Poesie di Antonio Colaianni


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Due uomini
Adesso, le aspettative erano scambiate:
Lui… come un bimbo impaurito… attende
la seggiola minuta ed insolente, non tiene
conto dell'intatta mole, le lacrime, precoci
scivolano ignare tra le crepe del tempo.

Lui… adesso… è chino… chino e mite
come non lo avevo mai scoperto
interrogano, del suo andato, circostanze.

Singolare destino, mi balenano del nemico
mentre lui… candido… continua a sciogliersi.

Dovessero, animo contrito, giudicarti adesso
chi di te fiuterebbe l'uomo incomprensibile
che non sapeva amare, l'uomo che nel dissipare
esibiva vocazione e per non perderla di vista,
la sofferenza la andava suonando porta a porta.

Adesso sei lì, ad un passo, inerte come un bonzo
e io qui, indissolubilmente intrappolati, inumata
rete di dolore tessuta da fendere, urlando, esausti:
esisto, reagisco, sopravvivo, palpito.

…Lui… adesso… è un uomo malato
devo aiutarlo, devo amarlo.

…Lui… adesso… è mio Padre.   

Amaro risveglio
Era mattina
(almeno credo)
ti ho sentito andare via
svanire, effigia
coltivata dalla fantasia
e dal desiderio
(mio unico arredo)
di ancora una notte d'amore.  

Il masso ed il mare
Cosa sono se non il testimone di una
inane abulia che riduce, assecondata,
le forze, alitando sui tizzoni che nel
braciere cullano il dono fumante del
calore che annebbia il ricordo di te
restituendo audace l’accosto lì, ove
sentinelle silenti, di grigio rivestite,
altro non riposano che indossate
vesti e certo, non scoraggiano, nella
loro fissità il leggero muoversi della
foglia decidua affidata all’aria.

Tempo imprecisato fino all’atteso contatto:
adagiarsi sopra un morbido ciuffo d’erba
umida.

Trovare nel suo paziente abbraccio: cura.
Nel suo essere prossima altra ragione che
l’accoglienza.

Sperimentare in quel preciso istante la modestia
del rumore del mare contenuto nella conchiglia.

Un semplice, naturale, leggero, incontro. Incapace
di purificare le acque. Ma capace…di raggiungere
+ la profondità. Come un masso consegnato al mare.

Di fronte alla sieve
Seduto sul greto di questo fiume torto
che scorre anonimo e perso, sono solo,
senza i miei amati denti da latte attorno,
unico senso, ingombrante aspettativa;
e l’eco non giunge di temerarie madri,
né il silenzio di fedeli compagne.

Sono solo come un cactus e da questo rigo
d’acqua piango la sorte di sponde separate.

Verità vecchie e nuove, come pesci, tra le mani
mi scivolano, filando, non le ripescherò più.

Fiume dannato!

Questo incessante andare, moto
castrante ti vorrei gelare, tanto
da unire questo mio margine:
ingannevole solidità tra di noi.

Natura spoglia perché non mi doni il volto noto?


Una bigia prende il volo tremato momento.

Sono solo e certo su questo greto che l’alveo temuto
non tenterai intraprendere per giungermi accanto.

Il miraggio
Distinguo il corpo ignudo, carponi
su un’asparagiaia, venirmi incontro
a celare il viso gli scandalizzati capelli
che nulla possono quando la lingua
si erge come un aspide a lambire
velenosa la punta del naso.

La bocca, ghiacciaio in fiamme
non trattiene lo sciogliersi profumato
sull’esile mento; ormai gonfio
come un lombrico indietreggio
a sostenermi un pioppo, socchiudo
gli occhi un istante, respiro profondo
dissolta è l’asparagiaia.

Smarrito e affranto mi muovo
tastoni verso l’epicentro del desiderio
e unica sottile vestigia:
uno scuro ondulato capello.

Il segreto
Ti tengo con me ormai da tempo,
come si tengono i sogni, che emergono
nel nostro certo, urgenti, e fioriscono
dentro, tuo malgrado.

Ti tengo con me,
come si tiene quel poco d'acqua nel deserto
coscienti che non soddisferà tutta la sete.

Ti tengo con me,
come l'albero tiene il suo frutto,
gradendolo e nutrendolo.

Ti tengo con me,
ormai da mesi e non so
come farci incontrare,
come farci sopportare,
i miei occhi, i tuoi occhi,
(la mia anima, la tua anima).

Tacendo quest'acquitrino di sogni
marci, anni inceneriti, vita inquinata.

Tu potresti visitarmi, lo sento, portare ristoro.
Ma a quale fatica?

Non esiste niente che sia più misero
di chi non vuole soffrire e ogni giorno,
nel profondo,
non si dimentica di piangere.

Il naufragio
Finalmente inerte ora galleggio
naufrago nel mio mare di sogni

L'isola è svanita con il plof
impercettibile della bolla di sapone

Ma basterà attendere
il tempo di una farfalla

E sarà ancora terra in vista
e gran movimento a bordo

Sole negli occhi nutrimento sadico
a un impenitente marinaio bambino

Ama il prossimo tuo
Come allora, considerare, coloro
col sorriso disinvolto ed il vangelo
nella tasca, poveri di rimorso,
ti consegnano al rogo
dell'infamia e del discredito.

Diffida di quel buonismo da sorelle,
tutte innamorate del prete,
come segnalibro hanno la
lama della loro lingua.

I veri buoni sono quelli che pagano!

Quelli che restano soli.

Quelli con le pezze al culo.

Quelli che la sera, ormai
senza neanche una parola
asciutti e provati come un albero
potato, raccolte le poche cose,
nel presagio che è il loro letto,
hanno la stessa dignità di Dio.

L’attesa
In questa gelida attesa di
ogni minuto, come un fiocco
di neve che presto tutto
copre, avverto il tocco.
Sedotto, dal suo floscio
manto trascorro lembi
di mattina, tra un fascio
di case, una via a sinistra
storta, e poc’altro ancora.

Le strade al mattino
Lo stanco fluire
delle cose mutare
con la salda forza
della pietra levigata.

Non si può!
Lo noto in queste
strade incrudelite
ridotte a mera assenza.

Avverto la mancanza
di un segreto coltivato
che mi affidi alla notte
carico di tenerezza.

E udire meno acuto
il fischiare del vento
autunnale, che si frange,
sulle finestre sempre
chiuse della solitudine.

Il desiderio represso
A non fidarti della
rondine fai bene
se prima del tempo
le sue ali schiude
e se del sole non ti
illudi da trascurare
il vento con le sue
nuvole le sue tempeste.

Ma non della rondine
né del vento il tremore.

Su tutto temi scandalo
e rossore, esasperato
amor proprio, l’errore
non ti hanno accordato
vivere. Peccato (virtù)!

Perché è nei sentieri
impervi, sconsigliati,
errati, che l’uomo
si compatta si sfibra
provando a resistere
nuova estrema
situazione, al richiamo
della già dal sommo
illustrata selva oscura.

Rinunciante donna
a te mi saldo:
non v’è all’inferno luna
ma è dei sensi peggior
pena un sempiterno
rigido bianco inverno.


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