Poesie di Luca Comoretto


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La parola:
Sovente la desto dal suo sonno di tomba
l'aspetto nei pomeriggi, quando son solo
la sento russare dolcemente nel mio ascoltare..

Qualche volta fa la pigra, si dibatte,
come una bimba sbraita rifiuti per non uscire
ed io la lascio lì, a malincuore.

Ma delle volte, forse per quietarmi,bussa:
allora l'accarezzo, la stringo piano e lei
scroscia fluida fuori
è sperma invisibile che feconda;

subito la sussurro, la imprimo,
lascio che svolazzi tranquilla proprio sopra al cuore
e quando il suo volo cessa m'inchino,
quasi fosse l'unica regina che il mio spirito riconosce..  

Assistere all'ultimo tramonto
Assistere all'ultima proiezione
Assistere all'ultimo geroglifico d'una lacrima

Collezionerei,
di certo filmerei

Non è che io
possa lasciare traccia

Pretendo solo di assistere
di dirvi
-sono qui..  

A Martino
Non ti vedevo mai
tra noi ragazzini di vecchia data
nel rincorrerci rompendo bicchieri
di cento, mille estati passate a far festa...
musica, voci sguaiate quanto ti piaceva..

Così, ti ripenso:
sto in un cantuccio stasera con la paura
di passeggiare a braccetto col buio..
un cane abbaia al rumore

in un momento il mio piscio versato
sembra il tuo sangue, i ciottoli
del garage l'asfalto del tuo schianto,
un dolore che esce schizzando

e tu invece questi scatti lontani
non li puoi vedere,sei nello sgabuzzino aperto
di qualche cielo, tra i soffi d'un pittore anonimo.

Passavo tra la gente,oggi,tutta in fiamme
-Natale, lo dicevi, punta un coltello alla gola-
così fanculo i tramonti
via la solitudine!
Esalazioni di dolce,essenze straniere
oggi esiliamo i tristi!

cerco di riprenderti
è tutto uno scontrarsi,
un battibecco silente
tra nuovi primitivi...
ansia inutile, palpabile.

Spira una brezza ghiaccia
sconquassa i capelli appena sfornati
tutto ci sa di già fatto...
L'arte, la poesia, lasciamole invecchiare!

E tu, taci, il pittore t'ha forzato il pennello
a te ch'eri drogato della vita
dell'amore semplice, definito antico,
a te ragazzo dolce che non ho mai chiamato amico..

serpeggia pure non so dove
qui la vita ce la fanno felice
quando anche il cielo è tutto un nodo di ghisa.    

La morte:
trillio vagante nei nostri nidi
appagamento leggero la sera,
sguardo abituato alle bombe

insegna spezzata
a polvere di nirvana.  

Conosco quel rivoltarsi
la sera
tra lenzuola d'ortica,
fatto di smisurate preghiere sussurrate
ad un dio diverso per tutti...
S'ingarbuglia e scivola la memoria
del giorno appena sopito
nei ghiacci di qualche piega
ancora linda di bucato..

Possa l'alba modellarmi
a forma d'uomo,
scolpirmi calice di dono,
piantarmi come cereale
della semplicità!   

Non siamo neanche merda d'angelo
nell'accozzarci tra dedali di strade
coi nostri rovi dentro agli occhi, sottili nello sbirciare
negri, zingari, lavavetri di periferia...

Si cammina e la nostra ombra sforza per star dietro
tira, si trascina, sa di cancrena imboscata in un angolino
e noi-padroni!-siamo gatti che sfilano per casa...

Spalmiamo giustizia sui muri, nei cortei di ieri
pisciamo empatia da una poltrona, come conviene
fredda la libertà cui tastiamo il polso...

Stasera le vie in cui mi perdo nel palpitare del vento
son fatte di occhi e pochi sguardi, la cui luce
nascosta in gabbia dalle nuvole dispettose
sembra annaspare tra noi bendati, che siamesi per razza
trottiamo nel recinto d'una stazione nuova, dove
trovare la vite della gioia pare troppo,
per quei ciechi - che aumentando il passo -
sputano sulla santità del vivere con poco.

Le collezioni di mio padre:
Mi domando perchè la gente vuol sapere
a che minuto è arrivata la sua vita

Mi domando perchè esistono
gli orologi da polso
-come se non bastassero quelli da parete
e tutti i loro adepti

Mi domando perchè esistono
i collezionisti del tempo materiale,
-per palparlo, lucidarlo, farselo amico?

Mi domando perchè
e la risposta è gelosamente custodita
e sussurrata tra gli dei
che se la ridono di noi tutti.

Delle volte secco incolume
passa il ticchettar del tempo
-da buon bastardo inattivo:

mia madre stende china nel lamentarsi la cera
una bestemmia vigliacca pende viola
sulle labbra di mio padre
nel momento in cui mi vesto,

e poi s'esce,
nel gran circolo di sotto
tra grappoli di teste...

Ah che patire lo scivolare
per le strade d'etere,
con un grido incastrato fra i polmoni!

"Qui non c'è mai Shakespeare brava gente!"
ma solo un risuonare alto,sposato
a un non cambiare il nostro affanno,
con le campane di mezzogiorno...

Così scorri nel tuo esser gesso,uomo,
rincorri desideri aciduli,vai,
affrettati formica laboriosa!

Oggi vado piano come l'orso
ricordo "il posto delle fragole",
e per un minuto non son più
quel senzatetto gracile...

Esistenza
I pompelmi d'un rifiuto li vedi anche da morto
I pompelmi di oggi stanno maturando
I pompelmi di domani li conosce solo il contadino...

I pompelmi che ti sbuccia l'amore
quelli che ti fa mangiare l'esser diventato uomo
regalano l'unica verità che ci rimane
l'agrodolce sapore del vivere crescendo
invecchiando,morendo
tra spicchi imbevuti di dolcezze,saturi di fiele.

E che raccolto ci arriva!?
Siamo pieni di questo frutto-maestro
siamo fragili nel diventar uomini,
nel vedere i nostri eroi sciogliersi al sole
eppure speriamo ancora in qualcosa...
Così aspettiamo il prossimo pompelmo!
Non sappiamo se sarà acerbo
-Deglutiscilo...

Le mie scarpe al sole
si fondono come i segreti che non posso mantenere,
nuovamente mi trovo a girovagare fino alle mie isole...

La radio gracchia drammatica
"Sei..tu..il..fantasma..della gelosia?"...

Seduto al buio rivedo lo scrigno del nostro parlare
la luce filtra la lana delle nuvole dalle veneziane
le paillettes di peccato sono meno brillanti,
le scorribande giù al porto sono icone nella tempesta

e mentre m'alzo con la mia parte migliore
la notte è calata col suo esercito di matti,
tra schianti e trionfi.

Esco, sbatto l'uscio
e m'accorgo che il vento del tempo
s'è rubato- anche oggi-
le mie scarpe fuse al sole.

Slabbrata la miseria
d'un ricordare
la pioggia scende,
dardeggia

Scroscia
Sibila
Si scheggia
Porta con sé nel tuono
le fantasie da cuscino
ed io sento un vuoto...

Se guardo il cielo torvo
-murato vivo il sole
da certe nubi aguzzine,
la fede che mi sguscia via
intermittente coi resti del giorno

ed il mio animo che si fa calice
d'offerta svuotato,
di nessun dio mi sento giusto testimone

e confessori diventan quei pini
giù, arroccati nel nudo asfalto
drenanti il groviglio
della viltà che ci rende uomini,
ricettatori semplici
d'una speranza, d'una pace

che par grano
sotto grandine
in caduta libera
sul mondo.


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