi verdi e i passanti non poterono mai vedere il suo sorriso, mentre la brezza mattutina lo accarezzava, indugiando a sussurrare incomprensibili parole fra la la sua folta chioma adagiata sulla sabbia del mare.


"A volte penso che il paradiso debba essere un continuo infinito leggere"
(Virginia Woolf)

Il cugino
Il cugino, quel giorno, si sentiva soddisfatto di aver preso finalmente la decisione.
Sarebbe partito per nuovi mondi in cerca di quel qualcosa da scoprire di cui sentiva profondamente l'esigenza.
- Questo mondo mi sta stretto - diceva spesso a mia zia.
Lui era un eterno studente. Faceva lavori saltuari per non gravare troppo finanziariamente sulla famiglia.
- Più leggo e più studio, più capisco quanto ho da imparare - diceva.
Tempo addietro aveva voluto che gli insegnassi la stenografia per poter prendere appunti veloci alle lezioni. Mi sentivo orgogliosa di sapere qualcosa che lui non conoscesse.
Lui aveva qualche anno più di me e ci vedevamo comunque raramente in quanto viveva nella città in cui frequentava l'università.
Era alto, snello, biondo con folta barba e con due occhi azzurri incorniciati da un paio di occhiali dalla montatura nera che accentuavano l'aspetto da intellettuale.
Aveva modi pacati che trasmettevano serenità.
Era anche un bravo sportivo. Le mie amiche dicevano che nuotava con l'eleganza di un delfino.
Anche quel sabato era venuto a trovare i miei zii che aveva fatto partecipi della sua decisione di lasciare l'Italia.
Era una calda giornata d'agosto.
La bicicletta posteggiata sotto la scala di casa era un invito irrinunciabile.
Lui non aveva mai voluto fare la patente e viaggiava sempre con i mezzi pubblici; quando veniva in paese lo vedevamo spesso aggirarsi elegantemente per le stradine sulla sua affezionata bici.
Salutò la mamma con un "a dopo" e si avviò per lo stradone asfaltato che, attraverso le campagne, congiungeva il paese più vicino.
Era bello pedalare sentendosi immersi in quel paesaggio che profumava di orgoglio per la sua matura e luminosa bellezza.
L'estate è la stagione della pienezza. Tutto è chiaro, tutto è sbocciato, tutto risplende, tutto vive all'unisono.
Quel sabato pomeriggio mi sentivo un po' strana e non capivo perché. Vivevo in una specie di sospensione, come se fossi in attesa di qualcosa che doveva succedere. E successe.
La notizia ci raggiunse a pomeriggio inoltrato. Il cugino era stato investito da un'automobile mentre pedalava tranquillo sullo stradone. Aveva sbattuto la testa sul cofano. Era grave.
Iniziò il viavai dall'ospedale alla casa degli zii.
Nella cucina di questi, sotto l'immagine della Madonna, un lume rimaneva costantemente acceso.
"Chiedete e vi sarà dato". La richiesta era pressante. Non potevano, lassù, lasciarlo morire, a 30 anni.
Il cugino morì dopo 15 giorni di coma. L'immagine e il lume sparirono per sempre dalla casa dei miei zii.
Io adoro l'estate, ma è forse da allora che mi pare di sentire in essa il serpeggiare di un occulto, imperscrutabile inganno


"La foresta è uno stato d'animo. I poeti sanno tutto ciò."
(Gaston Bachelard)

La preda
- Nessuno mi crederebbe, mio caro Fulmine - disse il cacciatore guardando il suo cane che, scodinzolando, ricambiava lo sguardo con occhi umidi di devozione.
Caricò in spalla il fucile e s'incamminò verso casa. La musicalità dell'acqua del ruscello faceva da sottofondo ai consueti rumori del bosco e accompagnava il suo passo appesantito dall'equipaggiamento di caccia.
Quello che aveva visto quel mattino occupava interamente la sua mente.
Non poteva pensare ad altro.
Si voltò ancora una volta a guardare il ciglio di quel burrone. Cercò di dare un ordine cronologico agli eventi accaduti in così poco tempo.
- Tu non hai colpa Fulmine - disse. - Tu non potevi sapere. Hai fatto solo il tuo dovere: stanare la preda affinchè io la potessi colpire -.
Si ricordò del cane che correva e si fermava ad intermittenza. Poi aveva sentito un frullo d'ali sopra la testa ed immediatamente aveva fatto fuoco. Era seguito un silenzio di ghiaccio. Sembrava che il bosco avesse smesso di respirare.
Il cane si era portato festosamente sul ciglio del burrone.
- Ahi, laggiù non la potrai recuperare la tua preda - gli aveva gridato. Poi lo aveva raggiunto e si era sporto pure lui a guardare. Ciò che si presentò ai suoi occhi gli aveva procurato una sensazione di stupore e di angoscia insieme. Il cuore gli batteva all'impazzata e un sudore freddo lo aveva pervaso per tutto il corpo. Era rimasto così, impietrito, per un tempo indefinito. Mai avrebbe dimenticato quella visione.
Una figura femminile giaceva, inerte, fra i rovi in fondo al burrone.
Con le mani tremanti aveva estratto dallo zaino il canocchiale per vedere meglio.
Il colore delle vesti si confondeva con quello delle foglie degli arbusti, ma quello che lui poteva vedere chiaramente era il viso. Diafano. Occhi chiusi. La bocca semiaperta in una smorfia di dolore. Immobile. Sulla fronte il segno dello sparo e un sangue rosato che scendeva in rigagnoli sul viso andando a disperdersi dietro il collo.
Tutto questo non riusciva, tuttavia, a deturpare la bellezza che quell'immagine sprigionava.
Mai aveva visto nulla di così bello e doloroso assieme.
La fissava, ipnotizzato, mentre sentiva nella sua mente qualcosa che si apriva, qualcosa che risaliva in superficie da profondità mai sospettate. Era un ricordo…una strana sensazione…un fastidio incontrollabile…un ancestrale disagio da soffocare, da rimuovere…Barcollava. Un appiglio…cercava disperatamente un appiglio…
Si era inginocchiato per calmare il tremore delle gambe e, dopo aver riposto il canocchiale, aveva serrato il capo fra le mani.
All'improvviso si era levato un forte vento facendo vibrare il bosco e trascinando con se tutto ciò che non si poteva opporre alla sua forza.
Il cane gli si era accucciato accanto, impaurito, mentre egli si riparava il viso con il bavero della giacca, rimanendo immobile, in attesa che tornasse la quiete.
Poi, finalmente, il vento si era calmato e il bosco aveva ritrovato la sua pace.
- Devo denunciare l'accaduto - aveva pensato. - E' colpa mia. O forse no. Io ho sparato, è vero, ma ho sparato in aria, ad un volatile. Può averla colpita qualcun altro prima di me. Ma io non posso lasciarla laggiù. Devono portarla via. Dio mio! -.
Alzato il capo, di nuovo aveva guardato giù.
La visione era sparita.
Sui rovi, dove era caduta la figura femminile ferita a morte, erano rimasti impigliati dei petali di fiori abbandonati da quella folata di vento.
Aveva sentito il suo cuore gonfiarsi e restringersi come un mantice e, attonito, cercava di capire. Ma nella sua mente tutto era fermo ed immobile come la visione di quel viso che non lo abbandonava.
- E' stato un brutto sogno - si disse. - Un sogno ad occhi aperti -.
Presto sarebbe arrivato a casa. Gli avrebbero chiesto come mai così in anticipo. Ma lui non avrebbe mai potuto spiegare a nessuno il perché.
- Capisci, Fulmine - diceva - se io raccontassi ciò che ho visto perderei senz'altro la mia buona reputazione, mi prenderebbero per un pazzo visionario, la mia credibilità sarebbe compromessa per sempre. Mi sembra già di sentire le loro risate di scherno.
Io non potrò, non dovrò dirlo a nessuno. Questo sarà per sempre il mio tremendo segreto. Solo mio.
Credo, inoltre, che smetterò di andare a caccia, troverò qualche scusa, dirò che l'umidità del bosco mi procura i reumatismi. E' una scusa credibile.
Stammi vicino, Fulmine, perché oggi, io e te…abbiamo ucciso… una fata -.

L'eredità
La zia è l'unica sorella della mamma. Non si è mai sposata. E' vissuta, prima con la nonna e poi, da sola, in un piccolo appartamento non molto distante dal nostro. La sua famiglia, praticamente, siamo sempre stati noi. Ha un carattere molto diverso da quello della mamma. Meno paziente, piuttosto impulsiva, oserei dire, a volte, un po' bisbetica, ma sappiamo che il suo animo contiene ampie tracce di bontà, generosità e romanticismo. Ora la mamma non c'è più. Era la più giovane e se ne è andata per prima. La zia non può più stare in casa da sola. Le abbiamo offerto di venire a vivere con noi. Ha preferito la casa di riposo. - C'è l'assistenza medica continua - ha detto. Ma lei sa che lì vicino abitano le sue amicizie che le fanno visita di quando in quando.
Lei adora le visite. Le sue primavere sono 94 e riempiono tutte la sua anima. E' li, sulla sedia a rotelle, con i suoi inseparabili orecchini, anelli e collane, che mette in mostra con malcelata civetteria. S'incipria, si mette i bigodini e ha sempre il flaconcino del profumo a portata di mano.
Per Natale le ho regalato lo smalto per le unghie (su sua richiesta, naturalmente) e l'ultima volta ne ho potuto constatare l'utilizzo. Una tenerezza infinita su quelle mani scarne e raggrinzite. I suoi discorsi ormai sono ripetitivi: la vista che retrocede, l'udito pure, doloracci qua e là, l'appetito che diminuisce e San Pietro che non la vuole perché è troppo vecchia.
Durante l'ultima mia visita, mi pregò di prenderle la borsetta custodita nell'armadio. Ne estrasse un portafoglio di media grandezza che mostrava i segni del tempo. Mi chiese di aprirlo. La chiusura resisteva tenacemente ai miei tentativi, ma finalmente ci riuscii. Non conteneva denaro. C'era solo una busta bianca, pure un po' consunta.
- Dammela, prego - mi disse la zia. Ubbidii. Ne estrasse una fotografia e una cartolina in bianco e nero dai bordi ingialliti. Mi mostrò, prima, la fotografia. Raffigurava lei, nel pieno della giovinezza, (era proprio una bella ragazza) seduta in un prato, mentre accarezzava una candida pecorella.
- Questa la metterete con me nella bara, per cortesia - disse.
Poi, prese la cartolina, me la mise fra le mani. Era indirizzata a lei, naturalmente; raffigurava un bambino in una culla inondata di luce e un giovane uomo di bell'aspetto che lo guardava amorevolmente. Dietro la cartolina, (datata 1936) in una elegante calligrafia, si leggeva: "a voi che siete la più bella fra le belle giunga l'abbraccio più affettuoso da chi non vi dimenticherà mai. Nazzareno" .
- Questa la puoi tenere tu, mettila dove vuoi - mi disse la zia.

Il filosofo
Se non era alto due metri, poco ci mancava. Lo vedevo spesso camminare per le strade del centro. Era sempre elegantissimo, impeccabile. Carnagione scura, capelli ed occhi neri. Quello che lo distingueva, oltre all'altezza, naturalmente, era l'andatura. Una specie di cadenzato dondolio; poggiava il peso del corpo quasi seguendo un ritmo, un attimo si sbilanciava tutto a destra e poi tutto a sinistra. Quello che mi colpiva, però, era il suo sguardo. Sembrava in cerca di qualcosa. Guardava dritto davanti a se, come inseguendo un pensiero sfuggente. Forse custodiva un segreto che lo tormentava e se lo portava a spasso fra la gente. Naturalmente spiccava su tutti i passanti. A suo modo era interessante. Misterioso. Mi sembrava un extraterrestre costretto a camminare fra gli umani. A quell'epoca ero giovane, single, anch'io coi miei sogni extraterrestri costretti a vivere fra gli umani. A volte mi capitava di incontrarlo a tu per tu ed incrociavo il suo sguardo che subito si distoglieva dai miei occhi continuando per la sua strada.
Gli anni passarono. Mi sposai. Figli. Lavoro. Colleghi. Un giorno d'inverno mi trovavo in centro città con la mia bimba che voleva la cioccolata calda e così mi rifugiai nella pasticceria più vicina per accontentarla. Ci sedemmo tranquille assaporando le nostre fumanti cioccolate. All'uscita notai ad un tavolo vicino alla porta un uomo dall'aspetto trasandato, capelli lunghi, barba, vestiti laceri. Incrociai il suo sguardo che, subito, si ritrasse. Quegli occhi. Li avevo visti ancora. Ma dove? Possibile?! Possibile che fosse lui, l'elegantissimo gigante tenebroso di tanti anni fa? Sentii un velo di tristezza posarsi sul cuore. La vita. Il giorno dopo ne parlai con una collega. - Ma si, è lui - disse - è il filosofo. Viveva con la madre. Lo curava bene. Ora è morta. E' solo. Si lascia andare -.

Il dongiovanni
Io sono uno che non deve chiedere mai. O meglio, mi correggo, quando chiedo, ottengo sempre. Parlo di donne, naturalmente. Eh si, ne ho avute tante. Tanti mi chiedono come mai non mi sono ancora accasato. Vado per i 36. L'età ci sarebbe. Ma.. ma, non trovo quella giusta, ecco. Le donne mi interessano, certo e le corteggio. Come dicevo tante si sono innamorate di me. Non vorrei essere presuntuoso, ma me lo sono sentito dire parecchie volte "ti amo". Quando sono innamorate piangono sempre. E io cerco di consolarle, ma non voglio neanche lasciarmi troppo impietosire, sono un uomo, io! Quando sono innamorate basta chiedere e loro mi cascano tra le braccia; allora non mi resta altro che fare l'amore. Il giorno dopo mi cercano, ma io non me la sento, non me la sento di continuare, è un salto nel buio un legame duraturo. Poi adesso ho un lavoro che mi appassiona e voglio fare carriera. Sono già a un buon livello, se mi impegno ancora un po' diventerò un capo grosso. Ogni tanto però mi sento solo, non capisco bene dove sto andando, vorrei una presenza fissa, ma come la voglio io. Buona, ubbidiente, che non pianga, possibilmente, e che non mi stressi troppo nel cercar di capirla. Proprio in questi giorni me ne è capitata una, è molto colta; è stata lì un ora e mezza tra le mie braccia a raccontarmi che è in crisi con il suo attuale ragazzo e io gli ho detto: o me o lui. Ma lei non lo vuole ferire, e giù a piangere. Oggi le ho dato l'ultimatum: o me o lui. - Se vuoi me devi stare alle mie regole, io dispongo e tu, caso mai, proponi - le ho detto. Domani mi darà la risposta. Speriamo che sia quella giusta.

La casa delle fate
Nella casa della mia infanzia il sole faceva capolino solo in rari momenti della giornata.
Al cortile, poi, chiuso com'era fra le mura delle case vicine, era preclusa la gioia di quei raggi benefici.
Solo nelle giornate di cielo terso mi incantavo a guardare il quadrato di luce azzurra che spiccava fra i tetti. Sembrava una piscina rovesciata. Veniva voglia di tuffarsi dentro se non altro per sfuggire all'odore di muffa che, in quel luogo, impregnava le narici.
Mia madre avrebbe voluto mettere dei gerani sul davanzale della finestra che dava su quel cortile - tanto per dare un po' di colore all'ambiente - diceva. Una volta ci aveva provato. L'attesa di vedere i bei fiori rosa, però, non era stata premiata. I gerani avevano partorito solo grandi monocrome foglie verdi.
Quel luogo angusto era però rallegrato ogni primavera dall'arrivo delle rondini.
Costruivano i loro nidi sotto i tetti o sotto i poggioli di legno. Quando mia madre si accorgeva del loro arrivo ce lo annunciava felice come se fossero arrivati dei cari parenti. Io penso che si sentisse un po' a loro affine. Le rondini, del resto, come lei, non facevano altro che prodigarsi per i loro figli.
Quel piccolo cortile era lo spazio più vicino che avevamo per giocare. E cercavamo di sfruttarlo al meglio. Io giocavo a palla facendola rimbalzare sul muro oppure, se eravamo in quattro o cinque, giocavamo ad "asino". Mia madre ci lasciava fare per un po', ma poi ci richiamava perché aveva paura che disturbassimo i vicini. Sapeva che il pittore di fronte non gradiva i nostri strilli. Gli disturbavano la concentrazione. Poi c'era un altro problema: quella scala pericolante che portava all'appartamento disabitato del lato Nord. Appena mia madre si accorgeva che mettevamo il piede sul primo gradino ci urlava di non continuare perché sarebbe uscita di sicuro la strega da una di quelle porte di legno che davano sul poggiolo. Noi rimanevamo un po' perplessi, dibattuti fra curiosità e timore. Ma ubbidivamo. Perché sapevamo che era meglio ubbidire. E basta.
Appena poteva mia madre ci portava fuori, in qualche posto tranquillo, in mezzo al verde, nei dintorni del paese.
- E' per la vostra salute - diceva.
Lì, potevamo correre e giocare felici all'aria aperta. Venivano anche dei nostri coetanei e passavamo dei bei pomeriggi. Mia madre sferruzzava seduta su un muretto conversando con altre mamme che avevano avuto la stessa idea.
Spesso, per raggiungere quei posti, percorrevamo una strada bianca e polverosa che passava per le campagne.
Arrivati ad un certo punto, adiacente alla strada e all'inizio della distesa delle campagne, si presentava allo sguardo del passante una casetta dalle pareti color rosa pallido, leggermente scrostate, con le imposte di un verde oliva scolorite qua e là.
Quella casetta si distingueva dalle altre del paese per la sua posizione isolata e per il suo stile vagamente signorile. Era senz'altro disabitata. Le imposte erano sempre chiuse e appariva, ai miei occhi di bambina, come qualcosa di prezioso ed inspiegabilmente abbandonato.
Stava lì, come una nobile vecchia signora pensierosa, immobile, in un suo dignitoso silenzio.
- Non ci abita nessuno in quella casa? - chiedevo a mia madre.
- No, non ci abita nessuno - Rispondeva.
- Come mai? - insistevo.
- Perché….. quella è…. la casa delle fate - replicava tranquilla e serena mia madre.
- E le fate non si vedono? - continuavo incuriosita.
- No, le fate non si fanno mai vedere dagli uomini - Era la risposta.
- Nessuno può entrare lì dentro? -
- No, guai, le fate si arrabbierebbero moltissimo -.
Mi bastava così. Non volevo andare oltre. Era meglio fermarsi lì. Non volevo sciorinare le altre domande che affollavano la mia mente. Le ricacciavo tutte indietro. Lei aveva detto così. E io volevo crederci. Silenzio, quindi e….via con la fantasia!
Immaginavo un turbinio di veli e uno scintillio di colori dentro le misteriose stanze della casetta rosa.
Tutto, oltre quelle imposte chiuse, doveva essere evanescente e affascinante. E poi, quello che potevo immaginare io era probabilmente ben poca cosa in confronto al mondo meraviglioso che doveva esserci là dentro.
All'interno di quella casa ogni cosa doveva essere stupefacente e tanto diversa da quello che si poteva vedere nelle normali nostre case. Perfino i fiori nei vasi, probabilmente, erano fiori particolari che solo le fate sapevano dove raccogliere.
Ero sicura che la loro vita si svolgeva in un armonioso intreccio di serenità, pace e benessere.
E tutto questo era precluso ai comuni mortali.
Mentre oltrepassavo la casetta, a volte giravo indietro il capo per vedere se, per qualche provvidenziale sbadataggine di qualche fata, un lembo di velo si fosse impigliato da qualche parte. Macchè, mai niente. Le fate erano molto furbe e sapevano bene come non farsi scoprire.
Poi, nella concretezza dei giochi con i coetanei, per un po' tutto questo veniva accantonato negli angoli reconditi della mente, ma quando si ritornava a casa, passando davanti alla "casa delle fate" mi sembrava che perfino gli ultimi raggi di sole indugiassero su quelle imposte superbamente chiuse, quasi che anche loro avessero voglia di penetrare, come me, in quel mondo proibito.
Intanto le stagioni si avvicendavano, calamitando i nostri giorni e i nostri anni.
La "casa delle fate" era sempre là. Le imposte chiuse. I colori sempre più sbiaditi.
Le vicende della vita mi portarono fuori dal mio paese.
Ci ritorno appena posso.
Vado al cimitero a salutare mia madre. L'ultima volta ho voluto percorrere la vecchia strada al limitare delle campagne. Ora è una grande strada asfaltata. Ho cercato con lo sguardo la "casa delle fate". Ma la casetta rosa dalle imposte verde oliva, ahimè, non c'è più! Al suo posto sorge una bella casa moderna. Rallentando l'andatura posso notare, su un terrazzino, un triciclo e dei giochi.
D'impulso accelero. Qualche minuto più tardi, mia madre mi sorride dalla foto della lapide. Ricambio, con la solita strizza al cuore.
- Hanno distrutto la casa delle fate - le dico.
- E i bambini che giocano nella nuova casa, non lo sapranno mai! -.

Spunto dal "Ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde
Cara Sybil Vane!
Povera, cara Sybil Vane. Come ti capisco. Come capisco il tuo gesto estremo.
Da poco avevi conosciuto la forza e la potenza dell'amore che ti aveva mostrato il volto felice della vita.
Fiduciosa, ti eri abbandonata al suo fascino ammaliante. L'amore. Ti era stato offerto nella sua splendida bellezza e l'hai accolto nella tua anima candida ed ignara.
Cosa si può chiedere di più quando si ha un amore che si può ricambiare? Quando un viso, uno sguardo, una voce, sono ciò che ti basta per vivere? Cosa sono gli altri, il mondo e le cose al confronto di due cuori che si cercano e si desiderano?
Il senso della tua vita ti era stato rivelato il giorno in cui le labbra amate si sono posate sulle tue. Allora hai capito che la bellezza della vita stava solo in quello: sentirsi amati, amare. Amare una persona, unica, insostituibile.
E proprio questa persona, all'improvviso, ti insulta, ti offende, ti abbandona.
E tu non capisci. Senti solo il tuo cuore che si squarta e la mente che sprofonda in un lago nero.
Senti che non è più possibile rimanere ancora qui, sulla terra, dopo che lui ti aveva portato a camminare fra le stelle.
E così il dolore diventa insopportabile, non si può reggere, l'unica via d' uscita è sparire.
Hai avuto coraggio. La maggior parte di noi non ce l'ha, per fortuna.
Chi ha amato, come hai amato tu, però ti capisce. Ma è giusto morire per un uomo che ti abbandona? La risposta è no, Sybil.
Il calice del dolore è amaro, ma è meglio berlo fino in fondo e poi attendere, attendere, attendere..…la vita, Sybil.


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