Due uomini Adesso, le aspettative erano scambiate: Lui… come un bimbo impaurito… attende la seggiola minuta ed insolente, non tiene conto dell'intatta mole, le lacrime, precoci scivolano ignare tra le crepe del tempo. Lui… adesso… è chino… chino e mite come non lo avevo mai scoperto interrogano, del suo andato, circostanze. Singolare destino, mi balenano del nemico mentre lui… candido… continua a sciogliersi. Dovessero, animo contrito, giudicarti adesso chi di te fiuterebbe l'uomo incomprensibile che non sapeva amare, l'uomo che nel dissipare esibiva vocazione e per non perderla di vista, la sofferenza la andava suonando porta a porta. Adesso sei lì, ad un passo, inerte come un bonzo e io qui, indissolubilmente intrappolati, inumata rete di dolore tessuta da fendere, urlando, esausti: esisto, reagisco, sopravvivo, palpito. …Lui… adesso… è un uomo malato devo aiutarlo, devo amarlo. …Lui… adesso… è mio Padre. Amaro risveglio Era mattina (almeno credo) ti ho sentito andare via svanire, effigia coltivata dalla fantasia e dal desiderio (mio unico arredo) di ancora una notte d'amore. Il masso ed il mare Cosa sono se non il testimone di una inane abulia che riduce, assecondata, le forze, alitando sui tizzoni che nel braciere cullano il dono fumante del calore che annebbia il ricordo di te restituendo audace l’accosto lì, ove sentinelle silenti, di grigio rivestite, altro non riposano che indossate vesti e certo, non scoraggiano, nella loro fissità il leggero muoversi della foglia decidua affidata all’aria. Tempo imprecisato fino all’atteso contatto: adagiarsi sopra un morbido ciuffo d’erba umida. Trovare nel suo paziente abbraccio: cura. Nel suo essere prossima altra ragione che l’accoglienza. Sperimentare in quel preciso istante la modestia del rumore del mare contenuto nella conchiglia. Un semplice, naturale, leggero, incontro. Incapace di purificare le acque. Ma capace…di raggiungere + la profondità. Come un masso consegnato al mare. Di fronte alla sieve Seduto sul greto di questo fiume torto che scorre anonimo e perso, sono solo, senza i miei amati denti da latte attorno, unico senso, ingombrante aspettativa; e l’eco non giunge di temerarie madri, né il silenzio di fedeli compagne. Sono solo come un cactus e da questo rigo d’acqua piango la sorte di sponde separate. Verità vecchie e nuove, come pesci, tra le mani mi scivolano, filando, non le ripescherò più. Fiume dannato! Questo incessante andare, moto castrante ti vorrei gelare, tanto da unire questo mio margine: ingannevole solidità tra di noi. Natura spoglia perché non mi doni il volto noto? Una bigia prende il volo tremato momento. Sono solo e certo su questo greto che l’alveo temuto non tenterai intraprendere per giungermi accanto.Il miraggio Distinguo il corpo ignudo, carponi su un’asparagiaia, venirmi incontro a celare il viso gli scandalizzati capelli che nulla possono quando la lingua si erge come un aspide a lambire velenosa la punta del naso. La bocca, ghiacciaio in fiamme non trattiene lo sciogliersi profumato sull’esile mento; ormai gonfio come un lombrico indietreggio a sostenermi un pioppo, socchiudo gli occhi un istante, respiro profondo dissolta è l’asparagiaia. Smarrito e affranto mi muovo tastoni verso l’epicentro del desiderio e unica sottile vestigia: uno scuro ondulato capello. | Il segreto Ti tengo con me ormai da tempo, come si tengono i sogni, che emergono nel nostro certo, urgenti, e fioriscono dentro, tuo malgrado. Ti tengo con me, come si tiene quel poco d'acqua nel deserto coscienti che non soddisferà tutta la sete. Ti tengo con me, come l'albero tiene il suo frutto, gradendolo e nutrendolo. Ti tengo con me, ormai da mesi e non so come farci incontrare, come farci sopportare, i miei occhi, i tuoi occhi, (la mia anima, la tua anima). Tacendo quest'acquitrino di sogni marci, anni inceneriti, vita inquinata. Tu potresti visitarmi, lo sento, portare ristoro. Ma a quale fatica? Non esiste niente che sia più misero di chi non vuole soffrire e ogni giorno, nel profondo, non si dimentica di piangere.Il naufragio Finalmente inerte ora galleggio naufrago nel mio mare di sogni L'isola è svanita con il plof impercettibile della bolla di sapone Ma basterà attendere il tempo di una farfalla E sarà ancora terra in vista e gran movimento a bordo Sole negli occhi nutrimento sadico a un impenitente marinaio bambino Ama il prossimo tuo Come allora, considerare, coloro col sorriso disinvolto ed il vangelo nella tasca, poveri di rimorso, ti consegnano al rogo dell'infamia e del discredito. Diffida di quel buonismo da sorelle, tutte innamorate del prete, come segnalibro hanno la lama della loro lingua. I veri buoni sono quelli che pagano! Quelli che restano soli. Quelli con le pezze al culo. Quelli che la sera, ormai senza neanche una parola asciutti e provati come un albero potato, raccolte le poche cose, nel presagio che è il loro letto, hanno la stessa dignità di Dio. L’attesa In questa gelida attesa di ogni minuto, come un fiocco di neve che presto tutto copre, avverto il tocco. Sedotto, dal suo floscio manto trascorro lembi di mattina, tra un fascio di case, una via a sinistra storta, e poc’altro ancora. Le strade al mattino Lo stanco fluire delle cose mutare con la salda forza della pietra levigata. Non si può! Lo noto in queste strade incrudelite ridotte a mera assenza. Avverto la mancanza di un segreto coltivato che mi affidi alla notte carico di tenerezza. E udire meno acuto il fischiare del vento autunnale, che si frange, sulle finestre sempre chiuse della solitudine.Il desiderio represso A non fidarti della rondine fai bene se prima del tempo le sue ali schiude e se del sole non ti illudi da trascurare il vento con le sue nuvole le sue tempeste. Ma non della rondine né del vento il tremore. Su tutto temi scandalo e rossore, esasperato amor proprio, l’errore non ti hanno accordato vivere. Peccato (virtù)! Perché è nei sentieri impervi, sconsigliati, errati, che l’uomo si compatta si sfibra provando a resistere nuova estrema situazione, al richiamo della già dal sommo illustrata selva oscura. Rinunciante donna a te mi saldo: non v’è all’inferno luna ma è dei sensi peggior pena un sempiterno rigido bianco inverno. |