Avverto la tua assenza,
senza più i tuoi abbracci
e le fragorose risate.
È tutto fuggito?
Dov'è finito il nostro rumore?
È il nostro silenzio?
Sento che non ci sei più
a svegliarmi di mattina,
a urlare cose incomprensibili,
ma molto divertenti.
Pensare è inutile,
adesso.
Una telefonata è soltanto
una fotocopia sbiadita
del nostro essere me e te.
Le strade,
i binari,
non uniscono più,
ma l'anima
percorre ancora
quel sottile filo
che tra noi
non si spezza.
Di fronte alla statua del Milite Ignoto
nasce un senso di smarrimento
e un certo sapore d'antico
come d'immagini sbiadite,
di parole e fatti che furono:
nonostante tutto però
la bandiera resta sempre tricolore
(nord-centro-sud; le isole
sono comunque circondate
da un fantastico mare).
Gli anni che ricordo
si infrangono spesso
in un cin-cin tra amici;
non ricordo le parole,
non ricordo i luoghi,
ma mi delizia ancora
il suono delle risate,
il fuoco di vita
negli sguardi entusiasti.
E a te,
che mi dai il tuo bicchiere,
resta l'allegria di sempre,
scambiata ai tavoli di un pub e
sommersi dalla musica assordante
ho sempre pensato:
che grande regalo mi fai!
La semplicità delle cose,
la bella povertà di divertirsi
insieme a poche persone
davanti a un caldo panino
in una serata invernale per strada,
è sempre una nuova ricchezza
e i passi condivisi
sull'asfalto bagnato
rimbombano ancora nel mio cuore.
Gli oggetti cambiano colore,
è un'impressione forte
davanti agli occhi stanchi
del vecchietto solitario
che trascina il suo carretto
per le strade del borgo antico.
La sua travagliata vita
è segnata sulle rughe del volto,
ma non si dà pena né pace,
perché c'è ancora un futuro.
Nel silenzio delle strade vissute,
negli echi lontani assolati,
nelle risate ormai indistinte,
nei pianti per lo più indifferenti,
la memoria si perde
sotto quelle ruote di legno che
un uomo guarda dalla finestra,
a braccia conserte.
Mani legate, occhi bendati
solo rumore confuso di passi.
Voci si avvicinano,
voci si allontanano…
come remare in alto mare.
Attraverso la stoffa
filtra un piccolo bagliore
e ricordi di bambino
appoggiato a un fresco tronco,
per la conta del nascondino.
Senza più vita tra le mani,
odore di fumo acre che
spacca al centro i pensieri
dell'orologio ormai fermo.
Respiro
e battito di cuore, forte
improvviso come oltre la porta
il trillo del telefono.
È freddo,
nelle ossa.
È freddo,
alle spalle.
E poi calore, umido
e denso.
Voci si avvicinano,
voci si allontanano…
Strada soleggiata d'Agosto,
muri d'orto crepati:
l'aria è immobile.
Un rumore ruvido lontano
distoglie la mia mente
dai ritmi quotidiani.
Si muove una foglia
e rotola nei miei pensieri
questo evolvere lento
delle stagioni.
Il calpestio della terra
mi fa compagnia,
mi porta lontano
il vento di questo ennesimo giorno.
Nella calura meridiana
tutto tace.
Dove sei fanciullo
che cadevi sulle strade brecciose
e ti rialzavi felice
perché avevi imparato
a conoscere la tua terra?
Ah, quei fiori!
Quei canti di primavera!
Dove sei bimbo dorato
Che avevi voglia di sognare?
Avevi voglia di gridare al mondo
la tua infinita gioia
e i ricordi passano,
i giorni scivolano,
il tempo scorre
ma tu resti,
resti nel cuore, resti nella mente
(in questa infinità tutto si perde);
tu resti nella tua casa
nella tua stanza
sulla tua sedia,
davanti al camino
a sentire che il tuo cuore
faceva più rumore dello schioppo
della legna infuocata.
Resti sulle strade,
nei campi verdi
assolati d'estate.
Resti con i tuoi amici d'infanzia
a ridere, a scherzare, a saltare
e a vivere l'innocenza e la felicità
che Dio ti ha donato.
Torna, fanciullo,
a sorridere,
ad apprezzare la vita:
questa è la tua gioia infinita.
Finis Terrae
Il lembo di quest'ultima terra,
dove profumi e colori si confondono,
dove suoni e risate ballano insieme,
dove sole, vento e mare cullano gli uomini;
il lembo di questa propaggine nell'orizzonte
rende la malinconia più tenue,
aggiunge al cuore un amore sconfinato,
illumina il viso di un sorriso gratificante.
Qui è la sensazione di un'estate continua,
di una rilassatezza dell'anima,
che porta gli occhi a riempirsi d'emozione
di fronte agli sterminati oliveti che
hanno voglia di gettarsi nel profondo blu.
Qui nei pomeriggi assolati e silenti
all'ombra del Barocco
si ascoltano ancora i pesanti passi
della Magna Grecia, di Roma caput mundi
e di un Medio Evo favoleggiante,
tutti raffigurati sulle facciate polverose delle chiese.
E i mille paesi che si rincorrono tra loro,
uniti ancora dal ronzio ritmato
della motoretta degli urlatori della frutta,
vivono col sangue pieno di pizzica-pizzica e vino novello;
e le stradine in pietra di basolato conducono
nella vita di un tempo che fu,
fatta di piccoli artigiani del legno.
Il lembo di questo dolce lamento
si chiama Salento.
Una valigia il mio armadio,
come compagna una piccola radio,
e tutto il mondo che vi scorre dentro;
pochi soldi nel portafoglio:
la libertà è ciò che voglio.
Ma il desiderio di amare
mi affligge ancora e
questo fremito di viaggiare
mi lega indissolubilmente
alle cose, alle persone
che lascio dietro, inevitabilmente.