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LA POESIA
Per me è
un mistero. Leggo quel che segue, a volte concordo, a volte ne rido, a
volte dissento. E voi, sitani cari, che ne pensate ?
Per
scrivere in prosa bisogna avere assolutamente qualcosa da dire. Per
scrivere in versi non è indispensabile.
Louise-Victorine Ackermann Choquet, Pensieri di una solitaria, 1882
Ogni poesia è
misteriosa; nessuno sa interamente cosa gli è stato concesso di scrivere.
Jorge
Luis Borges, Obra poética, 1923/76 (prologo)
"Che
differenza c'è fra poesia e prosa?" "La poesia dice troppo in pochissimo
tempo, la prosa dice poco e ci mette un bel po'."
Charles
Bukowski, Storie di ordinaria follia, 1972
Prosa = parole nel
miglior ordine possibile; poesia = le migliori parole possibili nel
miglior ordine possibile.
Samuel Taylor Coleridge, Table Talk, 1827
La
poesia è la ragione messa in musica.
Francesco
De Sanctis, Saggi critici, 1866
La
vera poesia può comunicare anche prima di essere capita.
Thomas
Stearns Eliot, Dante, 1929
La
poesia è una scienza esatta, come la geometria.
Gustave
Flaubert, Lettera a Louise Colet, 1853
Un tempo si credeva
che lo zucchero si estraesse solo dalla canna da zucchero, ora se ne
estrae quasi da ogni cosa; lo stesso per la
poesia, estraiamola da dove vogliamo, perché è dappertutto.
Gustave
Flaubert, Corrispondenza, 1830/80 (postumo)
La poesia è un modo
di prendere la vita alla gola.
Robert
Frost, Comment
Ciò
che non rapisce non può essere poesia.
Joseph
Joubert, Pensieri, 1838 (postumo)
Poesia è malattia.
Franz
Kafka, Conversazioni con Gustav Janouch, 1953
Se la poesia non
nasce con la stessa naturalezza delle foglie sugli alberi, è meglio che
non nasca neppure.
John Keats, Lettera a John Taylor, 1818
Una poesia è buona
finché si sa di chi è.
Karl
Kraus, Di notte, 1918
Esiste una logica
per la poesia. Non è quella della filosofia. I filosofi non sono
all'altezza dei poeti.
Isidore
Ducasse conte di Lautrémont, Poesie, 1870
Tutto si è
perfezionato da Omero in poi, ma non la poesia.
Giacomo
Leopardi, Zibaldone, 1817/32 (postumo 1898/1900)
Una
poesia ragionevole è lo stesso che dire una bestia ragionevole.
Giacomo
Leopardi, Zibaldone, 1817/32 (postumo 1898/1900)
Una poesia non deve
significare ma essere.
Archibald
McLeish, Ars Poetica, 1926
Il ricordo è poesia,
e la poesia non è se non ricordo.
Giovanni
Pascoli, Primi poemetti, 1904
Far
poesie è come far l'amore: non si saprà mai se la propria gioia è
condivisa.
Cesare
Pavese, Il mestiere di vivere, 1935/50 (postumo 1952)
La grande poesia è
semplicemente linguaggio carico di significato al più alto grado
possibile.
Ezra
Pound, Come bisogna leggere
Un sano tirocinio
poetico non consiste in altro che nell'imparare ad essere scontenti.
Ezra
Pound
La
poesia richiede un genio particolare, che non va troppo d'accordo col buon
senso. Ora è il linguaggio degli dèi, ora quello dei pazzi,
raramente quello di un onest'uomo.
Charles
de Saint-Evremond, Sui caratteri delle tragedie
Si
deve sapere che una banalità, anche se torna continuamente a capo, non è
ancora una poesia.
Italo
Tavolato, Zibaldone, 1914/15
Una bella poesia è
un contributo alla realtà. Il mondo non è più lo stesso dopo che gli si è
aggiunta una bella poesia.
Dylan Thomas, Quite early one morning, 1954 (postumo)
La
poesia è una malattia del cervello.
Alfred de
Vigny, Chatterton, 1835
Un uomo sano
arrossisce sempre quando ha fatto una poesia.
Frank Wedekind, Die junge Welt, 1891
Per quanto
mi riguarda trova condivisibili gli aforismi evidenziati in azzurro.
Un saluto
a tutti ed un ringraziamento all’indefesso Lorenzo De Ninis.
Piero
Colonna Romano
L'incontro
Seguì, elegantemente, le curve d'una strada. Dal verso opposto,
sciattamente, altro le ignorava. L'incontro fu rovente.
Stendhal
Quel quadro lo guardavo sempre. Una distesa di papaveri, carnosi per
eccesso d'acrilico, sullo sfondo un cielo ceruleo contro il quale spiccano
pioppi cipressini. S'intuisce un'aura di vento che agita quelle foglie.
Attraeva il mio sguardo magneticamente, mi chiamava quando distoglievo gli
occhi, mi pareva udire il fruscio di quelle fronde e, quel fruscio,
diveniva ululato di un misterioso vento che piegava quegli alberi.
Si, mi chiamava, voleva la mia attenzione.
Ed iniziò a ruotare sulla parete, prima lentamente poi sempre più
rapidamente fino a divenire un vortice dove i colori si confondevano,
mescolandosi tra loro.
Così, all'improvviso fui circondato da quei papaveri, toccavo quel rosso
abbagliante, strappavo quelle corolle, le stringevo tra le mani.
Distillavo il loro umore, me ne ricoprivo il collo, le guance, gli occhi.
E apparve una donna, in mezzo a quel campo, vestita da una corta camicia
bianca che il vento smuoveva. Coglieva quei papaveri, ne componeva un
effimero fascio. Girandosi verso me mi rivolse un sorriso denso di
promesse. E corse nella mia direzione, le braccia colme di quei fiori del
colore del sangue e dell'amore.
Ci inondò una cascata di petali rossi durante l'abbraccio, stringevo la
sua nudità scarsamente velata e lei rideva con denti smaglianti. I suoi
occhi cancellavano il colore del cielo. Così sentii il sapore delle sue
labbra, cercai la sua lingua, bevvi il suo respiro.
Dopo, tenendoci per mano, attraversammo quel campo, andando verso una
strada. La percorremmo fino ad una curva dietro alla quale esplose il
respiro del mare.
Laggiù, sotto noi, con tutte le gradazioni dell'azzurro e del verde il
mare. Il mio mare.
Improvvisamente la scena cambiò: la vidi su di un palco al centro d'una
piazza inchinarsi ad un inesistente pubblico. Poi, curiosa, sbirciò dentro
una vetrina e quella vetrata rifletteva il mare, lei stessa ed un isola
spersa.
Respiravo il suo profumo.
E, con lo sfondo di una chiesa romanica, eccola in cima alla scalinata
antica. Più sotto, all'ombra di una croce, attendevo. E gabbiani urlanti
si tuffavano, veloci, nel mare. E, su quel mare, tutto galleggiava immerso
in vapori bianchi.
La guardavo e, d'un tratto, il suo corpo fu contornato da colori tremanti,
come se un terzo occhio mi facesse scorgere una cangiante aura che tutto
di lei mi diceva.
Un lieve azzurro era la sua dolcezza e quell'azzurro cupo la sua
disperazione, quel rosso violento la sua passione. Un arancione mi diceva
della sua generosità. E quel viola, quel viola, mi narrava della sua
sensualità e del suo bisogno d'appagamento.
Un tremulo giallo era il suo bisogno di tenerezza e di protezione, bisogno
d'essere stretta e apprezzata per quel suo essere donna.
Un marrone cupo mi diceva del suo volere certezze ed un rosa intenso
denunciava la sua vanità, il suo voler essere ammirata, per quanto la sua
bellezza offriva a tutti.
Rabbrividii vedendo un pallido indaco che di falsità ed ipocrisia parlava.
Lo scacciai dalla mia mente: non poteva esistere se non per una
distorsione del mio terzo occhio.
Falsità, ipocrisia, tradimento non le potevano appartenere.
Cancellai quel colore rivelatore, sapendo che poteva bruciare la mia
anima.
Salii quelle scale, la sollevi da terra, la strinsi con violenza.
E tutto scomparve in un vortice inverso, il vento ululava tra i pioppi ma
il suo suono sempre più si affievoliva. Lentamente i colori si
ricomponevano.
Ero là, davanti a quel quadro che non mi chiamava più.
Appeso a quella parete resta il ricordo della sua magia.
Il presagio
(Ballata d'una angoscia)
PRIMO TEMPO "in quel morire del giorno"
Seduto su uno scoglio, in riva al mare, stava un uomo. Rannicchiato su se
stesso, le mani a sostenere il viso, i gomiti poggiati sulle ginocchia.
L'acqua, sempre più grigia, in quel morire del giorno.
L'ultimo gabbiano tardivo, s'era stagliato nel cerchio del sole tempo fa e
l'ultimo rumore d'un essere vivo era stato il suo gracchiare alla luce
morente. Il suo saluto al giorno.
Ed ora l'unico suono che l'uomo sentiva era quello della lenta risacca,
monotono, cantilenante, ipnotico.
SECONDO TEMPO "soltanto gli occhi"
Chiuse gli occhi fino a quando, col sorgere del sole, un'alba radiosa
illuminò il mare, tingendolo di rosa.
E così la vide sorgere dall'acqua che, lentamente, si colorava d'azzurro.
Camminava verso lui fino a quando la sua figura coprì, per intero, quel
basso sole. E l'uomo vide il contorno del suo corpo, sfumato dalla luce,
la sua sagoma scura.
Soltanto gli occhi (quegli occhi !) riflettevano il colore del mare. Ma
forse era al mare che donavano il loro colore.
A pochi passi da lui si fermò sorridendogli.
L'uomo le si avvicinò piano, quasi temendo di vederla fuggire, sentì il
suo profumo, le fu vicino fino quasi a toccarla
TERZO TEMPO "poi le cinse le spalle"
Era bello l'uomo, alto, dritto e le si fermò davanti, con le braccia
distese lungo il corpo. La sua mano, poi, si sollevò lentamente, fino a
sfiorarle il viso.
Lievemente toccò le sue guance, il suo naso, le sue labbra dischiuse e
queste accarezzò più e più volte.
Poi le cinse le spalle e l'attirò a se con dolcezza.
Sentì il calore del suo corpo scaldare il proprio. La strinse esitando,
quasi temesse di farle male.
Cercò, con le proprie, le sue labbra.
QUARTO TEMPO "incuranti dei due"
I gabbiani riempirono di strepitii la riva del mare, incuranti dei due. La
fame della notte andava placata prima, molto prima, dei sentimenti.
D'altra parte non c'era chi badasse a loro, nessuno insidiava i loro
spazi.
Le stranezze delle due figure, i loro gemiti troppo flebili, non li
distraevano dalla pesca.
QUINTO TEMPO "l'altra mano fece da cuscino"
L'uomo si sollevò sul gomito e guardò il corpo di lei disteso, la sua
testa reclinata verso lui , il suo bel seno lievemente ansante, la curva
delle sue anche, le guance arrossate.
Dalla fessura di quelle palpebre, una luce azzurra lo incantava.
Le accarezzò il collo, le spalle, il seno, il ventre, le anche e, poi,
piano, la sua mano discese sulla gamba, giù fino alla caviglia.
Lievemente. L'altra mano fece da cuscino alla parte del viso in ombra.
L'uomo la baciò così e la sua lingua cercò quella di lei e bevve il suo
respiro.
SESTO TEMPO "a due a due volarono"
Il sole accorciava sempre più le ombre e quando queste svanirono, un
irreale silenzio avvolse tutto.
Neppure i gabbiani, placata la fame, turbavano la quiete.
L'uomo percepiva solo il battito del cuore della donna, in quella luce
abbagliante.
Silenzioso anche il mare a rispettare, lui pure, il trionfo del sole.
E fu in quel trionfo di luce che dalla gola dell'uomo uscì un suono, prima
flebile, poi, poco a poco, vibrante come un organo, prima lontano e poi
vicino, sovrastante tutto un grido: io ti amo, disse e lo ripetè, lo
ripetè e lo ripetè. Urlo disperato e denso d'amore.
I gabbiani voltarono la testa, aprendo il loro becco giallo, stupiti ed
attenti. Li videro e capirono.
A due a due volarono verso i loro anfratti.
SETTIMO TEMPO "camminarono tenendosi"
Ed il sole allungò le ombre di quelle pietre vicino al mare, là dove era
nato e cresceva l'unico sentimento per il quale la vita vale d'essere
vissuta.
L'uomo e la donna si tennero per mano, quindi lei mise la sua sulla spalla
di lui, lo stesso lui fece.
Camminarono, tenendosi.
OTTAVO TEMPO "nati da un incubo annientante"
Ma cirri oscuri, gravidi di pioggia, apparirono, bassi, all'orizzonte ed
un gelido vento spazzò la riva.
La donna tremò, l'uomo la strinse a sé.
Ma i cirri correvano veloci ed assumevano strane sembianze. Il vento
pareva modellarli, ora apparivano animali, ora figure umane, ora fantasmi.
E correvano a coprire il sole e gli uomini e gli animali ed i fantasmi,
fatti della stessa natura maligna. Nati da un incubo annientante ogni
cosa.
La donna si ritrasse impaurita, l'uomo le prese la mano. Un violento
scroscio di pioggia rese vana la presa e, nel buio profondo che s'era
fatto, si persero.
NONO TEMPO "attorno la sua solitudine"
Svanirono poi i cirri ghignanti, il vento si placò e fu quiete col sole
che a occidente calava.
L'uomo guardò attorno la sua solitudine. E vide il mare sempre più grigio
in quel morire del giorno.
Un gabbiano, sperso, ruotava la testa, con faticoso battito d'ali.
L'amante stese il suo corpo su uno scoglio lambito dall'acqua e pianse.
Dentro il suo petto un grido fatto di sangue e dolore.
Perso.
Voleva Mozart
-Come stai oggi figliolo ?
Un prete vestito di nero, avvolto in un ampio mantello dello stesso
colore, magro di una irreale magrezza. Nel viso scavato brillavano
occhi azzurrissimi, penetranti, seri. Dagli zigomi trasparenti,
sporgevano le ossa. Unica macchia bianca era la gorgiera.
Le sue mani adunche si congiunsero per poi alzare la destra a
benedire l'ammalato.
-Non so come devo chiamarla, disse Piero, non certamente padre
perché quello che ho avuto se ne avrebbe a male. E pure mia madre,
che non l'ho mai conosciuta. La informo che non ho la fede per cui
farebbe bene a dedicare il suo tempo ad altri.
- Puoi chiamarmi don Caron se credi, ma sappi che il mio tempo è
più utile sia speso qui piuttosto che altrove. Isac Rabin diceva
che il dialogo deve esserci con i nemici perché con gli amici, che
la pensano come me, si è sempre d'accordo. Lo stesso vale per me,
signor Piero.
-Non sono un suo nemico. Lei mi è semplicemente indifferente per la
funzione che svolge. Qui non mi annoio, non sento bisogno di
compagnia. Mi fa compagnia il mio pensiero, i miei ricordi. Mi
basto, Caron. La saluto.
-Piero, posso chiamarla così?, conosco la gravità del suo male e so
che anche lei ne è stato messo al corrente. C'è un dopo che può
essere ricco di felicità o colmo di dolore. Vorrei aiutarla ad
avere quella felicità. Evitarle quel dolore.
-Caron, le ripeto, lei sta sprecando il suo prezioso tempo. Pensi a
quanti ritengono d'avere bisogno del suo conforto. Vada da loro.
-Mi fermerò ancora per qualche minuto, andrò via ma ritornerò. Ha
qualche desiderio particolare?
-Il più grande è essere lasciato solo. Torni soltanto se sa giocare
a scacchi. In quel gioco, almeno, non si parla.
Don Caron alzò la mano per benedire ma fermò il gesto a metà. Fissò
a lungo Piero disteso nel letto, sorrise, si voltò e sparì
attraversando la porta.
Un dolore alle anche era stato il segno premonitore. Camminava
molto ma, più d'una volta, gli era sembrato che una gamba cedesse e
sentiva una fitta all'anca.
Durava un attimo e riprendeva a camminare con passo svelto. Il
dolore era sparito.
Ma la cosa si ripetè più volte e Piero decise di farsi visitare.
Le radiografie che gli prescrissero presentavano dei segni non
chiari. Gli proposero una biopsia ossea.
Circa un mese dopo ricevette un lettera dall'ospedale di B.
"Egregio sig. Piero, in relazione all'analisi da lei effettuata, la
informiamo che il dott. C. sarà a sua disposizione il giorno x alle
ore y. Distinti saluti".
Ed il giorno x all'ora y, Piero si presentò dal dott. C.
Questi lo fece sedere davanti alla sua scrivania, cominciò a
sfogliare i fogli di una cartella sulla quale spiccavano le scritte
"oncologia radiologica", "reparto ortopedico" "sig. Piero".
-Io sono del parere che i malati debbano conoscere il loro stato,
senza nulla nascondere, esordì il dott. C., sono convinto che lei
sia d'accordo con me.
-Dott. C. sono pienamente d'accordo con lei. Mi dica pure i
risultati della biopsia.
-Bene, anzi male signor Piero. Purtroppo la biopsia evidenzia un
tumore osseo in stato piuttosto avanzato. Ma la medicina moderna fa
miracoli. Adesso le elencherò tutte le terapie alle quali potrà
essere sottoposto, le dirò le positività e le negatività di ognuna
di queste.
Ed il dott. C., sfoggiando tutto il suo sapere medico, si dilungò
nell'illustre pregi e difetti, benefici e controindicazioni di una
decina di terapie. Piero ascoltava quella che gli pareva una noiosa
litania, scartando mentalmente, di volta in volta, chemioterapia,
ormonoterapia, radioterapia generica, mirata, microscopizzata,
bubbolo terapia ecc.
Ed, alla fine, il dott. C., soddisfatto per quanto aveva esposto,
affermò che la terapia da lui suggerita, quella più radicale e
risolutiva era l'amputazione d'entrambe le gambe, incidendo dalle
anche. Questa avrebbe salvato quel che restava. Era rosso in viso e
compiaciuto. Piero si aspettava che si congratulasse con se stesso,
attribuendosi 110 e lode.
-Dottore, disse Piero, la ringrazio per la dettagliata spiegazione
ma mi consenta una domanda: la qualità della vita è qualcosa che vi
appassiona altrettanto o è un optional ?
Il dott. C. fece una smorfia di disapprovazione.
-Noi siamo chiamati a salvare le vite, non a renderle piacevoli.
Abbiamo giurato. Esculapio sa? Comunque la scelta è sua. Purtroppo
questo dicono le aberranti leggi. Ci pensi e mi faccia sapere.
Sappia che le nostre seghe sono accuratamente sterilizzate.
Piero guardò le mani del dottore e pensò a quante doveva essersene
fatte. Poi fece la domanda delle cento pistole.
-Non facendo nulla quanto mi resta ?
-Poco, sig. Piero, sei mesi forse otto.
Una strana euforia colse Piero all'uscita dall'ospedale. Si sentiva
leggero, sereno. Il cielo era terso, pieno di rondini a caccia di
cibo. Chissà qual'era la qualità della vita di quegli
uccelli, avevano anche loro chi gli parlava d'ormonoterapia ?
Magari il più saggio tra loro.
Respirò a fondo quell'aria asciutta e si diresse verso l'auto.
Seduto là dentro cominciò a pensare: avrebbe dovuto informare le
persone a lui vicine o no ? Come avrebbero reagito ? Che pena gli
avrebbe dato ?
No, il tempo era sufficiente, no, forse quel medico aveva
esagerato. Non provava alcuna paura per ciò che aveva appreso. La
sua preoccupazione era per gli altri. Già, gli altri.
Così decise di minimizzare il tutto ma parlò con un suo amico della
cosa. Questi gli disse che, per quelle persone, era lui il punto di
riferimento e fu d'accordo con lui che sette mesi erano tanti,
potevano succedere tante cose e quel medico, forse, si era
sbagliato.
E così Piero decise di tenersi per sé la notizia.
Continuò le sue camminate frenetiche. Cinque, sei chilometri di
buon passo. Ma, sempre più frequentemente, si ripresentava quel
dolore e quel cedimento.
Sei mesi passarono ed un giorno quella gamba non tenne più. Disteso
per terra udì la sirena di un ambulanza in arrivo. Mezz'ora dopo
era in quel letto d'ospedale.
Don Caron affacciò il suo viso alla porta, entrò nella stanza.
Sotto un braccio teneva una scacchiera.
-Eccomi Piero, come sta ? E' pronto per una partita ?
-Pronto Caron.
-A proposito, ti manda i suoi saluti Barlach.
-Barlach chi ? L'unico Barlach che conosco è quello nato dalla
fantasia di Durrenmatt, ma non può essere vivo !
-Ti saluta, ripetè Caron. Ed ora giochiamo.
"Il giudice ed il suo boia" era uno dei romanzi più amati da Piero.
Quella figura di commissario, con la sua morale, il suo senso della
giustizia, lo attraevano verso quel libro, letto più volte. Ed ogni
volta sentiva ammirazione per quel personaggio che non voleva
alleviare i suoi dolori con droghe anestetiche, perché queste
avrebbero offuscato la sua mente, sminuito la sua lucidità,
annullato la sua umanità e la sua capacità di vedere dentro i suoi
simili. Ma era pur sempre una figura letteraria !
-Chi sei Caron, cosa vuoi da me ? chiese.
Gli occhi del prete divennero una fessura, attraverso la quale
lampeggiava il turchese.
-Voglio giocare una partita. Una partita con una posta. Se vincerò
io, avrò la tua conversione, se vincerai tu potrai chiedermi ciò
che vorrai. Chi io sia tu l'hai inteso, sai che posso.
-Caron tu non vincerai, non avrai alcuna conversione. Non ci si può
convertire a ciò che non esiste. Al termine della partita ti dirò
ciò che desidero più d'ogni altra cosa.
-Giochiamo, Piero. E non dimenticare quella croce capovolta nella
chiesa sconsacrata. Giochiamo ora.
Forse era stata la lettura di quel libro, forse la convinzione di
Piero che l'uomo, prima di ogni altra cosa, mai deve rinunciare ad
essere padrone del proprio pensiero..
La vista di un semplice ubriaco gli creava angoscia e pena, l'idea
che ci si potesse drogare, che si potesse rinunciare,
artificialmente a sé stessi, perdersi in un mondo privo d'umanità,
fatto di illusioni effimere quanto un sogno, lo turbava
Mai si era ubriacato in vita sua, mai aveva perso la percezione del
suo essere uomo, fatto di carne e raziocinio.
Per questi motivi, nonostante i dolori lancinanti che la malattia
gli procurava, aveva rifiutato più volte l'iniezione di morfina che
le infermiere gli proponevano.
Voleva lucida la sua mente ed il dolore la rendeva tale. Nelle
crisi più violente, la forza della sua mente si moltiplicava.
Tornavano i ricordi più belli, analizzava ciò che era stato e gli
errori che aveva commesso, correggeva e ricostruiva situazioni
antiche. Si doleva di non avere avuto, allora, quella lucidità.
E quando la partita ebbe inizio i dolori lo attanagliarono con
violenza. E la sua mente fu immensamente più limpida.
Apertura con pedone di re, risposta identica. Alfiere in c4, regina
in g5.
Caron giocava con i neri ma attaccò subito. Aveva fretta di
concludere, vedeva una facile vittoria su quel povero malato.
Dovette ricredersi poche mosse dopo.
Piero aveva intessuto un gioco fatto di rinunce, di pezzi
sacrificati. Aveva in mente l'intera partita, sapeva che Caron
sarebbe caduto nella sua trappola. E questo avvenne dopo una
ventina di mosse.
Nonostante la predominanza di pezzi, il prete era come se avesse
perso il senso dell'orientamento. Sette pezzi neri sparsi per la
scacchiera, privi di collegamento tra loro. Tre pezzi bianchi (re,
regina e pedone) che si autodifendevano e che, con due mosse
finali, inchiodarono il re nero in un inevitabile scacco matto.
Gli occhi di Caron cambiarono di colore. Il loro turchese si mutò
in un bordò sanguigno pieno d'odio. La sua bocca si aperse in un
ghigno diabolico, parve urlare. Si udì un sordo brontolio che
invase la stanza. I vetri tintinnarono. Poi ritornò la sua immagine
serafica e con voce rauca pronunciò
-Hai vinto Piero, hai vinto. Ora chiedimi ciò che desideri.
Piero si sollevò lentamente, raddrizzò la schiena curva, guardò
negli occhi il suo avversario. Il dolore era svanito, si sentiva
leggero ed euforico.
-Prete, disse, a te chiederò soltanto un favore. Fai in modo che i
miei funerali avvengano secondo quanto ti indicherò adesso.
-Dimmi e sarai accontentato, stanne certo.
-Innanzi tutto non voglio cerimonie religiose d'alcun genere.
Niente benedizioni nè estreme unzioni nè preghiere. Nulla che
sappia di religione. Poi voglio che il mio corpo sia cremato e
voglio che il minor numero di persone presenzi alla cremazione.
Voglio che, durante la dissoluzione del mio corpo, sia suonato il
rondò di Mozart suonato da Uto Ughi e che i presenti non fiatino
durante l'esecuzione. Voglio, infine, che le mie ceneri siano
disperse in mare nel punto centrale di un triangolo con i vertici
posti su Alberta, Alampa e l'isola della Galletta.
-Chiedi poco e sarai accontentato. A presto Piero. Disse abbassando
gli occhi.
Poi si alzò e la scacchiera scomparve sotto l'ampio mantello nel
quale si era avvolto. Fece per allontanarsi ma fu fermato da una
domanda
-Chi sei prete ?
-Sono l'ultima persona che rovesciò quella croce, Piero. L'ultima.
Là ti ho atteso per anni, là ho conosciuto il tuo scetticismo ed il
tuo amore ho visto. Ti avrei trovato, anni dopo, qui in questo
letto di dolore, scettico come allora, razionale e lucido. Ma c'è
qualcosa che supera qualsiasi razionalità. Tu l'hai conosciuto,
l'hai vissuto e fatto vivere in altri. E' un sentimento che supera
la morte, quando è forte come è stato il tuo.
Oltre la morte vive e farà vivere. La tua forza nasce e si nutre di
questo. Per questo sarai indistruttibile, per l'amore. Ed in te è
panteistico. Quando lasciasti quella chiesa la croce si raddrizzò
illuminandosi. Per questo ti odio, Piero.
Io sono Caron, il traghettatore nel nulla.
Il tuo amore mi ha sconfitto e non ti avrò, come nessuno ti avrà
mai perché, oh quanta ragione hai !, nessuno c'è ad attenderci.
Nessuno, forse io stesso sono un ologramma generato dalla tua mente
! Posso solo punirti qui, in questa terra. Addio Piero.
Il dott. C. entrò nella stanza silenziosa. Chiuse gli occhi di
Piero, scuotendo la testa con disapprovazione. Le sue seghe
restarono asettiche..
Piero fu benedetto da un prete, ricevette, tardivamente, l'estrema
unzione. Godette di una fastosa cerimonia religiosa.
Al suo funerale, sontuoso e pieno di fiori, parteciparono stuoli di
persone vocianti e, mentre la sua cassa scendeva nella terra
scavata, una banda intonò un tango sensuale e travolgente. Qualcuno
disse che era questo che Piero aveva voluto.
Dietro un albero, avvolto nel suo nero mantello, Caron,
l'ologramma, storceva la bocca in un ghigno irridente. |