Poesie di Marcello Comitini


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Il mio giardino
Qui non scende la neve a cancellare
diversità di forme,
a stendere compatta su ogni cosa
il suo gesso freddo e taciturno .

Qui la pioggia lucida le foglie,
scurisce i rami, alza dalla terra
l’odore molle delle pozze d’acqua,
crepita sulle pietre, brilla al sole
che improvviso trasforma come un mago
i fili d’acqua in nebbia d’oro.

E qui la voce della pioggia mi raggiunge
sgronda lenta e leggera dalle foglie
riecheggia la grazia che una musica di chiesa
suscita nel ricordo pure amaro.

Aquilone
A dita spalancate tocca il vento
le crespe onde e sulla spiaggia il mare
s’estingue in spume luminose d’aria.
Teso e lucente è il filo che trattiene
in alto l’aquilone e fra le mani lacera
le dita del fanciullo intento ad avversare
l’impeto del vento.
Scuote nell’aria l’aquilone lunghe strisce
colorate di sogni e libertà.
E il cuore del fanciullo vola in alto,
in alto gli occhi vedono che il cielo
tenero accoglie l’aquilone nella luce.
E stupisce il fanciullo che la sabbia fredda
sprofondi ancora sotto i propri passi.

Fondali azzurri
I fondali azzurri degli abissi marini
che di sacro silenzio nutrono la vita,
l’uomo ha trafitto con il suo vessillo
di crudele arroganza e di profitto
celato fra le cortine maliziose del progresso.

Dalla ferita aperta sgorga sangue nero,
occhio accecato che lacrima sul mare
di un umiliato dio che muto aleggia.
Rosse fiamme si avventano nel cielo
e disegnano inefficaci turbini di oscuri
fantasmi spaventosi.
Intorno il mare vasto e sconfinato giace
come una vittima innocente che la morte
va ricoprendo con un manto nero.

Non c’è più tempo per risorgere la vita
dall’insidioso manto soffocata.
Ogni sponda ogni approdo ogni riva
sfiorati dolcemente dalle onde
e l’alghe e i giunchi e quegli arbusti
che dall’acque si levano e fioriscono
e gli animali che vi trovavano la vita
la putredine ingromma d’una lurida coltre.
La terra è inabitabile e la viscida
macchia che galleggia sonnolenta,
sta per distruggere la voce di ogni oscuro
o sereno domani.

Primavera
Con le parole ho fabbricato valli e monti,
la terra ho ricoperto con i prati
levigato le sponde a fiumi sonnolenti
e ruvide e scabrose le ho scolpite
agli irosi torrenti.

A sillabe irripetibili ho intrecciato
l’armoniosa trapunta di fiori variopinti
e a bombi e api ho regalato il suono
sordo e vibrante delle consonanti.

Alberi centenari rivestiti di germogli
affondano le radici nelle mie parole
e vocali sonore pendono dai rami
come frutti maturi da raccogliere.

Nelle grotte segrete della terra
Dove il canto è una musica …..
la musica discioglie le parole
e le trasforma in liquide fontane.

Il volo
Poiché non ho grandi pretese e i versi miei
non s’innalzano in vero più di tanto,
impantanati nell’oscuro incubo
dell’anima codarda smarrita nel suo pianto,
potrei tentare di spiccare il volo
lasciandomi cadere da una ripa
che orrida scoscende sino al fiume.

Strappati via dal vento i miei vestiti,
forse nel volo a precipizio in basso
verso l’alveo che fa dell’acque un grembo,
con l’acre sentimento della morte
apprenderei che i sogni in controluce
riproducono i gesti quotidiani,
la chiave per rileggere il destino,
che condanna ciascuno alla sua sorte.

Vedrei la vita che non ho vissuto
scorrere al vento come un treno in corsa
le porte a cui bussai perché mi aprissero,
i ricordi che in polvere si sperdono
accecando di me quel che è rimasto indietro.

Vedrei mio padre ubriaco di sogni
scendere lentamente scalini colorati
e mia madre selvaggia donna di un paese
dove la fierezza spalanca le sue ali
dove la terra è “sangue del mio sangue
e i figli miei son carne della carne”

Vedrei Mirù, ricciuta dai capelli biondi
donarmi il fiore dei suoi sedici anni
con la passione di una dea greca
che vino e miele offre ai suoi amanti.
E te vedrei, Pia dei miei sogni,
quando opponesti fredda la tua mano
alla mia guancia, al cuore, alla speranza.

Il giovinetto antico che sfidava
l’inalvearsi monotono dei giorni
vide l’amore divenire irraggiungibile
come sole vaporoso nel tramonto.
Ora è un vecchio che non sa più vivere,
che ritorna nel grembo della terra
come un frutto dimenticato e ormai maturo
piomba sul greto tra spumeggi amari.

Pubertà
Prima di disfare nell’oblio del sonno
il dolce sguardo che illumina il tuo viso,
al tepore sereno della stanza
pervasa da una luce lontana e indefinita,
denudasti inattesa le tue membra
come il cigno flessuoso che si liscia.

In quella notte, nella stessa stanza,
Madre, ho spiato la fonte della vita
come un fiore di porpora dischiuso
tra declivi candenti d’alabastro.

Nel sussulto del sangue che dal cuore
è schizzato alle vene
m’arse alle tempie un fuoco inquieto di pudore
e di furtive voglie sconosciute.
Il tuo bambino ripiegando gli occhi
si contorceva uomo sotto le lenzuola.

Visita alla Certosa
Il vasto profilo della cattedrale, rocca scolpita dalla luce
alta nel mezzo della piana, dietro sé adombra
una cinta di mura, dentro orti e celle, portici intorno
intagliati di santi in terracotta ai capitelli.
E silenzio. Monastero di ombre, monaci sconosciuti
che negli orti seppellivano la voglia di esser vivi
e in lunghi soliloqui, cadenzati dagli attesi rintocchi di campane
lottavano disperati la disperazione.
Piccole stanze disadorne, chiostri che nel silenzio si animavano
del bruire di foglie, del frusciare di passeri fuggiaschi e di fontane.

Sarei vissuto qui, tra queste mura
ricoperte di santi e d’improperi?

Senza di te, con un saio nero
e un aspro cordone attorno ai fianchi,
avrei atteso dietro lo spiraglio
i passi del fratello con la cena?
E il Cristo in croce avrei pregato all’alba
di perdonare tutti i miei peccati
che nella notte intorno al mio giaciglio
hanno versato fiumi di piacere?
E i baci? E le carezze che ti ho dato,
quelle che ho ricevuto e lo stupore della vita
nei palpiti del corpo che abbracciavo?
Biascicando preghiere a capo basso,
senza poter guardare in fondo agli occhi
i confratelli della stessa pena
avrei punito orgoglioso le mie colpe?

Stanze deserte, orti devastati
un refettorio vasto come l’eco
che i passi dei turisti – qui li chiamano
Pii visitatori della Casa –
squassano urtando fra le sedie e i tavoli.
Dove sono i fratelli, quelli che in preghiera
coltivavano gli orti come campi
di speranza e virtù,
quelli che bevevano dal calice
la passione sensuale del silenzio,
quelli che non trattengono la decima
e offrono tutto agli aguzzini che ne fanno
merce da offrire – in verità da vendere?

Miele di San Giovanni, candele del Signore,
essenze della Vergine, unguento di Sant’Anna.

Tutto ho acquistato e nell’azzurro vano
della tua stanza in cui mi attendi amore,
accenderò ai tuoi piedi ceri profumati
di zafferano, tamarindo e rosa.
Monaco risvegliato da un’oscura fede
ti coprirò i capelli con un velo d’ambra,
un mantello di miele spargerò lungo il tuo corpo
e con le mani intrise di divine essenze
sul mio cuore inebriato abbraccerò in silenzio
una Vergine nuova.

Amanda
Potranno spegnerti il sorriso
non gli occhi di rubino incastonato
entro fili d’argento.
Potranno giudicarti
equivocando sull’ombra che congela
i tratti impauriti del tuo viso.
Stringeranno la corda di quel sangue
che fu negato alla vita
livido nel disegno di gesso a pavimento
non per amore ma per odio lugubre.
Sgomenti lotteranno la fobia
che non ama le ombre, disumani
nel perdonare i propri figli a stento
scampati ad una strada di parole
sbagliate nell’atto di implorare.
Tu non dire. Chiuditi alla memoria
in questi giorni di fango in cui l’attesa
è una pioggia che scivola sul bianco
di mura sorde ad ogni pianto.
Tacerà il corteo di sillabe disfatte,
di sentenze, di barre d’imputati,
di parole pagate a caro prezzo,
delle guance rosse di giurati
che si attengono a prove inconsistenti.
Sarai falena straziata dalla fiamma
che brucia invano dentro le tue vene.
E pensa a lui, ragazzo
che nelle notti sogna del tuo corpo,
lui solo, chiuso dentro il sacco
dei suoi sogni infantili,
trasale con il grido del bambino
prigioniero in castigo.

Il silenzio
Un sasso tondo, levigato,
colto e scagliato con un gesto d’ira
che mi avrebbe colpito in piena fronte,
non questo silenzio acuminato
dritto nel cuore senza sparger sangue.

Lampedusa
sempre così,
lo stesso muro.
E gl’inflessibili filospinati,
tesi da un punto all’altro d’orizzonte
e ricongiunti come lacci di tagliole mortali,
nei campi le corolle
spiccano nette dagli steli,
straziano contro il cielo ali di stormi migranti.
Voi di la dal recinto,
voi migrati
sulle correnti di acque sconosciute,
occhi pacati
mani sospese sulle punte aguzze dei fili,
una nenia cantate che al di qua del mondo
giunge come il lamento di animali condannati.


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