Racconti di Claudio Cisco


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"Il vecchio e la ragazza"

Un vecchio di 65 anni,
un’adolescente di 15.
Due età apparentemente distanti,
due vite che si svolgono parallelamente
nel cuore della Sicilia
ma sotto un unico triste denominatore:
la solitudine.
Ma il destino che sfugge ad ogni regola
li fa incontrare,
la natura che obbedisce alla legge vera dell’istinto
e non alla morale,
fa il resto.
I due si uniscono carnalmente e mentalmente
semplicemente perché ne sentono entrambi il bisogno.
Un libro scandalo
che si schiera contro la criminalizzazione del pensiero
e va oltre la sciocca e viscida censura,
presentandosi al lettore
come espressione più vera della libertà umana.


"Ho sempre considerato lo scrivere come una confessione
so di rischiare di essere messo al rogo
a causa di questa mia libera ed illimitata sincerità
ma sono altresì consapevole
di non potervi assolutamente rinunciare"


 

   ...Mosè
    
Lo si riconosceva subito, distinguendolo tra un milione di persone, osservandolo da vicino così come da lontano, di fronte o di spalle; era unico, inconfondibile, inimitabile. Sì, era proprio lui, era impossibile sbagliarsi. Aveva appena compiuto 65 anni, una strana età un po’ per tutti, in cui si viene considerati anziani, da qualcuno addirittura già vecchi, anche se la vecchiaia, così come la giovinezza, non è necessariamente e del tutto riconducibile ad un dato anagrafico ma, il più delle volte, è espressione di un modo di essere, di sentirsi e di operare.

Si può essere vecchi e spenti perfino a 20 anni, mentre ci si può sentire giovani anche a 80. Insomma tutto è relativo, molti sono giovani di fuori e vecchi dentro e viceversa. Ma lui, i suoi anni, almeno esteticamente, li dimostrava tutti per intero, anzi qualcuno in più. Non curava minimamente il suo abbigliamento e tanto meno la sua figura ma si lasciava andare trascinandosi per com’era come chi si sente ricco per quello che possiede dentro e non per come potrebbe apparire di fuori. I suoi capelli erano bianchi, spettinati ed arruffati in qualunque istante della giornata come se si fosse alzato dal letto proprio in quel momento.

Non erano moltissimi ma non lasciavano trasparire alcun segno di calvizie malgrado l’età. La sua barba giaceva sempre lì, al suo posto, da sempre e per sempre, bianchissima come nuvola  o zucchero filato o meglio ancora panna, quasi argentata, lo stesso identico colore dei capelli. Una barba incolta, anch’essa non curata, nel più completo abbandono, lasciata crescere così come capita, senza forma o stile, in perfetta paradossale armonia col resto della persona. Sembrava, quella barba, un orticello negletto, lasciato al suo destino, senza la mano amorevole d’un contadino o d’un giardiniere che lo coltivasse per riceverne in cambio i frutti. La sua faccia era rugosa ma non lasciava intravedere un’età senile troppo avanzata. Quelle sue rughe, partendo dalla fronte, si dipartivano in tutto il resto del viso alternandosi però a squarci di volto ancora lisci e quasi infantili come un albero già grande che mostra attaccati ai suoi rami, frutti maturi ed altri ancora acerbi. Un contrasto particolare di vecchiaia e giovinezza, di maturità e incoscienza, di saggezza ed infantilità insieme, che rendevano il viso di quell’anziano particolarmente ammirevole, splendente d’una luce capace di illuminare ed irradiare chiunque la osservasse. Una luce in grado di proiettare all’esterno il bambino mai cresciuto che aleggiava ancora dentro di lui, costretto a dimorare, suo malgrado, in un corpo non più infantile. Anche i suoi occhi non stonavano affatto con quell’armonia di impressioni. Ma anzi lo rendevano ancora più affascinante perché vispi, indagatori, attenti e profondi, di colore castano che volgeva timidamente al verde, dentro i quali, in età ormai lontana, una ragazza innamorata avrebbe potuto meravigliosamente specchiarsi, fino ad esserne completamente rapita, soggiogata, stregata. I suoi denti, a dispetto dell’età e del fumo delle sigarette, si mostravano ancora straordinariamente bianchi, d’una bianchezza simile a quella dell’avorio, erano rimasti intatti, del suo colore naturale, tali da far invidia ad un giovane. Persino le labbra sembravano virili, fresche e morbide come fossero ancora pronte a ricevere il bacio di un’amante. Era, visto nel suo complesso, il viso d’un uomo avanti con gli anni ma che dimostrava appieno la sua vitalità, quella vitalità che poteva essere presente in un giovane rivelando un inquieto e misterioso fascino.

Segnale d’una antica bellezza che, anche se sfiorita inevitabilmente col trascorrere del tempo, in un’età lontana, poteva benissimo essere stata viva e seducente, tale da riuscirsi a cogliere ancora adesso. Anche nell’espressione del suo sguardo, vi era qualcosa di magico, pareva quella di un giudice severo che stava per emettere una sentenza da un momento all’altro, ma al tempo stesso, cambiando d’atteggiamento, paradossalmente, dava l’impressione di essere uno sguardo rassicurante come quello di un padre nei riguardi del proprio figlio. Un modo di guardare vigile e intenso, contraddittorio a volte, fedele specchio, del resto, della sua persona senza certezze, sempre in bilico con se stesso, senza una strada ben precisa sulla quale muovere i propri passi o una meta già stabilita da raggiungere. Era la sua, la filosofia di vita di chi vive alla giornata, di chi non cancella in un sol colpo il suo passato ma non guarda nemmeno per un momento al suo futuro. Lui non programmava mai le sue scelte in prospettiva futura né si chiedeva cosa succederà domani, gli interessava soltanto cosa fare adesso, immerso solo ed esclusivamente nel suo presente, che era l’unica realtà che contava. Quella luce che, sia pure offuscata dagli anni, gli brillava ancora in viso, non era invece riscontrabile nel suo fisico che appariva invecchiato, appesantito con qualche chilo di troppo, specie nella pancia che si notava in tutta la sua rotondità. Tutto ciò veniva ancor più messo in evidenza, in negativo, dal suo modo di vestire che era assolutamente sciatto, totalmente trasandato e dimesso, pareva vestirsi con quello che capitava, il minimo indispensabile per non uscire svestiti. Era privo di ogni gusto estetico, a volte indossava sempre le stesse cose. Dava l’impressione di un barbone che non amava né l’ordine né la pulizia e che preferiva non curarsi abbandonandosi a se stesso e al proprio destino. Il suo nome di battesimo era Giovanni, non dirò il suo cognome non ritenendolo importante od opportuno nello svolgimento del racconto, ma tutti lo chiamavano col soprannome di Mosè, proprio per quel suo aspetto patriarcale, da profeta che richiamava, sia pur lontanamente, a quel famoso personaggio biblico che ricevette sul monte Sinai, i comandamenti da Dio. Quel nome gli era stato affibbiato da qualcuno tanti anni fa e, come spesso accade in simili circostanze, si era propagato subito di bocca in bocca, sino a sostituire quello vero a tal punto che da allora, per tutti lui si chiama Mosè e quasi nessuno, adesso, conosce più il suo vero nome.

      ... Fia
         
Un orsacchiotto di peluche piccolino con uno sguardo timido ed impaurito, seduto, appoggiato sul muro della sua cameretta. Una bambola grande e strana con un’espressione da far paura, inquietante e misteriosa, quasi fosse venuta dal nulla, con due occhi di ghiaccio e con addosso soltanto le mutandine, sembrava la bambola assassina, un po’ sadica e un po’ sexy. Un paio di posters attaccati al muro raffiguranti i volti di idoli musicali, belli come divi da fotoromanzi. Qualche strano disegno che mostrava tombe, cimiteri, sangue, atmosfere surreali ed indecifrabili, almeno a prima vista. Più sopra, in un angolo del muro, attaccato ad un chiodo, uno scheletro di gomma, color verde fosforescente, che penzolava ondeggiando qua e là, muovendosi più forte quando v’era una corrente d’aria ma che non incuteva molta paura, pareva appartenere ai cartoni animati più che ai films dell’orrore. E poi, sulla scrivania, un computer portatile nuovo con la relativa tastiera, dei libri, quaderni, parecchie foto in cornici col suo viso in diverse e svariate espressioni. Un astuccio aperto con dentro un sacco di penne e matite sparse qua e là, alcune delle quali per terra. Un televisorino piccolo ma di bell’aspetto col telecomando, un videoregistratore, dei cd, un cellulare e lì vicino uno stereo di dimensioni ridotte ma di valore, molto sofisticato e tecnologicamente avanzato. Continuando a girare con lo sguardo per quella cameretta di inequivocabile fisionomia giovanile, vi si poteva scorgere un lettino per una sola persona con delle lenzuola bianche lo stesso colore del cuscino ed una coperta più scura, molto leggera, abbassata sino a metà letto. Sopra vi erano vestiti d’ogni tipo e per ogni stagione, da notte e per uscire, molti dei quali sarebbero dovuti stare dentro l’armadio e non lì sopra. L’armadio vi era, ovviamente, in quella stanza ma si presentava con uno dei sportelli aperti che lasciavano vedere un’infinità di vestiti ed indumenti vari, uno sopra l’altro, così come capitava, alcuni arrotolati come fogli di carta straccia senza alcun ordine e la benché minima cura. Quella stanza, al primo sguardo, era il ritratto del disordine che regnava ovunque e in qualsiasi cosa. E lì dentro, davanti allo specchio più impolverato che lucido, vi era lei, bellissima con i suoi quindici anni compiuti da due mesi, lei che col suo aspetto annullava, come per magia, tutto il disordine che vi era intorno concentrando su di essa grazia, armonia, giovinezza. Prepotente, catturava quello sguardo indagatore che poco prima frugava fra le cose della sua stanzetta. Vi riusciva con la vitalità e la sensualità della sua età, rendendo lecito e giustificabile, tutto ciò che di sbagliato e di fuori posto vi era lì dentro. Lei ora rappresentava il centro, il motore, la parte principale di quella stanza come se tutto vi ruotasse intorno. Lei, l’adolescente, indiscussa protagonista, attrice, stella del firmamento, giovanissima dea nata per amare ma soprattutto per essere amata. Quell’ipotetica telecamera nascosta dentro la sua camera adolescenziale per spiare le sue cose, il suo mondo che io stesso era come se avessi piazzata, ora non poteva che soffermarsi su di lei mentre si guardava allo specchio, in quella mattina inoltrata d’agosto. Quando una ragazza o una donna in genere, si alza dal letto, senza trucco e tutta in disordine, mostra realmente il suo fascino o la sua bruttezza, senza inganni, senza maschere. È proprio in quel momento che appare come realmente è, come un’attrice dietro le quinte di un palcoscenico, finita la recita. Lei, la quindicenne, era bella e provocante anche in quel modo. Lunghi capelli neri lisci e lucenti le coprivano le spalle, delicatamente e con armonia come una giovane puledra con la sua criniera al vento che leggiadra, galoppa libera tra i campi, talmente viva e ammaliatrice da lasciarsi correre dietro mille stalloni. Apparivano spettinati quei capelli ma soltanto in fronte e sulla parte alta della testa, era un leggero disordine che anziché richiamare alla negligenza e alla noncuranza come tutta la sua stanza, riconduceva meravigliosamente ad una bellezza giovanile e precoce, ad una sensualità gitana, vibrante, animalesca e selvatica, ritratto di una creatura figlia della concupiscenza ma ricca di celestiali virtù, come angelo del diavolo. Vista da dietro mentre continuava a specchiarsi, pareva una giovanissima tigre che ruggisce ma anche una tenera gattina che fa le fusa. Tutte sensazioni contrastanti che, agli occhi di chiunque la spiasse, penetravano come una lama appuntita nella carne lasciando un brivido sulla pelle, come il ghiaccio sulle foglie che, sciogliendosi, lascia gli alberi a tremare. Ma queste vivide e laceranti sensazioni, potevano essere avvertite e decifrate, soltanto da chi possiede l’arte nel sangue, nel proprio Dna, da chi ha innato dentro quell’erotismo prorompente ed inarrestabile che porta a guardare una donna, in questo caso una ragazza, con gli occhi della magia e del desiderio. Desiderio che non nasce dal peccato come vorrebbero farci credere, ma dal candore dell’innocenza che spruzza sensualità da tutti i pori. Tutta questa autentica forza della natura, può offrirla solo la giovinezza che fiorisce, l’adolescenza che rapisce e trasporta con sé in mondi inesplorati e che non è mai sinonimo di volgarità ma sempre espressione di felicità, gioia, paradiso terreno. Cosa c’è di più bello su questa terra e forse anche in cielo, dell’ammirare un giovane corpo d’adolescente che è arte, armonia, bellezza, piacere? È l’essenza stessa della vita, il vero motivo per cui vale la pena vivere.

    ... Mosè
         
Le chiacchiere della gente, sempre pronte a ficcare il naso e a giudicare i fatti degli altri, nascondendo quelli propri, dicevano che fosse di origine nobile, qualcuno sosteneva anche che fosse stato addirittura un conte e che avesse vissuto in un castello pieno di ricchezze ereditate da lontani avi benestanti. Dicevano anche che poi, per sua libera scelta, avesse rinunciato a tutto decidendo di vivere in assoluta libertà e povertà, campando di espedienti ed elemosine, aiutandosi con qualche lavoretto saltuario. Le male lingue dicevano ancora che non fosse stato mai sposato, ma sulla sua vita sentimentale, vigeva il più assoluto e totale mistero. Chissà se ha mai conosciuto l’amore o se ha vissuto anche da giovane sempre solo! Chissà quante donne ha corteggiato e quante hanno ricambiato questo interessamento! Certo è che, guardandolo adesso, dà l’impressione di essere talmente abituato alla solitudine, da non aver bisogno di niente e di nessuno. Sembra in perfetta armonia con se stesso, come chi gusta appieno la propria libertà che rappresenta l’unica vera ricchezza, quella d’un uomo che non è mai sceso a compromessi con la società troppo spesso bigotta e perbenista. Ai miraggi dei soldi e della posizione sociale, lui ha saputo preferire la bellezza e la poesia d’una vita viva e vera, colma di interiorità, di profondità, quasi da artista o eremita, fuori da ogni schema. Del resto, non sempre un uomo sente il bisogno di confrontarsi o di integrarsi con la società, spesso ci si può sentire soli pure in mezzo a milioni di persone, perché non si è capiti o compresi o si viene ignorati del tutto. Lui, Mosè, tutto questo lo sapeva bene perché l’aveva sperimentato su se stesso, e aveva scelto quel suo stile di vita, in ogni caso da rispettare, come un angelo caduto su questa terra che come sola compagnia, aveva lui stesso, l’unico che lo conosceva bene e, per questo, non poteva mai tradirlo. Trovava assolutamente normale parlare con sé e rispondersi da solo. E in quelle rarissime volte in cui gli sembrava che non si ascoltasse, si rivolgeva a quella natura che i credenti chiamano Dio, unica consolatrice, confidente di anime solitarie che, non potendo o volendo esternare il proprio amore su altre persone, lo riversano per intero su di essa, guardandola con gli occhi dell’amante. Il terzo ed ultimo confidente dopo se stesso e la natura, era rappresentato dal suo quaderno che utilizzava quasi come una sorta di diario nel quale aprirsi come in confessione. Mosè scriveva spesso su quei fogli di carta, scriveva tanto, specie quando ne aveva voglia o ne sentiva il bisogno. Annotava tutto ciò che gli passava per la testa: pensieri, emozioni, considerazioni, commenti. Lì buttava giù così, senz’ordine e senza data, come li sentiva dentro e in maniera istintiva. A volte scriveva anche testi di canzoni napoletane classiche: Reginella, Marinariello, Torna a Surriento e tante altre ancora, un genere che lui adorava e che suonava spesso con la chitarra o ascoltava alla radio. Non conosceva bene le note musicali ma nonostante questo era capace di suonare molto bene ad orecchio e, spesso, anche ad improvvisare canzoni inedite da lui stesso create. Aveva l’anima d’artista, e come poteva non essere così per un uomo come lui e con la vita che conduceva? Era bravissimo anche a scrivere commedie teatrali usando un linguaggio squisitissimo, ironico e pungente nello stesso frangente. Peccato che nessuno l’abbia mai preso in considerazione, riconoscendogli il giusto merito. Perché Mosè, di talento, ne aveva da vendere e ne aveva davvero tantissimo ma l’attenzione che i cosiddetti critici d’arte gli rivolgevano, era praticamente offuscata da quel suo modo trasandato di presentarsi che, agli occhi di chi giudica solo per come uno appare, non meritava considerazione alcuna. E chissà quanti altri talenti nascosti, quante anime artistiche sconosciute che ci sono in circolazione, restano in ombra. Un autentico spreco di talenti, di arte, di emozioni che non possono comunicare e che rimangono inespressi, morendo, ripiegandosi su se stessi. È una miniera di ricchezza che si perde! Mosè sapeva fare un po’ di tutto in campo artistico. Era bravo e portato anche a recitare. Era nato per fare l’attore, sapeva stare in scena. Aveva quella tipica mimica, quelle mosse, studiate e involontarie, che sanno fare i bravi attori senza distinzione fra teatro e vita, proprio come lui. Vi è una foto che lo ritrae con un cappello in testa in una tipica espressione teatrale. È un’immagine bellissima che meriterebbe d’essere scolpita o trasferita in un quadro, ritrae perfettamente la sua inclinazione all’arte in genere.

      ... Fia
       
Ora la ragazza afferra un pettine e prova a schiacciare verso il basso, aiutandosi con la mano, quei suoi capelli alzati in aria come cresta di gallo, dopo una notte di sonno. Ma non ve ne era proprio bisogno. A quindici anni si è belli sempre e comunque, specie se si è come lei. Ora guardava se stessa allo specchio come se si trattasse di un’altra persona, di un’amica, di una coetanea ma non si giudicava, ormai sapeva benissimo da sempre, di essere desiderabile ed attraente e ne era felice, ne andava orgogliosa come il pavone quando si muove con tutte le proprie grazie. I suoi occhi neri, penetranti, ancora addormentati come chi si è svegliata da poco senza neanche sciacquarsi la faccia per svegliarsi del tutto, si presentavano lucidi e dilatati e in quell’attimo, non sembravano quelli di una ragazzina che osserva curiosa la vita con l’ingenuità disarmante dell’età, ma piuttosto davano l’impressione di essere quelli di una donna matura ed esperta, che li apre dopo una infinità di orgasmi assaporati tutti in un’unica notte. Senza l’ombra del trucco, senza maschere di fondotinta, senza il rossetto che brilla sulle labbra, lei appariva ancora più giovane dei suoi quindici anni, più piccola che mai e, per questo, più seducente, più maliziosa.

Quando la natura decide di regalare ad un’adolescente la bellezza, questa esce fuori sempre, con o senza trucco che può eventualmente servire, solo per trasformare la piccola ingenua bambina in una giovane donna creata per l’amore, ma nel primo come nel secondo caso, è la giovinezza che trionfa unita alla bellezza e al desiderio. Ora la ragazza apre un po’ di più gli occhi, poi leggermente anche le labbra facendo uscire fuori ma solo per un attimo ritraendola immediatamente, la punta della sua lingua che, come una susina ancor acerba o una piccola anguilla, sarebbe stata capace, contro ogni moralità, di risvegliare persino gli istinti repressi d’un prete. Le sue labbra violacee, carnose e infantili al tempo stesso, erano talmente seducenti che anche lo specchio pareva diventare vivo come volesse avvicinarsi per unirsi a lei, e quel desiderio sarebbe stato lo stesso di chiunque si fosse trovato lì in quel momento ad osservarla di nascosto.

Forse avrebbe venduto per l’eternità l’anima al diavolo in cambio di una frazione di secondo nella quale poter appoggiare le sue labbra a quelle della ragazza. Del resto, quelle sensazioni che avrebbe provato in quell’istante, paradisiache, sarebbero valse assai di più delle sofferenze eterne dell’inferno. Ed io mi chiedo, a tal proposito, il motivo per il quale molti giovani siano tristi e insoddisfatti. Non riesco proprio a comprendere perché cerchino piaceri artificiali nella droga, nell’alcool, nel ritmo assordante d’una discoteca o nel rombo d’un motore da corsa. Ma perché non provano invece, loro ai quali l’età ancora lo consente, a baciare le labbra di una bella ragazza? Ma esiste al mondo forse, una droga o un paradiso più bello? più naturale? Non solo non fa per niente male ma ha anche il potere di elevare l’anima e il corpo, fin quasi a rendere immortali. E ancora mi rendo conto di quanta stupidità vi sia nella vita di clausura, nella castità, nella rinuncia ai piaceri del sesso e dell’amore per godere poi di una ricompensa in una ipotetica vita futura. Ma esiste una grazia o una gioia più pronta ed immediata del bacio di una quindicenne? È questo il paradiso, è già qui su questa terra, a portata di mano, non ne servono altri, non c’è alcun bisogno di cercarlo altrove o in altri mondi. È la sensazione che si proverebbe, non è forse un dono di Dio per arricchire i sensi e l’anima? Ma ecco che ora, sempre davanti allo specchio, l’unico fortunato al quale è concesso di ammirare le sue grazie, la ragazza sbadiglia una volta, poi una seconda ancora, allargando le braccia sia a destra sia a sinistra, portando avanti il petto, mostrando in tutta evidenza due seni adolescenziali ma già abbastanza formati, bellissimi che, anche se coperti dalla camicetta del pigiama, come due piccoli vulcani, sembrano rappresentare la creazione più bella di chi ha inventato il corpo d’un’adolescente, il più grande capolavoro artistico di tutti i tempi fatto da uno scultore, la parte più importante del quadro d’un pittore. Se qualcuno presentandosi lì in quel momento esatto, avesse avuto la fortuna e il tormento di osservarla in quel gesto e avesse avuto poi il permesso di palpare quei seni, riterrebbe la propria vita completa, poteva anche morire ormai, il destino non avrebbe potuto mai e poi mai riservargli gioie e sensazioni più forti di quelle già provate in quell’attimo. La ragazzina intanto sembrava essersi svegliata completamente, si tirava i capelli in su con le mani, faceva smorfie allo specchio come in un film muto, si abbracciava da sé, si piaceva. Quel viso un po’ da bambina, faceva già presagire la bellezza che avrebbe poi avuto da donna. Poi si alza di scatto dalla sedia e girando improvvisamente le spalle allo specchio come per dispetto, si guarda il suo sedere che, anche se coperto dal pantalone del pigiama color azzurro con palline bianche, le si mostrava perfettamente sodo e armonioso malgrado la giovane età. Anche quella parte del suo corpo, come ogni altra del resto, era perfetta e senza alcun difetto, pareva più forte di una calamita capace di attirare su di essa mille mani. Poi la ragazza smette di guardarsi, un’abitudine e un vanto che usava fare tutte le mattine, e poteva permetterselo data la sua bellezza, e comincia a guardarsi in giro rapidamente, osservando il solito inconfondibile disordine di sempre al quale era ormai abituata, anzi le sarebbe sembrato strano il contrario, e senza smuovere un dito per mettere a posto la benché minima cosa di là dentro, si sdraia a peso morto di colpo sul suo lettino con la faccia in su e gli occhi rivolti al soffitto, al posto del quale, a quell’età, si vede il cielo.

Rimane così immobile a pensare a tutto o forse a niente. È difficile entrare nei pensieri d’un’adolescente, soprattutto mentre la si osserva in quell’espressione. Non può farlo nessun bravo scrittore, non posso farlo nemmeno io. Quella ragazza così sconvolgente si chiamava Fia. Il suo nome di battesimo era Sofia ma a lei non è mai piaciuto scritto in quel modo, le sembrava la capitale della Bulgaria.

Avrebbe voluto chiamarsi Sophia semmai con la ph al posto della f. Ma, visto che non le era stato possibile, decise di farsi chiamare col diminutivo di Fia. Tutti i suoi amici e le amiche cominciarono a chiamarla così, e poi anche i suoi genitori si abituarono a farlo. Così per tutti, ormai lei era Fia.

    ... Mosè
      
Abitava ad Enna, una piccola e tranquilla, si fa per dire, cittadina siciliana, quasi un paese per il numero di abitanti, 28.000 circa, posta a quasi mille metri di altezza su un ripiano dei monti Erei. È un centro agricolo e minerario che si estende con pittoresche viuzze su una terrazza che domina l’alta valle del fiume Dittaino, sul ciglio del quale si ergono il Duomo e il Castello di Lombardia, uno dei più imponenti della Sicilia, con elementi costruttivi bizantini, normanni e svevi. Fu Enna un antico villaggio siculo e colonia greca che nel corso della storia passò dal dominio dei cartaginesi a quello dei romani per poi divenire una importante fortezza del Medioevo. Si trovò in quel periodo sotto diverse mani, dai bizantini, agli arabi, dai normanni, agli svevi, poi agli aragonesi. Oggi, in quella città, ci si conosce quasi tutti come fosse un paese e le chiacchiere della gente sono diventate pane quotidiano. Non avendo molto da fare, si mormora, si spettegola spesso in buona fede o a fin di bene, ci si interessa dei fatti altrui molto più che dei propri. Così un segreto che avrebbe dovuto rimanere tale, finisce presto per passare di bocca in bocca, con notizie aggiunte o insinuazioni fantasiose che, via via che lo si racconta, modificano del tutto il contenuto, fino a diventare un fatto di dominio pubblico che non sempre coincide col vero. Del resto, la città offre ben poco per potersi distrarre senza pensare alle cose del vicino. Niente locali di intrattenimento, niente discoteche per chiunque ami ballare, niente associazioni o aggregazioni culturali, neanche lo sport e specialmente il calcio, riesce a sopravvivere in quella città. A tutto questo, va aggiunta una disoccupazione elevatissima che non riguarda solo Enna ma tutta la Sicilia e gran parte del meridione. Così a molti giovani, finite le scuole, non rimane che emigrare in cerca di occupazione, al nord soprattutto. La città, la più alta d’Italia dal livello del mare e invece giù in basso in tutto il resto. Ma la sua gente sa anche essere ospitale, generosa, disponibile e altruista come tutta la gente della Sicilia e del sud d’Italia che si mostra solare in armonia col suo stesso clima.

Ma Mosè era, diciamo così, un figlio adottivo di quella città. Non era nato lì ma vi si era trasferito da più di dieci anni ed era diventato uno del luogo ormai. Aveva vissuto per oltre mezzo secolo a Roma, la sua città natale e della capitale conservava ancora l’accento. Poi, per una serie di strane circostanze che in pochissimi conoscono, il destino lo portò definitivamente in Sicilia, proprio ad Enna, nel cuore dell’isola. In città ma anche nei paesini limitrofi, lo conoscevano quasi tutti. Lo salutavano in tanti ogni qual volta lo si incontrava per strada e lui si fermava volentieri a parlare con ognuno di loro. Aveva molti amici di qualunque età o estrazione sociale. Era amico dei bambini, dei ragazzi, di uomini e donne, di anziani, di tutti insomma. Certamente quasi nessuno condivideva ed approvava quel suo stile di vita quasi da randagio e da barbone, tipico di chi affida alla strada la propria dimora senza un porto sicuro, senza famiglia. Nessuno poteva giustificare quel suo modo di vestire completamente trasandato che lo rendeva simile ad un poveraccio, a metà tra un mendicante e uno zingaro. Ma lui era felice e si realizzava così. Era sereno, si sentiva libero come un gatto che non ha padroni, al di fuori di una società che mostra una faccia perbenista davanti e poi, di nascosto, rivela una doppia vita piena di fango e perversione, prostituta, figlia del denaro, della competizione commerciale ed economica, dei facili guadagni. Mosè aveva uno spirito libero, due occhi rimasti da bambino che osservavano il mondo come fosse un nuovo giocattolo da esplorare. I compromessi di una società che plagia tutti piegandoli al proprio volere, no, non facevano per lui. Aveva una mente troppo elevata ed un cuore troppo nobile per rinchiudersi in una gabbia fatta di regole comportamentali, dogmi assurdi e pseudoculture. Niente massificazioni, niente opportunismo, niente convenienze. Lui aveva scelto di vivere libero, prendendo solo ciò che una giornata poteva offrirgli e niente di più.

      ... Fia
       
Era stata adottata Fia da quando aveva solo pochi mesi. I suoi veri genitori non li aveva mai conosciuti né voleva conoscerli. Non sapeva neanche se esistessero ancora o il motivo per il quale l’avessero abbandonata. Non aveva proprio la curiosità di saperlo; non li odiava, Fia non sapeva odiare, nei loro confronti era solo indifferente. Li aveva cancellati e basta, così come forse loro avevano fatto con lei quando era nata.

Li aveva sostituiti con i genitori adottivi che, a modo suo, voleva bene ed amava più di ogni altra cosa al mondo, considerandoli come genitori naturali. Suo padre, Adolfo, 60 anni appena compiuti, un signore distinto, d’aspetto ancora gradevole, con una discreta posizione sociale, era proprietario di una farmacia. Voleva bene alla figlia tanto da non averle mai fatto mancare nulla, assecondando quando poteva farlo, tutte le sue richieste. Non era tuttavia una generosità insita nella sua stessa natura. Il suo modo di essere e di comportarsi infatti, anche nei confronti della moglie, si mostrava poco incline ad indulgere in atteggiamenti sentimentali o espansivi. Quest’ultima, Teresa, di cinque anni più piccola di lui, era una signora anche di bell’aspetto, con una spiccata vocazione altruistica e conseguentemente molto predisposta verso la figlia, alla quale voleva un bene immenso. L’aveva considerata da sempre come figlia naturale, amandola come fosse stata lei a partorirla.

Non poteva avere figli e per questo l’aveva adottata e quella bambina divenne subito il suo motivo di vita, la concentrazione di tutte le sue aspirazioni e dei suoi sogni. Fia lo sapeva bene, lo aveva sperimentato e ne ricambiava l’amore con fiducia. La madre era la sua consigliera, le nascondeva poco o nulla, le rivelava tutto e subito. Avevano due caratteri simili, come fossero davvero madre e figlia. Le uniche ma sostanziali differenze consistevano solo in una certa modernità di vedute che aveva la figlia rispetto alla madre. Tanto che bonariamente e con un sorriso sulle labbra, Fia le diceva spesso: “Sei troppo all’antica, mamma, aggiornati un po’!”. Ma tutto questo rientrava nella norma, faceva parte del solito e scontato conflitto generazionale tra genitori e figli. Comunque se Fia aveva un problema, era sempre la mamma a saperlo per prima. Nonostante il diploma di Maestra di scuola, aveva preferito abbandonare l’idea del lavoro d’insegnante per non doversi spostare troppo e altrove per supplenze. Ritenne più utile dedicarsi alla casa, al marito e alla figlia. Fra l’altro, il lavoro del marito, fruttava una discreta sicurezza economica che risultava più che sufficiente per vivere bene. La vita, in quel paese alla periferia di Enna, Leonforte, non era per niente cara, e con quel guadagno si poteva andare avanti dignitosamente.

Solo ogni tanto, saltuariamente, effettuava delle lezioni private in casa a qualche bambino di scuole elementari. Ma lo faceva più per la passione di insegnare e di rendersi utile ai bambini che per una vera e propria necessità economica. Era nel suo complesso, una famiglia tranquilla come tante altre. Il marito lavorava, la madre faceva la casalinga, la figlia andava a scuola, la tipica famigliola italiana insomma, del sud meglio ancora dove, sia pur con qualche piccola giustificabile incomprensione, ci si andava d’accordo e d’amore gli uni con gli altri. Ovviamente la chiusa e ristretta mentalità di paese nel quale la famiglia viveva, finiva inevitabilmente per condizionare il modo di pensare e di agire soprattutto dei genitori che unita ad una forte ispirazione cattolica ereditata da secoli, non li rendeva immuni da pregiudizi d’ogni tipo. È Leonforte, il paesino in questione, un paesino vicino Enna, situato a circa 500 metri d’altezza, sulle prime pendici dei Monti Nebrodi, che vive principalmente di attività agricola e mineraria e che non ha più di 17 mila anime, dove tutti si conoscono e non succede mai nulla che non si sappia in giro. Non c’è niente di veramente importante degno di essere menzionato parlando di quel paese. Forse un palazzo baronale, relativamente antico ma nulla di più. Se qualcuno per ipotesi, da Milano, Roma o da qualsiasi altra città di una certa grandezza, venisse a stare a Leonforte, tenterebbe subito di scappare, non si adatterebbe mai alla noia, lo considererebbe un buco fuori dal mondo. Eppure, paradossalmente, tanta gente di quel paesino, emigrata per necessità lontano a cercare fortuna, ogni qualvolta che per le ferie si trovi a tornare a casa, non può nascondere le lacrime e una forte emozione. Non si è mai contenti nella vita, si cerca sempre di più e poi ci si ritrova più infelici di prima a rimpiangere quel poco che si aveva e che forse aveva più valore. Vi era però Enna vicino, dove molti giovani si recavano specie per andare a scuola, come la stessa Fia del resto, ma questa città in fondo era solo un paese più grande e non è che poi ci fosse molta differenza.

Spesso i giovani, nei fine settimana, si organizzavano in gruppetti per andare a Catania o a Palermo che offrivano molti più divertimenti e che parevano autentiche metropoli in confronto a quei luoghi. Gli anziani invece erano felici di abitarci, beati loro! Lì erano nati e lì volevano morire. Per loro Leonforte era l’America, la luna, l’universo intero e non esisteva altro. Erano piantati, radicati lì e nessuno poteva più smuoverli ormai. Avevano in quella terra le radici, vivevano delle loro abitudini, con la loro mentalità, sempre uguale, monotona ed era un delitto soltanto il pensare di poterla cambiare. Certe realtà in un mondo che oggi si evolve ad una velocità incredibile, vanno viste, sperimentate sul luogo, risulta difficile poterle descrivere o spiegare. Per loro rimasti contadini come tantissimi anni fa, contava solo la terra e il loro mondo, come se il tempo si fosse fermato ora e per sempre. Io, scrittore messinese, fortemente attaccato alla mia città, alla mia gente, alla mia terra con le sue bellezze e tradizioni, alla mia Sicilia, considero quei posti che sto narrando nel libro, come casa mia e li voglio bene, ma non posso non essere obiettivo nel mio racconto.

Ho sempre considerato lo scrivere come una confessione oltre che una passione. Io sono vero nella vita, così come lo sono nei miei libri. Quelle realtà, in quei luoghi e in tanti altri della Sicilia e non solo, esistono ancora ed è giusto metterle in luce. Ma non voglio giudicarle, non è nel mio stile, nella mia filosofia di vita. Bisogna sempre e comunque rispettare il loro modo di vivere e la loro mentalità. Quelle persone stanno bene così ve lo assicuro e chissà se il loro modo di essere è più vero e genuino del nostro! La piccola Fia, però, non stava per niente bene in quel paese. Amava i suoi genitori ma non sopportava quell’ambiente piccolo e ristretto dove ci si sentiva continuamente spiati e pareva di respirare accanto l’alito del vicino. Fia soffriva maledettamente per tutto questo. Si sentiva chiusa in gabbia con le ali tagliate, un pesce fuor d’acqua. Si sentiva moderna, anticonformista e in un certo senso ribelle. “Forse ne ho preso dalla mia vera madre”, pensava, “ma non lo saprò mai” e non le importava proprio di saperlo. “Ma quando compirò 18 anni, e non vedo l’ora, me ne andrò via di corsa da questo schifo di paese, mi dispiace allontanarmi dai miei genitori ma devo farlo, sì, devo farlo, è la mia vita e devo viverla come merita. Non voglio più vedere questo paese zotico e bigotto. Me ne andrò a Catania, a Palermo, già è un’altra cosa, Ma no, no! sempre Sicilia è. Andrò molto più lontano, a Roma, Milano, Torino, in una grande metropoli dove si può vivere in pace, ci si può divertire, conoscere tanta gente senza vedere le stesse vecchie facce che ti giudicano continuamente. Lì non ti conoscono tutti come accade qui. Mi troverò un lavoro e se diventerò ricca me ne andrò lontanissimo in America, in Australia, sulla luna, anche su Marte ma qui non tornerò più, questo paese non voglio più vederlo neanche col binocolo o in fotografia. Ma adesso che ho ancora quindici anni che faccio? Qui non c’è mai niente da fare. Io non mi diverto mai, non mi sono mai divertita. Ma che male ho fatto per nascere qui? forse sarebbe stato meglio in Africa o non essere mai nata. Sto buttando via i miei anni più belli, chiusa in casa, che spreco! La mia bellezza, la mia adolescenza passeranno in fretta lo so, e non torneranno mai più.

    ... Mosè
      
Spesso lo si vedeva nei pressi dei cassonetti della spazzatura per racimolare qualche cibo scaduto che lui mangiava lo stesso, oppure vicino un supermercato dove gli venivano dati degli alimenti non più buoni per essere venduti, tanto lui metteva in pancia tutto quello che trovava, la fame è una brutta compagna che fa fare anche azioni che non vorresti mai fare. “A me non fa mai male niente”, diceva a tutti giustificandosi, “la mia pancia è un serbatoio abituato a tutto anche alle cose scadute, sono abituato, le digerisco bene e poi sono buone lo stesso”.

Aveva il vizio, come tanti, di fumare e lo faceva a volte senza controllo, anche un pacchetto intero in poche ore. Non ho mai potuto capire perché lo Stato sostiene a parole di tutelare la salute dei suoi cittadini e poi, con i fatti, semina morte mettendo in circolazione simili veleni e lucrandoci sopra. E il paradosso è che disegna la morte nel pacchetto che vende. A questo punto perché non lascia che uno si droghi tranquillamente o che un ragazzo vada in motorino senza casco? Non si può difendere la salute a convenienza. Ma, pur sforzandomi, non riesco a trovare nulla di quello che la legge impone, che abbia un senso. Ma oltre a fumare, Mosè amava anche bere soprattutto birra. Spesso lo si vedeva per terra seduto, accanto al suo inseparabile motorino, con almeno 6, 7 bottiglie di birra vuote. Se le era scolate in poco tempo una dopo l’altra e persino a stomaco vuoto. “Non preoccupatevi per me”, diceva a tutti, “io non mi ubriaco mai, le tollero bene, è come acqua fresca” e continuava a bere senza sosta in modo che non restasse alcuna bottiglia piena superstite. Ma in realtà, il suo modo di parlare e comportarsi, subito dopo aver bevuto, dimostrava esattamente il contrario. Un giorno, un bambino polacco di carnagione rossiccia e lentigginoso in viso di circa dodici anni, gli portò una scodella con della pasta mista a fagioli dicendogli: “Tieni Mosè, te la manda mia madre, dalla al gatto!” Lui sorpreso e un po’ arrabbiato rispose: “Al gatto? Ma questi son buoni, li mangio io, altro che gatto” mentre li odorava con gusto. E il bambino ancora più sorpreso di lui continuava a dirgli: “Ma sono passati, scaduti da almeno una settimana!” Mosè ancora più adirato rispose di nuovo: “Li mangio io e basta, al gatto do le scatolette per gatti”. Al bambino, deluso, non restò che andarsene.

Nessuno sa se Mosè avesse mai lavorato una volta in tutta la sua vita passata, ma di certo è che non aveva nessun tipo di lavoro fisso. Ogni tanto gli capitava qualcosa ma saltuariamente e quasi sempre di breve durata. Aveva fatto il guardiano d’una villetta, un po’ di pulizie in vari posti ma null’altro di importante anche se ogni tipo di lavoro è degno di considerazione e rispetto se fatto con onestà e lui di onestà ne aveva da vendere. Da circa un anno però, gli era stata offerta un’occupazione più continuativa, diciamo fissa, pur sempre precaria.

Prestava lavoro infatti nella più grande chiesa della città di Enna, la parrocchia di San Raffaele che raccoglieva un grandissimo numero di fedeli, tutti benestanti, che appartenevano alla parte cosiddetta bene della città e dei paesi vicini.

Fra costoro, vi erano dottori, insegnanti, giornalisti, avvocati, giudici. Il parroco della chiesa, si presentava come un uomo di buon aspetto, giovanile, sulla quarantina d’anni, forse qualcuno di più, si chiamava padre Santino. La cosa che più spiccava in lui erano dei particolari occhialini, tipo Ottocento, da intellettuale, che lo facevano assomigliare più ad un anarchico di estrema sinistra che a un prelato nel pieno della sua missione. Lo si vedeva sempre circondato da donne, da signore, alcune delle quali molto avvenenti. Vi lascio immaginare le chiacchiere che si udivano in giro e in tutta la parrocchia. Si erano propagate per tutta Enna e persino in provincia. Quella gente non aspettava altro. Doveva passarsi il tempo parlando dei fatti degli altri, e una notizia bomba come questa non poteva certo passare inosservata. Diciamo che padre Santino, credo involontariamente, aveva offerto loro il pretesto giusto per far scoppiare un incendio. “Sì, sì, ti dico che l’ho visto mentre toccava il seno prosperoso della signora X. Io l’ho visto anche a letto con la signora Y dentro la chiesa stessa”. Se ne dicevano di tutti i colori, di tutto e di più. Tutto è partito dalla parrocchia stessa, dagli stessi fedeli che facevano una faccia davanti al prete ed un’altra nascosta alle spalle. E pensare che in chiesa si dovrebbe andare a pregare e invece si cade in queste bassezze. Ecco cari lettori, cosa succede nelle parrocchie, non in tutte per carità, ma forse nella maggioranza di esse. Io non voglio sindacare su quanto si dicesse intorno a quel prete, forse non era vero nulla, non credo comunque possa interessare al lettore, figuriamoci a me. Una cosa volevo però scrivervi e prendetela solo come una mia opinione che può o meno essere condivisa.

Oggi un prete lo si vede vestito più con abiti normali che con quelli religiosi. Ho visto molti di loro che tutto sembrano tranne che preti. A questo punto perché non farli sposare? Non credo che l’amore di Dio debba necessariamente essere esclusivo. Lo si può amare e servire benissimo, pur amando la propria donna. A chi giova la castità? L’unica vera perversione è proprio la castità secondo me. E se le donne sono uguali agli uomini perché non possono dire la messa o diventare persino papa? Vedete cari lettori, se le leggi dello Stato sono senza significato, quelle imposte dal Vaticano sono addirittura incomprensibili, secondo me, ovviamente. Vi giuro che anch’io mi sto sorprendendo di me stesso per avervi narrato le chiacchiere sulle presunte donne del prete, e non aver invece sorvolato su un argomento così frivolo, drammaticamente ridicolo e senza senso. Piuttosto quello che volevo scrivervi di più importante consiste nel fatto che tutti i parrocchiani della chiesa di San Raffaele, volevano bene e rispettavano Mosè, considerandolo come un loro figliol prodigo, come una pecorella, o caprone in questo senso, smarrita. L’impressione che si aveva è che fosse visto quasi come un figlio del Signore mandato dalla Provvidenza divina apposta in quella chiesa, affinché tutti potessero elargirgli beneficenza. E così, cominciarono tutti a regalargli beni di ogni tipo. Dal genere alimentare: pasta anche integrale, pomodoro, pacchi di caffè, zucchero, sale, latte, acqua; al genere d’abbigliamento: camicie nuovissime di marca e firmate ancora impacchettate, giacche, giubbotti, scarpe, pantaloni, maglie di lana e persino qualche slip. Poi si passava all’utensileria: pentole, batterie da cucina, bicchieri, e poi ancora asciugamani, saponette, lamette e schiuma da barba e persino rotoli di carta igienica. Insomma di tutto e di più. Era più fornito lui che un intero supermarket. L’assurdità stava nel fatto che lui, di tutto questo ben di Dio, non ne faceva uso e questa roba giaceva inutilizzata mentre lui continuava a mangiare cose scadute e a vestirsi malissimo, con i soliti indumenti di sempre. Nella vita, non bisogna giudicare o cercare di cambiare a tutti i costi una persona diversa da noi, se la si rispetta veramente, è importante accettarla così com’è. Mosè comunque ringraziava tutti per i regali ricevuti pur sapendo che non li avrebbe mai utilizzati e più volte aveva fatto loro presente di non volere più nulla perché tanto non li avrebbe adoperati.

I fedeli, testardi, gliene portavano ancora di più. “Ma cosa devo fare io con tutta questa roba? Va a finire che la butto, la regalo, tanto non uso niente”, pensava sotto sotto, tra sé, lui. Ma la vera comicità consisteva nel fatto che Mosè era convinto che quei regali non fossero il frutto d’una spontanea generosità ma di una evidente vanità. “Me li regalano solo per farsi vedere dal parroco e per farsi belli davanti agli altri parrocchiani, lo fanno per mettersi in mostra, per farsi vedere che fanno del bene, la loro è vanità e non carità”. Mosè pensava questo e forse non aveva tutti i torti perché molti di loro, dopo avergli regalato qualcosa, andavano subito dal padre dicendogli con una certa vanteria e soddisfazione “Ha visto padre quante cose ho regalato a Mosè? Pensa che lui le usi?” Mentre allo stesso interessato non chiedevano mai in privato se avesse gradito i regali ma solo ed esclusivamente in presenza di altri fedeli. “Mosè ti stava bene la camicia che ti ho dato? Perché non l’hai messa? E le mutande? Erano la tua misura? Le hai indossate?”. La vera beneficenza, cari lettori, la si fa con amore, in silenzio, senza far rumore, senza mai rinfacciarla di averla fatta o parlandone con qualcun altro. Invece loro, i parrocchiani di quella chiesa, erano arrivati al punto di fare a gara fra chi avesse regalato più cose. Capisco che questo mio libro può, in certi momenti, apparire scostante fino ad urtare la suscettibilità di qualche lettore, so anche che non si può generalizzare e che non tutti i fedeli d’una chiesa ragionano così, ma io mi sono limitato a dirvi quello che ho realmente constatato. Sto raccontando una verità e non sto giudicando. Giudicare è una parola che non conosco nel mio vocabolario e che lascio ai giudici d’un tribunale, e se in qualche circostanza può sembrare che lo faccia, vi assicuro che quello è solo il mio pensiero, e mia sia consentito, almeno quello. La verità è che soltanto nell'arte, di notte quando tutti dormono, uno spirito libero può uscire manifestando la propria diversità, come un alieno venuto da chissà quale mondo. Se venisse scoperto, verrebbe fatto fuori e forse anche ucciso nell'anima. Bisogna lasciare dormire tranquillamente la gente: guai a chi provasse a risvegliarla! Quando si sta per troppo tempo al buio, finisce che poi si ha paura della luce.

      ... Fia
        
Stava sempre lì da sola Fia, nella sua stanzetta, in compagnia del suo disordine, del suo specchio, del suo lettino. Parlava con se stessa e con chi altro poteva farlo nella solitudine di quel paese? “Sono bella, sì lo so, ma a che mi serve esserlo se nessuno mi può apprezzare? Se nessuno può toccarla con mano questa mia bellezza? Vorrei che non fosse solo un bene esclusivo mio ma che appartenesse anche agli altri. Sarebbe bello se tutti, tramite il mio corpo, toccandolo, provassero emozioni, felicità. Mi farebbe sentire importante, altruista, amata, desiderata. Sì, mi piacerebbe essere toccata da chiunque, ne sono sicura, ma io devo essere d’accordo. Devono avere il mio permesso e, se il caso, devono pregarmi come una regina, la regina del sesso con tutti i maschi ai miei piedi, in mio potere. Sì, mi piace il potere. Sono stanca di essere considerata una bambina che deve ancora crescere. Ma quale bambina? Io sono cresciuta e come sono cresciuta! Questo seno non è cresciuto forse? La mia bocca non è sensuale forse? E le mie gambe, il mio culo e i peli che ho sotto non sono veri, mica sono finti? Ho avuto già le mestruazioni a undici anni e sono diventata donna da allora, è da allora che posso avere figli e perché non posso ritenermi già donna? Perché non posso fare quello che voglio? Ho smesso da tempo di pensare alle bambole. Ora cerco il maschio ma sono per tutti bambina. Sono stanca di essere chiamata minorenne, Dio come odio questa parola: Minorenne! ma che significa? Che non capisco? Che sono ritardata mentale? I grandi non capiscono nulla, capisco più io a quindici anni, fanno tutti schifo specialmente quelle che si credono psicologhe, assistenti sociali, non capiscono un tubo. Non hanno capito niente di me! Sono tutte loro che mi violentano quando pensano che sono ancora bambina, loro e soltanto loro, perché non le mettono tutte in carcere quelle criminali ignoranti. Mi devono sempre controllare, devo aspettare i 18 anni, non posso indossare una minigonna, non posso toccarmi, non posso scopare con chi voglio! Che schifo di vita! Ma come posso andare contro natura? ma vogliono sapere di più di lei che ci ha creati? La natura a undici anni ha deciso di farmi diventare donna, mi ha fatto questo bellissimo regalo e loro, presuntuosi, mi chiamano ancora bambina. Io sono una donna ormai, forse una giovane donna o una donna bambina, no meglio una giovane donna. Odio il termine bambina, odio il termine minorenne. Bambina lo sono anche stata ma prima di avere le mestruazioni, quando ancora giocavo con le bambole. Ma come si può chiamare bambina una che già si interessa ai ragazzi? le bambine pensano solo a giocare. Io sono donna, sono bella, sono sprecata in questo schifo di paese. Potrei essere una diva, una fotomodella, me lo posso permettere, ho il fisico adatto. Questo mio corpo è un talento naturale, non può restare nascosto, merita di essere visto, osannato, idolatrato. Ma poi perché nasconderlo se la natura me l’ha offerto come dono? Quando devo mostrarlo quando invecchierà e non lo vorrà vedere più nessuno? È la vecchiaia che mortifica la carne e non il toccarsi. Tutti mi dicono di aspettare, che sono troppo piccola, ma aspettare chi? Cosa? Perché? Questo corpo è mio e voglio decidere io cosa farne, gli altri non hanno nessun diritto sulla mia pelle. Voglio mostrarlo, regalarlo a tutti, dividerlo con tutti. I grandi dovranno impazzire, perdere la testa per me, dovranno fare a pugni per poterlo guardare, sfiorare e se saranno buoni con me, forse, glielo concederò, sì, mi darò a tutti”. Era distesa sul suo fedele lettino, a faccia in su mentre pensava tutto questo. Tutte le volte che doveva riflettere o meditare, la si poteva vedere in quell’identica posizione, nello stesso lettino come se riuscisse a trovare ispirazione solamente in quello stato. Quel suo lettino era la sua musa ispiratrice. Era sincera Fia quando pensava tutto questo, non poteva fingere a se stessa, proprio non avrebbe potuto farcela e non l’avrebbe fatto neanche con gli altri. Erano pensieri strani per una ragazza della sua età, sicuramente molto più grandi di lei, fuori dal comune che denotavano una maturità e una libertà di vedute e di pensiero troppo grande e profonda per essere stata partorita dalla mente di una quindicenne tanto più che abitasse in un paese sordo ad ogni forma di apertura. Ma di chi era figlia la piccola Fia per ragionare così? Chi erano i suoi veri genitori che l’hanno abbandonata? Forse era figlia di angeli o demoni, di profeti, di filosofi, di pionieri di nuove idee, o forse di extraterresti, di esseri alieni. No! Fia non poteva essere una ragazza normale come tante altre. Aveva qualcosa in più, dentro aveva la libertà, fuori la bellezza del suo corpo. Era una ragazza fantastica, era una ragazza speciale. Il fresco profumo d’adolescenza che emanava, i suoi seni, le sue labbra, la bocca, la meravigliosa poesia della sua figura di fanciulla in fiore, la sua sensualità acerba pronta ad esplodere tra le braccia d’un ragazzo! Nessuno avrebbe potuto resistere al fascino della piccola Fia. Anche un sacerdote in confessione, se avesse potuto, si sarebbe spogliato e le sarebbe saltato addosso. Anche uno stimatissimo giudice tra le aule d’un tribunale, se avesse potuto, avrebbe abusato di lei. Anche un vecchio professore universitario, se avesse potuto, avrebbe strappato tutti i libri e sarebbe piombato su di lei davanti alla cattedra. Chiunque, se avesse potuto, avrebbe fatto questo, piccolo o grande, giovane e vecchio, maschio e forse anche femmina. Se nessuno lo fa nella realtà è solo perché la società, attraverso la legge fatta dagli stessi che desiderano Fia, lo punirebbe severamente. Non esistono altri motivi. Ma quando in un essere umano qualsiasi, si reprime qualcosa, questo qualcosa tende a manifestarsi ancora più intensamente e ad affascinare e si ottiene sempre l’esatto contrario, si crea il mito del proibito, si cerca il gusto della trasgressione che non sarebbero tali se fossero considerati normali. È il divieto che uccide la psiche d’un uomo perché limita e distrugge la libertà di essere che è sacra. Forse era per questo che Fia soffriva in quel modo e si sentiva tremendamente sola, perché era stata costretta a crescere come se le avessero fatto il lavaggio del cervello, seguendo le idee inculcatele dai suoi genitori che erano le stesse di tutti gli abitanti di quel paesino, le stesse della società in cui stiamo vivendo oggi. Ma voi immaginate, cari lettori, se i genitori adottivi di Fia avessero potuto sentire i pensieri della loro piccola? L’avrebbero presa per malata da curare spedendola da qualche specialista anche perché non avrebbero avuto la capacità intellettiva per afferrare quei concetti, sarebbe stata la stessa cosa di ascoltare una lingua straniera. E immaginate ancora, cari lettori, se i pensieri di Fia fossero stati ascoltati dagli abitanti di Leonforte. Mamma mia! Si sarebbero fatti il segno della croce e sarebbero scappati via. Per fortuna che la natura, che alla fine trionfa sempre, ha fatto in modo che nessuno possa leggere i pensieri della ragazza, altrimenti verrebbe mandata subito al rogo come nel Medioevo, dai suoi stessi genitori, dagli abitanti di Leonforte, dalla chiesa di San Raffaele con la benedizione del papa e di tutto il Vaticano.

        ... Mosè
         
La generosità dei parrocchiani della chiesa di San Raffaele, non si limitava a semplici regali ma si spingeva oltre concretizzandosi attraverso delle mance, delle piccole elemosine che oscillavano tra i 50 centesimi e i 5 euro che venivano offerte a Mosè nei giorni festivi, prima o dopo la messa. In verità erano pochini se considerate singolarmente ma moltiplicate per tutti i fedeli della chiesa, diventavano davvero un bel gruzzoletto. E poi vi erano i giorni particolari, il Natale, la Pasqua, Capodanno, Ferragosto, nei quali i soldi che gli venivano regalati aumentavano per l’occorrenza, fino a diventare veri e propri stipendi, spesso accompagnati dall’invito a pranzo a casa loro.

In realtà, uno stipendio vero, si fa per dire, Mosè l’aveva ed era quello che gli veniva corrisposto da padre Santino, una volta al mese, 80 euro circa. In cambio Mosè doveva recarsi in parrocchia tutti i pomeriggi per un’oretta dalle 16 alle 17 facendo un po’ da portiere, da segretario, diciamo così. In realtà faceva poco o nulla, aveva il compito di citofonare al parroco qualora qualcuno lo cercasse, di sistemare e fare un po’ di pulizie in chiesa, cosa che faceva solo ogni tanto. Il più delle volte lo si vedeva sdraiato su una specie di sedia a dondolo a fumare sigarette aspettando che passasse l’ora di “lavoro”.

Era per padre Santino un modo come un altro per giustificare con la parola “lavoro” quel che invece gli dava per beneficenza. E poi vi erano tutti i continui martellanti consigli e lavaggi del cervello che tentavano di fargli i parrocchiani.

“Ma perché non ti vesti bene? Perché non usi la giacca che ti abbiamo regalata? Perché non ti tagli la barba e ti aggiusti i capelli?, te lo pago io il barbiere, tieni questi 5 euro ma ti raccomando non te li spendere in bottiglie di birra e non fumare che ti fa male, prenditi le vitamine che ti ho comprato così ti riprendi un po’, sei sciupato, mangi poco”. Lo trattavano, in buona fede, peggio di un bambino piccolo e innocuo, incapace di badare a se stesso. Ma era tutto inutile. Lui calava la testa a tutti ma non recepiva nulla, era come parlare al muro. Quelle parole entravano dall’orecchio sinistro e senza fermarsi per essere assimilate dal cervello, uscivano immediatamente dall’orecchio destro come se non fossero mai state pronunciate. Lui ragionava solo con la sua testa, giusta o folle che sia, dipende dai punti di vista. Era sempre il solito. Neanche il giorno in cui compì 65 anni volle mettere in pratica i consigli dei parrocchiani. Tutta la chiesa di San Raffaele, per l’occasione, decise di fargli una megatorta con 65 candeline e lo pregarono tutti, almeno per quella importante ricorrenza, di vestirsi meglio. Ma fu tutto inutile, lui si presentò alla festa più trasandato che mai. Ma non sarebbe stato Mosè se non si fosse presentato in quel modo.

       ... Fia
         
Sola nella stanza con i suoi pensieri sempre più strani, Fia stentava a riconoscersi. Vedeva morire inevitabilmente le sue cose più care. Prima la sua bella Barbie tanto tempo fa con i suoi giochi da bambina, poi il suo diario, le sue lettere d’amore scritte di nascosto ad un ragazzo. Pensava a tutto questo con nostalgia, con commozione, avvertendo una stranissima e indefinibile sensazione, come un improvviso caldo agli occhi che voleva ma non riusciva ad essere pianto. Si ricordava di lei stessa bambina, lei che era semplicità, era gioia e serenità, era l'infinita innocenza. Lei che viveva felice i giorni della sua fanciullezza, lei che si affacciava con paura alla sua adolescenza. In quel tempo ormai lontano, Fia vedeva trasparire dai suoi occhi la magia di un mondo che sapeva di fantasia, e quante piccole e tenere cose tenute dentro, nascoste e segrete, il suo piccolo cuoricino non riusciva ad esprimere! Si ricordava di quando in lei sbocciava il suo primo e innocente amore, platonico, che le faceva provare dentro, qualcosa mai avvertita prima; era stato anche il suo primo dolore ma si era rivelato dolce lo stesso, come il succo d'una caramella e quelle prime lacrime possedevano ancora lo splendore della sua innocenza. Erano di amori fugaci i suoi pensieri, i suoi giochi tenere primavere e lei dondolava felice nell'altalena dei suoi desideri, come quando stringeva a sè la sua bambola che aveva perso ormai. E dipingeva di sogno i suoi giorni, colorava d'arcobaleno persino i suoi disegni, annotandoli dolcemente nel suo caro diario. Fia avrebbe desiderato tanto che qualcuno, con una bacchetta magica,  le avesse regalato una vetrina per riempirla dei suoi sentimenti. Così chiunque, sostando lì, scoprirebbe la ricchezza che aveva dentro. Ora stava crescendo proprio in fretta la piccola Fia, non riusciva a vedere più il mondo che la circondava con quegli occhi di bambina che forse stava perdendo per sempre. Mille ed infinite parole non bastano a descriverla. Mille ed infinite poesie non potranno mai e poi mai farle capire quanto era ed è importante, ma quello che provava dentro non crescerà mai, forse servirà al lettore e a me stesso per farci rivivere ricordi di adolescenze perdute. Con lei correremo insieme e voleremo via lontano verso nuovo orizzonti, lì ci fermeremo e resteremo per sempre. Ma tutti questi dolcissimi ricordi che risplendevano ancora nella mente e nell'anima di Fia come dolci memorie, ora sembravano morire inesorabilmente e lentamente in un tremulo brillio. Al loro posto, stava nascendo una nuova creatura forte, spregiudicata, partorita dall’intima essenza dei sensi, che stava reclamando ad alta voce un suo spazio facendosi largo, distruggendo tutto ciò che della piccola Fia trovava sulla sua strada. Era la donna che stava per nascere con tutta la sua potenza in lei, di colpo e senza preavviso, lacerando le fragili barriere che dividono l’innocenza dalla malizia, il candore dalla più sfrenata sensualità. Un serpente velenoso sembrava essersi insinuato vischioso nel suo giardino d'infanzia, mentre due mani sporche di fango, maliziosamente, rubavano a quel suo impubere corpo d'un tempo e a quello attuale, l'innocenza. Su quegli occhi appena aperti, calavano inesorabili ombre senza più luce, i sorrisi ingenui delle fate diventavano tentacoli della paura. Moriva così, sbocciando, quel fiore reciso che forse non sarebbe mai più cresciuto. Qualcosa di inquietante e misterioso, le stava uccidendo la cicogna e, con lei, anche Gesù Bambino.

Era una ragazza in bilico Fia, dentro la quale autocontrollo e sfrenata passione si scontravano violentemente, sfiancandola senza pietà. Era il suo corpo che non riusciva più a controllare, che reclamava una libertà totale, illimitata, senza freni, fuori dal controllo della mente, dalla censura della ragione, dai tabù della morale.

Sentiva che, anche se avesse provato a fuggire dai suoi pensieri e da se stessa, in qualunque posto del mondo si fosse nascosta, si sarebbe ritrovata sempre con sé e con le sue tentazioni. Era un angelo di fuori, un demonio dentro. In lei, Dio dava la mano a Satana e camminavano entrambi a braccetto. La purezza si mischiava con la lussuria fino a darle le sembianze d’una creatura diabolicamente angelica, incapace di districarsi nei tortuosi e oscuri labirinti dell’istinto e dell’inconscio che racchiudeva in sé le virtù del paradiso e insieme le fiamme dell’inferno. Ma tutto questo interno soffocante conflitto, la rendeva di fuori, nel suo sguardo e nel suo corpo, ancora più bella, ancora più desiderabile, ancora più sconvolgente. Esistono due tipi di categorie di donne anche se è sempre riduttivo schematizzare e classificare esseri umani. Alla prima appartengono le donne che io chiamerei “contenitrici di riproduzione”; tutte casa e chiesa, angeli del focolare domestico. Si sposano per tradizione, forse arrivano vergini al matrimonio, generano figli facendo l’amore per dovere più che per piacere, magari obbediscono anche ai loro mariti. La loro vita si realizza in cucina tra pentole, bicchieri e lavastoviglie. Come robots preparano ad orario colazione, pranzo e cena. Sanno fare proprio tutto, fortunato chi se le piglia! Stirano, cuciono, lavano, fanno pulizie e si ritrovano prima del tempo, vecchie, ingrassate e appassite. Poi vi è una seconda categoria alla quale fanno parte quelle donne che hanno l’erotismo nel sangue, come fosse parte di loro sin dalla nascita e che non possono reprimere per colpa di una società che si ritiene libera a parole, ma che nei fatti imprigiona, isola, uccide chi non ubbidisce alla massa, alle sue assurde e folli regole. Questo tipo di donna si riconosce subito per chi sa guardare con gli occhi dell’istinto. Sono sempre belle, in qualunque età, libere, giovani, sensuali, capaci di catturare con lo sguardo e ammaliare col corpo che sprizza gioia di vivere da tutte le parti,che comunica sensazioni sempre vive ed intense. Non esiste una giustificazione a questo modo di essere, si nasce così e si smette di esserlo solo con la morte. Si è così da bambine, da adolescenti e si prosegue da donne e da vecchie. E Fia, la piccola Fia, apparteneva sicuramente a questo secondo gruppo e ne era felice e ringraziava il cielo di farne parte.

L’incoscienza e l’immaturità dei suoi anni di bambina, avevano soltanto messo da parte questo modo di essere come in attesa, ma ora, nel fiore della sua adolescenza, stava esplodendo in tutta la sua evidenza, rendendola consapevole di essere una ragazza sessualmente magica. Era il suo corpo che le parlava, che bruciava, che stava impazzendo perché voleva essere sfiorato, accarezzato, esaltato, amato. Ma anche la ragione e l’anima le sentiva acconsentire a queste richieste, come un cane fedele che s’arrende obbedendo al suo padrone. Ma Fia non viveva tutto questo come sottomissione e obbedienza ma come gioia nel lasciarsi trasportare da qualcosa che vuol solo dare piacere, brividi, emozioni. “Perché”, si chiedeva Fia, “perché limitare il piacere a un piatto di pasta al forno? O a sentire una bella canzone? o a leggere un bel libro? o semplicemente ad osservare la bellezza del sole che sorge? Perché non chiedere di più alla propria vita che è talmente breve, assaporando la vera gioia che quest’esistenza ci può offrire prima che la morte avvolga ogni cosa nell’oblio? Perché limitarmi per colpa di una morale opportunista e ipocrita che giustifica la guerra e legalizza l’omicidio obbligando un giovane ragazzo a uccidere un proprio fratello facendosi chiamare Patria? Quella stessa morale che poi condanna definendo peccato il sesso libero in qualunque forma. Ma esiste peccato più grave dell’odio, dell’invidia, della gelosia? No, io non ho il demonio in corpo, il demonio sta altrove dove nessuno crede che sia, nei soldi, nel consumismo, negli armamenti nucleari. E anche se fosse realmente il demonio a tentarmi e a farmi ragionare così, bene,allora sono felice di appartenere a lui, di essere in suo potere, scopo pure con lui. È lui il mio nuovo Dio perché non può essere malvagio chi mi procura felicità e lui me ne procura tanta”. Era proprio cresciuta la piccola Fia, la sua prorompente ed irrefrenabile sensualità, avevano fatto sì che ciò avvenisse presto e tutto in una volta. Era maturata tantissimo, sicura di sé, ragionava da grande. Si potevano condividere o no i suoi pensieri, ma non era possibile non riconoscere che erano pensieri da adulta e da adulta intelligente. Forse sensualità sta a intelligenza come castità sta a ignoranza. Dove non vi era riuscita la scuola con quei professori antichi autentiche mummie viventi, dove aveva fallito la religione con la sua esaltazione della sofferenza e delle rinunzie, dove persino i suoi genitori in buona fede, ne erano usciti sconfitti facendola confondere e complessare di più, aveva trionfato la sua sessualità, il suo istinto, semplicemente rivelandole se stessa, mettendola a nudo senza maschere e falsità. Fia aveva capito che soltanto facendo l’amore, era veramente se stessa, in quel momento non si può più fingere o recitare perché l’inconscio trionfa sposandosi con l’istinto che è in lei. È un matrimonio indissolubile di piacere naturale che il suo corpo le offre senza nessun sacrificio, ma come un dono del cielo per la sua gioventù splendente.

    ... Mosè
           
Non aveva proprio dove dormire il povero, per modo di dire, Mosè. Così come della famiglia, era orfano anche di una casa tutta sua. Ma, anche in questo caso, la Provvidenza divina decise di venirgli incontro, ispirando padre Santino, a sua volta sollecitato dai parrocchiani, sempre inclini a far del bene, ad acquistare per conto della chiesa un prefabbricato in legno per poi regalarlo a Mosè. E così, questa strana casa, situata in periferia di Enna, in mezzo alla campagna, divenne la sua nuova dimora. Ma era tutta fatta in legno e all’interno, d’estate, vi era per tutto il giorno una temperatura superiore ai 40 gradi. Era per Mosè come trovarsi nel deserto se non peggio, e dovette scappare per disperato per evitare di morire bruciato. Fra l’altro, l’estate ad Enna, nel cuore della Sicilia, è sempre maledettamente calda e insopportabile, il sole brucia. Molti, per questo motivo, fuggono via verso le località estive vicine al mare, dove trovare refrigerio. Oltre tutto, Mosè doveva anche stare attento a possibili incendi, spesso di natura dolosa, che alcuni pecorai del luogo accendevano per potere poi pascolare il gregge su terreni spogli. Così lui, non appena da lontano vedeva del fumo nei pressi della sua abitazione, si precipitava immediatamente per evitare che le fiamme divorassero la sua casetta di legno e qualche volta arrivò appena in tempo. All’interno di questa particolare casetta, simile per grandezza e forma ad una roulotte, che poggiava su dei pilastri di ferro, vi era un disordine totale che andava al di là di ogni immaginazione. Tutti i vestiti nuovi regalati dai parrocchiani, gettati per terra come immondizia, uno sull’altro, tutti sporcati o macchiati. Polvere dappertutto, strani insetti che dimoravano tranquillamente come ospiti in quella casa, scritte sui muri, cassetti colmi di roba che fuoriusciva da tutte le parti. Un cervello normale, non certamente quello di Mosè, non potendo recepire tanto disordine, sarebbe entrato in confusione mentale. Non vi era un solo elemento a posto in quella casa. Eppure Mosè, non facendo nulla dalla mattina alla sera, avrebbe avuto tutto il tempo per mettere un po’ d’ordine, ma non l’aveva mai fatto. Forse non ne sentiva la necessità e bisogna rispettare le sue scelte anche se a volte è difficile condividerle. Del resto abitava solo lui e non doveva dare conto a nessuno. La bellezza di vivere da soli, senza dividere qualcosa con gli altri, rinunziando alla propria libertà e alle proprie abitudini. Però quel disordine totale impediva a qualunque parrocchiano di venirlo a trovare e lui, di questo, se ne lamentava visto che nessuno era mai venuto a fargli visita. Anzi, ad esser sincero, c’era qualcuno che ogni tanto lo faceva. Era uno strano ragazzo, più di lui, un certo Mirko con la barba ed i capelli lunghi. Era convinto di essere un artista incompreso, un grande scrittore. Ma in realtà era solo un fallito, disoccupato, che viveva ancora con la pensione della madre, ricevendo da lei 1 euro al giorno di paghetta, nonostante avesse una quarantina d’anni circa. Era però un ragazzo libero e sincero e voleva bene a Mosè apprezzandolo per com’era dentro e non per come appariva di fuori.

Cari lettori, vi giuro che nella mia vita, ho riscontrato molta più umanità, comprensione e solidarietà nella gente umile, disadattata che vive ai margini della strada, anziché nella gente ricca, cosiddetta perbene, socialmente posizionata. Lui Mosè era felice quando Mirko veniva a trovarlo, era l’unico che lo faceva senza fargli paternalismi. I due si rispettavano sul serio ed era nata fra loro una bella amicizia. Era un luogo isolato quello in cui abitava il vecchio Mosè, in mezzo alla campagna. Poco più avanti vi era solo una casa abitata da polacchi che ogni tanto gli portavano qualcosa da mangiare e parlavano un po’ con lui. Mosè amava quel posto dove abitava, quel posto solitario e abbandonato proprio come lui. Vi era una profondissima quiete, un silenzio magico, fatato, quasi irreale, si avvertiva il tenue soffio del vento tra gli alberi, la dolcezza di quelle piante che sembravano dormire, ci si perdeva nell'immensità della natura. Sembrava tutto in perfetta armonia col suo amore per la solitudine, quasi come fosse stato creato apposta per lui, per la sua ispirazione, la sua meditazione. Mosè adorava quel posto, quell'alberello di arance dietro la sua casetta, quei gattini che gli giravano intorno come piccoli angioletti, quei fiorellini colorati che profumavano di primavera, il dolce canto degli uccelletti, l'odore fresco dell'erba di campagna, i frutti ancora acerbi appesi ai rami degli alberi, le foglie verdi o ingiallite sparse lungo il sentiero. Aveva sempre amato quella collina verdeggiante che gli copriva l'orizzonte, lo nascondeva ma lo faceva amare, trascinando con sè l'immaginazione, facendola correre e volare via verso spazi infiniti. Era la poesia delle solitudini, dell'inane, del nulla: visioni  taciturne e distanti che richiamavano alla mente primavere sfiorite, gigli appassiti, ma non vi era tristezza in tutto ciò, ma solo dolcezza e completo abbandono sospeso tra i ricordi e l‘infinito. Immerso in quel paesaggio incantato, ricco di tenerezza e di poesia, uno spirito libero come Mosè si apriva spesso verso l'infinito ripercorrendo in un attimo tutta la sua vita. Allargava le braccia all'universo che lo circondava, respirando a pieni polmoni l'aria come volesse farla entrare tutta quanta in lui per sentirsi parte del cosmo. Rivedeva con gli occhi della memoria, lontanissimo come da un cannocchiale rovesciato, egli stesso bambino e lo paragonava alla luna, distante anch'essa mille anni luce. E continuava a rivivere nei ricordi la spensieratezza della giovinezza e nello stesso istante dirigeva lo sguardo verso l'azzurro del cielo, ammirando spazi infiniti, nuvole bianchissime come zucchero filato. Ridiscendeva poi negli anfratti della sua memoria e riscopriva la ragazza che aveva baciato e amato per la prima volta, e confrontava la luce limpida dei suoi occhi con quella delle stelle o semplicemente della stella cometa. Ricordava i dolci versi scritti in tenerissima età nella sua prima poesia, immaginando di trovarsi tra fiorellini di campo di vario colore, solleticati dolcemente da un leggero venticello, mentre uccellini nel nido assieme alla loro madre e tanti piccoli animaletti festanti, tutti insieme, cantavano la loro canzone alla primavera. Mosè capiva proprio in quei dolci momenti, di non essere solo, malgrado il tempo che passa, malgrado non avesse una compagna. Intorno a lui, vedeva tutto un mondo magico che pullulava d'amore. C'era tanta musica nell'aria che respirava ed ora finalmente anche lui poteva sentirla e lasciarla entrare nel suo cuore, fino a sentirsi in simbiosi con l'universo. Era il canto della memoria, sospeso tra i ricordi e l'infinito, che si elevava: era profondo, sentito, cercato e la natura, come per magia,  penetrava nel tessuto dell'anima di quel vecchio e si faceva poesia, ne scioglieva i nodi, ne ispirava i versi, era pianto che rasserenava, in un bisogno d'infinito che riempiva l'animo d'immenso. L'opaco atomo terreno veniva illuminato da altre verità e la luce d'una infanzia lontana, dava immagine all'eco, si spandeva in altri mondi, si dissolveva nell'immensità. Ormai nulla era lontano dal suo spirito. Ma Mosè non era completamente solo. Aveva infatti la compagnia di una decina di galline, brave a fare uova fresche, che lui, vendeva a qualche parrocchiana dicendole: “Signora, apra, sono io Mosè, quello delle uova, ne ho alcune fresche”.

Purtroppo, dopo qualche mese, una notte, un branco di cani randagi, fecero piazza pulita, uccidendo e mangiandosi tutte le povere galline senza che lui potesse fare nulla per salvarle e così addio galline! e addio uova! Fortunatamente aveva anche un paio di gattini di vario colore che gli facevano compagnia e che lui amava tanto. Guai a chi non ama o fa del male agli animali, non è un uomo ma è lui la vera bestia, il vero animale. Mosè questo lo sapeva bene e rispettava quei gattini come tutti gli animali. Li curava amorevolmente, gli comprava da mangiare e spesso si toglieva il cibo dalla bocca per darlo a loro, “Io sono abituato a stare digiuno, loro no”, diceva ed era la verità. E poi aveva un motorino col quale si spostava dalla casa alla parrocchia e viceversa. Questo l’aveva comprato lui con i soldi ricavati dalle mance e messi via via da parte. Era l’unica cosa che non gli era stata regalata, costava troppo per i parrocchiani, c’è un limite a tutto. Aveva acquistato con i suoi soldi anche il casco. Il motorino era relativamente nuovo ma si guastava spesso, era di due colori giallo e blu, era carino tutto sommato. Si trovava nei guai però il povero Mosè, doveva prendersi al più presto una nuova patente altrimenti i vigili gliel’avrebbero sequestrato immediatamente. E quindi aveva bisogno ancora di soldi per sostenere quell’esame difficile e complicato specie per lui che non vedeva più bene, tanto da usare una strana lente d’ingrandimento tutte le volte che doveva leggere qualcosa. Gli mancava però quello che oggi un po’ tutti hanno, il telefono cellulare che sarebbe stato utile specie per lui che viveva da solo. In verità, i parrocchiani avevano pensato bene di regalarglielo facendo una specie di colletta tra loro ma lui non l’ha mai voluto, non ha mai avuto dimestichezza con i telefoni in genere: “No grazie, non lo voglio, non so parlare al telefono, non sento bene, non mi serve, parlo di presenza io!”

      ... Fia
           
Fia giaceva distesa sul letto come sempre. Era un pomeriggio d’estate, la solita estate di Leonforte, calda e monotona dove non si respirava affatto e l’aria era pesante. Inutile spalancare la finestra, l’aria di fuori era ancor più calda di quella di dentro. Fia accese il ventilatore ma girava lento, sembrava stanco pure lui, non serviva a niente. “Questo schifo di paese non ha neanche il mare”, pensava con tristezza la ragazza. “Ma perché non sono nata a Rimini, a Rio de Janeiro, a Miami? a quest’ora ero in bikini sulla spiaggia a farmi contemplare le forme da tutti, ad essere baciata almeno dal sole visto che non l’ha mai fatto un ragazzo, ad abbronzarmi, e invece sono bianca come una mozzarella, chiusa qui dentro senza nessuno”. In realtà a pensarci bene, Fia non era mai stata fidanzata. Era stata innamorata platonicamente di un suo compagno di classe di Enna, dove lei andava a scuola, ma lui non ne sapeva nulla di questo amore segreto. Non aveva ancora mai baciato nessuno e si chiedeva con una certa logica curiosità cosa si potesse provare nel farlo. Sì, sapeva che un bacio passionale, detto alla francese, era qualcosa di più della semplice unione di due labbra, erano le lingue che dovevano ergersi a protagoniste, toccandosi e strofinandosi l’un l’altra come due piccoli serpentelli indiavolati: Ma non vien da vomitare saliva contro saliva? si chiedeva quando era più piccola. Ma ora lo trovava terribilmente eccitante pur non avendolo mai fatto. Più volte, davanti allo specchio, l’unico suo immaginario amante che l’aveva vista in tutta la sua nudità, aveva provato a baciare se stessa e l’aveva trovato sempre eccitantissimo. Essendo consapevole della propria bellezza, immaginava la gioia di un ragazzo che avesse avuto il privilegio di sfiorare la lingua di lei, e avvertiva un brivido intenso in tutto il corpo al solo pensiero di quello che avrebbe provato lui, nel suo corpo di ragazzo, se l’avesse baciata. Mille e mille raccomandazioni, mille e mille condizionamenti mentali le avevano inculcato l’idea che dovesse rimanere lontana mille anni luce con la mente e con le mani dalle sue parti intime. Fia si ricordava sempre di quelle parole che le aveva detto, parecchi anni fa quando lei frequentava il catechismo, una suora. Gliele aveva proferite con un tono talmente severo da averla letteralmente colpita e traumatizzata: “Ricordati sempre Fia che ogni volta che un ragazzo o una ragazza si toccano le parti intime, per l’Immacolata Santa Vergine Maria è un colpo al cuore, è come se tu le ficcassi un pugnale nel cuore”. Vi giuro cari lettori che simili parole dette in un certo modo ad una bambina, possono fare un certo effetto. Il mio commento sulle affermazioni di questa suora meriterebbe che io scrivessi un altro libro solo su questo argomento. Se cominciassi a farlo adesso in questo stesso libro, non la smetterei più, tanto avrei da dire e da scrivere. Mi conosco bene e lo so. Per questo preferisco non commentare e lasciare all’intelligenza di ogni singolo lettore, le proprie valutazioni.

Nell’udire le parole di quella suora, Fia rimase scioccata, pietrificata, complessata. Era ancora troppo ingenua. Non arrivò neanche a capire che la suora, per libera scelta, doveva praticare la castità ma lei, invece, non aveva nessun motivo per farlo. Che non l’avesse compreso la bambina vista l’età era giustificabilissimo ma che non l’avesse capito neanche la suora, lo trovo a dir poco assurdo. Fia era cresciuta come volevano che crescesse. Sapeva che neanche col pensiero poteva sfiorare le sue parti intime, persino quando si faceva il bagno, aveva paura di farlo e quando ebbe le prime mestruazioni, anziché essere felice di essere diventata donna, si impressionò e pianse disperatamente pensando che quel sangue fosse un castigo della Madonna nei suoi confronti, ricordandosi del famoso pugnale di cui le aveva parlato quella intelligente sorella. Ma ora, fortunatamente per lei, tutto era cambiato. “Voglio essere come Eva che mangia la mela e non m’importa di quello che succederà”, pensava Fia distesa nel letto come sempre quando doveva riflettere, “Se la desidero la mela, la mangio, non voglio che nessuno mi proibisca niente, altrimenti mi viene il desiderio di farlo. Sono sicura che se il Padre Eterno non avesse proibito ad Eva di mangiarla, lei neanche l’avrebbe fatto. Cosa doveva fare con una mela con tutti quei frutti e con tutti quei fiori che vi erano nel paradiso? L’ha mangiata solo perché le hanno proibito di farlo. Ora capisco perché sono diventata così... così... così... così puttana! Perché mi è stato proibito di esserlo. Se mi avessero detto fai la puttana che è bello e si guadagna bene, sicuramente avrei risposto No, grazie, non mi piace. Voglio farmi suora”. Fia a soli quindici anni e sulla propria pelle aveva capito quello che papi, sacerdoti, vescovi, sessuologhi, psicanalisti, e chi più ne ha più ne metta, non avevano compreso e non comprenderanno mai. Da  quel giorno in cui Eva mangiò quella famosa mela, ogni uomo è sempre guidato dalla follia d'una donna, così come qualsiasi ragazza dell'età di Fia, è destinata a perdersi e soffrire nel crudele gioco della vita e della morte, vittima dell'eterna lotta tra l'innocenza e la sensualità. Forse non può esserci un colpevole se non c’è nessuna colpa e lei contemplava il peccato senza commetterlo.

    ... Mosè
        
Quando andava in giro per Enna e dintorni, con quel suo motorino inconfondibile, tutti lo salutavano “Ciao Mosè” e lui puntuale rispondeva a chiunque. A volte si fermava, cantava qualche canzone napoletana o qualche stornello romanesco, faceva il comico e poi ripartiva. Fra i tanti amici che aveva, ve ne è da menzionare uno in particolare, un po’ più dolce degli altri. Era un ragazzo gay di 18 anni appena compiuti, molto effemminato che si chiamava Antonio. Avendo paura di confessare alla famiglia la propria omosessualità, aveva pensato di confidarsi con Mosè, anche per ricevere un consiglio. E lui, sempre disponibile con tutti, lo rassicurò dandogli coraggio: “Non preoccuparti, ti presento una mia amica psicologa che ti aiuterà gratuitamente e che risolverà i tuoi problemi. Stai tranquillo, non c’è niente di male ad essere omosessuale, tanta gente lo è, anche gente importante della storia, imperatori, guerrieri, poeti, politici, pure tantissimi preti. Tu sei normalissimo, essere gay è la cosa più naturale del mondo, è chi non la pensa così che è contro natura”. Il ragazzo se ne andò più tranquillo pensando tra sé: “Ma perché il mondo non è fatto di tanti Mosè?” L’amica psicologa alla quale Mosè aveva consigliato al ragazzo di rivolgersi, era la stessa dove andava lui. Non perché fosse pazzo o avesse problemi simili, anche se qualcuno, superficiale, potrebbe pensarlo, ma perché aveva bisogno al più presto di un referto medico nel quale risultasse la sua invalidità mentale. Era l’unico modo per prendere la pensione di povertà che gli sarebbe spettata di diritto, non avendo nessun reddito, superati i 65 anni di età. Ogni tanto il parlamento fa una legge giusta. “Dottoressa, la prego, mi certifichi che sono pazzo altrimenti non mi danno la pensione”. La dottoressa gli rispose “Mosè ma tu stai facendo confusione con queste pensioni, confondi quella di povertà con quella di invalidità. Il certificato ti serve per quella di invalidità, l’altra, quella di povertà, ti spetta perché sei povero e hai 65 anni”. E Mosè più convinto che mai si spiegò meglio. “Dottoressa, lo so che è come dice lei, ma vede, la pensione di povertà lo Stato non me la vuol dare perché ha preso informazioni circa la mia situazione in parrocchia, a San Raffaele, dove io ho la residenza, non avendo una casa. Tutti i parrocchiani hanno fatto sapere che io non ho bisogno di nulla, perché ci pensano loro e che il parroco mi dà pure lo stipendio. Così mi hanno rovinato. Mi resta solo quella di invalidità. Perciò, per favore mi scriva che sono pazzo”. La dottoressa confusa e perplessa si rivolse ancora a Mosè “Ma io non posso scrivere una cosa per un’altra!” E Mosè le disse deciso: “E allora faccio il pazzo, qui davanti a tutti”. Nella vita chi è troppo libero, è sempre considerato un po’ folle. Non perché lo sia realmente ma perché gli altri hanno una certa paura di lui, forse perché non arrivano al suo livello o perché vorrebbero esserlo anche loro ma per mille motivi non hanno il coraggio di diventarlo, e conseguentemente trovano comodo etichettarlo “pazzo”. Questo semplice ragionamento che purtroppo tanta gente non ha la capacità di fare, è esattamente lo stesso, anche se con parole diverse, che fece la dottoressa nei riguardi di Mosè. Non posso riportare qui nel libro l’intero referto medico, non credo che al lettore interessi, vorrei solo dirvi che vi era inclusa la parola “pazzo intelligente”. Così Mosè se ne andò contento ringraziando la dottoressa e sono felice anch’io per lui e anche per me che, con questa storia delle due pensioni, avevo fatto un po’ di confusione.

Vorrei però chiudere definitivamente l’argomento “pensione” riportando una delle tante frasi che i parrocchiani di San Raffaele avevano riferite a chi cercava notizie sulle condizioni economiche ed esistenziali del Mosè: “La pensione a Mosè? Ma non esiste neanche! Lui è ricco anche più di noi, non gli manca niente, ci pensiamo noi, il parroco gli dà lo stipendio puntuale e gli abbiamo pure comprato una «bella» casa”.

Ecco la vita che si rivela comica pur nella sua drammaticità. Credo che ogni altro mio commento sia superfluo. Non so se piangere o ridere di tutto ciò.

          .. Fia
            
E così mentre i suoi genitori erano usciti a fare delle compere ad Enna, lei era rimasta da sola (e non era una novità) nel suo insignificante paese di Leonforte. Sdraiata sul suo solito lettino, in quel caldo e soffocante pomeriggio, ora si abbandonava senza più pudore o reticenze di nessun tipo, al piacere più completo, più totale, lanciando finalmente i suoi sensi in libertà come una vispa puledrina che scioglie le briglia e galoppa via libera. In quindici anni non l’aveva mai fatto né con qualcuno né da sola e soltanto ora si rendeva conto di quanta ricchezza avesse perduto. Nella vita è meglio avere rimorsi che rimpianti, lei lo capiva solo adesso. Non vi era nessuno vicino ma se ci fosse stato, sentiva che l’avrebbe fatto in quell’attimo.

Vi era lei, bellissima come sempre. Fia era narcisista, si amava, si piaceva, si desiderava, ora finalmente voleva darsi quello che per troppo tempo, per colpa di sciocche ed ingiustificate paure, aveva rinunciato a darsi, quel piacere che la stava aspettando a braccia aperte. Nella vita si può morire anche da giovani e lei non voleva crepare senza aver conosciuto un momento così bello. In verità non sapeva se fosse bello ma era convinta che potesse esserlo, lo sentiva dentro, il pensiero doveva materializzarsi, solo così lei poteva ritenersi appagata, solo così poteva capire quanto la realtà, in questo campo, sia superiore alla fantasia. Era il suo corpo che la supplicava a farlo, non poteva dirgli di no! Si sarebbe fatta del male, ferita e forse anche uccisa. Non vi era più in lei il contrasto mente-corpo, ragione-istinto, sembrava tutto meravigliosamente uniforme, proiettato verso un’unica precisa direzione, quella del piacere, la legge dei sensi, dell’istinto, dell’animalità presente in ognuno di noi. In fondo anche l’essere umano è un animale, si accoppia proprio come le bestie, nello stesso modo, guidato dallo stesso istinto. Forse qualcuno ha inventato il sentimento col solo scopo di sublimare il sesso e tutti, come sciocchi, gli hanno creduto. Perché la piccola Fia avrebbe dovuto rinunciare al piacere? Perché bloccarsi ancora? In nome di cosa e in sacrificio di chi? Cosa poteva succedere di male se l’avesse fatto? A chi avrebbe dovuto dare conto? Fia ora è sola, completamente sola, solo lei e il suo meraviglioso corpo, il suo corpo e lei. Era talmente giovane e bella che si eccitava di se stessa, col suo stesso corpo. Non aveva bisogno di immaginare qualcuno vicino, c’era lei stessa che valeva di più di chiunque altro. Non esisteva nessun’altra ragazza in tutto l’universo che potesse amarsi da sola con lo stesso trasporto, con lo stesso amore di Fia. E come poteva non desiderarsi così giovane e bella? No! Non era solo narcisismo e neanche perversione ma soltanto abbandonare tutto e tutti e dedicarsi finalmente a se stessa. Cosa c’è di scandaloso nell’amore col proprio corpo? In fondo non si stava drogando, non stava bevendo o fumando come tanti altri suoi coetanei. No, lei non aveva bisogno di tutto questo, si bastava da sola, non aveva bisogno di nessuno, si sentiva libera e felice così. Stava per scoprire un piacere naturale intenso e sconvolgente che si mostrava a lei in tutta la sua bellezza ed irruenza. Un piacere che lei poteva riavere ancora e poi ancora, tutte le volte che avrebbe voluto, senza coinvolgere nessuno, chiusa nella pace della sua stanza, nel dolce silenzio di un segreto, nella piacevole intimità del suo lettino. Fia voleva assaporare quel momento e goderselo fino in fondo. Sentiva che era il momento giusto, non si poteva più rimandare, ora o mai più, il suo corpo non poteva aspettare, lei attendeva lei stessa. Fia ora abbassa piano il reggiseno scoprendo due seni splendidi da adolescente che chiunque avesse avuto la fortuna di toccare, avrebbe sfiorato Dio e l’universo intero. Questa immensa fortuna era riservata a lei e solo a lei, erano i suoi e chi più di lei ne aveva diritto? Ed è quello che fece passando quelle manine delicate e curate su di essi e non poté fare a meno di chiudere gli occhi e sospirare. Abbassò lentamente le mutandine di colore bianco, vergine come quello d’un abito da sposa, scoprendo una peluria nera, lo stesso colore dei suoi capelli, che appariva come un piccolo paradiso, l’eden dove nessuno finora aveva potuto metterci piede. E sotto quei peli simili ad una minuscola ma folta boscaglia, vi era il cuore, la sorgente di tutti i suoi desideri, l’inferno e il paradiso insieme, il centro della vita, il principio e la fine, il posto dal quale ha inizio la storia di ogni essere umano e Fia si rendeva conto che l’uomo è figlio del piacere e di nessun altro, esiste grazie a quel momento, a quel sospiro. Ora quel posto mai esplorato era il suo Dio, il suo creatore, la fonte di tutto. Esitò ancora un attimo ma per l’ultima volta, vittima dell’ultima sciocca debolissima paura e poi annientò in un momento ogni pudore, ogni dubbio e lasciò che quella mano d’adolescente dalle dita affusolate e ben curate, quella mano che chiunque avrebbe voluto sentire sul proprio corpo, sfiorasse lentamente e delicatamente il centro del suo piacere, abbandonandosi completamente a se stessa. Divaricò leggermente quelle gambe bellissime d’adolescente, lisce, morbide, calde che chiunque sarebbe impazzito soltanto se le avesse viste senza neanche poterle sfiorare con le mani, chiuse gli occhi e diventò preda inerme del piacere più intenso, più naturale del mondo. E fu un piacere fortissimo che la piccola grande Fia, ad un certo punto, sentì di non reggere, di non farcela più, di venir meno. Era il primo orgasmo della sua vita, il suo corpo non era abituato, non lo conosceva ancora, non era preparato. Per questo fu intensissimo e sconvolgente, tale da essere ricordato per tutta la vita, superiore anche al primo rapporto sessuale. Fia ora sentiva che l’orgasmo stava avvicinandosi. Lo capiva perché stava veramente male, meravigliosamente male, avrebbe anche potuto morire in quel momento e sarebbe stato bellissimo, non potrebbe esistere morte più bella, una morte unita alla vita, al piacere. Morire con quelle sensazioni e portare il loro ricordo nell’aldilà, se esiste, e paragonarle con la bellezza di Dio, per decidere poi, quale delle due si era rivelata più bella. Il suo cuore batteva fortissimo come un tamburo, sembrava volesse scoppiarle in petto da un momento all’altro, quelle pulsioni si avvertivano nelle vene del suo collo, sulle tempie. Non poteva fare a meno di muoversi, di dimenarsi come un’ossessa, il piacere era troppo forte, troppo intenso per poter star ferma. Afferrò il cuscino con le residue forze che le erano rimaste, lo strinse forte sulla sua faccia come volesse soffocarsi, poi appoggiò le labbra su un angolo dello stesso e lo succhiò come un neonato attaccato al biberon o al capezzolo della mamma. Era l’unico e solo modo per non urlare, per non impazzire dal piacere. Come una bomba atomica, come fuochi d’artificio, tutto quel piacere toccò il culmine ed esplose nella maniera più naturale possibile, sotto forma di umori, di uno strano liquido che a Fia sembrò come una dolce ricompensa che il suo corpo le aveva dato ringraziandola per il piacere ricevuto, poi la piccola s’abbandonò, chiuse gli occhi restando così, emise un lungo respiro che andava scemando sempre più, il cuore cominciava a rallentare e a normalizzare i suoi battiti e il suo respiro diventava sempre più regolare. La mente era confusa, era stata troppo intensa l’emozione provata, era la prima volta, per questo sconvolgente, sconosciuta, inebriante. Nella sua breve vita, nulla le aveva dato un’emozione più bella e forte di quella appena provata. Quel giorno Fia non l’avrebbe mai più dimenticato, nel corpo e nella mente avrebbe conservato con sé quel ricordo, forse il più bello della sua vita. Fia ora era felice e sorrise, a quindici anni aveva conosciuto l’orgasmo e la vita le sembrò di colpo bellissima, come una cosa nuova e magica che le si apriva davanti con una nuova luce, nuove speranze, nuovi piaceri da scoprire. La sua esistenza non sarebbe stata più la stessa e neanche lei sarebbe rimasta quella di prima. Si sentì grande di colpo. Era stato bellissimo, non era morta, non era successo nulla di cui aver paura, ora anzi si sentiva meglio di prima. La natura sa quello che fa e rispetta le sue creature, al contrario della morale che invece le uccide.

    ... Mosè
     
Era una calda domenica d’agosto e lui, Mosè, era lì come tutte le domeniche ad aspettare che finisse la messa nella chiesa di San Raffaele per poter ricevere dai fedeli le solite mance. Ma quella sera c’era qualcosa di strano e di inspiegabile dentro di lui, qualcosa che non riusciva a decifrare ma che gli stava procurando una sottile ma sempre più crescente malinconia. Lui, il vecchio abituato da sempre a stare bene con se stesso fino ad arrivare a parlare tranquillamente da solo, ora si sentiva inutile, vuoto, insignificante. La sua vita di colpo, come la scena più drammatica di una recitazione teatrale, apriva il suo sipario verso un futuro pieno di smarrimenti e di paure senza che laggiù, in platea, ci fosse nessuno ad osservarlo. La campana della chiesa nel frattempo scandiva i suoi rintocchi che annunciavano la fine della messa e che si udivano per tutta Enna. E quel suono, che tante volte era di festa per Mosè, ora, al suo orecchio malato, dava l’impressione di essere lugubre, sembrava in perfetta crudele armonia col suo senso improvviso e inatteso di solitudine, accentuando quella sua indesiderata tristezza. La gente usciva dalla chiesa, era tantissima, pareva una folla. I mariti accanto alle mogli, i padri accanto ai figli, i nonni con i loro nipotini, tutti apparivano felici in compagnia, tutti tranne lui, il vecchio e malandato Mosè che non aveva completamente nessuno, né padre, né madre, né moglie, né figli. Ora vedeva davanti nuda e mostruosa la sua solitudine, amara più che mai, e si atterrì di colpo, non era preparato e non sapeva come difendersi, era una sensazione nuova. In fondo era stata una sua scelta quella di vivere da solo che mai l’aveva tradito rendendolo infelice, ma ora che stava succedendo? La gente lo salutava dandogli quello che si sentiva di dare: 1 euro, 2 euro, 5 euro i più generosi. Ma non era di quello che lui aveva bisogno in quel momento. Anche se gli avessero dato miliardi di euro o un tesoro intero, sarebbe rimasto indifferente, forse non ci avrebbe neanche fatto caso. Anzi, quei soldi che riceveva lo facevano sentire ancora più male, aveva l’impressione di essere commiserato, di subire pietà. Ora si sentiva passivo, impotente, inconsistente, un peso morto per sé e per gli altri. Tutte amare sensazioni che accrebbero la sua solitudine che divenne insopportabile, angosciante, sadica. Fra i tanti fedeli che gli regalavano qualcosa, si avvicinò pure una bambina di circa otto anni che gli disse: “Ciao Mosè, prendi questi, sono tuoi” e gli pose nella mano una moneta da 2 euro.

In fondo era un gesto comune a quello fatto da tante altre persone e che quella stessa bambina aveva fatto altre volte. Ma nello sguardo e negli occhi di quella creatura, Mosè captò qualcosa di bello, una luce nuova e inaspettata, speciale, quasi come un messaggio, o meglio ancora un presagio, una lontana e non chiara speranza. Nella vicinanza di quella bambina c’era un germe sia pure in forma latente, di quella giovinezza che lui, avanti negli anni, reputava ormai persa per sempre e che non gli appartenesse più. Non immaginava minimamente (e come avrebbe potuto farlo?), che Dio, o il diavolo, o l’assurdità stessa del destino, lo stavano preparando all’incontro con la gioventù più vera, precoce, esplosiva. Mosè ora si sentiva, grazie a quella bambina inconsapevole del proprio potere, leggermente risollevato e si rianimò. Continuava a ricevere elemosine e poi, quando tutti i fedeli andarono via e la chiesa restò vuota, gli si avvicinò padre Santino e gli disse: “Hai guadagnato un bel po’ di soldini vero? Tieni, questi voglio regalarteli io”. Tirò fuori dalla tasca altri 10 euro e glieli diede. Lui lo ringraziò, lo salutò, prese il suo amico fedele motorino, quasi come fosse il suo cavallo, indossò il solito immancabile casco e si avviò a percorrere quei pochi chilometri che separavano la chiesa dalla sua abitazione.

       ... Fia
        
“Ma come ho fatto ad aspettare tutto questo tempo prima di farlo?”, pensò Fia ma non si seppe rispondere. Aveva scoperto qualcosa di nuovo, di cui non avrebbe potuto o saputo più farne a meno. Non riteneva possibile che il suo corpo potesse donarle tanto piacere. “Grazie Dio per avermi regalato tanta felicità così semplice da ottenere”, era l’unica cosa che si sentiva di dire in quel momento ed era sincera, sincera davvero. Era rimasta contenta, libera, soddisfatta, appagata. Al contrario della prima mestruazione che l’aveva disgustata e spaventata, questa nuova scoperta l’aveva totalmente presa e le era piaciuta.

Si riproponeva di farlo ancora più avanti, ancora e per sempre. Si domandava con una certa curiosità se anche le altre ragazze lo facessero e se provassero lo stesso piacere avvertito da lei. Una morbosa curiosità la spinse ad immaginare anche i ragazzi mentre lo facevano e lo trovò incredibilmente curioso ed eccitante. Poi, all’improvviso, come un fulmine che squarcia il cielo azzurro, si domandò: “Ma se è stato così bello farlo da sola con le mie dita, come sarà farlo con un ragazzo? E se al posto delle mie mani ci fosse il membro di un ragazzo dentro di me cosa proverei?” Questo pensiero la sconvolse di nuovo e la ragazza precipitò nello stesso stato in cui si trovava prima che avesse compiuto l’atto. Il suo cuore riprese a battere velocemente e più furiosamente di prima. Ora Fia, ripiombata di colpo nelle braccia del desiderio, non capiva più nulla e sentiva dentro di sé una leggera paura immotivata. Per un attimo le venne in mente una strana idea, pensò di uscire per strada, di fermare il primo che le capitasse di qualunque età anche vecchio purché non parlasse in giro, e di farlo, per provare quest’altra nuova sensazione convinta che la realtà sarebbe stata più bella della fantasia, lei già questo l’aveva sperimentato sulla propria pelle. Sì, la piccola Fia l’avrebbe fatto in quel preciso istante in cui lo pensò ma un altro pensiero sopraggiunse e la convinse a non farlo. Si stupiva la ragazza di aver anche solo pensato una cosa simile. Ma non era stata la follia di un momento, lei se ne stava rendendo conto perché nella sua mente offuscata e non più lucida, prepotenti s’affacciavano nuovi fantasmi che difficilmente avrebbe potuto scacciare. Nuovi pensieri ancora più oscuri ed inquietanti, ora sconvolgevano e distorcevano la sua immaginazione. “E se lo facessi con due ragazzi contemporaneamente? Proverei un piacere doppio, sarebbe fortissimo, e se lo facessi con una mia amica, in fondo che differenza ci sarebbe tra maschio e femmina. Il piacere non fa distinzione tra sessi. Le mie mani mi hanno dato sensazioni, perché non potrebbero farlo anche quelle di una ragazza? E se lo facessi a lei? Sì, sarebbe bellissimo, io saprei come toccarla. E se al posto di toccare le parti intime di una ragazza toccassi quelle di un ragazzo? E se anziché farlo con la mano lo facessi con la bocca come quando ho succhiato il cuscino?

Quel pensiero che fino a poco tempo fa le faceva schifo, ora la tormentava e la eccitava fortemente. La ragazza si poneva tantissime domande, alle quali però non riusciva a dare nessuna risposta. “Sì, lo farei, sono sicura che mi piacerebbe. Se mi batte forte il cuore quando lo penso, vuol dire che potrei farlo. Quasi quasi ora esco, fermo il primo che capita e gli dico: Senti scusa, posso toccartelo e succhiartelo? Non potrebbe dire di no ad una ragazza bellissima come me, crederebbe di sognare. No, ma cosa mi sta succedendo? Sto uscendo fuori di testa, ma come posso anche pensare una assurdità simile?” Ma non esiste logica che possa giustificare l’istinto. La povera ragazza in bilico tra desideri inconfessabili e sensi di colpa, era sconvolta, in uno stato pietoso. La nuova Fia appena nata, si ergeva maestosa puntando il dito contro la vecchia, cacciandola senza pietà, distruggendola, non volendola più con sé. Sui suoi quindici anni compiuti da poco, cadeva già il primo velo di follia, e che sussulti, che tremiti segreti in quelle sue inquiete notti di fanciulla, quando impaurita e rannicchiata si nascondeva sotto le coperte: la sua prima masturbazione non l'aveva ancora conosciuta, la spaventava ma se ne sentiva attratta,come una cosa nuova e sconosciuta: c'è d'averne paura ma la si va a cercare. La concupiscenza, sotto le sembianze d'una sensuale signora, la rendeva un giocattolo, un barboncino, strumento di piacere nelle sue mani esperte. Ma quella intrigante signora, era per la piccola Fia una regina, la vedeva danzare nei suoi sogni bagnati d'adolescente. Ma paradossalmente voleva svegliarsi da quell'incubo, da quel ghiaccio che l'assaliva. Cercava in lei stessa una via d'uscita ma non esisteva fuga e non c'era posto per nascondersi, non poteva proteggersi. Diversa da ogni altra ragazza della sua età, completamente persa in quella sua terra di nessuno fatta soltanto di solitudine, percepiva che tutto intorno a lei taceva in un silenzio irreale, come un urlo senza voce.  Vi era soltanto la sua follia, forse chiara e consapevole, cupe ombre minacciose che si addensavano su di lei travestite da un'atmosfera di lucida estasi. Era il dramma della sua ansia angosciante, la disperazione di tutto il suo essere, forse creato da Dio ma poi lasciato a se stessa, priva di identità, priva di vita, impossibilitata di comunicare, di capire e farsi capire. E continuava a vagare senza meta tra i labirinti della sua mente, immaginando di fare con chiunque sesso senza amore lasciando entrare in lei col pensiero una infinità di corpi uno dopo l'altro, osservando disperata riflesso in uno specchio, quel fantasma che vi era al posto suo. Fia non avrebbe voluto mai essere nata, voleva chiudere gli occhi e scomparire in un attimo, un nuovo e brutto inverno era in lei e le dava la sensazione di crollare da un momento all'altro come una foglia che stava per staccarsi dai rami. La ragazza non trovava le parole per spiegare ciò che aveva, ogni cosa intorno le appariva sadica e crudele. Inutile sforzarsi di essere normale, non poteva fingere a se stessa, non avrebbe mai funzionato. Trascinata dentro un labirinto enorme, aveva l'impressione di vedere stanze tutte uguali, e in ognuna di esse, la attiravano piaceri sempre nuovi. Sembravano dirle: "Entra da noi, esaudiremo qualunque desiderio, non importa che sia proibito o illecito, vedrai sarà bellissimo". Sbagliare è facile quando un essere umano non sa più chi sia e la ragazza, straniera per sè stessa,  non ha saputo o potuto dire no e si è persa in un vicolo cieco. La strada ammaliante del piacere, ora le veniva incontro senza ostacoli, preda inerme della concupiscenza, Fia toccava il fondo pensando di raggiungere la cima. Ormai era schiava del suo istinto, intrappolata nella sua angoscia, vi era un'ombra che la inseguiva, dovunque andasse non la lasciava mai. Era come una danza infernale nella quale, senza fermarsi mai, giravano intorno a lei fantasmi ed incubi. Fia avrebbe voluto scoprire l'origine di quel suo oscuro tormento, avrebbe voluto combattere quelle sue tentazioni, fino a giungere faccia a faccia, con il volto più inquietante del suo male. Sì, voleva scavare nei suoi profondi abissi, tirare fuori il demone a cui apparteneva, e a costo d'impazzire, si sarebbe salvata, sì, avrebbe giurato che ce l'avrebbe fatta, che sarebbe riuscita a salvarsi. Ma in quel momento, si trovava posta esattamente al centro d'una corda, tirata ai lati da lussuria e innocenza. Come un verme strisciava  per terra e baciava i piedi del demonio, poi di colpo s'alzava in volo e abbracciava Dio, in bilico tra inferno e paradiso, tra ciò che gli altri chiamano male e il bene, dannata, salvata, ma dannata ancora. La sua anima smarrita, perversa, ora sprofondava dove non vi era luce, nuda nuotava sott'acqua, non riemergeva più. Forse cercava solamente, un'anima che la comprendesse. Fia, disperata, al limite della follia, non capì più nulla e si sentì persa, tremendamente sola senza neanche più la compagnia di se stessa. Prese d’istinto il crocifisso che vi era appeso sul muro sopra il suo lettino, e lo strinse forte al petto seminudo. Forse inconsciamente, cercava una risposta o una consolazione da chi, come le era stato insegnato sin da piccola, era l’unico che potesse dargliela. E si lasciò cadere così, col crocifisso stretto a sé, distendendosi a peso morto sul letto.

Poi si disse sottovoce come se il pensiero parlasse: “Gesù che mi sta succedendo?”. La fede mischiata al desiderio erotico, renderebbe la mente d’un adulto totalmente incapace di comprendere. Figuriamoci quella di una ragazza di quindici anni. Il caldo era opprimente, ma ora Fia sentiva freddo, si sentiva sola e spaurita, svuotata come se le avessero strappato con forza l’anima come quando al mattatoio squarciano un capretto. Chiuse gli occhi e stanca s’addormentò come una principessa bellissima, ancora vergine nonostante tutto, attaccata a quel crocifisso che era diventato per lei il suo rifugio, il suo principe azzurro.

 ... Mosè
      
Mosè, sopra il suo motorino, stava percorrendo la strada di ritorno verso casa. Ma la tristezza che l’aveva tormentato poco prima e che sembrava gli avesse dato una tregua, si ripresentava nuovamente nel suo animo sotto forma di una voce intima che, divertendosi a tormentarlo, sembrava dirgli: “Ma che te ne fai adesso dei soldi che ti hanno dato? Ora tornerai nella tua baracca, solo come un cane, nessuno verrà a trovarti, sei solo Mosè, vecchio e solo, non lo capisci?” Il vecchio rabbrividì, si sentì raggelare il sangue nelle vene nonostante il caldo d’agosto. Si sentì stordito. Ora provava a guidare con gli occhi chiusi quasi per dimostrare a se stesso di non aver paura di morire ed un uomo, chiunque esso sia, che non teme la morte, non può aver paura neanche della solitudine. Si consolava così il povero Mosè. Ma la solitudine è una brutta compagna, peggio di un serpente, è un angelo che si trasforma in demonio quando uno meno se lo aspetta. Lui lo stava capendo solo ora, a 65 anni.

Mosè, tutto d’un tratto, si rese conto di non essere più forte e sicuro di sé, di essere vulnerabile e solo, avanti negli anni, impossibilitato di rifarsi una vita. Il demonio, o chi per lui, trova terreno fertile in chi, anche inconsapevolmente, è disposto a riceverlo, e così continua a coltivare i suoi tormenti. Mosè riuscì ad arrivare più morto che vivo nella sua catapecchia. Pensò di rifugiarsi nella birra, per affogare i suoi dispiaceri e sentirsi un po’ euforico. Sapeva benissimo che la birra sarebbe stata solo un ripiego momentaneo e che poi si sarebbe ritrovato col solito problema e più solo di prima ma era l’unica soluzione che, in quel momento, la sua mente confusa, gli suggeriva. Aprì quella specie di frigorifero, afferrò con le mani tremanti 5 o 6 bottiglie di birra più calde che fredde e le bevve in fretta una dopo l’altra e in poco tempo, Ma non bastarono a farlo sentire completamente brillo. Allora aprì nuovamente il frigo cercandone altre ma non ne trovò più. Più intontito che mai, uscì fuori. L’aria pura della campagna, leggermente più fresca di sera, sembrava rigenerarlo un po’. Camminò intorno alla casa, inciampò per sbaglio su uno dei tanti gattini pestandogli la coda e l’animale emise un urlo: “Scusami gattino mio, non l’ho fatto apposta, non volevo farti male, sto diventando vecchio e rimbambito gattino mio, tu almeno sei giovane!”

Mosè parlò al gattino col cuore aperto, come si rivolgesse ad un essere umano. E quanto avrebbe desiderato, in quel momento, avere accanto qualcuno per confidarsi, per sfogarsi! Ma la solitudine come anche la vecchiaia non offre, purtroppo, molte possibilità anzi non ne presenta affatto e al vecchio e stanco Mosè non rimase che il gattino come unico interlocutore e l’animale sembrò capirlo e rispondergli con lo sguardo. Sembrava avesse accettato le scuse di Mosè per avergli pestato la coda, lo guardò con due occhietti quasi fosforescenti, e poi, mogio mogio, si allontanò. Mosè fece ancora qualche passo, più barcollante che mai, andò dai polacchi che abitavano poco distanti da lì, nell’unica casa nelle vicinanze, poi tutto il resto era campagna. Avrebbe voluto chiedergli una bottiglia di birra ma, con suo dispiacere, non vi trovò nessuno in casa di domenica sera. Tornò a casa deluso, pensò di fumare qualche sigaretta ma cambiò subito idea, voleva bere e non fumare, lo riteneva più utile. Si ricordò di avere da qualche parte ancora una pastiglia multivitaminica che gli aveva dato una parrocchiana per tirarlo un po’ su e la cercò tra le cianfrusaglie di quella abitazione. La trovò finalmente, era l’unica rimasta, era bianca ma sporca e piena di polvere senza astuccio, non si sapeva neanche la scadenza di quel prodotto ma a Mosè importava ben poco, l’avrebbe ingoiata anche se scaduta da cento anni. Prese un bicchiere più sporco che pulito, gli versò dell’acqua e buttò dentro la pastiglia che doveva essere sciolta per essere presa. Era frizzante, aveva un bel gusto simile alla aranciata, era gassata, poteva ricordare lontanamente la birra. Lui non aspettò neanche che si sciogliesse per intero e la bevve quasi subito, e tutta in un sorso. Ora Mosè, più stremato che mai, era giunto proprio al capolinea. Senza aver mangiato e con sei bottiglie di birra ingoiate a stomaco vuoto unite ad una pillola di vitamine, sfiancato da tutte quelle sue paure nell’anima, si indirizzò verso il suo letto. Trovò, per caso, un crocifisso per terra in mezzo ai tanti stracci che inondavano la sua capanna. Lo guardò chiedendosi: “Cosa ci fa un crocifisso qui? Chi l’ha portato? Forse era dentro la giacca che mi ha dato qualche parrocchiana, magari domani lo riporto a padre Santino in chiesa, lui saprà cosa fare, domani però, ora sono troppo stanco”. Sentiva che la stanchezza ed il sonno stavano prendendo il sopravvento su di lui. Avrebbe voluto posare quel crocifisso sul tavolo ma non ne ebbe la forza. Chiuse gli occhi, arrivò appena in tempo per non cascare per terra, sul suo letto, mai così importante ed indispensabile. S’abbandonò tra le braccia di Morfeo, così, esausto, addormentandosi col crocifisso in mano come un uomo ormai vecchio e malandato, abbandonato al proprio destino che poteva anche morire in silenzio, senza fare rumore, nessuno se ne sarebbe accorto. Ma che per un momento, anche se solo in sogno, sarebbe potuto ridiventare bambino o giovane trovando rifugio in quel crocifisso, trasformato in bellissimo principe azzurro pieno di forza che ormai è vicino alla sua principessa.

      ... Fia
           
Un altro caldo pomeriggio estivo da passare chiusa in casa, completamente sola, in balìa dei propri assillanti pensieri. Ormai era sempre così per lei. Da quando però aveva scoperto le gioie del sesso soddisfacendosi da sola, non aveva più smesso di pensare a quello e non v’era momento della giornata in cui il desiderio o le fantasie più sfrenate non la rapissero. Perfino la notte, quando dormiva, sognava quello e sempre quello. Distesa sul letto, seminuda, lasciava che la sua fantasia galoppasse libera verso prati sconosciuti e senza fine, immaginando di tutto, senza limiti. Almeno il pensiero non lo si può criminalizzare, con la mente Fia avrebbe potuto fare sesso con chiunque e in qualunque modo, nessuno l’avrebbe scoperta o condannata. Sarebbe rimasto un segreto tra la sua mente e il suo corpo. Le più strane fantasie che potessero passare per la mente ad una ragazza, ora le si presentavano davanti con tutta la loro forza, sotto forma di tentazioni, di eccitazione violenta e incontrollabile e, ad ognuna di esse, faceva seguito una nuova frenetica pulsazione dei battiti del suo cuore che aveva ripreso a martellare scoppiandole in petto. Immaginava di essere di fronte a delinquenti brutti che la stupravano a turno, di trovarsi completamente nuda davanti allo sguardo di mille uomini di colore. Questi pensieri, se da un lato la terrorizzavano, dall’altro la eccitavano tantissimo. La fantasia ormai non conosceva più limiti. Immaginava di essere legata ad un letto e di essere presa a schiaffi e pugni, insultata, umiliata. Una fantasia che più che farle paura, la stimolava ancora. Immaginava di essere sodomizzata, un pensiero che le aveva fatto sempre ribrezzo perché animalesco e contro natura ma che ora, pensava le sarebbe piaciuto provare con chiunque le capitasse a tiro. Con la fantasia tutto è lecito e consentito, non si viene condannati e Fia continuava il suo viaggio senza sosta verso l’abisso o il paradiso. Era caldissima ma non per il clima, era il suo corpo in fiamme, era una brace di desiderio, capace di bruciare chiunque l’avesse toccato. “Ma chi può toccarmi all’infuori di me sola?”, pensava la piccola Fia, “Vivo in un paesino isolato dal mondo, peggio di una prigione”. Sì, una prigione e immaginava di trovarsi lì, bellissima e giovanissima, nuda sul lettino di una cella, palpata e violentata da detenuti che sicuramente dovevano avere una gran voglia, vista l’astinenza. Il terrore di trovarsi in quella situazione si mescolò al desiderio di volerci essere e la ragazza arrivò al punto di non capirsi più. Ma una fantasia si accavallava sull’altra senza un attimo di tregua che potesse farla respirare. Sembrava una mitragliatrice che sparava i suoi colpi a raffica, uno dopo l’altro, uccidendola senza pietà. Di tanto in tanto, le passava per la mente di provare a mettere in pratica qualcuna di quelle fantasie ma avrebbe dovuto trovarsi in una grande città dove nessuno la conoscesse per farlo e non certamente in quel paesino della Sicilia dove era conosciuta e stimata da tutti, come una santarellina tutta casa e chiesa. Ma quanto risultano sbagliati, il più delle volte, i giudizi che la gente dà su di noi. Ma risulterebbe difficile per chiunque giudicare una ragazza come Fia che, in fondo, nella realtà, non aveva avuto rapporti sessuali con nessuno. Un’altra ennesima prepotente fantasia, si affacciava nella mente annebbiata di lei. Si immaginò vestita sexy e provocante mentre camminava per le strade di una metropoli e che tutti la guardassero e la spogliassero con gli occhi del desiderio. Le è sempre piaciuto sapere di piacere, di suscitare emozioni. Fia si eccitava se sapeva di eccitare, si sentiva orgogliosa, potente, importante, grande.

Così si alzò dal letto, cercò nella confusione della sua stanzetta, la gonna più corta che potesse avere e la indossò sostituendola al pantalone del pigiama. La vista delle proprie gambe mentre si sfilava i pantaloni per indossare la minigonna, la eccitò fino alla spasimo. Aveva sempre saputo di avere delle bellissime gambe, lisce, calde, tornite che, in quel momento, le parvero ancora più belle e le toccò delicatamente con le mani, poi ci posò sopra le labbra, la lingua. Quanto avrebbe voluto e desiderato che fossero le mani e la bocca di un altro a sfiorarla così come stava facendo da sola! Ma era sempre e solo lei. Indossò la gonna, si guardò allo specchio e si vide bellissima da far venire un infarto a chiunque l’avesse vista in quel modo. “Se uscissi così con questa gonna, magari senza slip sotto e sculetterei davanti al bar dove si siedono sempre quei vecchi bavosi di Leonforte, li farei morire tutti in un sol colpo, stecchiti come zanzare dopo una spruzzata di insetticida”. Questa fantasia la trovò non solo divertente ma anche eccitantissima. Si immaginò di essere seduta in minigonna e con mezzo seno di fuori, bellissima e giovanissima come sempre, sulle ginocchia di quei vecchi che le palpeggiavano le gambe, i seni, le natiche, tentando di infilarle le loro lingue in bocca. Formulò la conclusione che l’avrebbe fatto se la fantasia si sarebbe potuta trasformare in realtà senza conseguenze. Presto la voce si sarebbe sparsa in tutto il paese, sarebbe stato uno scandalo, in poco tempo l’avrebbero saputo anche i suoi genitori e chissà cosa avrebbero pensato di lei, la loro ingenua piccolina Fia. Non voleva dare loro questo dolore. Lei era una brava ragazza, erano i suoi pensieri che sfuggivano ad ogni logica ma obbedivano solo all’istinto. Se l’avessero scoperta a farsi mettere le mani addosso da quei vecchi, l’avrebbero tutti etichettata come “puttanella” oppure come “troietta” quella che se la fa con tutti, pure con i vecchi, Fia la “puttanella” di Leonforte.

Ma se quella parola prima l’avrebbe offesa e umiliata fino a farla piangere, ora le piaceva terribilmente, anzi essere chiamata in quel modo la eccitava ancora di più, e forse sarebbe stata felice e orgogliosa di essere considerata da tutti per quello, che anche se solo nella fantasia, si sentiva di essere. Finalmente l’avrebbero capita, compresa, riconosciuta. Non avrebbe mai più dovuto fingere con se stessa e con gli altri, ma era il giudizio che gli altri le avrebbero dato che la spaventava. Fia continuava a guardarsi allo specchio trovandosi bella e seducente. Avrebbe voluto indossare collant e reggicalze nere ma non ne aveva mai avute in casa e poi sarebbe stato un peccato coprire quelle bellissime gambe che aveva. Pensò però di truccarsi più sexy che mai, era curiosa di vedere come stesse, non lo faceva quasi mai, era sicura di diventare una vera bomba del sesso, non conosceva la parola modestia. I suoi non erano in casa e non avrebbe potuto vederla nessuno. Era diventata una strana ragazza Fia, viveva immersa nel suo mondo virtuale e sconosciuto a tutti nel quale nessuno poteva anche solo immaginare di entrarvi anche perché troppo difficile e complesso per essere decifrato. Esisteva solo lei, il suo corpo, il suo specchio e le sue fantasie e null’altro. Fia era isolata da tutti e da tutto, sia mentalmente sia geograficamente. Era tremendamente e spaventosamente sola. Alla base del suo comportamento vi era la solitudine, che colpisce chiunque e a qualunque età, sotto forme diverse, alcune delle quali incomprensibili, almeno in apparenza. La ragazza correva verso la stanza della mamma, cercava il rossetto. Scelse quello più lucido e più rosso, tornò nella sua camera, si mise davanti allo specchio e se lo passò in fretta sulle labbra, era una novità visto che non lo faceva quasi mai, era una ragazza acqua e sapone dal viso pulito. Ma quella apparteneva al passato, morta e sepolta, ora viveva una nuova Fia, tutta diversa, se in meglio o in peggio lo lascio giudicare al lettore. Mentre si passava il rossetto, si inumidiva ogni tanto le labbra con la punta della lingua. Esagerò col colore ma divenne bellissima. Sembrava una Lolita, una ninfetta da amare, una bambina col corpo da donna. Se in quel momento ci fosse stato un bravo pittore, avrebbe creato il ritratto più bello e seducente che sia mai stato fatto al mondo in tutti i tempi. La ragazza si alzò in piedi, cercò nel disordine di un cassetto una borsetta, poi un paio di scarpe nere quelle col tacco più alto, sostituì la giacca del pigiama con un top corto ed attillatissimo, tornò a guardarsi allo specchio e cominciò a sculettare, tenendo in una mano la borsetta e girandola con una mimica e uno sguardo superiore alla più esperta e brava delle prostitute e poi disse: “50 euro prego, io valgo tanto, sono carne fresca, una delizia, una rarità”.

Allo specchio la ragazza si giudicò divina, si stupì di se stessa e di quello che stava facendo e pensando, ma era sola, lei e soltanto lei, nessuno sapeva, nessuno vedeva. Immaginava che sarebbe potuta diventare ricca in poco tempo se solo avesse messo in pratica quella fantasia che stava realizzando per gioco. Ma non erano i soldi che la attiravano in quel momento, ma l’idea di poter essere considerata da tutti quello che, sia pure in fantasia, si sentiva di essere. Trovarsi in strada, vestita in quel modo a soli quindici anni, la faceva letteralmente impazzire di desiderio.

Si vedeva mentre saliva sulla macchina d’un cliente, immaginava di accontentarlo in tutto e per tutto, di intascare soldi e ancora soldi. Finalmente si sarebbe sentita importante, adulta, cercata, valorizzata, idolatrata, venerata. “La vera puttana sono io perché lo faccio per piacere mentre quelle che chiamano così lo fanno per i soldi e per necessità”, pensava la piccola Fia, e lo pensava con orgoglio. L’idea di vendersi per la strada così in quel modo e senza alcun pudore la eccitava ancor di più, rendendola letteralmente folle di desiderio.

Non resistette più, corse in lavandino e si lavò la faccia, togliendosi il trucco che colava lentamente come cera che si scioglie ed era ancora più attraente. Decise di farsi un bagno per togliersi di dosso il sudore e quei bollenti spiriti. Ma l’acqua sulla pelle nuda anziché calmarla la stimolava di più, pensava quanto sarebbe stato bello fare l’amore sotto la doccia o in una vasca da bagno. Era un’ossessione ormai, un continuo delirio senza fine e senza uscita.

Ritornò nella sua stanza, asciugandosi in fretta e furia, passando per la cucina vide un coltello, una strana idea le balenò nella sua testolina che sembrava quella di chi si sveglia ancora sotto l’effetto dell’anestesia, dopo un intervento chirurgico. “E se me lo conficcassi nella pancia? Così almeno metterei fine a questo tormento e avrei un po’ di pace”. Sapeva che non l’avrebbe mai fatto e non ebbe paura di averlo anche solo pensato anzi ci rise subito sopra, sapeva di essere, nonostante tutto, una ragazza di carattere forte e giudiziosa. Ma anche la persona più forte e sicura di tutto l’universo, può diventare una formica dinanzi all’istinto sessuale. “Perché morire per una stupidaggine del genere?, pensava Fia “A chi non piacerebbe scopare? Dovrebbero uccidersi tutti allora e il mondo finirebbe e poi se non si scopa non nascono i figli. Io sono nata per una scopata, anche i miei genitori l’hanno fatto, tutti l’hanno fatto, solo io non l’ho mai fatto e che male c’è a desiderare di farlo? Anzi sarei anormale se non lo desiderassi”. Questi pensieri di Fia, apparentemente puerili ed infantili e d’una semplicità elementare nella forma, avevano nel contenuto una profondità di vedute di alto spessore, ma una ragazza di quindici anni avrebbe potuto esprimerli solo in quel modo e con quelle parole. “E se mi facessi sterilizzare?”, continuava a pensare ironicamente Fia. Tornò a guardarsi allo specchio quasi seminuda, bellissima e parlando ad esso come se potesse sentirla, disse queste parole: “O specchio delle mie brame, sono io la più bella del reame, lo so e non c’è bisogno che me lo dica tu ma se solo potessi toccarmi, non posso essere sempre e solo io a farlo”. Lo specchio ovviamente non rispose ma le rimandò indietro la sua immagine più seducente che mai. In quel momento Fia avrebbe voluto essere brutta, grassa, piena di lentiggini, con baffi e cellulite, forse non si sarebbe eccitata col proprio corpo e non avrebbe avuto tutti quei pensieri, avrebbe raggiunto la pace dei sensi, “Forse è per questo motivo che alcune si fanno monache”, pensava ridendo. Forse sono malata e devo curarmi. Devo parlare con uno psicanalista. Così mi farebbe stendere sul suo lettino ed io lo provocherei e mi farei scopare da lui. Ecco, ci risiamo. Non è possibile che il sesso entri in ogni cosa. E se avessi il demonio in corpo? Forse è meglio chiamare un esorcista ma mi scoperei anche lui”. D’un tratto le venne in mente un’idea che la scosse subito. Vide il computer, si ricordò di avere l’abbonamento per navigare su internet 24 ore su 24, lo aveva fatto suo padre che lo utilizzava per lavoro, e lo accese. Il suo disegno era quello di entrare in quelle famose chats per trovare qualcuno con cui poter dialogare di cose erotiche, ovviamente, tanto lei avrebbe mantenuto l’anonimato senza essere né vista né riconosciuta e avrebbe potuto confessare i suoi tormenti e magari fare l’amore via telematica, anche quella poteva considerarsi una fantasia e lei era la regina delle fantasie.

L’idea di dialogare di cose intime con uno sconosciuto, la prendeva moltissimo. Questo eccitante progetto, però, finì sul nascere. Presa dall’enfasi di quel pensiero, aveva dimenticato che le sue scarse conoscenze informatiche non le avrebbero permesso di farlo. Né poteva chiedere l’aiuto di suo padre per ovvi motivi. Decise di non arrendersi e di usare lo stesso internet limitandosi a quello che sapeva fare. Tutta eccitata, e non era una novità, cerco sul computer un motore di ricerca e digitò le parole: sexy, porno, hard. Questo le venne più facile. Ora una infinità di immagini oscene peggio delle sue fantasie erotiche, scorrevano nel computer e, cosa più tragica, nella mente di Fia. Quelle strane immagini che prima lei non avrebbe mai esaminate perché giudicate schifose, ora l’attiravano terribilmente, aumentando a dismisura la sua libidine: “Sono tutti malati questi che si vedono nel computer?”, pensava. “Questi si divertono, mamma mia, ma che fanno quelli e quelli? Tutti al mondo lo fanno, solo io no!”. Si immaginava di essere lei al posto di ogni donna che vedeva e la invidiava. Le sarebbe piaciuto fare l’attrice porno e distribuire al mondo intero tramite internet le sue foto di nudo in modo che tutti potessero desiderarla ed eccitarsi col suo corpo. Sognava ad occhi aperti di fare un calendario. Era arrivata sul punto del non ritorno, e stava cominciando ad accarezzarsi le parti intime, quando sentì il rumore dei passi dei suoi genitori che stavano tornando. Chiuse in fretta il computer, cercò di sistemarsi come meglio poteva, per fortuna si era tolta il rossetto e corse ad aprire la porta. Si trovò davanti la mamma che la guardò e colse subito in quel viso stravolto qualcosa di strano e misterioso, ma non avrebbe mai potuto capirne il motivo.

Le disse soltanto: “Fia, ti senti bene? Va tutto bene?”. Lei rispose subito: “Sì mamma certo che va tutto bene, non c’è nessun motivo per cui debba andare male, non preoccuparti, c’è troppo caldo, non lo sopporto, non si respira”. Sembrava, in quel momento, essere tornata la bambina di prima, quella che i genitori conoscevano e ritenevano che fosse ancora. In verità il caldo Fia lo sentiva davvero, ma era un altro tipo di caldo che neanche se si fosse gettata in un mare ghiacciato del polo nord, avrebbe potuto eliminare. E pensare che la ragazza si era sempre confidata con la madre, non le aveva mai nascosto nulla, non aveva segreti di nessun tipo, era una ragazza troppo tranquilla. Avrebbe voluto aprirsi con lei raccontandole del dramma intimo che stava vivendo ma non trovava il coraggio. Come avrebbe potuto farlo? Con quali parole? Come avrebbe potuto rivelare tutte le sue sfrenate fantasie a una signora all’antica e di grande moralità quale era sua madre? Cari lettori, devo dirvi con tutta onestà che, pur sforzandomi, non so se Fia avesse fatto bene a non dire nulla alla madre o se invece l’avrebbe dovuto fare. In ciascuno dei due casi avrebbe sofferto qualcuno. Si sarebbe sentita meglio Fia ma sarebbe morta la madre se l’avesse detto, avrebbe sofferto in silenzio la ragazza ma sarebbe stata tranquilla la madre, nel secondo caso. Comunque se Fia non l’aveva fatto, oltre alla mancanza di coraggio, era soprattutto per il grande amore verso la madre, non avrebbe voluto ferirla così bruscamente, ne avrebbe avuto il rimorso e si sarebbe sentita doppiamente in colpa.

Penso cari lettori, che all’origine di questo dramma familiare, vi sia l’assoluta mancanza di dialogo tra genitori e figli. Si può parlare di tutto ma quando si tocca la sfera sessuale, subentra il tabù che blocca tutto. Se Fia avesse potuto parlare di questo argomento del tutto naturale, liberamente con la propria madre sin da piccola, tutto questo non si sarebbe sicuramente verificato. Gli adulti sono autorizzati a insegnare tutto ai minori, la storia, la geografia, l’educazione, tutto tranne il sesso. Dopo aver dato quelle risposte sbrigative alla madre, Fia corse nella sua stanzetta, si sentiva terribilmente sola e smarrita nonostante la sua bellezza, nonostante i suoi quindici anni. Non poteva aprirsi con nessuno, neanche con i genitori che erano le persone più care che avesse al mondo e che l’avevano vista crescere. Chiuse la porta a chiave e si seppellì lì dentro nel suo mondo, con le sue cose e con la sua tristezza. Si gettò sul letto a pancia in giù, appoggiando la testa da un lato sul cuscino e poi pianse, pianse, pianse e ancora pianse disperatamente. Se non poteva sfogarsi con nessuno con le parole, le restavano pur sempre le lacrime per poterlo fare. Ora la donna sensuale era diventata bambina, aveva riacquistato la sua vera età, solo per un momento, ma almeno l’aveva riacquistata.

     ... Mosè
         
Ma si può essere soli in qualunque età, la solitudine come la morte non risparmia proprio nessuno. C’era qualcun altro che si sentiva solo e confuso, nonostante avesse molti più anni di vita. Era Mosè. Si svegliò, dopo aver dormito a lungo, e lo fece con un mal di testa fastidioso. Era mattina inoltrata. Si ricordò di aver bevuto molta birra, della strana giornata di ieri ma le sue paure si riaffacciavano nuovamente in fondo alla sua anima. L’uomo tornò a sentirsi solo già all’inizio del giorno. “Devo uscire”, pensò, “non posso stare ancora a consumarmi con i miei pensieri, sono troppo assillanti e non li reggo più. Devo camminare un po’, parlare con qualcuno, distrarmi. Ma che mi sta accadendo? Perché?”. Pensò di lasciare da parte il motorino e di camminare un po’ a piedi, forse sarebbe servito a scaricare la tensione accumulata. Il giorno era spuntato da poco, l’aria era ancora fresca, gradevole da essere respirata.

Il vecchio fece un lunghissimo respiro e fece entrare dentro di sé quanta più aria possibile come se volesse abbracciare e trasportare in lui tutto l’universo per non sentirsi più solo. Nella campagna e tutto intorno la natura pareva viva e si esaltava mostrando alberi fioriti, animaletti festanti, regalando odori profumati. Quel vecchio solo, assente, incompreso, camminava a testa in giù pensieroso, avvilito, scoraggiato. Sarebbe stato un quadro bellissimo poterlo ritrarre in quel modo, con quel panorama, ricco di poesia, di suggestione. Ma lui, era talmente soggiogato dalla sua solitudine, da non riuscire a gustare neanche quello scenario. Pensò, nel tentativo di distrarsi, alla sua gioventù, si ricordò di quando era giovane, forte e bello. Si vide ritratto col pensiero, in una fotografia con l’aspetto vigoroso che aveva allora. Attimi di esistenza vissuta e mai più ripetibile, affidandosi alla memoria, sembravano tentare ancora un momento di vita. Ma la nostalgia che ora si univa alla già presente solitudine, lo stava cominciando ad assalire. Decise allora di affidarsi alla compagnia del fumo d’una sigaretta. Sfilò dalla tasca dei pantaloni con la mano l’accendino, si portò in bocca una sigaretta, l’accese e fu un vero delitto preferire il fumo all’aria fresca e salubre di campagna, in quell’ora del giorno. Ma Mosè, alla sua salute, teneva ben poco. Appena arrivato in città si sentì salutato da chiunque l’incontrasse. “Ciao Mosè, come mai a piedi, si è guastato il motorino?”. E lui rispondeva: “No! Ogni tanto fa bene camminare a piedi”. L’altro annuì e aggiunse: “Sì vero, però dovresti levarti anche il vizio delle sigarette”. Mosè riprese il suo cammino strano e senza meta.

“Mosè?”, lo chiamò un altro, “ti ricordi di quella cagnetta che stava partorendo? Ieri ha fatto dei cuccioli tanto carini. Ne vuoi regalato uno tu che stai in campagna? L’abbiamo chiamato Argo come il cane di Ulisse nell’Odissea? Lo vuoi? So che ti piacciono gli animali!”. Ma in quel momento l’ultima cosa che lui pensava erano i cani: “No! Grazie, ho già tanti gattini da curare, mi bastano e mi avanzano quelli”. Così dicendo riprese a camminare. “Mosè, Mosè, l’hai preso il caffè? Vieni che te lo offro io!”. A un bel bicchiere caldo di caffè non si può rinunciare anche quando ci si sente soli e Mosè entrò con  l’amico nel bar e fu salutato subito, dalla cassiera, dal barista, dai presenti. In fondo non era poi così solo come credeva. Bevve il caffè tutto d’un fiato e si sentì rianimare. Poi, ringraziò l’amico e riprese a camminare. Trovava molto più rilassante camminare a piedi anziché usare il motorino che nonostante tutto, come un amico fedele, gli mancava, era tanta l’abitudine di portarselo appresso.

      ... Fia
          
Stavano cenando quella sera a casa di Fia, lei, suo padre, sua madre. Un po’ di verdura, della frutta, niente di più, non si aveva molto appetito con quel caldo.

Fia mangiava a testa bassa, non riusciva ad alzare gli occhi, quasi si sentisse in colpa e volesse nascondere ai genitori, il segreto di tutti quei pensieri strani che le invadevano il corpo e la mente. “Cos’hai Fia?”, le chiese con garbo il padre. “Niente papà!”, rispose lei. “Questa ragazza sta troppo sola alla sua età!”, commentò ancora lui, “Così il tempo non le passa mai, non vorrei cadesse in depressione, mi sembra un po’ chiusa ultimamente”. Lei finalmente alzò gli occhi verso il padre dicendogli: “Ma dove devo andare? A Leonforte ci sono solo quattro gatti tutti anziani. Anche ad Enna non ci sta nessuno, sono tutti partiti in villeggiatura. Quasi quasi non vedo l’ora che cominci la scuola, così almeno rivedo i miei amici e sto un po’ con loro”. La giustificazione della ragazza fu sufficiente a convincere entrambi i genitori, tanto che l’argomento fu chiuso. Ma ne aprì subito un altro sua madre dicendole: “Senti Fia, domani verranno a farci visita lo zio Aldo e la zia Lucia di Bergamo, con il loro figlio Ivan. Staranno solo un giorno da noi perché poi andranno a Palermo per partire alla volta dell’Egitto, nella loro casa di villeggiatura”. Questa notizia inaspettata interessò Fia che chiese subito alla madre: “E dove dormiranno? La nostra casa non è un albergo”. La mamma un po’ alterata per quella strana considerazione della figlia le rispose: “Gli zii nel letto grande in camera degli ospiti, tuo cugino dormirà nella tua stanza se ti va, basta spostare il lettino e trasferirlo da te”. Fia perplessa le chiese: “Nella mia stanza?” A questa discussione a due, non prendeva parte il padre che ascoltava in silenzio come se la cosa non lo riguardasse e fosse solo un problema tra donne. “Sì, Fia se non ti dispiace, nella tua stanza, è solo per una notte, poi l’indomani mattina col presto se ne andranno. E poi è un bambino calmo, educato”. Fia rimase ancor più perplessa di prima. I genitori di lei non potevano neanche lontanamente anche solo immaginare il motivo di quello strano turbamento della figlia. E forse, ma solo in quel momento, non l’aveva compreso neanche lei stessa. “Ma quanti anni ha ora Ivan?” chiese la ragazza e lo fece con una faccia curiosa ed interessata. “10 anni circa”, rispose la madre, “il tempo passa in fretta per tutti, tu ti sei fatta già una signorinella, sembra l’altro ieri quando eri ancora bambina”. Una strana e inattesa eccitazione colse nell’intimo Fia. Il suo cuore, troppo spesso messo a dura prova in quel periodo, riprese a pulsare con una certa insistenza e il sangue a scorrere più veloce. Un cambiamento così rapido che si trasferì subito nel suo sguardo, anche la sua faccia arrossì ma dall’eccitazione e non dalla vergogna. Sia il padre, sia la madre notarono in lei questo evidente cambiamento ma non potevano capire o intuire null’altro di più del semplice cambiamento esteriore. Solo Fia sapeva benissimo cosa le stesse succedendo e capì, proprio in quel momento, come si soffre quando ci si sente tremendamente soli pur avendo accanto i propri genitori. La ragazza perse di colpo la fame e il suo corpo la fece sprofondare nuovamente nel dramma, bastava un nonnulla ormai per renderla schiava. Si ritirò in fretta nella sua camera e si lasciò cadere sul letto a testa in su, spalancando due occhi grandi grandi verso il lampadario del soffitto. La madre bussò subito alla porta: “Fia, tutto a posto, non mangi più?”. La ragazza le rispose nella maniera più scontata: “No mamma, non ho più fame, sono sazia, mi riposo un po’, qui c’è più fresco”. La madre se ne andò. Ma altro che fresco! Fia era più accalorata che mai. Non era il clima ma il desiderio che si era impossessato nuovamente di lei. Cominciò subito a ricordare con la mente il fisico, i tratti del viso di suo cugino. Ma se lo ricordava ancora bambino ma anche che non era brutto in faccia. “Ora sarà più grande, chissà se ha mai avuto una ragazza, se ne ha mai baciato una, magari ha lo stesso desiderio che ho io, i maschi si sa pensano molto di più delle femmine a queste cose, chissà se si tocca anche lui, alla sua età forse sì, o no? Avrà un pisellino. Ma cosa sto pensando? Perché?”. Fia si riprese come volesse rimproverarsi da sola. “Ma è mio cugino di primo grado, sangue del mio sangue, è ancora un bambino”. Ma l’idea che fosse del suo stesso sangue e che fosse ancora piccolo, anziché farla desistere, la eccitò di più. A lei, tutto ciò che sembrava proibito, le faceva crescere il desiderio. La possibilità di avere un contatto fisico con un bambino alle prime esperienze, sicuramente vergine come lo era lei, rinvigorì i suoi osceni propositi.

Ora anche l’incesto attirava Fia, una sessualità a 360 gradi, orientata verso tutto e tutti che in nessun paese del mondo, anche in quelli più evoluti, si poteva riscontrare. In nessun posto tranne che nella testa e nei pensieri della piccola Fia. Per la ragazza non era importante la persona con la quale fare del sesso, anzi non contava proprio nulla, ma il piacere che lei avrebbe potuto ricavarne. Era narcisista anche in questo.

Lei, almeno con la fantasia, avrebbe potuta farlo con tutti, persino con un animale se fosse stato in grado di darle piacere, aveva completamente cancellato il lato sentimentale del rapporto, separando nettamente il sesso dall’amore. Fia continuava a dialogare con i propri pensieri: “Che me ne frega se è mio cugino, potrei farlo pure con mio fratello se ce l’avessi. Magari. Almeno mi sarei potuto confidare con lui. Che importa se è mio fratello? È sempre un ragazzo ed io una ragazza perché non farlo? Perché con un estraneo sì e col proprio fratello a cui si vuole più bene no? Dovrebbe essere il contrario”. Per un attimo le venne in mente suo padre col suo petto peloso, le mani incallite ma ebbe molta paura di quel pensiero e lo cancellò subito dalla testa e ritornò al pensiero del cugino. Nella vita e specialmente nel sesso, tutto ciò che è proibito attira terribilmente ma solo perché lo si vieta altrimenti non lo si prenderebbe neanche in considerazione.

Se Fia anziché aver vissuto a Leonforte, fosse nata a Stoccolma, ad Amsterdam, a Bangkok, ovunque ci si ami liberamente, forse non si sarebbe ridotta così, forse! Perché potrebbe far parte del suo Dna e sarebbe stata così in ogni posto dell’universo.

Fia era una ragazza precoce e molto fantasiosa. Se nelle proprie fantasie erotiche è consentito e lecito tutto, così non lo è nella realtà specialmente nel caso di suo cugino. Se lei, in un raptus di follia sessuale, avesse abusato di suo cugino di soli 10 anni, cosa sarebbe successo? Che avrebbero pensato di lei i suoi genitori, i suoi zii? Questo pensiero la spaventò e servì, se non altro, a calmarla un po’. Ma la ragione, quasi sempre figlia della morale, non è mai in grado di frenare l’impeto e la forza dell’istinto. La ragione e quindi la morale è variabile nel tempo e nelle usanze perché è la legge degli uomini che cambiano sempre opinione. Mentre l’istinto obbedisce alle leggi della natura ed è la parte più vera di noi che non potrà mai cambiare e che ci porteremo sino alla morte. Per questo l’istinto, sinonimo di giustizia, dovrebbe sempre prevalere sulla ragione e il sesso, espressione vera dell’istinto, dovrebbe annullare sempre la morale.

Nella società attuale che è tutta al rovescio, accade esattamente il contrario. “Ci mancava anche mio cugino a tormentarmi! Chi lo porta qui da me dopo due anni? Perché non se ne restava a Bergamo in mezzo ai polentoni come lui o se ne andava direttamente in Egitto senza passare da qui?”. Fia aveva ripreso i suoi monologhi che sarebbero stati pane quotidiano per qualunque psicologo ma non certamente per lei che non ce la faceva più. “Ma io me ne frego delle conseguenze, mentre dorme, mi infilo nuda nelle sue coperte e chi si è visto si è visto. Non può rifiutarmi, sono troppo bella”. Fia era fuori di testa. Se quel povero bambino avesse saputo dove avrebbe dovuto dormire, probabilmente non si sarebbe mosso da Bergamo. Ma Fia, il più delle volte era tutto fumo e niente arrosto, per sua fortuna. La ragazza accese il televisore ma fu subito nauseata da quegli stupidi che si divertivano a dire stronzate davanti ad una telecamera, e lo chiuse quasi subito. Probabilmente se avessero proiettato un film pornografico, sarebbe rimasta incollata là davanti. Il pensiero di suo cugino era il vero padrone della sua mente: “Cosa importa l’età? O 10 anni o 100 anni, l’importante è che, almeno per una volta, ci sia qualcuno in camera mia, la vicinanza di un corpo che non sia il mio”. È tremendo pensare come una ragazzina dell’età di Fia, abbia ridotto tutto a un puro piacere fisico, sensuale.

A quell’età, di solito, si è molto sentimentali e romantici, ma Fia era di un altro pianeta. Non esistevano per lei i fotoromanzi d’amore ma le fantasie erotiche. La si poteva criticare, commiserare, condannare, prenderla anche per pazza, perversa o malata ma nessuno al mondo, si potrebbe permettere mai di dire che non sarebbe stata un’ottima amante.

Quel ragazzo che l’avrebbe amata o quell’uomo che l’avrebbe sposata, sarebbe stato l’individuo più fortunato di questo mondo.

   ... Mosè
           
Nonostante fosse una tarda mattinata, non vi era molta gente per le strade. Enna d’agosto offre ben poco, è un paese di montagna e la gente scappa via verso il mare per le ferie. Restano per lo più anziani e qualche contadino. Mosè continuava a passeggiare in quel deserto. Passò vicino alla piazzetta della cittadina e vide dei bambini giocare al pallone. “Mosè, Mosè”, i ragazzini lo riconobbero e lo chiamarono subito: “Vuoi giocare in porta? Ci serve un portiere, ma non farti fare troppi goals”. Mosè accettò subito, gli piaceva la vicinanza e la spensieratezza della gioventù, l’avrebbero risollevato un po’ e non poteva certo immaginare quanto.

“Indossa i guanti Mosè, tieni il cappellino se no ti viene un’insolazione”.

Lui si mise in porta e cominciò la partita. Era ridicolo vedere quell’anziano giocare con i ragazzini come fosse uno di loro oppure era poetico dipende da quale angolazione si guarda l’obiettivo. Ma quando ci si accorgeva che quel vecchio era lui, nessuno poteva più meravigliarsi. Di Mosè ci si poteva aspettare proprio tutto! Per la verità qualche goal lo prese e forse anche più di uno, ma in compenso, fece anche alcune belle parate. Il tempo passò in fretta, fin quando si fece mezzogiorno, l’ora più calda del giorno. Il sole ardeva, non vi era un alito di vento, i ragazzi erano stanchissimi, stremati, morti di sete e si precipitarono di corsa per bere alla fontana. Mosè, stanco anche lui nonostante giocasse in porta, li seguì e andò a bere per difendersi dal caldo. Così la partita finì. Il vecchio salutò i ragazzini dicendo loro di essersi divertito un sacco, e lo diceva con sincerità. Era sempre stato sincero, ma non era mai sceso a compromessi con nessuno. La sincerità era la sua migliore virtù ma non era la sola. Camminò ancora un po’ salutando ed essendo salutato da chiunque lo incontrasse. Era famoso lui, Enna senza Mosè sarebbe come Roma senza il Colosseo, o come Pisa senza la Torre. Era quasi un monumento per quella città. Arrivò in quella villetta dove era solito fermarsi per mangiare qualcosina e si sedette a riposare su una panchina. Non vi era nessuno intorno, era ora di pranzo e quei pochi abitanti rimasti in città, erano nelle loro case a mangiare. Ma lui non aveva per niente fame, era abituato a digiunare a lungo, ma non a stare senza sigarette. Così, ne accese una e dopo un’altra ancora e passò molto tempo a farlo. Avrebbe anche voluto bere una bottiglia di birra, ma a quell’ora i negozi erano chiusi. La birra e le sigarette erano una vera passione per lui. Questa era la sua vita, sempre la stessa, monotona e uguale. L’unica novità stava nel fatto che aveva lasciato a casa il motorino. Era tutto scontato. Sarebbe rimasto da solo e forse avrebbe dormito un po’ sino alle 16, ora in cui sarebbe dovuto presentarsi in parrocchia e poi nuovamente a casa, la solita routine di sempre. Eppure quella vita che l’aveva appagato fino ad allora scorrendo come una linea dritta senza sussulti o impennate di nessun tipo, ora gli si mostrava triste senza che lui ne afferrasse il motivo. Forse gli mancava una compagna, un vero scopo per vivere. Forse cercava Dio senza saperlo o era il pensiero della vecchiaia che si avvicinava sempre più che lo spaventava. È sempre difficile per chiunque, non solo per lui, poter penetrare negli intriganti meandri del proprio io, per individuare poi il motivo della solitudine. Forse ogni uomo nasce, cresce e muore solo, crede di non esserlo aggrappandosi agli altri, ma si ritrova ancora più solo costretto a contare solo su se stesso. Si è soli da vecchi e da bambini, da ricchi o da poveri. Lo si è anche in mezzo a tanta gente, tra milioni di persone, o anche dormendo accanto alla propria donna e perfino quando si fa l’amore, perché non si può essere dell’altro solo quando si gode. Anche Mosè si sforzò di cercare dentro di lui, il vero motivo della solitudine che l’affliggeva. Ma non è facile per niente, e non vi riuscì neanche lui. E se anche gli fosse apparso il famoso genio della lampada chiedendogli cosa potesse fargli avere per renderlo felice, lui sarebbe rimasto completamente muto, non avrebbe saputo cosa cercargli.

      ... Fia
          
Quella notte, Fia non riusciva proprio a prendere sonno, anche l’insonnia adesso, non bastava tutto il resto. Si sentiva senza amici, sola con i suoi pensieri che come fantasmi danzanti, aleggiavano su lei e che non riusciva a scacciare. Non sapeva più se considerarli amici o nemici quei pensieri, li odiava con tutta se stessa ma nello stesso tempo non poteva farne a meno. Pur facendola soffrire, le procuravano un’adrenalina che la faceva sentire viva e la rendeva più bella.

Ma più ancora dei suoi pensieri, la faceva stare male il fatto di non poter parlare con nessuno. Era un delitto, un pugnale nell’anima doversi tenere tutto dentro. Avrebbe desiderato un’amica del cuore, forse con lei avrebbe avuto il coraggio di aprirsi ma non l’aveva. Si consolava pensando che presto sarebbe cominciata la scuola e avrebbe ritrovato le sue amiche, lei era una ragazza socievole, si sarebbe aperta con qualcuna di loro che le ispirasse fiducia. Avrebbe anche voluto provare a parlare con un prete in confessione, lì non l’avrebbe saputo nessuno. Ma al momento di entrare in chiesa, perse il coraggio, non ne ebbe la forza e tornò indietro. Ora Fia pensava a suo cugino, finalmente qualcuno per tutta una notte nella sua stanza. In realtà non era suo cugino inteso come persona a stimolarla e a tenerla sveglia quella notte ma quello che poteva rappresentare per lei, ovvero un altro corpo capace di baciarla, accarezzarla, farle raggiungere l’orgasmo sostituendosi a lei. Era narcisista anche in questo. Voleva provare solo piacere più che darlo. O forse non aveva ancora sperimentato che dare in amore è molto più bello che ricevere. Se al posto di suo cugino ci fosse stata un’altra persona, l’eccitazione per lei sarebbe stata la stessa. Finalmente quella lunga notte passò ed arrivò il giorno fatidico. Fia si svegliò dopo qualche ora di sonno ma si sentiva in forma ugualmente, carica e pimpante. Miracolo dei poteri del sesso. L’idea che sarebbe arrivato suo cugino di soli 10 anni, la teneva in ansia, in continua agitazione, sembrava una sposina nella prima notte d’amore.

Si organizzò e la prima cosa che fece fu quella di vestirsi in maniera provocante, tanto sarebbe rimasta in casa e l’avrebbe potuta ammirare solo suo cugino. Scelse per l’occasione una gonna color mattone, non eccessivamente corta per non esagerare, c’erano pur sempre i suoi genitori e i suoi zii, ma che metteva ugualmente in mostra le sue cosce bellissime.

Del resto, qualunque cosa indossasse le stava bene. Aveva un fisico che faceva sempre figura, da fotomodella direi, anche se non era una ragazza eccessivamente alta, 1,75 metri circa. Ma aveva delle forme armoniche in ogni parte del corpo e una carica d’erotismo che, unite insieme, non potevano passare inosservate.

Seguiva un’alimentazione sana e genuina e, anche se non praticava sport, aveva dalla sua parte la bellezza dei suoi quindici anni e della sua nascente, direi fin troppo, sensualità che la rendevano viva e attraente. Posso anche essere d’accordo nell’ammettere che i desideri sessuali, quando sono troppo accentuati, possono sfociare nella mania e nella perversione, anche se penso che l’unica vera perversione sia l’astinenza, ma non si può non ammettere che gli stessi desideri portino energia e vitalità. Dove vi è il richiamo dei sensi, vi è vita. Il cuore che batte forte, il sangue che scorre veloce, il respiro che cresce; l’esatto contrario della morte, della vecchiaia e della depressione. Il sesso porta sempre vita anzi è la fonte della vita, si nasce per quello, mentre la guerra è la distruzione della vita. L’eroismo si compie con un orgasmo e non con uno sparo. Ma, questa società in cui viviamo, come al solito non smentisce la propria ignoranza, legalizzando la guerra e condannando la libertà sessuale. L’eroe della cosiddetta Patria che in realtà non è altro che un assassino, viene insignito con una medaglia d’oro al valor civile mentre un adulto che dà amore ad un’adolescente viene sbattuto in carcere. Personalmente continuo a considerare Fia, la protagonista del mio racconto, una ragazza sana e perfettamente normale. Dovrebbe soltanto mettere un po’ di ordine ai suoi desideri e trovarsi un ragazzo da amare in tutti i sensi. Ma ha una vita davanti per farlo e in più ha il dono della bellezza. Sono assolutamente convinto sulla normalità di Fia, anormale lo è forse chi pensa il contrario.

Alla gonnellina color mattone decise di abbinare una magliettina estiva di color rosso scuro, molto attillata che metteva perfettamente in evidenza i suoi bellissimi seni da adolescente, praticamente perfetti, forse vederli in quel modo coperti li rendeva ancora più desiderabili.

Quando una bella ragazza che decide di sedurre un ragazzo, riesce a mettere bene in mostra il seno e le gambe, l’opera è compiuta. Ora Fia si guardava allo specchio, lo aveva fatto più del solito quella mattina, e come sempre non poté fare a meno di notare quanto fosse attraente. Si toccò per un attimo i seni immaginando che al posto delle sue mani, ci fossero quelle inesperte del cugino e rabbrividì. Poi si alzò un po’ maliziosamente la gonna e si accarezzò le gambe immaginando di trovarsi seduta sulle ginocchia di lui e bastò quest’altro pensiero per farla impazzire di desiderio e si bagnò tutta. Ma doveva controllarsi, c’erano i suoi genitori in casa. Per non pensare più a questo, andò in cucina e fece colazione, fette biscottate integrali con la marmellata di albicocca spalmata di sopra. Stava finendo di lavarsi i denti, bianchissimi come perle lucenti che rendevano bellissimo il suo sorriso e la sua bocca  meritevole di essere baciata a lungo, quando sentì il rumore della macchina degli zii. Il momento tanto atteso, era arrivato finalmente.

    ... Mosè
         
Era sabato pomeriggio, padre Santino, tutto festante e sorridente, s’avvicinò a Mosè: “Domattina si parte caro Mosè. Ho organizzato una gita con tutti i parrocchiani della chiesa. Si va a Siracusa, colazione a sacco e in serata si rientra. Saremmo felici se venissi anche tu, cosa sarebbe una gita senza di te? Te l’ho detto solo ora per farti una sorpresa. Si paga 20 euro a testa ma tu non dovrai pagare nulla”. Mosè restò un po’ sorpreso da quell’invito, non se lo aspettava e disse al padre: “Ma non lo so, devo pensarci”. Il prete perse un po’ quell’aria gioviale di prima: “Ma cosa devi pensare? Vieni in chiesa domani mattina puntuale alle 6, lascia il motorino qui in sagrestia e si parte tutti insieme col pullman. L’appuntamento è per tutti qui, davanti alla chiesa”.

Padre Santino si allontanò senza neanche ascoltare la risposta e a Mosè non restò che accettare. “Ci mancava anche la gita a Siracusa”, pensava ritornando a casa col motorino, “ma forse servirà a distrarmi un po’”, e si autoconvinse che sarebbe stato giusto andarci anche per non dare un dispiacere al parroco e ai fedeli che l’avrebbero voluto con loro. Quella domenica mattina tutta San Raffaele era pronta, destinazione Siracusa. Appena videro Mosè, le solite feste. In fondo quei parrocchiani lo rispettavano e gli volevano bene anche se a modo loro, forse avevano anche qualche difetto, come tutti del resto, ma in compenso avevano moltissimi pregi. Il caso o forse il destino volle che Mosè trovasse posto sul pullman al fianco di una ragazza abbastanza socievole e carina di circa 25 anni, figlia di una signora appartenente alla parrocchia. Anche Mosè era sempre stato un tipo socievole e loquace e non si annoiò affatto durante il viaggio perché parlò con quella ragazza di qualunque cosa, sentendosi tranquillo e sereno, ritornando ad essere felice come un tempo. Forse lui aveva bisogno della gioventù perché si sentiva ancora un po’ bambino dentro ed è davvero triste ritrovarsi adulti e per di più anziani senza essere cresciuti. Il destino, quel giorno, gli aveva dato una mano mettendogli accanto una ragazza molto più giovane di lui, così come aveva fatto servendosi di quella bambina che fuori dalla chiesa gli fece l’elemosina salvandolo un po’ dalla disperazione, e così come si era servito di quei ragazzini che l’avevano invitato a giocare a calcio con loro. A volte la vita ci manda segnali che noi, tutti chiusi nel nostro pessimismo, non comprendiamo o non riusciamo a cogliere. Ma Mosè non poteva capirlo chiaramente perché non sapeva ancora quello che avrebbe vissuto più in là grazie alla gioventù. L'alba stava sorgendo, nell'aria vi era una brezza silenziosa, intorno leggiadre ali. La sua luce, filtrando attraverso i vetri del finestrino, illuminava ogni cosa intorno, si spargeva sulle colline, sulle montagne, su quella terra brulla, ovunque ci fosse vita o cosa, avvolgendo il paesaggio d'una malinconica bellezza. Mosè guardava da dietro i vetri quel magnifico panorama e sentiva di amare ancora di più quella terra splendida, quella Sicilia che ora considerava come fosse davvero la sua terra natìa, sentiva di amarla veramente tanto e gli arrivava il suo calore. Muta di parole e sguardi, la sua mente ora vagava lontano, quasi in penombra, dove il pensiero non aveva confini e tutto poteva sembrare reale. Così, col bisogno del ricordo e del pianto, pensava al suo passato e alla sua perduta giovinezza, al suo presente fatto di tempo fuggente, al suo futuro sconosciuto ed incerto nelle sue mille paure. Quanta dolcezza nel guardarsi dentro e perdersi in se stessi! Quali emozioni nel vagare liberi tra solitudini e silenzi profondissimi! Immaginava di trovarsi su di un treno, un treno che correva lontano nei binari della sua vita, lungo la strada del suo dolore. Un treno che andava via velocemente, proprio come i suoi anni, il suo tempo che scorreva, come un lampo che attraversa in un attimo ogni cosa. Dal finestrino immaginava di vedere montagne invalicabili di paure, pianure non più verdi di speranze invecchiate, laghi salati di pianto amaro. Osservava fiumi, violente cascate trascinare via tutto quanto, mari in tempesta come i suoi pensieri irrequieti. E poi ancora gallerie coprire il sole come i suoi momenti bui, miraggi di felicità nei deserti della sua esistenza, il cielo dove non aveva mai volato, lontane isole esplorate solo nei sogni, nebbia lontana e foschie senza amore, senza fortuna. E poi notava file di alberi e nuvole passare come un susseguirsi di emozioni, paesi e città fuggire malinconicamente come i ricordi pù belli, prati verdi dove correva felice sull'erba da bambino, rivedeva sua madre aspettarlo a braccia aperte, gli sembrava di udire nel vento la voce di lei che lo chiamava. Il treno correva la sua corsa senza fine, senza ritorno, senza fermate e Mosè continuava ad immaginare di fuggire via anche lui sopra quel treno, di allontanarsi sempre più senza sapere dove, certo di perdersi solo come un vagabondo senza famiglia. Il vecchio, completamente rapito da quel suo malinconico viaggio, ora sentiva il bisogno di chiudere gli occhi e sospirando fra sè nel silenzio, pronunciava piano queste parole: "Addia casa mia d'infanzia! Addio amici della mia adolescenza! Addio giovinezza perduta per sempre! Quanta struggente nostalgia mi avete lasciato! Com'è triste non poter tornare indietro! Ma perchè la vita è una corsa continua? Perche la fine di un viaggio non c'è mai? Mi fermerò soltanto quando giungerà l'autunno con la sua folata gelida. Come foglia ormai ingiallita sarò strappata dal mio albero, trascinata nel vento". Poi, di colpo, Mosè si scosse e lentamente cominciava a destarsi da quel viaggio nel profondo della sua anima, del suo essere così fragile, così indifeso rispetto alla grandiosità della sua vita. Ritornò così nella realtà sopra quel pullman, in quella gita, con quella ragazza seduta a fianco. Ma si sentiva cambiato dentro. Aveva lasciato piovere amore su di lui aprendo la porta del cuore; quanto vi era di puro, di meraviglioso, ora poteva riceverlo.

Il viaggio fu piacevole anche perché l’aria condizionata rendeva tutto più gradevole. Dopo un paio d’ore, arrivarono a Siracusa città piccola ma ricca di bellezze classiche, tutta da ammirare. La giornata era calda ma non soffocante come quella di Enna. La vicinanza del mare portava un venticello fresco d’agosto che era un vero e proprio toccasana per tutti. Mosè rivide dopo tanto tempo il mare e capì la sua importanza. Fu come aver ritrovato un fratello, un amico, un padre. Quell’immensa distesa d’acqua salata con barche, navi, gabbiani, gente che pesca e che si fa il bagno, riconduce alla libertà, all’infinito. Per un attimo attribuì ad Enna il motivo della sua infelicità, città senza mare e senza orizzonti. Se chi, nato in una città di mare, per un motivo o l’altro dovesse allontanarsi e poi rivederla dopo tanto tempo, si renderebbe subito conto del valore di quella infinità di acqua. È sicuramente bella anche la montagna ma il mare è un’altra cosa. Mosè osservava la superficie del mare aperto brillare, luccicare al sole, sembrava ricoperta da una miriade di specchi; la giornata era bellissima, serena e regalava quello spettacolo. Il profumo di salsedine, il rumore delle onde che si infrangevano contro gli scogli, quella schiuma bianchissima, tutto agli occhi di Mosè era come sinfonia, una dolce melodia che lo sollecitava  a tornare, col pensiero, in seno ai suoi ricordi d'infanzia e il vecchio si lasciò trasportare, si lasciò andare al suono delle onde, all'eco di mille sirene. Si lasciò cullare docilmente e dolcemente, aggrappandosi a quei momenti d'infanzia lontana, come alghe marine che succhiano caute mammelle di roccia. E quegli attimi di malinconia, quelle visioni incantate e favolose, pietrificate nei ricordi, sembravano, come per incanto,  prendere forma e acquistare vita. E quegli istanti che nel cuore di Mosè avevano lasciato una traccia, si  rincorrevano tra loro, insieme alle cose, alle persone familiari, ai sogni di più remote stagioni. La memoria appariva così come immagine sovrapposta al presente e i suoi impulsi, ritornando dal passato, s'intrecciavano sinfonicamente, trovavano una finale armonia. Sembrava tutta avvolta nel mistero e nella meraviglia la vita di Mosè. Con genuino ed infantile stupore,  il vecchio osservava ogni manifestazione della natura, fino ad esserne rapito. Con sensibilissima attenzione, nel silenzio, ascoltava le voci, i suoni anche i più tenui delle piccole cose intorno a lui e le illuminava con la luce del cosmo. Affascinato e curioso percepiva la suggestione, la religiosità, il mistero nascosti in esse. Ai suoi occhi non apparivano sempre traducibili ed afferrabili, ma sciogliendosi in musica, in sospiro,  gli riempivano ugualmente l'animo d'immenso. Il vecchio sentiva in quegli attimi di poesia che la solitudine non era soltanto sua ma era presente in ogni angolo dello sconfinato universo e non esiste gioia più grande del sentirsi parte di questa immensità, pur consapevole della propria piccolezza, e piangere l'intima fragilità, in un pianto accorato e senza speranza. Al vecchio Mosè, ora nasceva dentro un'emozione fortissima e aveva voglia di ridere, di correre, di abbracciare il mondo, si sentiva vivo. libero, felice. Ormai più nulla aveva un valore per lui. Stava scoprendo la dolce ebbrezza del non senso; non gli importava della seduzione della fede nè del ragionamento della scienza. era totalmente felice e la sua gioia scaturiva proprio dalla sua solitudine che ora riusciva a proiettare nel cosmo, e la solitudine dell'universo era la sua stessa solitudine, e gli dava conforto, lo rendeva grande. Mosè, tornato con l'immaginazione bambino, si vedeva mentre felice e spensierato si divertiva a giocare con le onde,  costruiva castelli di sabbia, guardava con quegli occhietti di bimbo curiosi e attenti, quella distesa immensa di acqua, fino a perdersi con lo sguardo in lontananza, laggiù dove si disperdeva il mare oltre l'orizzonte, sognando con la fantasia di volare via senza fermarsi, per scoprire il mondo come un'onda senza mai una spiaggia, come un gabbiano che vola nel vento, più in alto che può, sulla cresta dell'onda, sull'orlo dell'oceano. Spariva, quel gabbiano, all'orizzonte, lungo la scia dei pensieri del vecchio, sulle ali dei suoi ricordi, alla scoperta di terre lontane, di nuovi segreti, nuove sensazioni. Era un nuovo giorno, era tempo di partire, bisognava migrare, finalmente era giunta esultante la stagione del gabbiano che dimorava in lui. Era la sua fantasia, l'anima così folle ma così particolare di Mosè che si faceva largo, che creava spazi, che cercava, in fondo alla dolcezza, nella disperazione, la speranza d'una fuga complice. Quella gita domenicale inattesa, fece molto bene all’animo di Mosè, si sentì risollevato, rinato, libero come un tempo. La solitudine sembrava sparita di colpo. Rideva e scherzava con tutti ma soprattutto con un gruppo di giovani in gita con lui. Erano ragazzi e ragazze con colazione a sacco e qualche chitarra sulle spalle, di età compresa fra i 14 e i 25 anni. La gioventù aveva il potere di renderlo spensierato, di cambiarlo. Di questo fatto, lui stava cominciando a prenderne consapevolezza, desiderava decisamente la vicinanza e la spensieratezza della giovinezza. Un’anima d’artista, uno spirito libero come lui, poteva essere compreso e trovarsi bene solo con chi è ancora giovane soprattutto nel fisico. “Ma può essere che mi piacciano così tanto i giovani e me ne renda conto solo ora?”. E i giovani, a loro volta, mostravano chiaramente di accettarlo, davano segni evidenti di gradire la sua presenza. Era un 65 enne in mezzo ai ragazzi, ma si comportava come fosse più piccolo di loro.

La giornata passò in fretta, volò come spesso accade per le cose della vita che ci sono più care e la comitiva di San Raffaele, dopo aver girato in lungo e largo per tutta Siracusa e averne gustato nei minimi particolari le antiche bellezze artistiche, si accingeva a tornare alla sua base, destinazione Enna, chiesa di San Raffaele. Mosè avrebbe voluto che durasse più a lungo ma tutto nella vita ha una fine, non può durare per sempre, purtroppo. E pensare che all’inizio lui era titubante nell’affrontare quella gita. Ognuno riprese sul pullman lo stesso posto dell’andata e Mosè ritrovò la stessa ragazza con la quale, nel frattempo, aveva instaurato un’amicizia più solidale e confidenziale e, dopo un paio d’ore, tutti fecero ritorno, felici e contenti di aver vissuto una serena giornata in compagnia e diversa dalle altre. Fra i più contenti della comitiva, vi era proprio lui, il vecchio Mosè. Riprese il suo motorino dalla sagrestia dove l’aveva lasciato in prestito e via verso casa. Quella sera si sentiva meno solo. Aveva capito, se non altro, che la vicinanza dei giovani era l’unica medicina per poterlo guarire. Non vi era in quel momento nulla nella vita capace di renderlo più felice. Arrivato a casa, si sdraiò sul letto ma si rialzò quasi subito, si affacciò fuori e respirò a pieni polmoni l’aria fresca della sera e poi si sdraiò nuovamente sul letto ricordandosi e rivivendo i momenti felici della gita appena trascorsa. E fu così che si addormentò, anche perché un po’ stanco per la gita, e dormì, dormì tranquillo e sereno, placidamente. Ne aveva tutto il diritto e ci riuscì finalmente. Mentre dormiva aveva l’espressione di un bambino. 

      ... Fia
       
Corse subito senza perdere un istante fuori e per prima cosa vide la macchina degli zii, una grande e costosissima fuoristrada color azzurro metallizzato targata Bergamo. Poi si trovò di fronte la zia appena scesa dalla macchina, la salutò baciandola come si usa fare di solito per educazione e in segno di affetto. La zia spalancò gli occhi meravigliata e le prime parole che le uscirono dalla bocca furono: “Mamma mia quanto ti sei fatta bella, fatti guardare, sei diventata una signorinella, una bella ragazza, sei cresciuta tanto in due anni”.

Fu quello un complimento che Fia aveva già ricevuto tante volte e da parecchie persone, amici e parenti e ormai non gli faceva più caso, già lo sapeva da sé che era bella ma soprattutto a lei interessava di piacere agli altri sessualmente.

In quella situazione poi, il complimento della zia, lei avrebbe voluto sentirlo dalla voce di suo cugino. Vide anche suo zio e lo salutò nel solito modo ma ormai non resisteva più, cercava disperatamente l’oggetto dei desideri, ovvero suo cugino Ivan, era curiosa ed eccitata nello stesso tempo.

Ed eccolo suo cugino, appena sceso dal sedile di dietro della macchina. Un bambino nel vero senso della parola, capelli rossicci e corti un po’ ricci, viso lentigginoso da chierichetto con un accento decisamente del nord, un fisico magro non sviluppato. Era un bambino in tutto e per tutto, nel corpo e nella testa che dimostrava anche meno dei suoi 10 anni. Fia rimase molto delusa, era esattamente l’opposto di come lo avrebbe voluto. Pareva privo di ogni germe di malizia. Dava l’impressione del tipico bambino, tutto casa e chiesa che giocava ancora con i soldatini. Fia lo salutò molto freddamente e lui si può dire che manco la guardò, restò indifferente a quella bellissima ragazza che avrebbe dovuto dormire nella stessa stanza con lui. E pensare che la ragazza sognava un cugino sveglio e precoce come lei, che non aveva dormito la notte, che aspettava con ansia quell’attimo, che si era fatta bella e provocante per lui, tutto sprecato, tutto inutile, che delusione! Nella vita le cose più belle accadono solo quando non le si aspettano e mai quando le si programmano ma lei non aveva ancora l’esperienza per capirlo. Quando si è troppo carichi di desiderio represso, ci si lascia coinvolgere con niente e per niente. Fia aveva fatto i conti senza l’oste, si era come sempre lasciata guidare dalla fantasia che non è sempre come la realtà. Ma, nonostante la delusione, non si arrese per niente, era una ragazza testarda che, quando si metteva in testa qualcosa, la otteneva prima o poi e a qualunque costo. “Bisogna accontentarsi di quello che passa il convento, anche se è un bamboccione lo voglio fare lo stesso, lo svezzo io, so come fare, lo faccio diventare grande, gli farò vedere di cosa sono capace”. Questo fu il primo pensiero a dir poco delirante, dettato dalla rabbia dopo aver visto il cugino. Lo odiava terribilmente senza che lui le avesse fatto niente di male. Sapeva però di poterlo dominare e forse anche convincerlo dall’alto dei suoi quindici anni. In realtà era troppa la differenza fisica tra i due. Lei aveva già l’aspetto d’una donna, lui sembrava ancora un bambino. Qualsiasi altra ragazza dell’età di Fia, mai e poi mai sarebbe stata attratta da quel bambino, anzi di solito le ragazze cercano quelli più grandi di loro, tanto più che si trattava di un cugino di primo grado. Ma per Fia la parola normalità era cancellata dal suo vocabolario. Quello che le passava per la testa non poteva comprenderlo nessuno, né i suoi genitori, né i suoi zii, tanto meno suo cugino e in questo caso, neanche io. Genitori e parenti di lei parlarono di tutto, avevano molte cose da dirsi dopo anni che non si vedevano.

Fia guardava spesso il cugino per scoprire qualunque minimo turbamento ma lui si mostrava impassibile, neanche la guardava, sembrava che lei non esistesse per lui. Una mazzata per la vanità di Fia. Ogni tanto qualche occhiata gliela dava lo zio ma non seppe capire la natura di quello sguardo, però arrivò alla conclusione che si sarebbe fatta palpare volentieri dallo zio pur di fare un dispetto al cugino. Ma fu un pensiero senza alcun fondamento che morì sul nascere. Lei desiderava suo cugino, non sopportava di non essere desiderata e si caricò ancora di più. Lei, che quando camminava per strada, a scuola faceva girare anche le statue, che si sentiva addosso gli sguardi famelici dei maschi che la spogliavano e la violentavano con gli occhi, lei il sogno proibito di tutta Leonforte, ignorata così da un bamboccio. Ma non si voleva dare per vinta. Ad un tratto, sua madre, accorgendosi che quei discorsi stavano annoiando i due ragazzi, disse alla figlia: “Fia perché non fai vedere la tua camera a tuo cugino e il lettino dove dormirà stanotte. Ivan non farci caso alla confusione, mia figlia è molto disordinata”. Fia, che non aspettava altro, non se lo fece ripetere due volte, afferrò il cugino per la mano tanto da spaventarlo per l’impeto di quella presa e lo trascinò con sé nella sua stanza. Bastò quel semplice contatto delle mani, per mandarla letteralmente in visibilio. Se avesse potuto, gli sarebbe saltata addosso, l’avrebbe spogliato e violentato, sarebbe rimasta tutta la notte abbracciata con lui a gemere e a sospirare di piacere. Ma era solo un’altra ennesima fantasia priva di riscontro nella realtà. Nel momento in cui stringeva la mano del cugino capiva di aver bisogno di qualcuno che la toccasse e da toccare a sua volta. Era troppo tempo che aspettava e non poteva più attendere. Così cominciò con le sue malizie d’adolescente in erba, a tentare di stuzzicare il cuginetto, tesseva la sua tela del peccato.

Entrati insieme nella stanza, si guardarono per un momento in faccia, poi lei non perse tempo nel suo proposito anche perché curiosa di vedere come reagiva il bambino, la intrigava quel gioco, voleva sapere il finale. Per prima cosa si sedette sul lettino dell’ospite e gli disse mentre lui restò in piedi davanti a lei: “Qui dormirai tu, ti piace?”. Si sedette accavallando le gambe una sull’altra, alzandosi il più possibile la gonna, mostrando il color bianco delle mutandine, muovendo i seni il più possibile ma senza toccarli. “Ti piace o no questo lettino?”, glielo chiese di nuovo con uno sguardo seducente ed una voce calda e sensuale, aveva una bellezza folgorante in quella posizione e in quel momento. Il cugino aveva sotto gli occhi una giovanissima dea del sesso e dell’amore pronta per lui, le gambe, il seno, gli occhi, la bocca,le mani, lo sguardo, tutto quel ben di Dio poteva essere suo e subito se solo l’avesse voluto. Qualunque essere vivente, un prete, un ferito, un moribondo, un angelo, in quell’attimo, non avrebbero potuto resisterle, forse persino un morto sarebbe risuscitato dalla tomba pur di vederla, tutti proprio tutti tranne lui che rivelò tutta la sua ingenuità e totale infantilità. Il ragazzo non capì assolutamente nulla delle intenzioni della cugina, non seppe apprezzare il suo corpo anzi non ci fece neanche caso, non la guardò neppure, osservò solo il lettino dicendole che gli piaceva. Invano la ragazza provò a fare finta di stirarsi per tirare avanti bene in mostra i bellissimi seni, a passarsi la lingua tra le labbra, a mostrare maliziosamente il sedere. Le provò tutte, non tralasciò nessun tentativo ma fu tutto senza risultato.

Fia aveva perso la sua battaglia e forse anche la guerra. Può darsi anche che il cugino non reagisse a quelle sollecitazioni morbose perché la considerava una parente stretta ma in quel contesto io credo che anche il miglior padre del mondo, non sarebbe potuto rimanere indifferente nell’osservare la propria figlia comportarsi in quel modo. È vero che sarebbe sangue del proprio sangue ma è altrettanto vero che la carne è sempre carne e ha le sue debolezze.

Fu un duro colpo per Fia. Per lei, lui non era suo cugino o un bambino, ma un corpo che ha rifiutato un altro corpo, il suo. Per la prima volta in vita sua si sentiva rifiutata e messa da parte e forse, per lei, paradossalmente fu un bene perché si calmò ridiventando serena.

Se fosse stata una ragazza brutta e indesiderabile, probabilmente non avrebbe avuto tutti quei tormenti, sarebbe stata una ragazza tranquilla come tante altre. Era la consapevolezza di essere bella, il sapersi desiderata che dava origine a tutte le sue fantasie. Ma Fia non arrivò con la sua intelligenza a capire tutto questo,a decifrare  il vero motivo di tutte le sue sofferenze. Era la sua vanità, il suo narcisismo la causa di tutto. Se l’avesse capito, Fia sarebbe guarita. E invece lei seppe pensare solo questo: “Sarà gay, non c’è altra spiegazione, per rifiutare una bella ragazza come me”.

La vita a volte è davvero paradossale. Chissà quanti altri ragazzi avrebbero potuto accontentare Fia. Ma l’incomprensibile e assurdo destino, le manda forse l’unico che non può farlo. Fia ormai si era arresa all’evidenza, i suoi sensi si erano calmati, era diventata la cugina normale che doveva essere, solo che si mostrava scontrosa e arrabbiata con lui. Il ragazzo notò ma non arrivò a capire le ragioni di questo suo totale cambiamento e cercò di instaurare con lei un rapporto più cordiale, ma lei si mostrava fredda e scura in viso. “Che musica ascolti? Che CD hai? Posso accendere lo stereo?”, le chiedeva lui ma Fia neanche rispondeva. Il ragazzino arrivò persino a chiederle se poteva dormire nella sua stanza temendo che la cugina non fosse contenta. Se, per assurdo, il ragazzo in quello stesso momento, si fosse spogliato e le avesse detto: “scopiamo” tutto sarebbe cambiato in un solo attimo e lei sarebbe stata la ragazza più felice del mondo. Fia si consolò da quella delusione pensando che presto sarebbe ricominciata la scuola e lì sicuramente sarebbe stata apprezzata e corteggiata come meglio meritava. Fra tanti ragazzi che le sarebbero venuti dietro, poteva scegliersi il più simpatico e fare con lui quello che suo cugino Ivan le aveva negato, giustificando con la parola “amore” quello che avrebbe fatto solo per sesso. Il pensiero della scuola la rendeva immediatamente felice. Un nuovo mondo le si apriva di fronte. Poteva scoprire il sesso con tutti, chiunque l’avrebbe amata: compagni della sua e di altre classi, professori, bidelli e persino il preside e riprese a volare con la fantasia. La mattina passò, il pomeriggio anche senza che succedesse nulla tra lei e suo cugino. Lei si era convinta che era solo un bambino che puzzava di latte ma, se non altro, lo trattava meglio, non lo reputava più responsabile e quasi quasi lo giustificava. I desideri che si erano assopiti per tutto il giorno, tornarono a tormentarla la sera, quando si avvicinava l’ora di andare a letto. Dovettero coricarsi presto perché l’indomani mattina gli zii e il cugino, all’alba sarebbero dovuti partire per Palermo per poi volare alla volta dell’Egitto. “Buona notte!”, dissero gli zii e i genitori ai due ragazzi e chiusero la porta. “E chi può dormire?”, pensò Fia.

Il fascino della notte è chiaro a tutti. Il buio, le ombre favoriscono la tentazione, il peccato, si pensano e fanno cose che  di giorno sarebbero censure. I pensieri notturni stazionano nella mente di anime normali figuriamoci in quella di Fia dove tutto veniva amplificato. Con uno scatto di nervi, la ragazza aprì la luce del comodino accanto al suo lettino e si tolse di colpo il pigiama restando in mutande e reggiseno bianchi. Quella luce appena accennata, si rifletteva su quel corpo seminudo rendendolo straordinariamente seducente. Anche uno scheletro o una vecchia corazza, sarebbe risuscitata pur di toccare quel corpo dalle forme perfette. Ma lui, il ragazzino, l’unica cosa che seppe dire fu: “Ma tu dormi così?”. E Fia, delusa più che mai: “C’è caldo, dormo sempre così io”, gli rispose. Lui, come se niente fosse successo, si rigirò dall’altro lato e si riaddormentò.

Fia tornò ad ammirare quel suo corpo splendido illuminato a malapena da quella luce fioca e si eccitò da sola continuando a non comprendere proprio l’indifferenza di suo cugino. Tornò a pensare alla scuola e a tutte le esperienze e le scoperte sessuali che avrebbe potuto fare e si sentì in agitazione. Chiuse la luce e anche gli occhi e lasciò che le sue dita sfiorassero le parti intime abbandonandosi a quel piacere che avrebbe voluto condividere con altri ma che gira e rigira doveva limitare a se stessa. Nel momento dell’orgasmo emise un lungo gemito che non trattenne pur sapendo di avere vicino, nella stessa stanza, suo cugino. E perché avrebbe dovuto farlo? Tanto lui era talmente ingenuo da non capire neanche quello che lei stesse facendo.

    ... Mosè
         
Mosè uscì di casa di buon mattino e col suo motorino. Era di buon umore ma una sottile e lieve tristezza simile alla solitudine, cominciava a farsi sentire dentro di lui e a nascere lentamente e progressivamente. Il vecchio, ben presto, ritornò a sentirsi solo con i suoi pensieri. Aveva una giornata intera davanti, quel giorno non doveva andare neanche in parrocchia, il parroco era fuori Enna, sarebbe ritornato il giorno dopo. Pensò di provare a cercare dei giovani per poter dialogare un po’ con loro come aveva fatto nella gita a Siracusa, era l’unico modo per tornare allegro ma dove trovarli? Le scuole erano chiuse, i ragazzi tutti fuori città in vacanza. Passò da quella piazza dove qualche giorno prima aveva giocato a calcio con dei ragazzini. Ma non ci trovò nessuno, solo la fontana lì vicino che con un ritmo monotono e paranoico, sputava fuori la sua acqua. Lui si chinò e bevve un po’. Ma una strana idea del tutto nuova gli sconvolse improvvisamente la mente obbligandolo a farsi una strana domanda mai fatta prima: “Ma che sto diventando un vecchio porco che cerca giovani? Un maniaco sessuale? Ma li cerco solo per parlarci o perché mi sento attratto dalla freschezza dei loro corpi?”. La sincerità sempre presente nel modo di essere e di pensare del vecchio Mosè, lo spinse ad ammettere a se stesso che li cercava per entrambi i motivi. La vicinanza di una ragazza giovane e probabilmente anche di un ragazzo, facevano scattare in lui intense sensazioni, strane per certi versi, che lui non poteva reprimere o ignorare. Il desiderio di risentirsi giovane, la voglia di vincere la solitudine, la freschezza di quei corpi, il confronto fra due età lontane vecchiaia e giovinezza, la poesia d’un uomo avanti negli anni che si aggrappa ancora all’odore della gioventù tramite loro, una lunga astinenza sessuale e altri motivi simili, tutti messi insieme, avevano fatto sì che lui, a 65 anni, desiderasse fortemente i giovani e ne prendesse chiaramente consapevolezza.

Questa scoperta, se pure tardiva, non lo sconvolse affatto anzi non lo turbò minimamente, era stato sempre un uomo di vedute libere. Giudicò questa sua passione del tutto normale e giustificabile. “Che mi devono piacere i vecchi? A chi è che non piace la gioventù? E poi ci sono io vecchio, non ne voglio altri, voglio solo giovani, giovanissimi”.

Il vecchio ora avrebbe voluto piangere ma non vi riuscì. Nella sua vita non aveva pianto quasi mai, non vi riusciva proprio, le lacrime non erano in grado di scendere dai suoi occhi. Il desiderio del pianto non scaturiva dalla consapevolezza dei propri gusti ma dall’impossibilità di poterli soddisfare vista l’età e che quindi sarebbero stati per lui ulteriore fonte di solitudine e disperazione. Una reazione del tutto emotiva lo spinse a sostituire il pianto col riso e così scoppiò improvvisamente a ridere senza senso come se avesse visto una scena comica e rideva, rideva, continuava a farlo senza fermarsi e sempre più forte tanto che le poche persone che lo incontravano per strada, attribuirono quella sua folle risata al gran numero di bottiglie di birra che secondo loro, si era bevute. Magari fosse stato così! Ma lui non era affatto ubriaco o forse lo era ma non di birra ma di qualcosa che non avrebbe potuto bere. L’unica cosa positiva di tutto questo fu l’aver scoperto la vera causa della sua solitudine, ma come porvi rimedio alla sua età? La natura ha creato i vecchi attratti dai giovani ma non il contrario, o forse l’ha fatto, non lo so!

Mosè aveva chiaro in mente quello che veramente voleva. Una ragazza giovane e possibilmente bella, non importava l’età, al suo fianco che gli desse dolcezza, disponibilità ad ascoltarlo e perché no soprattutto calore fisico. Il sesso è una medicina miracolosa per tutti, giovani e vecchi. Mosè ora non doveva combattere solo contro la solitudine ma anche con i suoi desideri sessuali che si erano risvegliati, come in un giovane. Le ragazze belle o brutte, di solito preferiscono avere la compagnia dei loro coetanei, come potevano desiderare un vecchio come lui, per giunta trasandato e malandato? Mosè sprofondò nel dramma. Si sentiva morto, cadavere,mummia e vecchio, terribilmente vecchio di mille anni. Ma non era la consapevolezza della propria vecchiaia che lo spaventava e lo faceva sentire triste ma il fatto che tale vecchiaia non gli consentiva di poter amare una giovane. Nella vita si può essere soli per mille motivi, e questo è uno dei tanti. La gente, se avesse saputo la vera ragione della solitudine di Mosè, non l’avrebbe sicuramente giustificata e nemmeno l’avrebbe aiutato ma gli si sarebbe rivoltata contro condannandolo, aumentando così la sua solitudine. Era questo il vero dramma che si univa al dramma. Ora Mosè camminava barcollando per le strade quasi deserte di Enna, più solo che mai. Tentava di consolarsi pensando che si trattasse solo di un desiderio passeggero dovuto alla follia e alla solitudine della terza età e che sarebbe sparito presto ma sapeva dentro di sé che non era così. Ma che altro poteva fare? Forse quella fu l’unica volta nella sua vita, in cui scese a compromessi.

      ... Fia
           
“Fia, vuoi uscire con noi?, andiamo ad Enna”, chiese la madre alla ragazza per non farla restare per troppo tempo chiusa in casa. “No mamma, preferisco restare qui, magari più tardi mi farò una passeggiatina”. E così Fia restò sola per l’ennesimo pomeriggio d’agosto. I suoi zii erano partiti portandosi con loro quel bamboccio di suo cugino. “Meglio così, non lo voglio vedere mai più”, pensava. Quel ragazzo non le aveva fatto nulla di male, almeno volontariamente. Sdraiata nel suo lettino a faccia in su, nella solita posizione di meditazione, cercava ora di mettere un po’ di ordine nella sua vita e soprattutto nei suoi pensieri e lo doveva fare da sola come sempre. Il suo viso lunare, avvilente, etereo, mascherava quel suo sentirsi creatura persa. È tremendo cari lettori, il fatto che una ragazzina di soli 15 anni debba ritrovarsi talmente sola da non poter avere l’aiuto di nessuno in un momento della vita così delicato. Si trovava lì da sola, in quella stanza disordinata ma mai quanto i suoi pensieri. Si sentiva confusa, stanca, disorientata. Si rendeva conto che non poteva continuare così, sarebbe andata a finire in un manicomio in preda ad un forte esaurimento nervoso. Si rendeva conto, ora più che mai, che la sua vita necessitava di cambiare rotta, di una svolta ma non sapeva come potergliela dare. Il desiderio più forte e più grande che provava dentro, più di qualsiasi altra fantasia erotica, era quello di confidarsi con qualcuno, aprirsi le sarebbe servito molto e lei lo sapeva. Ma con chi? Con chi? Si alzò di scatto, si girò inginocchiandosi sul letto, protese le sue mani in alto sul muro, staccò dal chiodo il crocifisso e lo portò all’altezza del petto e con un grido soffocato dalla disperazione gli disse: “Spiegami cosa mi sta succedendo, se esisti spiegamelo almeno tu, con te almeno posso parlare, dammi un segno, aiutami”. Lo diceva col cuore la piccola Fia, con la speranza, con la disperazione, con la fede della più grande credente di questo mondo che chiede un miracolo dopo essersi resa conto che nessun medico può guarire la sua malattia. Tutti gl’insegnamenti religiosi che le erano stati inculcati sin da piccola, trovarono in quel gesto istintivo la loro concretizzazione. La ragazza attese nel silenzio e nel pianto per un bel po’ di tempo, con gli occhi fissi su quella croce, una risposta, una voce, anche un piccolo segno che potesse aiutarla ma il crocifisso non parlò, non disse nulla, non si mosse come qualsiasi banale soprammobile. La ragazza vide crollare inesorabilmente anche l’ultima speranza. Non l’aveva voluta ascoltare neanche l’unico che poteva farlo. Ma, paradossalmente, si sentì dentro più forte e sicura di potersela sbrigare da sé, senza l’aiuto di nessuno. Rimise a posto quel crocifisso e con una nuova e inaspettata forza dentro, disse fra sé: “Ora basta!”, e senza neanche badare a come era vestita, uscì di casa. Sentiva il bisogno dell’aria, non ce la faceva più della sua stanza, dei suoi pensieri, della sua solitudine, dell’indifferenza degli altri. Non sapeva neanche che cosa cercare e forse neppure da cosa fuggire, se alle sue spalle vi era un demone che l’inseguiva, un pericolo incombente o cos’altro. Decise, almeno in quel momento, di seguire la parte più vera di lei, l’unica capace di guidarla e capirla, il suo istinto. In quel primo pomeriggio, faceva molto caldo. Tutta Leonforte sembrava bruciare. Non vi era nessuno in strada ma soltanto lei che camminava da sola, senza meta, senza sapere dove andare e chi cercare. La sola sua solitudine le camminava a fianco, come sempre. Si ricordò di quella villetta, l’unica nel paese, non molto distante da casa, dove si fermava spesso a chiacchierare con le amiche di scuola, e decise di andarci. Lì vi era un po’ di fresco, e poteva ripararsi vicino agli alberi in perfetta solitudine. Vi arrivò in pochissimo tempo, vide la panchina e si sedette a gustare la pace di quel luogo lontano da tutto e da tutti, anche dalle sue micidiali fantasie, che, almeno in quel momento, sembravano averla abbandonata. Ora la ragazza cercava la solitudine, quella stessa solitudine che soltanto pochi istanti prima, sembrava chiuderla e annientarla.

    ... Mosè
          
Camminava da solo, assente, inghiottito dalla sua stessa solitudine. Era talmente stanco, consumato, lacerato che non aveva più neanche la forza di pensare. La mattina era trascorsa. Mosè aveva solo ingoiato una lattina di tonno sott’olio scaduta da tempo e bevuto due bottiglie di birra. Ma era rimasto sempre fuori, per la strada, faceva troppo caldo per tornare a casa e non se la sentiva di farlo. Vagava come un sonnambulo, un’ombra senza identità, trasparente come un fantasma. Sapeva di non dover andare in chiesa quel giorno e di potersi allontanare un po’ da Enna per non vedere sempre le stesse facce.

Tornò indietro e riprese il suo motorino,posteggiato poco distante. Il caso o forse il destino, nulla nella vita accade per caso, lo portò nel paesino di Leonforte, a due passi da Enna. Lo conosceva di vista quel posto sperduto per esserci passato di sfuggita correndo col suo motorino ma non conosceva quasi nessuno dei suoi abitanti. L’ora, il caldo, la stanchezza gli facevano venire sonno. Non conosceva le strade del paese ma decise di affidarsi all’intuito seguendo un percorso tracciato da file di alberi fioriti sperando che lo potessero condurre in qualche villetta, presso qualche panchina immersa nel verde dove potersi finalmente riposare. Non si stava sbagliando, la strada era quella che doveva essere, quella giusta ma non sarebbe riuscito a dormire né ad avere sonno. L’aria era immota, le piante altrettanto, parevano assopite. Regnava il silenzio, l’armonia della natura: “Che pace c’è qui, ma cos’è il paradiso?”, pensava tra sé. Decise di scendere dal motorino per non turbare quella quiete e di proseguire a piedi. Fece un paio di passi in avanti, passò in mezzo a due alberi che sembravano sbadigliare aprendosi al suo passaggio e vide di fronte, vicinissima, una ragazza bellissima con gli occhi chiusi che sembrava dormire, seduta sulla panchina con ambedue le braccia distese ai lati e le rispettive mani appoggiate alla panchina stessa. I capelli bellissimi, spettinati, le coprivano il resto del volto lasciando scoperte soltanto quelle palpebre chiuse. Il capo era chinato da un lato, sembrava un angelo crocifisso e forse, visto quello che stava passando quella ragazza, lo era davvero. Presente col corpo, dava l’impressione di trovarsi mille anni luce lontana con la mente.

Vestita con una camicetta azzurra ed un pantalone di lino bianco, poteva avere circa 15 anni. Quella ragazza in dormiveglia che almeno in quel momento sembrava aver trovato un po’ di pace, era lei, la piccola Fia. E lui Mosè, inerme davanti a quell’angelo, non sapeva più cosa fare, come comportarsi.

Non faceva una bella impressione per come era combinato e lo sapeva e non voleva spaventarla o svegliarla bruscamente. Cercò di non fare il minimo rumore, si stropicciò gli occhi per capire se si trattasse di una visione ma non lo era affatto e lui non era ubriaco. Non vi era proprio nessuno intorno, solo lui e lei. Non aveva più sonno e come poteva averlo? L’istinto gli suggerì di andarsene da lì, fece solo un piccolissimo ed impercettibile rumore nel tentativo di voltarsi indietro e riprendere la strada del ritorno ma il destino intervenne facendo in modo che gli eventi si verificassero secondo il suo disegno. Così fece aprire gli occhi alla ragazza, Mosè se ne accorse e rimase in quella posizione, davanti a lei senza essersi girato. Fia confusa guardò lui che stava in piedi davanti a lei e Mosè guardò a sua volta la ragazza. Ora gli occhi di Fia, la bellissima ragazza quindicenne disperatamente sola, incontravano gli occhi di lui, il vecchio di 65 anni trasandato e disperatamente solo. E da quel punto così vicino eppure disperatamente lontano per la grande differenza d'età e non solo, lei continuava a guardarlo con quel suo visino indecifrabile di ragazzina e il vecchio ebbe l'impressione che quella ragazza gli avesse letto il desiderio negli occhi fino ad intuirne la profondità. E rapito dall'intensità di quello sguardo, Mosè non sarebbe stato in grado di abbassare gli occhi neanche se fosse stata in gioco la sua vita, non avrebbe potuto spostarli in nessun'altra direzione. E rimase così, in quel modo, ipnotizzato davanti a lei. Gli occhi di Mosè sprofondavano in quelli di Fia e seguivano un’ombra, intravvedevano una solitudine profondissima. I due, pur abitando in posti vicini, anche per la differenza d’età, non si conoscevano e non si erano mai visti prima. Ma la solitudine della ragazza era la stessa identica solitudine del vecchio e li rendeva uguali come gemelli pur con mille diversità. Nessuna barriera di alcun tipo aveva il coraggio di interporsi tra loro due. La ragazza osservava fisso negli occhi il vecchio e il vecchio osservava fisso negli occhi la ragazza. Esistevano solo lui e lei, lei e lui, il vecchio e la ragazza. D’un tratto i problemi dell’uno diventarono i problemi dell’altra e viceversa per poi, come per magia, sparire in entrambi. Il destino li aveva fatti incontrare, aveva deciso questo e questo stava avvenendo. Erano lì immobili, uno davanti all’altra nella poesia e nella pace di quella villetta. Fia rimase muta, non trovava le parole e non si sentiva nulla da dire in quel momento e pensare che avrebbe avuto mille cose da raccontargli! e Mosè sembrava lo specchio di Fia, provava le stesse identiche sensazioni di lei. Uno strano scherzo del destino sembrava che avesse voluto farli incontrare come se si fossero dati un appuntamento nello stesso posto e alla stessa ora senza che ci fosse nessuno all’infuori di loro due. Sembrava che dall’alto del cielo, invisibili, li stessero spiando Dio e Satana, uno accanto all’altro. Dio voleva che quel vecchio e quella ragazza si conoscessero per placare la solitudine delle loro anime, mentre il diavolo quella dei loro corpi. Quel silenzio sarebbe durato un’eternità se non fosse intervenuto nuovamente il destino a mettere in bocca a Mosè le prime parole: “Signorina, ha bisogno di qualcosa, si sente poco bene, posso aiutarla?”. E furono parole di una banalità disarmante ma l’importante è che furono dette. Fia esitò un po’ nel rispondere ma poi lo fece: “No grazie! Va tutto bene, stavo solo riposando un po’”.

Mosé proseguì la conversazione: “L’ho disturbata forse?” e Fia “No anzi, non c’è nessuno qui, sembra un cimitero, almeno parlo con qualcuno”. Il destino non poteva scegliere persone più adatte. Nessuna ragazza sarebbe stata più indicata per quel vecchio e viceversa e non ci volle molto tempo affinché anche loro stessi se ne rendessero conto. Sembravano conoscersi da sempre e non impiegarono molto per fare amicizia, del resto avevano entrambi un carattere socievole.

“Le dà fastidio signorina se mi siedo un po’ vicino a lei a fumare una sigaretta?”
“No si figuri! Ma lei fuma? Dovrebbe togliersi questo vizio”.

Ma non sempre i vizi si possono togliere e lo sapevano entrambi.

“Quanti anni ha signorina?”
“Lei quanti me ne dà?”
“14,15”.
“Bravo ha indovinato 15 compiuti da due mesi”.
“Va a scuola?”."


"E lei cosa fa nella vita signore?"
" Non lo so, è una domanda che mi faccio spesso anch'io".

I due ora conversavano serenamente con parole semplici e spontanee, direi scontate, arrivando in poco tempo a darsi del tu. Dopo lo smarrimento iniziale, ora il vecchio la guardava, seduta vicinissima accanto a lui nella panchina, e la trovava bellissima. “Grazie Dio per avermi fatto incontrare un angelo, più bella di così non potevi mandarla”, pensava Mosè. Se fosse stato un ragazzo come lei, se ne sarebbe innamorato subito ma era solo un povero vecchio che poteva essere benissimo suo nonno. Lui si sentiva dentro anche più piccolo di lei, ma anche se l’anima non ha età, il corpo ce l’ha, eccome! ed è proprio quello ad apparire, purtroppo. La ragazza osservava attenta il volto di quel vecchio come volesse giudicarlo ma non riusciva a farlo. Se si fosse trattato di un ragazzo avrebbe saputo subito se le piacesse o meno ma quel vecchio dal viso rugoso la lasciò nell’incertezza.

Ma fu solo momentanea perché poi, via via che la loro amicizia diveniva più solida ed intima, cominciò, forse incoraggiata dal destino o dal diavolo, a trovarlo affascinante nonostante l’età. Qualunque altra ragazza, bella o brutta, trovandosi da sola in quella villetta con quel vecchio malandato, sarebbe subito scappata o quanto meno non gli avrebbe dato importanza. Ma lei, la solita originale Fia, cominciava ad avvertire persino desideri sessuali nei confronti di lui ma non era la sola perché anche lui, nascostamente e senza farsene accorgere, li ricambiava.

Se si fossero raccontati sinceramente le proprie reciproche fantasie e desideri sessuali, probabilmente avrebbero fatto l’amore subito, sopra quella panchina, ma nessuno dei due, vista anche la differenza d’età, ebbe il coraggio di aprirsi fino a quel punto. Ma una certa maliziosa complicità usciva fuori lo stesso sia pure velatamente, manifestandosi sotto forma di sguardi indiscreti, di mosse repentine, di piccoli gesti fatti da ambedue. Il vecchio e la ragazza desideravano la stessa cosa e se quella panchina sulla quale erano seduti ormai da tanto tempo, avesse potuto diventare umana, sarebbe stata felice ed orgogliosa di offrirsi come la loro alcova d’amore. Si sarebbe staccata da quella villetta e sollevata pian piano verso il cielo, tra le nuvole con sopra i loro corpi nudi. Nonostante non fosse vestita in maniera provocante, il vecchio, avendola vicino, non poteva non rimanere catturato e stordito dalla sua sensuale freschezza, dall’impeto della sua gioventù, da quell’esplosione di gambe, di seni, di bocca, di occhi, di sguardi, di labbra, da quella grazia di Dio, insomma. Era troppo per un vecchio come lui. E Fia ammirava soprattutto quelle sue rughe trovandoci in esse la reminiscenza di una lontana figura paterna e poi quelle mani callose così diverse dalle sue morbide e lisce, quel suo odore in un certo senso di sporco che contrastava con il profumo ch’emanava lei ma che lo rendeva ai suoi occhi, intrigante, selvaggio, animalesco, peccaminoso. L’effetto che si procuravano l’un l’altra guardandosi, valeva assai di più delle chiacchiere della gente di paese e di qualunque altra possibile conseguenza. Era chiarissimo che si piacevano, si capiva da mille miglia lontano. Qualunque osservatore, dovendo valutare o giudicare l’intesa di quel vecchio con quella ragazza, ne sarebbe rimasto scandalizzato considerandola assolutamente sbagliata e fuori da ogni regola o logica, non l’avrebbe mai e poi mai potuta approvare per mille motivi. Lo stesso osservatore però, dovendo valutare o giudicare la solitudine di entrambi, ne rimarrebbe quasi indifferente e darebbe ad essa poca importanza giudicandola quasi come normalità, il vecchio perché troppo grande d’età, la ragazza perché ancora un’adolescente e quindi troppo piccola. Il vecchio e la ragazza se presi in considerazione singolarmente, separati l’uno dall’altra, vengono completamente ignorati da tutti. Fia soffriva e si logorava dentro, in silenzio, nel suo segreto senza che nessuno si preoccupasse di aiutarla o di capirla. E la stessa cosa accadeva a Mosè. Ma se i due vengono visti da soli insieme anche solo parlare, si ritroverebbero immediatamente al centro dell’attenzione e tutti vorrebbero sapere tutto di loro. È la società in cui tutti noi stiamo vivendo oggi che ragiona così e le sue regole, le sue leggi rappresentano l’espressione collettiva di questa ignoranza. Fia e Mosè si trovavano bene insieme perché soffrivano dello stesso terribile male: la solitudine. Per questo si capivano e si intendevano a meraviglia. Bisognerebbe scavare nella loro intima solitudine per afferrare il motivo di quell’unione. Ma non tutti, purtroppo, hanno la capacità, la sensibilità e la profondità per farlo. Risulta molto più semplice e pratico giudicarli per l’apparenza. Fia aveva tentato in tutti i modi e con tutte le forze di far capire agli altri la propria solitudine ma nessuno l’aveva ascoltata. E anche Mosè avrebbe voluto rendere partecipe gli altri della propria solitudine ma inutilmente. Fia si fidava ciecamente di Mosè. Capiva che quel vecchio aveva una ricchezza interiore immensa, riscontrabile in poche persone, lo capiva dai suoi gesti dolci, sempre garbati, da quel suo parlare calmo, dal suo saperla ascoltare con attenzione. E Mosè aveva fiducia in quella ragazza così bella di fuori ma ancora più bella di dentro, così particolare, capace di pensieri profondi, che possedeva nei suoi occhi e nel suo sguardo il paradiso della giovinezza. Si potrà dire che il diavolo travestito da vecchio tentasse la ragazza e che lo stesso diavolo sotto le spoglie di un angelo concupisse il vecchio ma era davvero il diavolo o era Dio? Il vecchio e la ragazza restarono a lungo a parlare seduti sulla panchina dimenticandosi dei propri problemi. Si raccontarono di tutto e di più.

Sembrava si conoscessero da sempre. Mosè le raccontò di tutta la sua vita con sincerità e la ragazza restò affascinata da quella strana vita e le venne una infantile curiosità di vedere dal vivo quella casetta di legno così particolare in cui lui viveva: “Troppo forte! la voglio vedere, mi porti a vederla? sono troppo curiosa, tanto non è lontano, io posso stare fino alle 6 perché poi vengono i miei e devo tornare a casa”. Erano le 4 del pomeriggio e vi era il tempo per farlo. Anche se al lettore può sembrare strano conoscendo Fia, questa volta la ragazza voleva vedere la casa di Mosè per una semplice curiosità spontanea di adolescente e non era mossa da altri strani propositi. “Allora mi ci porti o no?”, e lo disse con un’aria da bambina dimostrando di essere ancora più piccola della sua età, alzandosi dalla panchina lasciandovi lui seduto. Mosè toccò il cielo con un dito, gli sembrava di sognare, ridiventò bambino, si sentiva come un ragazzo al suo primo amore con una bellissima ragazza al suo fianco. “O.k. Fia, andiamo! Prendiamo il motorino e arriveremo subito” disse alla ragazza. “Il motorino? Quale motorino, perché ce l’hai?”. Sembrava il dialogo tra due adolescenti e non tra un vecchio e una bambina. “Certo è posteggiato qui vicino”. I due si alzarono con una strana luce negli occhi che avrebbe ispirato qualunque poeta. Lui la indirizzò verso il motorino, lei lo guardò e disse: “Troppo bellino ma è davvero tuo?”. Con quella domanda e in quell’espressione Fia rivelò tutta la spontaneità e l’ingenuità dei suoi 15 anni. Ma Mosè sembrò ancora più piccolo di lei quando con orgoglio le rispose: “Certo che è mio”. Fia era entusiasta. Poi gli disse: “Ma non ho il casco!”. Ma lui la tranquillizzò: “Non fa niente figurati, vigili non ce ne sono in giro e poi non dobbiamo andare lontano”. Così l’adulto che dovrebbe dare l’esempio, incita l’adolescente che vorrebbe farlo, a non rispettare le regole. Mosè era in quell’attimo il vecchio che giocava, che si sentiva, s’illudeva di tornare ragazzo. Aprì il cassettino del motorino, prese il casco e se lo mise in testa con cura e agli occhi della ragazza che si stava divertendo un sacco, sembrò più ridicolo e comico che mai, come il clown d’un circo. Lo trovava veramente buffo ma non rise per delicatezza. Lui montò davanti e lei, senza casco, salì dietro cingendo la schiena di Mosè con le sue delicatissime manine.

Fortunatamente il motorino che spesso non partiva, quasi non volesse dare un dispiacere al padrone capendo l’importanza, si rivelò suo complice e si mise in moto al primo colpo. E partirono. Per le strade non v’era quasi nessuno. Meglio così. Fia non voleva che qualcuno la vedesse e sparlasse di lei, il paese è piccolo e si mormora troppo. Qualche passante li vide sul motorino ma non si stupì più di tanto, non erano poi così strani, sembravano padre e figlia o, meglio ancora, nonno e nipote. Quello che provava dentro Mosè mentre guidava il motorino con quella bellissima ragazza dietro, lo lascio all’immaginazione del lettore. Non so neanch’io come abbia fatto a guidare in quelle condizioni di esaltazione totale. Meriterebbe una medaglia d’oro al valor civile solo per questo. Se si fosse bevuto centomila bottiglie di birra una dopo l’altra, sarebbe stato meno brillo di quanto lo fosse mentre guidava quel motorino. La situazione sarebbe stata normale se si fosse trattato di un bel ragazzo che stesse portando una bella ragazza a visitare la sua bella casa. Invece un povero vecchio malandato stava portando una bellissima ragazza a visitare la sua baracca di legno. Certe cose avvengono solo nei sogni ma, quando il destino si diverte a muovere i fili, anche nella realtà ma solo per pochi fortunati eletti e lui, Mosè, era uno di questi. Anche i pensieri di Fia, mentre si stringeva al vecchio sul motorino, erano indescrivibili. In lei si mescolavano alternandosi pensieri di sesso e paura, amore e tenerezza, ansia e trasgressione. La ragazza non connetteva e non capiva più nulla e il vento che le soffiava sul viso la stordiva ancora di più e non dipendeva solo dalla semplice curiosità di vedere quella casa anzi forse ora era l’ultima cosa che le interessasse. Il cuore di entrambi batteva forte, testimonianza inequivocabile che stavano vivendo un’emozione insieme e che meritava d’essere vissuta fino in fondo.

Arrivarono dopo una ventina di minuti che a loro dovevano essere sembrati un’eternità. “Ecco Fia, siamo arrivati, io abito lì” disse il vecchio posteggiando il motorino e togliendosi il casco. “Che strano posto, forte, è bellino però” anche in questo caso Fia rivelò tutti i suoi 15 anni. Mosè era stato sincero nel descriverle l’abitazione e a Fia parve esattamente uguale a come l’aveva immaginata. “Ti avverto però che è molto disordinata, potresti restare scioccata” le disse Mosè mentre le faceva strada verso la sua casetta. “Non preoccuparti, sono abituata al disordine, la mia stanzetta è peggio della tua, abbiamo un punto in comune, non ci piace l’ordine”. Mosè sorrise e anche Fia sorrise con lui. “Che bei gattini, sono tuoi, me ne regali uno?” La ragazza aveva veduto i gattini del vecchio e ne era rimasta affascinata, per un attimo si dimenticò di essere venuta per la casa. “Sì, sono miei, mi fanno compagnia, mi fanno sentire meno solo. Se vuoi puoi portartene uno”, le disse con generosità Mosè. “Ti ringrazio davvero ma non posso tenerlo in casa, ai miei non piacciono gli animali”. Fia dopo averne accarezzati alcuni inginocchiata, seguì Mosè che nel frattempo apriva la porta del prefabbricato. “Che disordine”, fu il primo spontaneo commento di Fia e detto da lei che era figlia del disordine, lo doveva essere sul serio.

“È più disordinata della mia e io che pensavo che la mia fosse il massimo, la tua è peggio. Ma è carina lo stesso”. Quest’ultimo giudizio risollevò Mosè e forse Fia lo disse apposta accortasi di avere un po’ esagerato nel suo giudizio negativo. Poi il vecchio nel tentativo di essere gentile le chiese: “Vuoi da bere? Della birra?” Aveva solo quella e al no grazie della ragazza non insistette.

La cosa più comica e tragica nello stesso tempo, cari lettori, è che nessuno prima di lei, aveva sentito il bisogno di andarlo a trovare in quella baracca di legno. I parrocchiani della chiesa di San Raffaele sono un’infinità ma mai nessuno gli aveva fatto una visita. Per il povero Mosè era veramente una novità e se si sentiva in imbarazzo non lo era soltanto per la bellissima Fia che era lì con lui ma anche perché non sapeva proprio come comportarsi nel ricevere un ospite. Non aveva esperienza perché non gli era mai capitato. Il vecchio e la ragazza parlarono insieme per un po’ di tempo, Fia guardò tutta quella strana casetta ispezionandola nei minimi particolari, era davvero una rarità da collezione. Se si girasse l’universo intero non se ne riuscirebbe a trovare una simile. Mosè come anche Fia erano due persone originalissime, anche per questo, ma non solo, erano amici. Poi, quando non seppero più cosa dirsi, avevano già parlato di tutto quando erano seduti in quella villetta, Fia ruppe gli indugi dicendogli: “S’è fatto tardi, mi accompagni a casa?”. Mosè le rispose con un “certo” e insieme uscirono fuori, Fia salutò ancora i gattini, diede uno sguardo fugace alla campagna che vi era tutta intorno, respirò intensamente quell’aria salubre della sera e poi si recarono insieme verso il motorino per intraprendere il tragitto di ritorno. Ma nessuno dei due rimase deluso di quello che poteva succedere ma non era accaduto. Sentivano entrambi che non sarebbe finito tutto lì, che si sarebbero rivisti ancora. Entrambi avevano capito e sentito che non era quello il momento giusto per farlo, che avrebbero dovuto solo rimandarlo. Il viaggio del ritorno non fu eccitante come quello dell’andata ma non per questo meno bello, fu più tenero e dolce, si conoscevano meglio, erano diventati amici. Furono due sensazioni diverse ma bellissime entrambe quelle provate nei due viaggi, quello dell’andata e quello del ritorno. Mosè la riportò in quella villetta di Leonforte dove l’aveva conosciuta ma non trovò il coraggio per dirle se poteva rivederla.

Fu lei, proprio lei, la piccola Fia a rompere il ghiaccio e in quell’occasione si dimostrò molto più matura di lui: “Ci vediamo domani alle 2 in questo posto, poi però stiamo a casa tua e non qui, così abbiamo più tempo”. Sapeva Fia che tutti i pomeriggi i suoi uscivano e lei non avrebbe avuto problemi. Fia lo disse con una voce così seducente e con un fare così determinato da non lasciare equivoci sulle sue reali intenzioni. Mosè sbiancò, morì in quel momento ma non disse una parola, non vi riuscì. “Allora va bene alle 2?”, gli chiese nuovamente la ragazza non avendo avuto risposta alla prima domanda.

L’emozione era così forte per Mosè che non seppe rispondere con le parole neanche questa volta e lo poté fare solo abbassando la testa in segno di assenso. Quindi si salutarono con una stretta di mano. Fia voleva farlo e sentiva che domani sarebbe accaduto. Mosè, invece, non sapeva più che fare né come comportarsi, entrò in crisi, totalmente travolto dagli eventi del tutto inaspettati e nuovi ma sapeva che non poteva rinunciare ad una emozione così forte che nella vita capita una volta sola e mai più. Aveva aspettato 65 anni perché ciò accadesse e poteva essere l’ultimo treno da prendere. Se avesse rimandato ancora, sarebbe stato troppo tardi e forse non sarebbe mai più successo. In questa difficile scelta, per lui e lei, la più sicura, determinata e matura si era dimostrata proprio lei, la piccola Fia nonostante fosse la più giovane.

    ... Mosè
         
Quella notte si rivelò la più lunga e strana di tutta la sua vita. E come poteva dormire? Era sicuro che domani avrebbe potuto sfiorare la pelle della sua bellissima principessina e non solo, avrebbe potuto fare anche molto di più. Era ancora vergine Mosè, quasi come fosse un prete, nonostante fosse arrivato alla veneranda età di 65 anni ma il destino aveva voluto premiarlo dandogli il massimo di quello che poteva aspettarsi e quando ormai non ci sperava più. Un uomo non raggiunge mai la pace dei sensi neanche a 65 anni ma una ragazza come Fia sarebbe stata in grado di risvegliare persino gli istinti assopiti di un 90enne. Ma non era soltanto il fattore fisico a sconvolgerlo ma un’infinità di emozioni, di sensazioni, di pensieri che si succedevano nella sua mente e nel suo cuore, alternandosi tra loro. La differenza d’età troppo netta, lo stare bene in compagnia di lei, il bel carattere, la sua dolcezza, la sua giovinezza, la stranezza dell’incontro che lo aveva portato a conoscerla proprio quando ne aveva più bisogno. “Che strana la vita, ragazze così belle non ti capitano neanche quando sei giovane, forte e bello e poi accadono quando sei vecchio, debole e brutto e hai 65 anni”. Fu la prima considerazione che si sentì di fare. Era bella, troppo bella Fia ma non solo per lui che era ormai vecchio ma anche per qualsiasi altro ragazzo. Poi Mosè riprese il suo dolce tormento: “Ma perché con uno come me? Proprio in questa baracca, con questa puzza? Con questo disordine? Perché proprio io? Ma mi ha visto bene? Lei bellissima come una dea, un angelo, io orrendo come un mostro. Sembriamo la bella e la bestia. Chi le capisce le donne è bravo, ma lei non è una donna, è una bambina ancora, e che bambina però. No, non può essere, mi sta prendendo in giro eppure mi sembrava sincera, sì che era sincera, troppo sincera ed anche educata. No, quella ragazza non recitava, era vera”. Al vecchio veniva ora una strana curiosità, dopo 65 anni aveva il desiderio di guardarsi allo specchio. Ma in casa non ne aveva mai avuto neanche uno, allora prese una pentola, cercò di togliere la polvere incrostata che vi era sopra strofinando con una spugna bagnata e si specchiò non avendo altro per farlo. Il vecchio si vide orrendo e si spaventò di lui stesso ritirandosi istintivamente il capo indietro. “Mamma mia quanto sono diventato brutto, meno male che non mi guardo mai, sono l’opposto di Fia”. Ma era l’opposto della ragazza anche nel giudicarsi. Fia si vedeva bellissima, lui decisamente mostruoso. Cominciò così a passare in rassegna uno a uno tutti gli eventuali motivi che potessero convincere una così bella ragazza a unirsi a uno come lui, e li numerò. Ma non ne trovò uno solo valido. “Forse si prostituisce e vuole soldi da me? Dovrei essere io povero a cercarli a lei ma no, no, che sto dicendo, lei è così dolce, ingenua, così fine”. Si vergognò di aver pensato questo e si sentì in colpa. “E se si droga, lo fa perché vuole i soldi per drogarsi ma no, no è di buona famiglia, me l’ha detto lei stessa che non ha mai preso stupefacenti, era sincera. E se vuole ricattarmi? Vuole soldi altrimenti va dalla polizia dicendo che la volessi violentare? Io violentare lei? Ma se non ce la faccio neanche a stare in piedi, basta che mi vedono si rendono conto, caso mai il contrario, sì lei ha gli occhi furbetti me ne sono accorto. Ma sarebbe la prima volta che una ragazzina violenta un vecchio, passerebbe alla storia. E se quando viene qua mi dà un colpo in testa e mi stordisce per rubarmi. Rubarmi? E cosa dovrebbe rubare? Magari si prendesse un po’ di roba, non so a chi darla”. Se la povera Fia avesse solo saputo cosa pensava di lei il suo Mosè: prostituta, drogata, ricattatrice e persino ladra. Ma lui lo pensava per il troppo amore, sì, il vecchio Mosè si era innamorato di lei, non riusciva a confessarlo neanche a se stesso, l’amava e si sentiva come un ragazzino al suo primo amore, un ragazzino un po’ troppo cresciuto di 65 anni.  Quell'incantevole ninfetta gli aveva stregato persino l'anima fino a possederlo del tutto, era la fine di Mosè come uomo ma anche l'apice della sua ispirazione come artista. La sua strana vita era già alla deriva nelle mani di una bambina, si lasciava annientare frantumandosi nella sua follia,  obbediva al suo rischiamo, si prostrava docile ai suoi capricci. Ora anche la gelosia si stava impossessando di lui, dei suoi pensieri. Lo tormentava l'immagine di quei ragazzi che sicuramente avrebbero posato i loro sguardi carichi di desiderio su quel giovane corpo d'adolescente. Era folle il pensiero che Fia con la sua verginale bellezza, dovesse e potesse appartenere esclusivamente ad un vecchio della sua età, ma più la considerava irraggiungibile e più sentiva crescere dentro il desiderio di averla. Se fosse stato un uomo normale, forse per vergogna, paura o sensi di colpa, probabilmente avrebbe cancellato subito dalla mente quegli strani pensieri. Ma lui artista solitario, lui spirito libero, lui eterno bambino sempre in volo senza logica nè equilibrio, folle di malinconia, di disperazione, di solitudine, di tenerezza, altro non era in grado di fare se non lasciarsi totalmente trasportare e tormentare dalla magica ossessione per quella giovane creatura, nè donna e nè bambina. Come un vecchio mendicante ormai solo ed esausto, chiedeva disperatamente ad una ragazzina che non aveva colpa, l'elemosina d'un amore che mai avrebbe potuto dargli. Come fari abbaglianti nel buio, i suoi pensieri ossessivi sparavano su egli stesso. Per tutta la notte, senza chiudere occhio, Mosè continuava senza sosta il suo patetico e infantile monologo: “Forse ha litigato col suo ragazzo e per fargli un dispetto va col primo che capita, nel paese non c’era nessuno a quell’ora e ha capitato me. No, non può essere, non l’avrebbe fatto con un vecchio, a tutto c’è un limite. Però mi ha detto che non ha il ragazzo e non l’ha mai avuto. No, non posso crederci. Una ragazza così bella che non ha il ragazzo, è impossibile. E se fosse sposata, mio Dio, non credo che mi spunta suo marito con la pistola, non serve la pistola basta un cerino per far andare tutto a fuoco, qui è fatto tutto di legno. Non credo che le piacciono le femmine al posto dei maschi? No, no, mi guardava in uno strano modo. Secondo me le piacciono solo gli anziani, sì, forse questo è il motivo, i giovani non le interessano affatto. Forse mi vede come un padre, un nonno, le mancherà quel tipo di figura”. Il monologo del vecchio andava via via assumendo fisionomie sempre più patologiche e assurde.

“E se si fosse innamorata di me? Se volesse sposarmi? Sì, sento che la porterei all’altare. Magari da padre Santino nella chiesa di San Raffaele con tutti i parrocchiani invitati, chissà quanti regali mi farebbero. I parrocchiani? No, non potrebbero accettare che un 65enne si sposi una 15enne, ma che m’importa di loro. L’importante è che io e Fia ci amiamo, non conta l’età. Magari aspetto che compia 18 anni e per la legge sono a posto. E con i suoi genitori come mi combino? Vado e gli dico: io amo vostra figlia. Mi butterebbero fuori a pedate appena mi vedono vestito così. Va beh, mi faccio la barba, mi taglio i capelli, mi vesto meglio, mi do un’aggiustata generale, sembrerò più giovane. Ma se non l’ho mai fatto in 65 anni? Per Fia sento che lo farei”. Il monologo di Mosè continuava senza limiti e ora alla follia delirante si aggiungeva la paura.

“Ma lei è minorenne, in fondo è ancora una bambina, forse è ancora vergine. E se parlasse con qualcuno? I bambini parlano, non sanno mantenere un segreto, non lo sanno fare i parrocchiani della chiesa, figuriamoci le ragazzine. Finirò nelle pagine dei giornali, dritto in carcere e forse alla mia età non ne uscirei più. Mi prenderebbero tutti per maniaco, povero me! Per pedofilo, no per pedofilo no, lei è sviluppata come una donna. E se lo sapessero i parrocchiani, padre Santino, non mi farebbero più regali, non mi darebbero più soldi, non potrei camminare più per la strada, tutti col dito puntato contro di me. Povero Mosè, in che guaio ti sei cacciato! Già mi vedo nelle aule del tribunale, io da un lato, Fia dall’altro. Posso sempre dire al giudice che lei era consenziente. Ma no, non mi crederebbe. Allora dico a Fia, spogliati qui stesso e fai vedere al giudice quanto sei sviluppata, bella e irresistibile così il giudice mi capisce e mi assolve”. Ora il monologo diviene persino poetico. “Ma cosa c’è di più poetico di un vecchio che si innamora di una ragazzina? Io non ci trovo nulla di morboso anzi è tenero, dolce, romantico. L’anziano ormai giunto al tramonto della sua esistenza, si aggrappa alla giovinezza d’una ragazzina per tornare a sua volta bambino. In fondo è quello che sto facendo io. Cosa c’è di più poetico del profumo di una ragazzina ingenua e tenera? Mi scagli la prima pietra quell’adulto capace di resistere al fascino di una ragazzina! Nessuno, si reprimono solo per paura come la famosa fiaba della volpe e dell’uva”. Ma il monologo tocca pure punte di alta comicità. “E se mentre mi trovo a letto con Fia, mi spuntassero i carabinieri? Gli direi lasciatemi finire in pace, aspetto da 65 anni per farlo, volete rovinare tutto? Fatemi finire per piacere e poi mi potete anche arrestare e darmi l’ergastolo, condannarmi a morte e persino tagliarmi l’uccello. Vale la pena subire tutto questo per un momento d’amore con la bellissima Fia. Potrei pure vendere l’anima al diavolo per una notte con lei. Per un minuto d’amore con la mia bellissima Fia sarei disposto a bruciare nelle fiamme dell’inferno per l’eternità”. Mosè immaginò nuovamente di essere portato in manette davanti al giudice che lo interroga. “Signor giudice, se lei si fosse trovato alla mia età e al posto mio nella mia baracca solo con una bellissima ragazza di 15 anni tutta nuda che le dicesse: «Scopami», che avrebbe fatto? Non avrei fatto niente perché è troppo piccola, l’avrei riconsegnata ai suoi genitori per farla curare. Allora lei è un finocchio, signor giudice, lei è un finocchio”.

Cari lettori, non mi sembra il caso di soffermarmi ancora sul monologo notturno di Mosè ma una piccolissima considerazione su tale argomento permettetemi di farla con tutta umiltà. Se Mosè lo si vuole giudicare secondo le regole della società e quindi della morale, bisognerebbe subito mandarlo a morte perché individuo molto pericoloso per i suoi simili. Ma se invece si vuole leggere in profondità nei pensieri del vecchio, per capirne la verità basta semplicemente sostituire la figura del giudice al quale Mosè ha dato simpaticamente del finocchio con la società e poi sostituire la figura di Mosè stesso con la parola “libertà” e si capisce tutto. Si legalizzano le guerre, non si dà da mangiare ai bambini che con lebbra e mosche in faccia muoiono nel Terzo Mondo, si costruiscono armi atomiche e centrali nucleari e poi si ha il coraggio di condannare un povero vecchio come Mosè solo per aver passato un pomeriggio d’amore con la sua bellissima Fia.

      ... Fia
      
Ma vi era un’altra persona che poco distante da lui, non riusciva a prendere sonno per lo stesso motivo ed era lei, la piccola e precoce Fia. Aveva ancora davanti agli occhi l’immagine di quel vecchio con le sue rughe, sentiva la sua voce, avvertiva il suo odore. “Ma è giusto quello che sto per fare? Perché tutta questa fretta? Ho solo 15 anni, troverò un ragazzo che mi piaccia e lo farò quando mi sentirò innamorata di lui e sarà bellissimo senza sensi di colpa, senza che poi mi resti un vuoto. Perché devo farlo proprio domani? Non ho mica 65 anni io, lui si deve cercare una della sua età. Ho aspettato tanto, non posso attendere un altro po’ di giorni così poi inizierà la scuola e ci saranno tanti ragazzi della mia età? No, No! Ho deciso e non torno indietro. Ormai gli ho dato la mia parola, gli ho dato appuntamento per domani alle 2 non posso piantarlo, è stato così gentile con me, non se lo merita, non posso fargli questo. Ma che significa? Mica ho fatto un contratto con lui? Non sono obbligata, vado lì e gli dico mi dispiace ho cambiato idea, non me la sento, lui capirà, soffrirà ma poi si dimenticherà di me, non sa dove abito, non mi troverà più. E se lui mi domandasse perché ho cambiato idea? In che guaio mi sono cacciata, che gli dico? Niente, perché devo dargli spiegazioni? non mi va e basta. Poi avrei mille scuse, gli imbroglio che ho un ragazzo, che è troppo grande per me, ho trovato, gli dico che ho l’aids. No, non può essere, gli ho detto che sono vergine. Ma perché devo dargli questo dispiacere? Poverino! Lo ucciderei e se poi si ammazza per colpa mia? Non me lo perdonerei mai. In fondo ha solo bisogno d’affetto e così solo, perché non darglielo? Poi lui non lo direbbe a nessuno anche perché sono minorenne e non gli converrebbe. Se lo facessi con un ragazzo carino, sono sicura che per vantarsi lo direbbe in giro e lo saprebbero tutta Leonforte e tutta Enna. Che sfiga! Sono sempre io che devo decidere da sola, non posso confidarmi con nessuno, quando ero piccola dicevo tutto alla mamma, ma ora come faccio a dirlo a lei? Cosa le dico? Senti mamma vorrei andare a scopare con un vecchio barbone di 65 anni che abita in una baracca di legno, tutta piena di polvere e disordinata, che ne dici mamma ci vado o no? Già so la risposta, non vale la pena interrogarla. Se tenessi un diario, forse mi potrebbe aiutare. No, sarebbe la stessa cosa che parlare da sola, anzi peggio perché potrebbero leggerlo i miei o chiunque e lo saprebbero tutti, almeno così nessuno può leggere nei miei pensieri, rimane un segreto. Ma poi perché non dovrei farlo con quel vecchio? Può anche piacermi, come faccio a sapere se non provo? Anche quando ho provato il mio primo orgasmo avevo sensi di colpa ma poi è stato bellissimo. Ma no, no, non me la sento di farlo con un vecchio, proprio non ci riesco”. Tutte le fantasie erotiche della ragazza ora sembrano frantumate, spente, assopite. È bastato che solo una di esse si stesse realizzando, perché lei si rendesse conto che la fantasia è una cosa, la realtà un’altra. Adesso si sentiva meno libera, meno spregiudicata, meno puttana. “E se poi dovessi sentirmi sporca? Se dovessi pentirmene amaramente. E se uscissi incinta da un vecchio di 65 anni, con che faccia lo direi ai miei? Dovrei abortire, no, a me i bambini piacciono molto, lo terrei, se fosse maschio lo chiamerei Gesù, tanto lui si chiama Mosè. Non ti offendi tu se lo chiamo come te vero?”, e lo disse rivolgendosi al crocifisso che ovviamente non rispose. “Ma cosa sto pensando? Avrà sicuramente un preservativo, alla sua età saprà cosa sono i preservativi e se non lo sa glielo spiego io. E se è ancora vergine? Proprio come me. Ma no, non può essere a quell’età, ma chi si metterebbe con uno come lui conciato in quel modo? Solo io posso farlo, va beh ora, ma quando era giovane con qualcuno l’avrà fatto. Ma se non è manco sposato? Ma cosa vuol dire, mica bisogna essere sposati per forza per farlo. Sarà sicuramente dolce ed esperto, saprà come amarmi a quell’età, avrà rispetto di me e del mio corpo. Certo che sono proprio strana io. Rifiuto bellissimi ragazzi che mi amano sul serio e anche di un certo livello sociale, puliti e ben vestiti, per finire tra le braccia d’un vecchio conosciuto per strada. Potrei fare un libro sulla mia vita, sarebbe un successo. La mia prima volta col vecchio, incredibile, che bella prima volta mi sono scelta”. Ora era l’altra Fia che ragionava, quella più giudiziosa che seguiva le ragioni della logica e non dell’istinto.

Ma quando sembrava che il no fosse più forte del sì, ecco che improvvisamente e senza preavviso, ritorna in lei l’altra natura, quella più bestiale. Ora Fia s’immaginava nuda come sua madre l’aveva fatta, lei piccola ed inesperta come un piccolo fiorellino da cogliere, distesa sul quel letto sporco, pieno di zecche a farsi sbattere da quel vecchio come una piccola cagnetta in calore. Il solo pensiero dell’immagine di quel corpo senile, flaccido, con i peli bianchi, con la pancia, nudo come un verme disteso su quel suo corpicino liscio, serico, caldo e morbido e anch’esso nudo, la fece morire di desiderio. Sentì l’eccitazione salire in tutto il suo corpo e fu scossa da mille brividi. Ora lei si era finalmente decisa che l’avrebbe fatto, si sarebbe concessa a quel vecchio senza pudori e senza reticenze, solo così avrebbe messo in pratica la sua fantasia erotica e giudicato sulla propria pelle se le sarebbe piaciuto o no. Era una prova, una verifica indispensabile che poteva guarirla o comprometterla e macchiarla per sempre. Ma doveva farlo, ormai non si poteva più rimandare e trovata la decisione che cercava, riscaldata dai soliti brividi, s’addormentò a differenza di Mosè. Nel pericolo l’anima di Fia si sentiva al sicuro, il suo male interiore era ambiguo, cambiava forma quando credeva di conoscerlo. Da quale mondo veniva la piccola Fia?

    ... Mosè
         
Quella mattina Mosè, dopo una lunga notte insonne, non sapeva più cosa fare né da dove cominciare. Aveva mille cose da mettere a posto ma non riuscì a sistemarne una sola. Voleva riordinare la casa, rendere il letto più presentabile, ma era talmente abituato al disordine che nel tentativo di mettere ordine, combinò ancora più confusione. Apriva i cassetti in cerca di un deodorante da spruzzare nella casa, gettò tutto per terra, ma non lo trovò.

Se la prese con i parrocchiani rei di non avergli regalato neppure un deodorante. Ma come facevano a sapere i poveri parrocchiani che dopo 65 anni lui l’avrebbe voluto usare per ricevere la sua ragazzina tuttofare? Cercò allora un profumo per lui gettando tutto per aria ma non trovò manco quello. Gli venne in mente di farsi il bagno dopo un paio di mesi e forse più, ma non vi era completamente acqua. Pensò di farsi la barba ma non aveva lamette. Per la prima volta in vita sua Mosè voleva sembrare più presentabile per la sua Fia, ma non riuscì ad esserlo neanche quando l’avrebbe voluto. Era destino per lui, rimanere così come Fia l’aveva conosciuto e apprezzato. Se anziché la ragazzina, avesse dovuto ricevere una parrocchiana, se lo sarebbe pure dimenticato. Cercò ancora un preservativo sperando di trovare almeno quello ma nel disordine di là dentro, gli fu difficile recuperarlo. Del resto non era neanche sicuro di averne qualcuno. Ma si era autoconvinto che i parrocchiani della chiesa di San Raffaele, nella loro grande generosità, gli avessero regalato anche quello. Allora disperato uscì di corsa, andò dai suoi amici polacchi e chiese al figlio un preservativo. “Un preservativo? Cosa essere un preservativo? Io capire poco la tua lingua!”, disse il ragazzo stupito che non capiva bene l’italiano.

Al povero Mosè non bastavano i problemi che aveva, doveva mettersi a fare pure il traduttore. Il vecchio era ormai un pugno di nervi e non riusciva a stare calmo. Si guardò intorno,vide che non vi erano i genitori del ragazzo ma solo loro due e, per non perdere tempo, si abbassò i pantaloni, poi le mutande e col membro di fuori spiegò al giovane con la mimica che cosa fosse il preservativo.

Doveva andare a letto con una minorenne, che cosa gli poteva importare di uscire l’uccello davanti a un ragazzo poco più che ventenne? Quest'ultimo non rise per quel gesto troppo eloquente ma rimase sbalordito, tuttavia capì subito e gli fece cenno di aspettare. Mosè rimase in ansia a girare nervosamente per la stanza: “Benedetti questi polacchi e chi li ha creati, come avrei fatto senza un preservativo?”

Il ragazzo tornò dopo qualche minuto. Ne aveva due in mano. Mosè glieli strappò letteralmente dalle mani e se li ficcò nei suoi pantaloni senza neanche ringraziarlo. L’avrebbe sicuramente fatto se fosse stato più calmo. Almeno quelli li aveva trovati.

      ... Fia
           
Anche per Fia quella mattina fu tutta speciale. Non vedeva l’ora che fosse pomeriggio per realizzare quella fantasia e perdere la propria verginità. Già sapeva bene come vestirsi, nella maniera più sexy possibile, usando i suoi vestiti più provocanti. Doveva aspettare però che i suoi uscissero di casa e poi ritornare un po’ prima di loro per avere il tempo di cambiarsi, e non farsi vedere vestita in quel modo. Non aveva più dubbi, non poteva tornare indietro e cambiare il destino che aveva voluto così, doveva concedersi completamente a quel vecchio e avrebbe voluto ricordarlo per tutta la vita. “La prima volta dev’essere speciale e lo deve essere anche per me, lascerò tutti i miei sensi in libertà e gusterò fino in fondo quel piacere”. Forse Fia stava confondendo la prima notte d’amore, con la prima notte di sesso.

La mattina passò e il fatidico pomeriggio finalmente arrivò per lei e anche per lui. Fia non vedeva l’ora che i suoi genitori uscissero, li cacciava con la mente e guardando ogni secondo l’orologio. Era tutto calcolato, cronometrato. Sapeva il tempo da rispettare per ogni cosa. Quanto per cambiarsi, quanto per arrivare alla villetta, quanto per scopare, quanto per tornare e quanto per cambiarsi prima che tornassero i genitori. Una ragazza, ma anche una bambina, quando deve fare qualcosa a cui tiene molto e non vuole essere scoperta, diventa diabolica. Finalmente i genitori se ne andarono e Fia, senza perdere un centesimo di secondo, cominciò l’operazione 007. Prese tutto l’armamentario di vestiti che aveva scelto per l’occasione con cura la mattina e li tirò da sotto il letto dove li aveva nascosti.

Cominciò così, come un perfetto Diabolik, l’operazione travestimento. La maglietta più sexy che aveva in casa, la gonna più corta, la mutandina più leggera e trasparente, il profumo più inebriante. Stava per mettersi il rossetto più visibile, quando pensò di presentarsi all’incontro col viso pulito di adolescente senza nessun tipo di trucco o di rossetto. Avrebbe ottenuto così un doppio scopo, quello di sembrare più eccitante come una bambina maliziosa e quello di non perdere tempo. Il bagno l’aveva già fatto. Era praticamente pronta. Si diede solo una rapidissima occhiata nel suo fedelissimo specchio e lascio immaginare al lettore come si giudicò lei stessa che mai nella sua vita si era vestita così sexy dalla testa ai piedi. Se avesse avuto più tempo sarebbe rimasta ad ammirarsi e sicuramente si sarebbe eccitata e toccata ma non aveva tempo per farlo, l’avrebbe fatto qualcun altro molto più grande di lei in un altro posto. Aprì la porta e via più veloce della luce. Camminava di corsa sperando che nessuno la vedesse vestita in quel modo, sarebbe stata la fine per lei, in quel piccolo paese, ne avrebbero detto di tutti i colori, figuriamoci se avessero saputo cosa stava per fare.

La fortuna e soprattutto l’orario l’aiutarono e non la vide proprio nessuno. Arrivò in quella villetta con quindici minuti di anticipo, meglio prima che dopo, aveva fatto bene i suoi calcoli. Con stupore, vi trovò lì Mosè ad aspettarla. E chissà da quanti secoli era lì. Era seduto sulla panchina e si alzò di scatto quando la vide arrivare. Non le aveva portato neanche un fiore, si era vestito male come sempre e non si era nemmeno pettinato. Ma Fia non ci fece per niente caso, neanche lo guardò si può dire, ormai lo aveva conosciuto così e così se lo aspettava. Chi invece rischiò di prendere un infarto e di mandare tutto a monte fu lui che, non appena la vide vestita in quel modo, barcollò ed ebbe quasi un malore: “Cos’hai, stai male?”, gli chiese preoccupata la ragazza. “Nulla, sto bene, stanotte non ho chiuso occhio e sono un po’ stanco”, la rassicurò lui ma non era questo il solo e vero motivo ed era chiaro ad entrambi.

Salirono in fretta sul motorino e si diressero verso l’abitazione di Mosè, non avevano molto tempo a disposizione e dovevano sbrigarsi. Quella ragazza giovanissima, stupenda, vestita in quel modo provocante, seduta sul suo motorino dietro di lui, inebriante di profumo e sensualità che stava portando a casa sua e nel suo letto, con quelle sue mani delicate strette intorno ai suoi fianchi e la testa appoggiata su un lato nella sua schiena, lo fecero stare meravigliosamente male. Era troppo per un vecchio come lui. Avrebbe potuto bere anche mille birre, fumare mille sigarette, ingoiare mille cose scadute, digiunare per mille giorni e mille notti ma non sarebbe mai stato in grado di resistere a quella emozione così forte. Cominciò a girargli la testa e chiese alla ragazza di portare lei il motorino. Fia restò sorpresa e preoccupata, per un attimo avrebbe voluto lasciar perdere tutto, si era quasi pentita di trovarsi lì ma le rassicurazioni sulla sua salute del vecchio e l’eccitazione sempre più crescente che sentiva in lei, le ridiedero l’entusiasmo. Sapeva di poter guidare un motorino, l’aveva fatto qualche volta con le amiche e non vi era confusione per la strada e poi la meta era poco distante. Così accettò, i due si invertirono di posto ma il casco, stranamente, restò sulla testa di Mosè e non della sua che stava alla guida. Ma fu ancora peggio per il povero Mosè che agli occhi della ragazza sembrava ancora più piccolo di quel suo cugino di 10 anni di Bergamo.

Mosè si ritrovò, suo malgrado, attaccato come una calamita, di spalle a quel corpo stupendo d’adolescente, come una foglia ormai ingiallita che tenta disperatamente e con tutte le proprie forze di restare attaccata a quell’albero che la vide verde un tempo, per non essere spazzata via dal vento. Quello stesso vento che ora stava sollevando la gonna già corta della ragazzina, lasciando intravedere chiaramente e in tutto il suo fascino, quelle mutandine bianche finissime. Mosè se ne accorse subito, eccome poteva non farlo?, e cercò di distrarsi, di guardare da un’altra parte, aveva paura che, prima o poi, sarebbe arrivato il colpo di grazia e non avrebbe potuto reggere più, crollando definitivamente rovinando il più bel sogno che aspettava da una vita. Ora il vecchio con sincerità e con fede, pregava dentro di sé Dio, affinché potesse dargli la forza di portarsi a letto quella ragazzina, senza nemmeno rendersi conto della stranezza della richiesta. Fortunatamente per lui, Fia guidava velocemente e con una certa maestria, e così arrivarono finalmente a destinazione. Non vi era proprio nessuno lì vicino, neanche i polacchi, la loro casa infatti la si vedeva chiusa e anche i gattini erano nascosti. Erano completamente soli, il vecchio e la ragazza.

... il vecchio e la ragazza
     
Entrarono in fretta nell’abitazione senza neanche chiudere la porta. Fia era troppo decisa, sapeva di non poter perdere molto tempo, aveva calcolato tutto, era quello il momento giusto, ora o mai più e così rompendo gli indugi disse: “Voglio fare l’amore con te, Mosè!, voglio perdere la mia verginità!”. E lo disse con un tono così deciso e sicuro da sorprendere anche se stessa. Mosè sbiancò, si sentì di colpo in paradiso, poi all’inferno, cominciò a sudare, a tremare, a respirare convulsamente, per un attimo pensò di morire e trovò la forza per dire soltanto: “Anch’io sono vergine”.

Sapere che quell’uomo non avesse mai fatto l’amore con nessuno in 65 anni e che lei sarebbe stata la prima, in altre circostanze l’avrebbe sicuramente scioccata ma, in quel momento, lei non ci fece neanche caso, impegnata come era a portare a termine la sua missione.

Fece tutto lei, la ragazza ora sembrava la più grande professionista del sesso pur essendo anche per lei la prima volta. Ma l’istinto è superiore a ogni tecnica e sa guidare nella giusta direzione. Ora la ragazzina pareva molto più grande e matura del vecchio. Afferrò la mano di lui con la sua dicendogli semplicemente: “Vieni”, e lo condusse dritto verso il letto. Lui si lasciò guidare come un automa restando con la bocca aperta più impaurito che eccitato. La ragazza aprì in fretta la porta della, chiamiamola bonariamente, stanza da letto. Vi era un odore nauseante di rinchiuso e di muffa. Il letto, pieno di polvere e formiche, era più sporco che mai, perfino il cuscino si presentava male, non vi erano lenzuola né coperte, forse le aveva tolte Mosè per il troppo caldo. Ma a Fia tutto questo non importava. Poteva essere un letto fatto di urina e melma; poteva essere ricoperto di fiori e d’argento, sarebbe stata per lei la stessa cosa. Era altro che lei cercava, che lei voleva. Fia chiuse la porta, si sdraiò su quel letto, prima si alzò la maglietta sino al collo lasciando scoperta la parte che dal reggiseno arriva sino all’ombelico. Poi si alzò la minigonna lasciando libera quella che dalle mutandine arriva sino ai piedi. Si tolse in fretta le scarpe e quindi anche le calze e rimanendo in quel modo a faccia all’aria, si rivolse a Mosè che guardava incredulo e ammutolito, dicendogli: “Fai di me quello che vuoi, prendimi, scopami, amami”. Una scena così non la si può limitare descrivendola in un libro. Soltanto guardandola dal vivo, le si può rendere giustizia. Anche il più grande scrittore di tutti i tempi non sarebbe in grado di sostituire la visione con le parole e forse neanche capace di entrare in profondità nel corpo e nella mente di quel vecchio e di quella ragazza. La giovanissima ragazzina distesa, abbandonata sul letto con gli occhi un po’ chiusi e un po’ aperti, era bellissima, col suo corpo in penombra, in bilico tra innocenza e peccato, tra inferno e paradiso. Neanche il più inflessibile giudice d’un tribunale, o il più convinto assertore contro la pedofilia, neanche un santo, neanche un angelo, avrebbe potuto resisterle e non desiderarla. Mosè rimase sbalordito a guardarla. Avrebbe voluto farle mille complimenti, dirle mille volte grazie, renderla partecipe di quello che lui provava dentro. Ma nessuna voce poteva spiegare quelle sensazioni. Così non parlò. Timido, imbarazzato, totalmente incapace di effettuare la benché minima mossa, rimase così in estasi a contemplarla come un innocente bambino che vede apparire la Madonna per la prima volta. Ma lei non era una visione né un sogno, era vera, in carne e ossa, pronta per essere toccata, baciata, venerata, amata. La ragazza, sconvolta nei sensi e nell’anima di trovarsi lì ad offrire le sue innocenti nudità allo sguardo d’un vecchio, aspettava impaziente da lui un gesto, un segno ma il vecchio rimase impietrito come una statua senz’anima, dopo un breve tempo che alla ragazza era sembrato un’eternità, riuscì a dirle soltanto sottovoce: “Che devo fare?” A quel punto la ragazzina diventò sua madre. Prese dolcemente la mano destra di quel vecchio e la portò sul suo giovane corpo, guidandola con la sua, accompagnandola dappertutto come un’isola vergine da esplorare, dalle dita dei piedi sino alla punta del capello più alto. Non sono in grado, cari lettori, pur sforzandomi, di trovare le parole adatte per spiegare quello che provavano entrambi in quel momento. Certe emozioni, vanno vissute in prima persona, solo allora ci si può rendere conto. Nessun tribunale, nessuna censura, nessuna morale potevano annullare quelle emozioni così intense e se anche l’avessero fatto, avrebbero commesso un delitto. Il criminale non era il vecchio e neanche la ragazza, ma chi impedirebbe loro di farlo. Fia, poi con le sue mani, spinse dolcemente la testa del vecchio sopra di lei, facendo scorrere la lingua di lui per tutto il corpo. Fu a quel punto che sentì il bisogno di togliersi ogni indumento di dosso, restando completamente nuda alle carezze e ai baci del vecchio. Poteva arrivare di colpo Dio o Satana, un giudice o la polizia, il presidente della Repubblica o il papa in persona, loro due non si sarebbero mossi da quella posizione e avrebbero continuato imperterriti ad amarsi, non avrebbero potuto farlo pur volendolo. La ragazza, più audace che mai, spogliò il vecchio che rimase nudo davanti a lei. Era impressionante la differenza fra quei due corpi, ma gli opposti spesso si attraggono. Se fossero stati entrambi bellissimi, forse sarebbe stato meno eccitante. Il fascino del proibito, del peccato rendevano quel momento ricco di emotività e sensualità.

Era la danza della trasgressione, il trionfo della libertà assoluta. Ora i due giacevano in ombra, su quel letto, nudi. Lei sdraiata, lui inginocchiato davanti a lei. Fia ora osservava quel corpo di vecchio così diverso dal suo e le fece un po’ pena, capì dentro di sé la fortuna di essere giovani, la bellezza della giovinezza. Poi i suoi occhi si posarono su quel membro penzolante, le fece tenerezza, non le fece paura. Era la prima volta che ne vedeva uno in vita sua. Istintivamente allungò la mano e la posò su di esso. Ma fu un gesto sollecitato dalla curiosità e non dal desiderio. La ragazza si trovò in mano quella nuova e sconosciuta creatura e le sembrava di toccare un piccolo serpentello, morbido e caldo, simile ad un bastone di velluto. Il contatto con quelle mani calde e lisce, procurò un effetto devastante sulla psiche dell’anziano che raggiunse di colpo un’erezione notevole da fare invidia a un dio greco bello, muscoloso e potente. La ragazza, avvertendo sul palmo della mano quell’incredibile cambiamento, si spaventò e lasciò quella presa.

Il vecchio capì che era il momento giusto, aveva vinto le sue paure, il suo imbarazzo. Cercò in fretta il suo pantalone e tirò fuori dalla tasca il preservativo ma con le mani tremanti non riuscì a metterselo e forse anche per non averlo mai usato prima in tutta la sua vita. Ancora una volta fece tutto lei, la piccola Fia guidata dall’istinto che è il migliore maestro, più di qualsiasi insegnante o scienziato. L’uomo si distese sul corpo della ragazza ma non fu capace di compiere l’atto, sia per l’inesperienza, sia per l’emozione che stava riprendendo il sopravvento. Per l’ennesima volta, intervenne ad aiutarlo la ragazzina col suo istinto unito alla sua voglia. Aprì le sue gambe, riprese quel membro in mano e lo indirizzò lei stessa dove doveva andare, spingendo in avanti il bacino per favorirne l’operazione. La ragazza sentì solo un lieve dolore e non ebbe perdita di sangue. Non fu doloroso neanche per lui. La natura li aiutò entrambi per non guastare quel sogno. Il vecchio istintivamente cominciò a muoversi sopra di lei con dolcezza facendola gemere e sospirare ma anche lui non poteva fare a meno di emettere piacevoli lamenti. Con la mano destra appoggiata sul suo seno sinistro e con la sinistra sulle cosce e sulle natiche della ragazza, il vecchio aumentò il suo ritmo in un folle vertiginoso crescendo che coinvolse entrambi. Le sensazioni che quel membro le procurava dentro, erano molto più forti ed intense di quelle che si regalava da sola con le sue dita e ora lei si sentiva presa, amata, desiderata, si sentiva totalmente sua. Il vecchio, a sua volta, si trovava ormai in orbita, in un altro pianeta, fuori da ogni spiegazione umana e logica. Aveva aspettato 65 anni per farlo ma non aveva nessun rimpianto di aver atteso tanto. Anzi, se dovesse morire e rinascere un’altra volta in questa terra, aspetterebbe altri 65 anni pur di incontrare poi nuovamente la sua bellissima principessa Fia. Se in quel momento, fosse entrato lì dentro il papa e li avesse visti in quell’atto, avrebbe sorriso e li avrebbe benedetti.

Cari lettori, anche se quello che vi sto per dire vi sembrerà partorito da una mente folle, non posso non scrivervi che la scena di quel vecchio e di quella ragazzina che si amavano consapevolmente stringendosi l’un l’altra, era la più bella poesia che potesse esistere al mondo per mille motivi che non sto qui a enunciare per non sconvolgervi ulteriormente. I due raggiunsero l’orgasmo quasi simultaneamente e fu più bello ancora. Poi rimasero abbracciati e la ragazza decise in quel momento di ringraziare il vecchio facendo quello che non aveva avuto ancora il coraggio di fare. Avvicinò le sue labbra a quelle del vecchio e lo baciò appassionatamente come se si trattasse di un ragazzo della sua età. All’inizio avrebbe voluto soltanto sfiorarle ma poi la passione, unita al desiderio di baciare per la prima volta, la spinsero a unire la sua lingua a quella del vecchio, in una mescolanza di sapori e di saliva che stordì entrambi. La scena di una ragazzina di 15 anni che baciava appassionatamente un vecchio di 65 era pura armonia, il trionfo della vita, l’immortalità dell’anima che aveva il sopravvento sull’età del corpo. Quell’intenso bacio fu persino più bello del rapporto sessuale. Fino all’ultimo istante Fia dimostrò a Mosè la sua grandezza interiore, la sua comprensione, la sua dolcezza. Il vecchio e la ragazza avrebbero voluto restare ancora abbracciati ma tutto, nella vita, prima o poi ha una fine.

La ragazza guardò l’orologio: “È tardi, devo andare”, esclamò preoccupata.

I due si rivestirono in fretta senza dire una parola, non ve ne era bisogno, si erano già detti tutto. Il vecchio salì sul motorino, lei montò dietro e partirono verso quella villetta di Leonforte che li aveva fatti conoscere.

Quel vento che all’andata, alzando la gonna della ragazza, sembrava complice del demonio, ora compiendo lo stesso identico gesto, pareva agli occhi di lui un poeta che scriveva i suoi versi ispirati da un angelo. Per tutto il tragitto non parlarono, a volte il silenzio vale più di mille parole. Entrambi erano consapevoli che quello che era accaduto quel pomeriggio tra di loro, non sarebbe successo mai più, quella era stata la prima e l’unica volta.

Le cose belle, nella vita, non possono ritornare. Avrebbero potuto farlo anche altre cento volte, ma non sarebbe mai stato bello quanto la prima.

Il vecchio e la ragazza desideravano entrambi che finisse tutto lì per conservare insieme, nelle loro menti e nei loro cuori, la poesia del ricordo di quella prima ed ultima volta. Arrivati in quella villetta, osservarono insieme quella panchina dove si erano seduti per la prima volta conoscendosi. Le avrebbero fatto un monumento se solo avessero potuto farlo. Si salutarono con un semplice “ciao” e senza darsi un nuovo appuntamento. Il destino che li aveva fatti unire, ora aveva deciso di dividerli per sempre. Si separarono così ma entrambi avevano una strana luce negli occhi che li rendeva simili nonostante avessero un’età così differente. Quella luce la potevano notare tutti ma nessuno sarebbe stato in grado di capirne l’origine. Quello era un segreto che apparteneva esclusivamente a loro due e a nessun altro e restò tale per tutta la vita. Nessuno seppe mai nulla. Fia tornò a scuola più matura e serena. Era una bella ragazza, avrebbe avuto tanti corteggiatori, magari si sarebbe innamorata di un bel ragazzo, si sarebbe sposata e avrebbe avuto tanti bei bambini che a lei piacevano tanto. Ma non aveva più fretta, aveva una vita davanti per essere felice. E lui Mosè riprese la solita vita di sempre, col suo immancabile motorino, col saluto di tutta la gente di Enna, con la sua chiesa di San Raffaele, il suo parroco padre Santino e tutti i parrocchiani che continuavano a riempirlo di regali e di elemosine.

A me, cari lettori, non resta altro che concludere questo mio libro sperando che non vi abbia deluso e che possa essere servito a qualcosa e a qualcuno.

 

Il mio cammino spirituale

L’incontro con la Madonna:
Testimonianza di fede
E’ bellissimo per me poter parlare della Madre celeste, scrivere con sincerità di pensiero quello che Lei rappresenta per me, il modo attraverso il quale trasmette gioia, dona pace, regala serenità; è sicuramente una testimonianza importante che può servire agli altri, anche a chi, per sola curiosità, si sta soffermando in questo momento nella lettura. Il mio cammino spirituale è stato molto tormentato e assai complesso, quasi impossibile da raccontare in poche righe perchè frutto di emozioni intime, uniche ed indimenticabili, invase dal male prima e consolate dal bene dopo, ma, nonostante tutto, vorrei provare ugualmente ad essere il più possibile conciso e sintetico, concentrando in poco spazio ciò che meriterebbe un libro intero per la grandezza dei sentimenti da narrare. Premetto che mi trovavo distante mille anni luce da Dio e dalla sua volontà, sconoscevo l’importanza della sua parola con i suoi insegnamenti; praticamente lontano dai sacramenti, non seguivo affatto una vita cristiana, collocandomi in una posizione di disinteresse verso la chiesa che per me era come se non esistesse. Ma il Signore è grande e misericordioso, sempre pronto a porgere una mano, a elargire aiuto a chi, disperato cade, specialmente quando l’infinita bontà di Dio percepisce nel cuore triste e malato, una fiammella di speranza alimentata da un sincero proposito di cambiamento. E così la provvidenza mi ha messo sulla strada un’amica quasi coetanea, Giovanna, una donna evangelica che, dopo parecchio tempo a causa della mia esitazione, è riuscita a trascinarmi con lei, per la prima volta, in una chiesa protestante pentecostale, di quelle caratterizzate da preghiere forti, carismatiche, di intensa spiritualità. Lì dentro, i miei occhi hanno osservato cose mai viste: gente parlare in lingue sconosciute che alcuni interpretavano, preghiere di lode e di adorazione recitate con pianti di gioia ed invocazioni urlate, imposizioni di mani sul corpo specie sulla fronte, persone cadere per terra svenute e rimanere a lungo in quello stato di riposo spirituale ed ancora preghiere di liberazione, a volte veri e propri esorcismi che avvenivano durante i culti stessi anche in presenza di bambini che sembravano abituati a quell’ambiente. Era insomma una chiesa molto diversa da quelle cattoliche tradizionali, eppure io ricordo di non aver mai pensato, neanche per un solo istante, di essere finito in un manicomio pieno di pazzi, ma anzi, al contrario, cominciavo a percepire dentro e fuori di noi esseri umani, sia pure in forma latente, l’esistenza di un mondo parallelo che mi si apriva davanti alla mia conoscenza, una realtà spirituale importantissima e vitale che mi portava a comprendere che dietro la sofferenza oscura e il male più cattivo, si nascondono demoni di grande intelligenza e diabolica astuzia che difficilmente possiamo vincere senza l’aiuto del Padre: sono loro infatti la causa principale delle rovine dell’animo umano, e sono sempre essi capaci di operare indisturbati nel quotidiano, perché sottovalutati o peggio ancora non creduti dalla maggioranza degli uomini. Lo capivo chiaramente vedendo i tormenti spirituale e fisici di chi combatteva col maligno, spesso il vomito era sintomo di liberazione. Per me erano tutte situazioni sconosciute e mai prese in considerazione prima di allora ma dentro il mio spirito sentivo di non trovarmi in quel posto, così apparentemente strano, per caso e che proprio da lì sarebbe potuta iniziare la mia rinascita spirituale dopo secoli di buio fitto e di solitudine totale. Pian piano e secondo i tempi di Dio, continuando a frequentare quella chiesa e iniziando a pregare anch’io timidamente come potevo e come vedevo fare, ho avuto la grande gioia di sentire e di capire che Gesù mi amava davvero e di un amore grande e sincero, così com’ero, con i miei evidenti limiti umani e le mie debolezze e che potevo fidarmi ciecamente di Lui. Fu per questo che ho accettato il Signore nella mia vita come personale Salvatore. Ma la gioia di sentirmi finalmente amato non mi ha risparmiato il dispiacere di comprendere che, radicato nella mia mente, vi era un demone d’impurità, forte, del quale io, fino a quel momento sconoscevo completamente l’esistenza anche perché non si era mai manifestato prima, secondo la furbizia di questi esseri che fanno dell’anonimato la loro forza, e che era riuscito a fare nella mia vita, quello che voleva, facilitato da me che, sia pure inconsapevolmente, lo avevo sempre assecondato. Oggi posso dirvi con assoluta certezza e con molta esperienza sperimentata sulla mia pelle, che i demoni sono i principali artefici dei nostri errori e dei nostri peccati e che senza un vita di preghiera e di relazione costante con Dio, non c’è possibilità di salvezza per noi piccoli esseri mortali e che ogni forma di perversione sessuale e di vizio impuro, hanno come radice, la presenza di questi esseri diabolici che operano secondo le proprie caratteristiche, svolgendo il loro compito specifico, osservando rigide e determinate gerarchie; i diavoli legati alla sfera sessuale, che io ho conosciuto e a lungo combattuto, non spingono ad essere cattivi e non portano avversione al sacro, per questo motivo risultano difficili da identificare e togliere, ma non per questo possono essere considerati meno gravi, in virtù del fatto che con i peccati della carne sporcano il corpo prima e lo spirito dopo, creando inimicizia con Dio e aprendo un varco ampio verso l’inferno. E’ cominciata così, con l’aiuto del pastore e di fratelli e sorelle con doni carismatici di liberazione, la mia lotta contro il maligno che era uscito ormai allo scoperto, suo malgrado, perché Gesù l’aveva ormai smascherato rendendolo assolutamente incompatibile con la presenza stessa di Cristo, il quale stava ormai facendosi strada dentro il mio spirito. Non è stato per niente facile scontrarmi col nemico delle nostre anime e quello che ho passato non lo auguro a nessuno: altro che problemi psicologici o psicanalitici! Altro che camomille o farmaci ansiolitici! Io ho dovuto estirpare con preghiere forti e con la mia volontà di uscirne a tutti i costi, quello che di negativo vi era in me, quel tempio di Satana fatto di lussuria e concupiscenza carnale che il demone stesso con la mia inconsapevole volontà, aveva eretto nei miei pensieri e desideri e perfino nella mia casa: ricordo perfettamente gli attacchi che subivo la notte, specie verso le tre, questo poiché, durante il sonno, avviene che si assottiglia di molto il confine tra il mondo fisico e quello dello spirito e i due mondi paralleli, quello degli spiriti incarnati che siamo noi e quello degli spiriti disincarnati che vivono in dimensioni superiori, a volte e in situazioni particolari, si sfiorano fin quasi a incrociarsi. La mia condizione, sia pure lentamente, migliorava progressivamente ma quando ero sul punto di convincermi di aver intrapreso la strada giusta, quella che mi avrebbe portato successivamente alla vittoria e mi stavo conseguentemente illudendo di assaporare un po’di pace interiore, ecco, improvvisamente e del tutto inaspettata, spuntare all’orizzonte una nuova nube minacciosa e per la prima volta in vita mia, si spalancarono per me le porte del carcere, per reati di natura sessuale ovviamente compatibili col demone che combattevo. In tutta onestà devo dirvi che non ho mai scaricato tutta la responsabilità dei miei errori sull’entità malvagia perché sono stato esclusivamente io a consentirgli di fare tutto ciò cha voluto rendendolo forte e padrone della mia vita, e per questo ho invocato pentito il perdono di Dio, il mio più grave sbaglio è stato quello di non aver mai cercato una relazione col Creatore e di non aver mai permesso allo Spirito Santo di agire in me e nella mia vita. Ma ormai il Signore aveva piantato il suo seme in me che cominciava a crescere ogni giorno di più e non mi avrebbe mai più lasciato. Oggi mi rendo conto che il carcere è stato una specie di purgatorio terreno, necessario a farmi crescere scontando i miei peccati perchè le croci, le sofferenze, servono a farci maturare spiritualmente e possono trasformarsi, con la fede e la preghiera, in meravigliose opportunità di rinascita. Ed è stato proprio dentro il carcere che si è realizzato un altro miracolo nella mia tormentata vita terrena; l’incontro con la Madonna, un dono straordinario che mi ha fatto Dio, del quale forse non ne sono degno, ma che ha rappresentato una svolta nel mio cammino spirituale: io che ero chiuso in una cella, sporco nel corpo e nello spirito, ecco che incontro Colei che personifica la purezza e la libertà di essere figli di Dio e che è venuta lo stesso da me facendo ciò che avrebbe fatto Gesù: soccorrere un suo figliuolo che chiedeva aiuto. Non l’ho conosciuta in un luogo di apparizione mariana o durante un pellegrinaggio ma in un posto di espiazione e di emarginazione, segno della grandezza di Dio che sa leggere nel cuore dell’uomo prima ancora della sua condizione esistenziale. Io ho cercato con tutto me stesso, forse anche perché spinto dalla disperazione, la madre di Dio, ma l’ho cercata davvero, questo è stato importante, e l’ho fatto pur essendo protestante e persino contro il volere del pastore che mi aveva seguito fino ad allora e dei fratelli della chiesa alla quale appartenevo, che continuavano a pregare costantemente per me. Ma la presenza amorevole di Maria, la sua vicinanza, la sua premura, la sua infinita dolcezza mi hanno spinto a fidarmi di lei. I frutti si sono rivelati tutti positivi: sono uscito da quel posto l’11 febbraio, nella ricorrenza del giorno della prima apparizione della Madonna a Lourdes, e da quel momento, la Vergine mi ha portato sempre più vicino a Gesù e sempre più lontano dal maligno e forse è anche per questo che Dio l’ha messa sul mio cammino, prop

rio in virtù del fatto che contro i demoni d’impurità, era necessaria la presenza della infinita purezza di Maria per scacciarli, la vicinanza della madre di Cristo è infatti una potentissima arma dopo il sangue di Gesù. Oggi il mio rapporto con la Madonna è splendido e commovente, sento la sua presenza materna, mi protegge e mi guida, ora finalmente riposo tranquillo la notte con al collo la sua medaglietta miracolosa, comunica con me attraverso locuzioni di pensiero fin quasi a percepire anche la voce, non la vedo ma è come se fosse visibile con gli occhi dello spirito, so che in punto di morte lei ci sarà, come ha promesso a Fatima a tutti coloro che faranno il percorso dei 5 sabati, cammino che io ho già fatto con gioia e dedizione. Mi manda molti segni, soprattutto rose, cuoricini e coroncine di rosario che trovo per terra, sulla mia strada. Ogni anno per l’8 dicembre, ricorrenza dell’Immacolata Concezione, mi chiede di portarle una rosa e di deporla sotto i piedi della statua di Montalto che la raffigura, qui a Messina e che per per me è come una piccola Lourdes o Fatima o Medjugorje. Ho imparato a recitare tutti i giorni, la mattina, prima di alzarmi e dopo aver ringraziato il Signore per avermi donato un altro giorno di vita, il rosario e sempre tutti i giorni, puntualmente alle 3 del pomeriggio, dico la coroncina alla divina misericordia. Oggi sono un uomo completamente cambiato in positivo e vivo una vita di preghiera e di condivisione con i miei fratelli in Cristo e quello che, grazie alla fede è avvenuto in me, Dio è pronto a farlo con chiunque, anche col più incallito peccatore, non aspetta altro, gli basta perfino un piccolo segno, desidera essere cercato ed è sempre pronto a perdonare e a ridare una vita piena di significato e di amore. Se guardo indietro nel mio passato, mi rendo conto di quanta strada ho fatto grazie al Signore, che va ringraziato sempre. Non riconosco affatto quello che ero ieri prima di aver sperimentato la presenza di Cristo nella mia vita, era un’altra entità negativa che agiva al posto mio, dico sempre che ero io ma non ero io. Ovviamente sono rientrato nella chiesa cattolica perché sono troppo innamorato spiritualmente della Madonna e questa gioia che provo dentro non mi è stato possibile condividerla con i fratelli protestanti ai quali non potevo esternarla ma dico grazie ugualmente alla chiesa evangelica alla quale devo molto perché è lì che ho mosso i miei primi passi del mio cammino spirituale, lì ho trovato la mia prima vera àncora di salvezza, la prima luce tra le tenebre che mi avvolgevano ma col senno di poi penso che doveva andare così secondo il progetto che Dio aveva stabilito per la mia vita. Frequento il Rinnovamento nello Spirito, un movimento di preghiera di ispirazione cattolica che mi ricorda il modo di pregare degli evangelici, ho capito l’importanza della confessione per riconciliarsi con l’abbraccio del Padre e la bellezza dell’incontro con Gesù attraverso la santa messa e l’eucarestia. Ho un solo e unico rimpianto: quello di non aver incontrato prima Gesù, specie quando ero ancora adolescente, la mia vita sarebbe stata tutta diversa con la sua presenza in me. Per questo mi sento in dovere di dire ai giovani con tutto il mio cuore: cercate Cristo e dialogate con lui come con un amico sincero e non rimarrete delusi e con la stessa intensità di sentimento dico ai genitori: educate i vostri figli alla fede facendo da esempio perché Dio ve ne chiederà conto, spalancate le porte delle vostre case a Gesù e pregate ogni tanto riuniti in famiglia, preghiera che ha un valore immenso agli occhi di Dio. Auguro di cuore a tutti voi, specialmente a chi è lontano dalla fede, di cambiare la direzione della propria vita e di dirigere i propri passi verso Cristo, l’unico che può veramente cambiare il corso e lo scopo della nostra esistenza terrena, dando una gioia vera, profonda e duratura che non è di questo mondo, preludio dell’infinito amore che caratterizzerà la nostra vita immortale. Io sono convinto che l’unico vero dramma o lutto nel nostro più o meno breve transito su questa terra, sia l’assoluta mancanza di Dio nella nostra vita e sono certo che fin quando il Signore ci lascerà vivere quaggiù, fino all’ultimo soffio di vita, ci sarà sempre la possibilità di cercarlo e di rimediare alle nostre mancanze ma quando si chiuderanno definitivamente i nostri occhi terreni, non ci sarà più tempo per rimediare e per tornare indietro e sarà troppo tardi.

Dio mi benedica e benedica tutti coloro che leggeranno e faranno tesoro di questa mia testimonianza.


L a i l a
Un breve racconto
appassionato ed intenso
a tratti tenero e struggente.
Un ragazzino solitario ed introverso
una giovane donna disinibita e spigliata
mossi dallo stesso desiderio:
conoscersi a fondo e sperimentare nuove emozioni.
L'autore,
con umana comprensione
e senza mai scadere nella volgarità,
scruta, indaga, penetra l'animo umano
mette in luce sentimenti e debolezze
coglie e svela ogni pensiero
con finissima introspezione.

Dicono che le storie d'amore tra persone di età differente, siano destinate a fallire in breve tempo e si presume non abbiano prospettive future di alcun tipo ma io, della mia Laila molto più grande di me, conservo ancora il ricordo, ed è il ricordo più bello di tutta la mia vita.
Tutte le ragazze o donne che ho immaginato di possedere o che ho avuto realmente nel corso della mia esistenza, messe insieme, perderebbero nettamente il confronto con lei, Laila, il mio sogno proibito, il mio desiderio peccaminoso, il diavolo vestito d'innocenza, la malizia più sfrontata che si sposa con la tenerezza
più disarmante; colei che detiene il potere ancestrale di unire in simbiosi inferno e paradiso, angeli e demoni, fiamme e virtù.
Dicono inoltre che i rapporti intimi consumati o vissuti in età troppo immature, possano segnare negativamente e per sempre un essere umano; ma io, solo grazie alla vicinanza del corpo di Laila, son diventato poi un artista creativo, una specie di "alieno", un sensitivo, profondissimo nella sensibilità e nello spirito. La sua carica erotica, la sua potenza ammaliatrice meravigliosamente devastante, mi hanno reso vivo nel corpo e ancor più nella mente. Dietro l'apparenza d'una opprimente angoscia e della mia inguaribile solitudine, emerge prepotente un flusso inarrestabile di energia vitale, indomabile e che non conosce limite.
Avevo compiuto da poco quattordici anni quando lei senza preavviso prese possesso della mia vita come una spada affilata conficcata dentro la mia tenera carne, fragile rivestimento d'un corpo ancora impubere.
In quel tempo lontano, ricordo adesso che ero sempre triste, a dispetto della mia giovanissima età. Tremendamente malinconico ed introverso, solo e senza amici, possedevo però già da allora in me, l'embrione di quello che sarei diventato dopo, crescendo, e quel che è accaduto con Laila, non ha fatto altro che rendermi consapevole della mia vera natura, quasi come se il destino me l'avesse mandata apposta per affrettare i tempi di questa mia consapevolezza e per incitarmi a non reprimerla facendomi del male, annullando me stesso.
Non avevo avuto una ragazza fino a quel momento, non conoscevo ancora l'intensa emozione del primo bacio, gli elettrizzanti brividi che scaturiscono dal contatto con un corpo diverso dal mio che già avevo imparato a conoscere bene attraverso le mie continue ed intime carezze solitarie.
Uno strano ragazzo ero io, e forse in parte lo sono ancora, e chissà se è stato esclusivamente per questo motivo che il destino, beffardo, a voltre crudele, altre ironico, si è premurato di far accadere gli eventi al momento giusto ed usando la persona adatta affinchè i suoi disegni trovassero realizzazione, ennesimo copione di uno strano ed incomprensibile teatro che è la vita, con i suoi attori mascherati che si muovono come marionette appese a fili ingarbugliati, senza identità e senz'anima, nel crudele gioco della vita e della morte, tra cause ed effetti, credendo di operare secondo il proprio libero arbitrio ma in realta resi intelligentemente schiavi da qualcosa o qualcuno che nessuno conosce ed è in grado di definire. La mia deliziosa ed accattivante Laila non era altro che la figlia di questo destino e come tale doveva obbedirgli.
Ero seduto su una panchina di "villa Dante", uno spazio di verde molto grande situato nei pressi del centro di Messina, la mia città. Potevano essere circa le 2 o forse le 3 del pomeriggio, non ricordo bene con esattezza ma era un orario nel quale a me piaceva e piace ancora molto, uscire per camminare un pò per le strade. Ricordo anche che era un giorno di primavera inoltrata con una temperatura abbastanza mite ed un'aria fresca, gradevole da essere respirata. Vi era il sole, il cielo si mostrava azzurro ed anche il verde del parco, l'ombra degli alberi col sottofondo del cinguettio degli uccellini sul nido, in armonia con la serenità della natura, sembravano richiamare alla vita e forse all'amore.
Mi trovavo in uno stato di assoluta calma, quasi irreale, assorto in enigmatici pensieri, con la testa tenuta fra la mani e lo sguardo assente rivolto fisso in giù verso il terreno, cosparso di foglie. A prima vista, a chiunque fosse passato per caso di lì in quel momento, potevo benissimo dare l'impressione di un ragazzino perdutamente solo con i suoi pensieri ed in preda alla disperazione e allo sconforto più cupo ed oscuro senza nessuna possibilità di salvezza, privo di qualunque via d'uscita. Quell'atteggiamento però, paradossalmente, significava interiormente per me, un modo di sentirmi che era esattamente l'opposto di quel che appariva; era per la mia psiche, sinonimo di rilassatezza mentale e fisica, serviva a tranquillizzarmi dentro, mi induceva alla meditazione, alla libertà creativa dei pensieri.
Fu esattamente in quello stato e proprio in quella posizione che mi vide Laila per la prima volta.
Non so spiegarmi ancora adesso il perchè si sia avvicinata a me non conoscendomi affatto e quali vere intenzioni o motivazioni l'avessero spinta a farlo nè se oscuri e complicati pensieri guidassero la sua mente. So però con certezza che lo fece, purtroppo o per fortuna, e che da quel momento, tutta la mia vita cambiò radicalmente e niente fu come prima: ero segnato ormai! L'uomo bambino che era già in me, è stato partorito proprio in quell'attimo ed ha visto per la prima volta la luce, per poi diventare , nel corso degli anni, quell'uomo "strano" e "misterioso" che è adesso e che sono certo, rimarrà tale fino alla fine dei suoi giorni.
Sentii, mentre continuavo ad essere immobile e pensieroso a testa in giù, una mano dolce, carezzevole, vellutata, quasi serica accarezzarmi i capelli, avvertii la tenera ed infantile rimembranza di quando, piccolissimo, mi trovavo impaurito fra la braccia amorevoli di mia madre. Quella mano leggera e direi magica che giocava spettinando e ricomponendo con cura la frangetta dei miei capelli, quasi come fosse il tocco di un angelo, si accompagnava poi ad una voce suadente e persino fiabesca, a tratti misteriosa, che contribuiva alla creazione di quell'insolito incantesimo. Rimasi con gli occhi socchiusi per imprimere nella mia mente e nel mio cuore quelle vibranti e intense sensazioni, del tutto inaspettate e mai provate prima, senza la volontà di alzare minimamente lo sguardo nel tentativo di scoprire la fonte di quel benessere, era come se avessi paura di svegliarmi rovinando quel bellissimo sogno, un sogno che però poteva anche cominciare nell'esatto momento in cui mi sarei risvegliato e forse si sarebbe rivelato ancora più bello.
Fu lei e soltanto lei però che interruppe quella magia sussurrandomi all'orecchio:
"Cosa c'è che non va?"---"Perchè sei così triste?---"Hai l'aria di chi ce l'ha col mondo intero, vuoi parlarne con me?"
A quel punto, d'istinto, alzai immediatamente gli occhi indirizzandoli su lei, cambiando repentinamente posizione ed atteggiamento: mi trasformai infatti in un ragazzino curioso ed attento dallo sguardo assolutamente determinato a risolvere il suo complicatissimo rebus mentre il mio sguardo, prima timido ed impaurito, ora, incrociando il suo, si mostrava forte e penetrante come se fossi io l'adulto e non lei.
Siamo rimasti entrambi così: occhi negli occhi, sguardi che si scrutavano in silenzio, menti che cercavano in tutti i modi di capirsi non conoscendosi ancora. E fu proprio nell'incertezza e nell'incomprensione di quegli attimi, che io capii dentro di me chiaramente che, più o meno consapevolmente, mi sarei consegnato completamente a lei, alla sua forza seduttrice, al suo malizioso ed intrigante gioco; avrei dato a quella misteriosa e sconosciuta ragazza, il mio corpo e la mia anima, accettando tutte le possibili conseguenze di una simile ed incondizionata resa, pronto a raccogliere poi tutto ciò che di bello o di tenebroso avrebbe potuto accadermi.
Come un sesto senso chiaro ed inconfondibile, capii che quella ragazza, molto più grande della mia età, mi avrebbe trasportato con se' in posti inesplorati, sconosciuti, indefiniti, non compatibili con la ragione o con la morale ma, proprio per questo, attraenti e ricchi di fascino dove la libertà dell'istinto e delle sensazioni più intime dell'animo umano, non conoscono limiti, non sanno e non vogliono fermarsi davanti a niente.
Quello che ricordo ancora con meraviglia e tenerezza, è l'amore che io sentii subito per lei sin dal primo sguardo, proprio come un ragazzino alla sua prima "cotta", mi innamorai perdutamente di Laila, nonostante l'enorme differenza d'età, nonostante non sapessi nulla di lei; ma la magia, e insieme la purezza genuina ed originaria di quel sentimento, non possono essere razionalizzati e giudicati per nessun motivo al mondo, perchè in tutto ciò che sa di magia, non può entrarvi il reale o la logica.
Ero fermamente convinto che quella ragazza già donna potesse essere e diventare il mio primo amore e quindi, conseguentemente, avrei avuto la possibilità di sperimentare e gustare le emozioni uniche del primo bacio, delle prime intimità, dei primi piaceri fino ad allora solo immaginati. Tutte queste meravigliose ed avvincenti scoperte per un ragazzino ancora totalmente inesperto in quel campo quale ero io allora, sentivo dovevano essere interamente affidate e subordinate alla sua persona, adattissima e meritevole ai miei occhi del ruolo che avrebbe dovuto adempiere; era quella sua straordinaria ed esplosiva figura di giovane donna a darmi questa certezza, e ancora, il suo essere così splendidamente ambigua, un pò angelo e un pò diavolo, dolce e glaciale, comprensiva e sfuggente, vicina eppur mille anni luce lontana: amica, sorella maggiore, amante.
Non fui in grado di rispondere con la voce a quelle sue prime domande che la facevano assomigliare più a una poliziotta che a una fidanzata, la mia volontà nel farlo era annientata dalla sua folgorante bellezza, rapita e vittima del suo misterioso fascino. I suoi occhi, intriganti, indagatori, riuscivano ad emanare ugualmente luce. Il suo corpo mi dava l'impressione di una potentissima calamita capace di attirarmi col suo campo magnetico fortemente a sè a tal punto da dover resistere con tutte le mie forze per non venire risucchiato da lei.
Mi chiedevo con una certa insistenza senza per altro trovare risposte adeguate, il motivo per il quale una ragazza così bella si potesse interessare ad un moccioso come me che in fondo puzzava ancora di latte considerando il fatto che dimostravo circa dodici anni e non ero affatto sviluppato da uomo; ero infatti molto più simile ad un bambino, esile e con i caratteri sessuali non ancora delineati, e per di più un ragazzino fino ad allora sempre solo e dimenticato da tutti che poteva passare tranquillamente sotto le gambe degli adulti senza essere notato. Per tutti questi motivi, per un attimo mi balenò nella mente confusa e disorientata, predisposta sin da allora ad essere preda della fantasia, l'ipotesi che lei non appartenesse al mondo reale e che fosse addirittura un fantasma o facesse parte di un sogno, come una creatura immortale e senza tempo, figlia di pura immaginazione. Ma era troppo vera, troppo seducente, troppo carnale per essere stata inventata da me. Continuavo quindi ad osservarla con una certa insistenza e notavo che lei non ne provava affatto imbarazzo ma anzi, al contrario, si sentiva fiera di se', si divertiva ad essere scrutata in quel modo da un ragazzino, era esibizionista assai più di un pavone che mostra le sue grazie. Guardavo con attenzione e curiosità tutto di lei: i capelli lunghi fino alle spalle, ben pettinati, di colore nero intenso come se fossero stati appena tinti ad arte dal parrucchiere per spiccare ancora di più con quegli occhi celesti dentro i quali ci si poteva perdere tra cielo e mare senza mai più ritrovarsi, in un contrasto di bellezza e fascino da lasciar chiunque la osservasse, senza fiato e senza parole. Anche il suo fisico era perfetto, tale da far invidia alla più sexy delle modelle, era alta, parecchio più di me, con le forme giuste in ogni parte del corpo come se fossero state scolpite appositamente per essere adattate a lei, dal più grande scultore di tutti i tempi. E poi il suo profumo o il suo odore naturale, non saprei, sembravano un tutt'uno: era così irresistibile che anche il più pudico e puro dei maschi esistenti sulla terra, non avrebbe potuto resistergli, credo che nessun uomo vivo potesse rinunciare a lei.
Indossava una camicetta bianchissima come la sua carnagione, una gonna di jeans non troppo corta ed un paio di scarpe da ginnastica anch'esse bianche.
Un look tipicamente da teenager che ai miei occhi e non solo, aumentava di molto il suo potere seduttivo che possedeva comunque anche nei gesti e nel modo di fare. Ma sarebbe stata attraente ugualmente in qualunque modo si fosse vestita, anche da zingara o da barbona
e specialmente nuda.
Vedendo che io non parlavo affatto e che non avevo ancora risposto alle sue domande iniziali, mi chiese educatamente il permesso di sedersi sulla panchina al mio fianco, ed osservando il mio segno di assenso manifestato mimicamente col semplice abbassamento del capo, lo fece immediatamente, in fondo era quel che voleva pur di entrare in un rapporto di confidenza e di dialogo con me. Mi si sedette accanto tirandosi i lunghi capelli indietro con le mani, portando il petto in avanti, accavallando le gambe ed infine emettendo un breve ma intenso sospiro.
Non so cosa mi prese nella mente e nel corpo in quell'attimo ma di certo fu qualcosa di veramente incontrollabile e insieme sconvolgente: mi ritrovai col cuore che batteva fortissimo all'impazzata, peggio di un tamburo, sembrava volesse scoppiarmi in petto da un momento all'altro, ricordo che pensai subito ad un possibile infarto. Ma era solo uno sconvolgimento naturale, generale però che coinvolgeva, propagandosi a vista d'occhio, ogni parte del mio corpo. Un'eccitazione di gran lunga superiore alla masturbazione o alla visione di giornaletti pornografici o films a luce rossa, tutte sensazioni che avevo già sperimentato in passato. Questa volta si trattava di molto più di una semplice eccitazione, l'adrenalina era a mille, devastante, inebriante, il sangue correva veloce e pareva bollire nelle vene, il respiro diveniva sempre più affanoso, sembrava mi mancasse l'aria, un malessere totale e diffuso ovunque che paradossalmente, aveva i connotati del piacere, non capivo più la differenza fra lo stesso piacere e la sofferenza perchè in fondo si trattava anche di sofferenza, non fosse altro perchè tutto il mio corpo nella sua totalità stava reclamando ad altissima voce uno sbocco immediato, come se si trattasse di una questione vita o di morte, uno sbocco che io non potevo e non sapevo dargli. In quegli attimi così unici e particolari, ho compreso il dramma dei cosiddetti "maniaci sessuali" o delle donne "ninfomani" e che in fondo, maniaci a causa del sesso, lo siamo un pò tutti se analizzassimo più obiettivamente e senza falsi pudori la nostra situazione di esseri carnali. La cosa tragica e comica al tempo stesso di quel periodo, consisteva nel fatto che dovevo cercare di nascondere tutto il mio sconvolgimento interiore a Laila pur avendola vicinissima. Ho messo una gamba sull'altra illudendomi ingenuamente di coprire la mia erezione ma nulla potei fare per celare il rossore che appariva nitidamente dipinto sulla mia faccia. In quel momento, la differenza d'età fra me e lei non contava più nulla, era disintegrata, regnava soltanto il mio giovanissimo corpo d'adolescente, esplosivo nei sensi per l'età ma soprattutto per natura, specie la mia natura già così predisposta a simili sollecitazioni e a picchi di altissimo livello.
Cercai di girarmi dall'altro lato guardando in tutte le direzioni possibili ed immaginabili pur di non incontrare il suo sguardo, ero ridicolo, commovente, tenero, con la assurda presunzione di nascondere ad una donna che stava proprio al mio fianco e molto più esperta di me, quello che nel corpo e nei miei pensieri provavo. Non avevo l'esperienza e la maturità di comprendere che ad una donna se sei furbo e sai recitare, puoi nasconderle tutto, tranne la reazione fisica che hai nel desiderarla.
Non so cosa passasse nella testa di Laila in quei momenti di evidente imbarazzo ed eccitazione per me, non mi posi neanche il problema perchè che ero troppo preso da quel veleno dolce e logorante che mi scorreva nel sangue. Sicuramente però, nemmeno lei doveva essere tranquilla, non poteva affatto esserlo a meno che quella situazione riusciva ad analizzarla con occhi comici e non di disperazione, quest'ottica le avrebbe assicurato una relativa calma e un certo controllo anche su lei stessa. Forse, può anche darsi, che l'idea di avere accanto a lei fisicamente, fin quasi a sfiorarla, un ragazzino alle prime esperienze e forse del tutto vergine, la stimolasse emotivamente e sessualmente, scuotendola, ed io capii per la prima volta in vita mia che l'incontro tra due persone mentalmente libere e oserei dire "perverse", riesce sempre a provocare una miscela di adrenalina esplosiva, condannata senza appello dalla morale e dalla chiesa ma incoraggiata senza limite dall'istinto.
Ho compreso anche il micidiale potere che ha su di me "il fascino del proibito", una scoperta che è diventata "legge" per il resto della mia vita e che ha creato una dipendenza da esso che non sono riuscito ancora a vincere nonostante abbia fatto ogni sforzo possibile e ogni sorta di preghiera, continui disperati tentativi sempre inutili ed incapaci di debellare questo mio invisibile amico-nemico, evidentemente è talmente radicato nella mia psiche da essere più forte persino della mia stessa volontà: è un dramma tutto umano e carnale quando il male, individuato come tale, ha ancora presa su di te perchè reso immune dalla tua inclinazione naturale, è come un nemico che per una vita intera ha convissuto con te ingannandoti mentre tu con fiducia lo reputavi amico e che poi improvvisamente e quando meno te lo aspetti, scopri essere il più cattivo dei mali e tu, pur allontanandolo, non sei in grado di odiarlo come dovresti proprio perchè senti che una parte di te, più o meno consistente, morirebbe con lui se provassi a bruciarlo, purificandoti.
Ma se dovessi analizzare oggettivamente e basandomi soltanto su come mi apparisse all'esterno Laila, forse un pò superficialmente, a prima vista, l'impressione che mi darebbe sarebbe quella che lei avesse dentro, una assoluta tranquillità. Ero io, al contrario suo, ad essere un vulcano di idee confuse che si accavallavano nella mente l'una sull'altra, miriadi di domande puntualmente senza risposte, un'infinità di iniziative che morivano sul nascere senza alcuna realizzazione pratica; qualunque psicanalista avrebbe trovato terreno fertile e materiale in abbondanza per favorire i suoi studi, Laila ma sopratutto io, eravamo cavie da laboratorio davvero perfette.
Restammo quindi entrambi in silenzio, ciascuno aspettava che fosse l'altro a parlare ma nessuno di noi due si decise a farlo. Non riesco a quantificare col tempo la durata di quel silenzio, so solo che per me è sembrato non aver mai fine, un'eternità ma il tempo è relativo quando ti trovi in uno stato di tensione emotiva o di stress mentale quale era il mio.
Fu lei, la mia Laila, che riprese in mano la situazione e a condurre quello strano gioco, e forse è stato giusto così perchè era la più grande.
"Posso presentarmi, vuoi?--- Io mi chiamo Laila ed ho ventisei anni!--- E tu, tu come ti chiami?--- Quanti anni hai?--- Che classe frequenti a scuola?"
Io, del tutto rassicurato da quei suoi gesti sempre dolci, convincenti, garbati che denotavano educazione, rispetto, una grande attitudine in genere verso la socializzazione, la sentii subito amica e complice, ricominciai a trovarmi a mio agio, avevo fiducia in lei ed anche l'eccitazione sembrava essersi placata come per miracolo, tanto che mi venne naturale risponderle:
"Piacere! Il mio nome è Claudio ed ho quattordici anni compiuti da poco.--- Sono in primo superiore".
Ricordo che fui colpito da quel suo nome che sembrava più adatto ad un personaggio dei cartoni animati che a una ragazza, lo trovai alquanto buffo e strano ma non le dissi nulla per delicatezza.
Così anche lei potè sentire per la prima volta la mia voce.
"Sembri più piccolo"--- mi disse ancora lei sorridendo e facendomi intuire che la cosa non le dispiacesse affatto.
"Sì, lo so!--- Me lo dicono tutti!--- Ma ho tempo per crescere" ---fu la mia risposta, semplice e simpatica.
Quindi restammo nuovamente in silenzio per un altro pò ti tempo, a volte stare zitti ha più valore di mille parole, accresce il mistero, crea poesia, serve a riflettere per non commettere errori o passi falsi che potrebbero pregiudicare tutto quello che di buono è stato costruito fino a quel punto.
Fu di nuovo lei a riprendere l'iniziativa formulando altre intriganti domande:
"Hai la ragazza?"
"No!"--- le risposi deciso io.
"Come mai ?"--- mi chiese di nuovo lei ancora più incuriosita.
"Non lo so neanch'io, non ho mai avuto una ragazza in tutta la mia vita, spero di trovarne qualcuna che mi voglia prima di diventare vecchio!"--- le dissi un pò sfiduciato ma con sincerità.
Il fatto di scoprire che non ero mai stato con una coetanea e conseguentemente neppure con una donna e che quindi ero assolutamente vergine come terra di conquista da esplorare, la colpì profondamente.
Lo avvertii dal suo sguardo che si accese di colpo, una luce attraverso la quale captavo una morbosa curiosità di approfondire questa nostra amicizia che già sul nascere non era normale. Riuscivo altresì a comprendere che lei provava pure un intenso desiderio di conoscermi meglio, desiderio che sarebbe stato sicuramente legittimo e giustificabile se io ero un ragazzo di un'età simile alla sua ma che risulterebbe apparentemente incomprensibile per chiunque l'avesse analizzato in quel contesto.
Non capivo ancora bene quale fosse il suo folle proposito nei miei riguardi oppure lo sapevo perfettamente perchè ero un ragazzino molto sveglio ed intelligente malgrado l'età, forse inconsciamente mi piaceva rimanere nel dubbio, lasciarmi del tutto rapire da quell'alone di mistero che copriva ormai entrambi, per essere vittima ed insieme attore principale di questo strano ed insolito film. Desideravo poter scoprire la verità un poco alla volta per gustare meglio gli eventi, soprattutto quando si trattava di situazioni così stuzzicanti e coinvolgenti, capaci di avere presa su persone di qualsiasi età e quindi anche su un ragazzino di quattordici anni che ne dimostrava a malapena dodici.
Laila continuò poi a farmi altre domande semplici e scontate sulla mia famiglia, sui miei amici, sui miei passatempi, i miei gusti musicali, sulla scuola ma senza mai entrare in argomenti inerenti alla mia sfera intima specie nel campo sessuale, io rispondevo a tutte le domande, sempre e con la massima sincerità.
Dopo essersi assicurata che potevo tranquillamente rimanere fuori da casa almeno fino alle otto di sera, come un fulmine a ciel sereno, mi chiese improvvisamente senza indugi, frantumando quell'atmosfera di normale, sereno dialogo e servendosi di una voce divenuta di colpo adulta, determinata, risoluta :
"Vuoi venire a casa mia"--- Mi fai compagnia?--- Non abito lontano da qui---Ho la macchina posteggiata vicino alla villa, una panda rossa.--- Abito da sola in un appartamentino piccolo con due stanze, col mio fidanzato ci siamo lasciati per sempre, ora sono libera, libera come l'aria, anzi come l'aquila, hai mai visto le aquile volare, libere?".
Mentre mi diceva questo, avvertivo in lei una certa eccitazione che similmente era presente anche in me, cercava di mostrare il più possibile sicurezza, mi dava invece l'impressione di essere alquanto spaventata come se temesse di essersi spinta oltre il limite fino a sconfinare là dove sarebbe stato difficile poi controllarsi, faccia a faccia con il volto inquietante del rischio.
Ma il desiderio crescente di ricevere al più presto una mia risposta, positiva o negativa che fosse, le riede di nuovo forza e coraggio annullando quel germe di pentimento che si stava affacciando in lei per riportarla alla ragione, quella della logica, non della carne.
Io mi sentii venir meno e il mio cuore riprese nuovamente ad accelerare il suo ritmo senza sosta, anche a quattordici anni si può desiderare una donna e la passione che si accende non si può indirizzare verso un'età specifica, la legge dei sensi va dove vuole e tu hai solo da scegliere: o la reprimi o la segui! Ed io, in bilico, posto esattamente al centro o per meglio dire sospeso tra queste due soluzioni, in un primo tempo non sapevo proprio che fare, come comportarmi.
Cercai in quel brevissimo tempo che Laila mi concedeva per rispondere, per quanto mi era possibile in quella situazione di totale confusione e smarrimento mentale, di riordinare in qualche modo le idee per poterle dare una risposta il più possinile coerente con la mia volontà, ma non può esistere una scelta libera dove vi è il richiamo dei sensi e per di più a soli quattordici anni. Di certo riuscivo a comprendere che la desideravo o più semplicemente ne ero fortemente attratto come forse anche lei inspiegabilmente lo era verso di me. Mi piaceva tutto di lei, la differenza d'età, per me, non era affatto un problema. Pensavo che se si fosse trattato di una mia coetanea, sarebbe stato sicuramente tutto più facile, naturale e meno complicato ma mi rendevo conto al tempo stesso che il desiderio non sarebbe stato così forte ed intenso, il solito e sempre presente "fascino del proibito" si diverte ogni volta ad uscire alla scoperto nei miei pensieri rivendicando il suo incontrastato potere su di me sin dall'età di quattordici anni e ancor prima. Il desiderio di voler andare fino in fondo a quella storia, la curiosità in parte fanciullesca di conoscere il finale, di aprire quel cassetto che tutti ti dicono sin da piccolo di tenere chiuso senza spiegarti il perchè, il timore di avere poi rimpianti per aver perso un'occasione mai più ripetibile e altri motivi simili messi insieme, mi spinsero in maniera decisa ad accettare il suo invito, del resto a quell'età gli ormoni sono in tempesta, non li puoi controllare e dominare, basta un nonnulla per farli esplodere, reprimerli ti fa stare peggio; è un pò come avere una Ferrari e non sapere come guidarla e a chi ti offre la possibilità di farti da istruttore di guida, chiunque esso sia, tu non puoi dire di no. E questo è esattamente che quello che ho fatto io, prendendo in esame il fatto che avevo trovato una istruttrice di guida che era una vera "bomba" e conosceva bene il suo mestiere. Certo ci poteva essere il rischio di correre troppo e di essere vittima di un incidente stradale più o meno grave ma è sempre meglio correre che star fermi, e poi non è affatto detto che si investa, basta usare prudenza ed avere fortuna, quella è necessaria sempre in ogni campo della vita. Così la mia voglia di sentirmi già grande ha trionfato contro l'idea di restare chiuso nella bambagia e dissi un sì convinto a Laila.
Scaricare comunque tutta la responsabilità di quella mia scelta soltanto a lei in quanto adulta, sarebbe troppo semplicistico e sbagliato. Io ero assolutamente consapevole di voler andarci, nessuna forma di costrizione se non la sola forza della seduzione da parte sua ma ero totalmente libero di rifiutare. Ho detto sì perchè era bella e mi piaceva, questa è la verità e basta, non esistevano altre verità nascoste o pressioni subdole. Avevo già ben piantato nel mio DNA quel germe che oggi, in età adultà, mi fa continuare ad essere quello che sono, reclamando la totale libertà dei sensi, sbagliata o giusta che sia, diabolica o naturale non saprei.
Laila si rivelò entusiasta nell'udire la mia risposta positiva, neanche lei si aspettava una determinazione così radicata in un ragazzino di quattordici anni ma, evidentemente, il destino scopre le carte e ha il potere di far incontrare fra loro persone giuste al momento giusto.
Spruzzava felicità da tutti i pori ed ero felice anch'io per aver contribuito nel mio piccolo a renderla gioiosa, ma eravamo più belli entrambi, merito della forza misteriosa, pericolosa, dissacrante dell'eros ma pur sempre una forza, diamo a Cesare quel che è di Cesare.
La mia Laila non perse un solo attimo di tempo, si alzò di scatto dalla panchina con una strana luce negli occhi che a me pareva persino fosforescente e mi afferrò la mano con la sua invitandomi ad alzarmi, stringendomela così forte da incutermi un improvviso brivido di paura, ma fu solo un lampo, un brevissimo lampo, come il flash d'una macchina fotografica.
Lei camminava in fretta avanti, io la seguivo un paio di metri distante da dietro, come quel padre geloso che segue la propria figlia di nascosto e senza farsene accorgere, mimetizzato sotto il cappello e coperto dall'impermeabile, magari persino col giornale in mano, facendo finta di leggerlo e guardandola da dietro gli occhiali scuri.
Vidi la sua panda color rosso fuoco tipo le fiamme dell'inferno, era posteggiata poco distante da quella villa proprio come mi aveva detto lei in precedenza. Era un'auto pulita, ben tenuta tanto da sembrarmi appena uscita da un'officina per il lavaggio. Per un attimo pensai che se le era fatta lavare in vista del nostro incontro ma poi pensai subito che non era affatto possibile, a meno che non aveva il dono di predire il futuro, ormai dopo quello che di strano mi stava accadendo quel giorno, non escludevo più nessuna ipotesi, anche la più inverosimile.
Laila aprì lo sportello, quello situato accanto al posto di guida e con estrema gentilezza mi fece segno di entrare e di sedermi, io lo feci subito senza lasciarmi minimamente pregare, chiuse in fretta lo sportello, aprì l'altro e si sedette al volante e via più veloci della luce, si fa per dire perchè a Messina c'è sempre traffico in ogni ora del giorno. L'odore suo inebriante, due gambe splendide che non potevo fare a meno di notare con la coda dell'occhio mentre guidava, e poi ancora il seno perfetto che s'intravedeva dalla camicetta e che sembrava sollecitare la mia attenzione ad ogni suo movimento, i capelli che ondeggiavano al vento man mano che l'auto prendeva velocità quasi come una puledra in libertà nei campi, insomma tutto di lei stava cominciando a procurarmi un'altra violenta ed incontrollabile eccitazione, nessuna ragazzina della mia età mi aveva mai stimolato così tanto. No! Non si trattava di un sogno o di una semplice fantasia erotica dove sarebbe bastato svegliarsi dandosi un pizzicotto per ritornare alla normalità, no! Lei era vera, straordinariamente vera, in carne e ossa, molta più carne che ossa. Ricordo che per un attimo, pur di liberarmi col pensiero da quel dolce tormento, provai persino con l'immaginazione a trasformarla in una vecchia racchia piena di lentiggini, brufoli e cellulite ma fu uno sforzo vano perchè appena aprivo nuovamente gli occhi e vedevo lei, lei e soltanto lei, nessun'altra immagine o figura creata da me per contrastarla, riusciva a prendere il sopravvento su lei, la mia Laila eclissava tutto e regnava sovrana, fuori e dentro di me.
Per un attimo credetti persino di raggiungere l'orgasmo, lì sulla macchina, senza nessun contatto fisico con lei ma semplicemente avendola vicino; per non sporcarmi e rovinare tutto ancor prima di cominciare, cercai di distrarmi in tutti i modi possibili ma tutti i miei pensieri ormai si affollavano su lei.
D'un tratto, mentre guidava, mise la mano nella sua borsetta, tirò fuori un pacchetto di sigarette e mi pregò di prenderne una e metterla nella sua bocca visto che lei era impegnata nella guida. Cercai nella borsa l'accendino che doveva pur esserci da qualche parte, lo trovai finalmente, e appoggiai la sigaretta in quelle sue sue labbra morbide da baciare ma senza l'ombra di un rossetto, quel giorno era completamente senza trucco, acqua e sapone e forse fu meglio per me perche non avrei potuto resisterle se fosse stata truccata magari come una vamp o una prostituta o un'attrice di film porno. Immaginai per un attimo come potesse essere bella ed attrante se fosse stata truccata e fui colto da un altro ennesimo brivido di eccitazione, fortunatamente, questa volta di breve durata. Con le mani tremanti portai l'accendino vicino alla sue labbra e lei accese la sigaretta spostando leggermente la faccia in avanti e sorridendomi con un sorriso complice, come chi prometteva al più presto una ricompensa, riprese quindi a guardare la strada. Avrei voluto chiederle il motivo per il quale in quel giorno non fosse truccata e se amava farlo di solito ma poi un altro pensiero mi convinse a stare zitto, non capivo neanch'io il perchè.
Arrivammo finalmente a destinazione, avevamo impiegato circa una ventina di minuti. Abitava nella parte sud della città, nella zona di San Filippo dove vi sono gli impianti sportivi e lo stadio da poco costruito del Messina calcio.
Era un complesso con una serie di case poste a schiera con un ampio posteggio numerato per lasciare le auto ciascuna nel posto assegnato. Entrò con la macchina nello spazio a lei consentito e scese per prima dalla vettura, prese la borsa e chiuse a chiave la sportello di guida. Io rimasi come paralizzato ad osservare il complesso di case, i posti auto, l'ambiente circostante, una strana sensazione di confusione mi si stava affacciando nella mente, troppo provata dai rapidi cambiamenti di quel giorno e quindi non più tanto lucida.
"Sveglia "---mi disse scuotendomi da quell'inaspettato torpore e mi fece cenno di scendere dall'auto, chiuse a chiave anche l'altro sportello e si incamminò senza troppa fretta verso casa, io come un automa o meglio ancora come un barboncino fedele, la seguivo poco distante da lei. Laila appariva calma, serena, per nulla turbata da quel che poteva avvenire tra di noi nell'intimità di casa sua e a tutte le possibili incontrollabili conseguenze che avrebbero potuto derivarne, vista soprattutto la mia giovanissima età. Era come se ormai avesse la certezza di tenere tutto sotto controllo e mi avesse tranquillamente in pugno, del resto era la verità, qualunque cosa avesse voluto da me, l'avrebbe ottenuta con estrema facilità, io gliel'avrei concessa, docilmente e senza condizione alcuna; era un divertimento anche per me, non solo per lei, non v'era l'ombra del sacrificio, eravamo responsabili e complici allo stesso livello malgrado una fosse maggiorenne e l'altro minorenne, ero ragazzino lo so, ma non ero affatto stupido nè handicappato ed anche se non l'avevo mai fatto e probabilmente non sapevo neanche come si facesse, sapevo benissimo quello che sarebbe potuto accadere e a cosa sarei eventualmente andato incontro. Fino ad allora l'avevo visto fare solo nei film hard ma una cosa è vederlo, un'altra è essere tu il protagonista assoluto, provare direttamente sulla tua pelle e con una donna a fianco quelle emozioni. Non solo, ma non avevo mai visto fino a quel giorno una donna vera nuda, neanche col binocolo.
In quel momento sentivo che era giusto quello che stavo per fare perchè nel mio cuore credevo d'amarla davvero e quindi mi sembrava un rapporto vero d'amore e non solo una relazione di sesso occasionale. Questa convinzione non mi faceva vedere nulla di sporco in tutto ciò ma anzi mi sembrava del tutto legittimo e naturale farlo con la perona che amavo. Oggi sono fermamente convinto che anche quando tra due individui ci sia apparentemente un rapporto di solo sesso, credo che esista sempre all'interno di esso, in profondità, un meccanismo, un'affinità, una sintonia mentale, un'attrazione reciproca che a mio giudizio non può prescindere dall'amore vero e proprio e che è necessariamente riconducibile ad esso, varia soltanto la forma d'espressione e l'intensità di questo sentimento. Spesso non si ha il coraggio di ammetterlo neanche a se stessi perchè è molto più comodo reprimerlo in nome di una libertà che in realtà non esiste affatto ma è solo illusoria.
Erano, quelle case che stavo osservando, tutte dello stesso colore, di uguale forma e della stessa altezza, tre piani, fra l'altro Messina è un città ad alto rischio sismico per cui la legge impone categoricamente di non superare i sei piani d'altezza. Penso comunque che all'interno di esse, quelle abitazioni si diversificassero fra loro per il numero di stanze. Laila, mi informò che abitava al secondo piano e che avremmo risparmiato le scale prendendo l'ascensore che trovammo già pronto per noi, come fosse nostro complice e non volesse farci perdere del tempo prezioso.
Entrammo in esso e in quei secondi che passammo lì dentro, io mi convincevo sempre di più di amarla. L'amore che credevo di sentire per Laila in quel momento e dentro quell'ascensore, era per me molto più importante di un possibile rapporto sessuale fine a se stesso, io quella ragazza ero desideroso di sposarla quando sarei diventato maggiorenne.
Arrivammo al secondo piano, mi spiegò che la casa era in affitto e che il cognome che vedevo nella targhetta della porta non era il suo ma della padrona di casa. Sapevo che si era lasciata da poco col suo fidanzato e che non l'amava più, l'averlo sentito direttamente dalla sua bocca quando eravamo seduti in quella villa, mi ha reso felice, non avevo più nessun rivale in amore, niente sofferenze per gelosia, lei poteva essere mia e soltanto mia. Avrei voluto chiederle informazioni circa la sua famiglia, se avesse ancora un padre o una madre o li avesse persi entrambi, se avesse fratelli o sorelle o fosse figlia unica, se lavorasse ed eventualmente dove ad altre notizie di questo genere ma preferii tacere per non sembrare invadente, comportandomi nell'identico modo di come avevo agito in macchina e cioè non chiedendole se amasse truccarsi. Mi bastava sapere che era una donna libera, senza figli e senza essere sposata e per di più con una casa tutta sua, sia pure in affitto, tutto l'opposto rispetto a me che vivevo ancora alle dipendenze dei miei genitori, sotto il loro tetto e che dovevo rientrare a casa ad un certa ora pena severe punizioni fatte a fin di bene, si fa per dire.
A prima vista, aprendo la porta, la casa appariva piccola ma ben tenuta, pulita, curata, ordinata, persino profumata, sembrava un vero gioiellino, si notava subito la mano esperta di una donna, l'ideale alcova d'amore per due piccioncini, io e lei in questo caso.
Si recò in cucina, io dietro come la sua ombra, il suo fantasma assecondandola in tutto ciò che faceva, la fiducia verso lei aveva raggiunto punte altissime, mi fidavo ormai ciecamente, la conoscevo solo da qualche ora ma mi sembrava di conoscerla da sempre. La consideravo ormai un'amica vera, una ragazza assolutamente normale, non scorgevo più nessun mistero nella sua personalità, nessuna forma di timore verso di lei, soltanto quel suo nome Laila, lo reputavo ancora alquanto curioso e particolare come quando me lo disse nella villa; ma di nomi strani, specie stranieri, ve ne erano in giro a dosi elevate quindi il suo non mi sorprendeva poi così tanto, e poi una persona originale come lei era giusto che portasse un nome non comune, mi convinsi di questo.
Laila apri il frigo, prese una bottiglia d'acqua gelata, la versò in un bicchiere e la bevve tutta d'un fiato, evidentemente doveva avere un gran sete malgrado non ci fosse un caldo insopportabile ma forse era un altro tipo di sete la sua, chissà! Avrei voluto sconsigliarle di bere acqua gelata perchè avrebbe potuto farle male allo stomaco, io stesso non bevevo mai acqua dal frigo, ma ancora una volta preferii rimanere con la bocca chiusa per non contrariarla. Mi chiese se anch'io avessi sete e al mio "no grazie" non insistette più di tanto.
Poi tornò indietro e chiuse a chiave la porta d'ingresso che aveva lasciato aperta prima, forse perchè vinta dalla troppa sete. Fu quello il segnale della mia completa arresa a lei e alle sue voglie, accettai senza esitazioni e senza proferire parola alcuna, la sua ormai imminente seduzione.
Andò quindi decisa nella camera da letto spalancando la relativa porta che prima appariva socchiusa. Ricordo ancora adesso con un'emozione fortissima e con un brivido sulla pelle, quello che provai nel vedere per la prima volta quella stanza. Mi sembra di riviverlo oggi allo stesso modo di allora, con la stessa identica intensità! Certe sensazioni, nella vita, non si potranno mai dimenticare. Se avessi deciso di non seguire quella ragazza e di rimanere seduto da solo su quella panchina in quella villa, non avrei potuto rivivere quelle splendide emozioni e soprattutto non mi sarebbe stato possibile scrivere questa storia, che, ci crediate o no, è assolutamente reale.
Bellissima, appariva agli occhi miei, quella camera con quel lettino tenero e grazioso, il cuscino morbido che sembrava quello di una principessa, alcuni pupazzetti come fosse rimasta nel suo io ancora bambina. Tutto lì dentro sapeva di favola, di magia, suggestivi i colori, particolare l'arredamento, ogni cosa denotava fantasia e buon gusto, l'atmosfera era accomodante, idonea per qualsiasi rapporto intimo d'affetto o altro. Ma la parte più importante di ciò che mi ruotava intorno, era lei e soltanto lei, l'attrice principale, la mia sirenetta e forse regina, la donna del grande amore, per la quale vivere e morire, il concentrato di tutti i miei sogni e desideri, quelli più veri ed autentici ma anche anche i più segreti ed inconfessabili. Quella sua camera da letto, piccola e tutta raccolta in se' stessa, era il palcoscenico ideale affinchè un ragazzino di quattordici anni potesse finalmente giocare a fare l'eroe. Forse qualunque altro uomo, indipendentemente dal condizionamento sociale o dalla propria morale, avrebbe pagato qualsiasi prezzo pur di trovarsi lì al posto mio, da solo con quella bellissima ragazza ma l'assurdo ed incomprensibile destino, forse per un colpo di fortuna o chissà per quale altro arcano mistero, ha voluto che ci fossi io, la persona forse meno indicata per coglierne il fascino, la poesia e l'intensità di quell'attimo. Può darsi invece che la tenerezza disarmante dei miei giovani anni, fosse l'ideale per conferire a quella particolare situazione una carica emozionale incommensurabile ed irripetibile.
La mia Laila, contrariamente ad ogni mia previsione, non si spogliò subito ma rimase completamente vestità ne' tentò in alcun modo di denudare me. Ai miei occhi ragazzini però, appariva seducente e bellissima ugualmente, forse anche di più di come avrebbe potuto sembrarmi se fosse stata nuda, ricordo bene che non rimasi affatto deluso da quella sua decisione, io mi ero innamorato di lei nella sua interezza, nuda o vestita per me avrebbe avuto lo stesso significato. Il solo fatto di trovarmi lì nella sua camera da letto solo con lei, era per il mio cuore motivo di gioia ed insieme di latente e prematuro orgoglio di maschio.
Poi, improvvisamente, si sdraiò di colpo e a pancia in su, a peso morto sul letto, tenendo le braccia allargate e protese da ambedue i lati come in atto di chi è stata appena crocifissa, con la sola bocca leggermenta aperta, lasciando intravedere una lingua bellissima e pulsante di vita come fosse un piccolo serpentello e lei stessa la mia Eva nell'Eden.
Mi fece cenno dolcemente di sdraiarmi sopra di lei, lo chiese con grazia, attraverso un gesto di totale rassicurazione ed insieme di conturbante complicità.
Dopo un attimo iniziale di smarrimento da parte mia, sentendomi gratificato dall'interessamento di una così bella donna verso di me che in fondo ero solo un ragazzino insignificante e privo di esperienza, capii che era mio dovere non deluderla e non darle un dispiacere e agii seguendo quello che mi aveva invitato a fare, lo feci con estrema naturalezza e senza per nulla sforzarmi.
Mi distesi quindi su lei e provai subito una situazione d'imbarazzo ed insieme di eccitazione, mai infatti nel corso della mia breve vita, neanche con la sola immaginazione, avevo preso in considerazione l'ipotesi di trovarmi realmente in una posizione simile, col mio corpo schiacciato sopra quello di una donna. Fu un'emozione intensissima per coinvolgimento emotivo e sconvolgimento dei sensi, intuii la capacità della potenza erotica che è in grado di sprigionarsi nel momento in cui si ha sotto il proprio corpo di maschio, quello di una donna. Anche se ci si sforza di cogliere principalmente il lato spirituale e sentimentale del rapporto che indubbiamente esiste anche, è la carnalità selvaggia ed animalesca che prepotente esce fuori e ne prende inevitabilmente il sopravvento e questo accade a qualunque età anche e in special modo a quattordici anni. Si dirà, forse per luogo comune, che in quel contesto una donna stava soggiogando e persino violentando un ragazzino incapace di comprendere e di difendersi ma io giuro che non mi sentivo affatto violentato o indifeso anzi, al contrario, la violenza l'avrei subita realmente se avessero tentato con forza di allontanarmi da lei e da quel posto, sarebbe come se provassero a svegliarmi di colpo interrompendo bruscamente un bellissimo sogno, facendomi ritornare tristemente nella mia solita, monotona e senza senso, realtà di ragazzino. Allora sì che sarei potuto rimanere segnato in negativo per tutto il resto della mia vita.
Ci guardammo per un bel pò di tempo fissi negli occhi sempre restando fermi in quella posizione e senza parlare. Mi sorpresi per la naturalezza mediante la quale riuscivo tranquillamente a sostenere il suo sguardo pur essendo così vicino a lei con i miei occhi che quasi toccavano i suoi. Lo trovai alquanto strano perchè la mia innata timidezza mi impediva spesso di fissare a lungo negli occhi qualunque interlocutore, specie una ragazza ma evidentemente con lei tutto era diverso, Laila era la donna della mia vita e con la sua presenza crollava ogni mia timidezza, era abbattuto l'incrollabile muro del tabù e delle inibizioni, mi sentivo perfettamente a mio agio. Non posso far altro che riconoscere con la mente adulta e più matura, si fa per dire, di adesso che il merito di quel mio stare bene e sicuramente da attribuire a lei. Quella ragazza era riuscita, secondo me senza trappole o schemi preordinati, ad acquistare la mia fiducia, e lo ha fatto con estrema naturalezza e spontaneità, semplicemente mostrandosi per quello che era, esprimendo liberamente ciò che voleva senza maschere di ipocrisia o doppi fini di convenienza. Lei mi ha dato una grande lezione di vita con stile e garbo, in questa società di oggi dove tutto è affare, convenienza od opportunismo e nessuno fa niente per niente.
Poi Laila mi sussurrò all'orecchio continuando a guardarmi dentro gli occhi:
"Fa' di me quello che vuoi! Tutto quello che ti senti di fare, liberamente, lasciati andare ma non fare nulla di ciò che non vuoi, se preferisci puoi spogliarmi, accarezzarmi dove e come vuoi tu!"
E fu così che io, timido ed introverso ragazzino, da una condizione di schiavo di quella situazione come lo ero fino a pochi istanti prima, mi trasformai improvvisamente in assoluto padrone ed arbitro della situazione medesima.
Io che non avevo mai avuto nessun contatto fisico con l'altro sesso sino ad allora, ecco che mi ritrovavo tra le mani e tutto in una volta, il massimo che un ragazzino potesse avere e desiderare, scherzi del destino? Non lo sapevo neanch'io nè mi ponevo il problema, impegnato e preso com'ero da quei momenti indimenticabili che capitano una sola volta nella vita e mai più.
Come un bambino che trova in regalo dinanzi a se' un'infinità di giocattoli uno più bello dell'altro e felice ed emozionato non sa quale usare per primo nei suoi giochi, così mi sentivo io che volevo ma non sapevo come fare per iniziare e con quale mossa cominciare.
Lei, sicuramente molto più esperta di me, sorprendentemente non prese la benchè minima iniziativa, restando del tutto passiva, attendendo ma non osando, pur desiderandomi almeno quanto io desideravo lei, se non di più.
Forse la mia età troppo giovane la induceva ad avere prudenza e a comportarsi in quel modo o forse era solo questione di rispetto, di educazione, di altruismo, tutte doti che possedeva innati in lei, a farla reagire in quel modo.
Finalmente il mio istinto si lasciò guidare dal cuore e decise di compiere il gesto più dolce, tenero e commovente che esista al mondo, meraviglioso preludio di ogni rapporto d'amore: il bacio. L'amore autentico che credevo di sentire nei suoi confronti, la voglia di vincere a tutti i costi la paura di non sapere come baciare, il desiderio e la curiosità di provare a farlo per la prima volta e con la persona giusta che comprenda e non giudichi possibili miei immaturi sbagli nel compierlo, mi spinse ad avvicinare le mie labbra alle sue.
Capii in quel momento che dovevo tirare fuori la lingua e strofinarla alla sua, proprio come avevo visto fare tante volte nei films d'amore e non solo, era indispensabile per sentire più vicina la persona che ami. Anche in questo caso trovo straordinario il fatto che Laila continuò a recitare il ruolo passivo di chi cercava solo di assecondare i miei desideri senza mai avere la pretesa di essere e fare la mia insegnante nonostante avesse tutte le qualità e le capacità per farlo, evidentemente il rispetto verso di me era incredibilmente illimitato.
Anche nel contatto delle lingue notavo che lei si limitava, anche se con moltissima passione e trasporto, a seguire i movimenti della mia lingua contro la sua, senza metterci nulla della sua arte amatoria che doveva avere, eccome! Sembrava una ragazzina, come se stesse provando anche lei la magia del primo bacio.
Oggi, ripensando a tutto questo, non posso che confermare la grande ammirazione che conservo sempre nel cuore per lei, una ragazza bella, libera, disinibita, educata, pulita, intelligente e con mille e mille altre qualità che avrebbero bisogno di parecchi fogli di carta per poterle elencare. Mi son chiesto spesso se con un uomo della sua età, si sarebbe comportata allo stesso modo, una domanda assillante alla quale non potrò mai dare una esatta risposta.
Quel mio primo bacio si rivelò lungo e appassionato come non mai, regalandomi sensazioni troppo intense per poterle anche solo descriverle a parole, non le si darebbe infatti giustizia, certe emozioni vanno vissute realmente in prima persona e basta, solo allora ci si può rendere conto della loro straordinaria intensità. Quello che più mi sorprese di quell'atto fu la capacità che esso possedeva nel coinvolgere in maniera totale ed elettrizzante ogni minuscola parte del mio corpo senza escluderne nessuna, ogni particella, ogni molecola, ogni atomo di me vibrava, partecipava a quell'iniziazione, a quel rito d'amore come il coro di un orchestra che cantava note di armonico piacere. E pensare che qualcuno chiama ancora "fornicazione" quell'attimo di intenso piacere che il nostro corpo attraverso la creazione della natura madre, ci vuol offrire; c'è tanto, troppo odio e sofferenza nel mondo, mi chiedo perchè condannare anche un atto d'amore o di sesso, è pur sempre un'emozione, dove sta il male? Perchè lo si deve trovare per forza e ovunque anche nell'unico posto dove non c'è.
La cosa curiosa e comica al tempo stesso, consisteva nel fatto che il semplice baciarsi sia pur appassionato, alla "francese" come si definisce di solito, per me equivaleva ad un rapporto sessuale vero e proprio, era talmente intensa e dolcemente violenta l'emozione che provavo in tutto il mio essere che non potevo assolutamente concepire un'emozione ancora più forte tipo quella che scaturirebbe inevitabilmente da un rapporto sessuale completo. La mia mente infatti non era in grado di formulare, accettare o concepire anche la sola idea, il solo pensiero che potesse esistere un piacere più intenso di quello che stavo provando nel baciare Laila.
Sentivo il cuore esplodermi in petto, tutto il mio sangue rimescolarsi nelle vene, una tempesta erotica di gran lunga superiore al piacere provato in tutte le mie masturbazioni solitarie fatte in precedenza e messe tutte insieme. Dovevo esplodere, proprio come una bottiglia di spumante smossa furiosamente, non feci più alcuna resistenza nel tentativo di oppormi, non ero nelle capacità di poterlo fare pur volendolo, e raggiunsi, sempre baciandola, un orgasmo intensissimo e lunghissimo che sembrava non finire mai malgrado la mia giovane età, ma era davvero troppa la tensione accumulata in quel giorno. Lo raggiunsi accompagnandolo con un dolce lamento a metà tra un urlo e un sospiro e mi sentii subito bagnato nelle mie parti intime ma senza viverlo come un dramma o con sensi di colpa ma come una conseguensa del tutto naturale ed indispensabile.
Lei ovviamente si rese conto di tutto quel che mi stava capitando da subito e contribuiva con l'intensità del bacio ad indirizzare il mio dolce e vibrante cammino verso l'orgasmo, ruotando la sua lingua più velocemente in prossimità di esso, in perfetta sintonia con i movimenti della mia, staccando la sua bocca dalla mia bocca solo dopo che io, dopo aver raggiunto l'orgasmo e volontariamente, avevo smesso di baciarla.
Venni in questo modo, del tutto originale e prematuro ma non per questo meno bello e coinvolgente. Godetti senza nemmeno averla spogliata, senza neanche aver sfiorato il suo corpo con un solo dito e senza che mi facesse la benchè minima carezza, sembra tutto così finto ed incredibile analizzato con gli occhi di adesso!
Dopo aver raggiunto quell'estasi, istintivamente sentii forte il bisogno di restare sdraiato su di lei, con il capo chinato da un lato appoggiato tra i suoi seni e gli occhi chiusi, sentivo il bisogno di dormire, di rimanere più a lungo possibile in quel modo assaporando la quiete di quegli istanti successivi all'eccitazione. Anche questa volta, e non poteva essere altrimenti, lei pazientemente e con amore assecondò in pieno questo mio desiderio, facendo prevalere la mia volontà rispetto alla sua voglia erotica che era rimasta inappagata. Fino all'ultimo istante Laila mi dimostrò la sua grandezza interiore, la sua comprensione, la sua dolcezza.
Prima di chiudere gli occhi e di addormentarmi sul suo corpo inerme, trovai la forza per dirle soltanto queste semplici parole ma dettate dal profondo del mio cuore:
"Ti amo Laila! Vuoi sposarmi?"
Lei sorrise e dopo mi rispose:
"Sì, quando sarai più grande"
Chiusi gli occhi felice e mi addormentai con la sua mano fra i capelli.

Storia d'un vecchio eremita
Vivo quassù tra le montagne, rifugiandomi nel mio nido silenzioso, in un lungo e solitario esilio. Ho abbandonato il mondo con il suo grigiore per osservare felice i colori dell'arcobaleno ed ogni volta scoppio a piangere di gioia mentre la mia anima si purifica nella luce del sole.
Non ho incubi che mi svegliano di soprassalto, non vedo più quei mille volti della gente pronti a sommergermi, è lo sguardo magico della natura che m'incanta e mi protegge nel buio come una madre schiude le ali sul suo piccolo.
La scala dei miei giorni, di gradino in gradino, sta salendo sin lassù, per questo veglio paziente ogni alba che nasce, così giorno dopo giorno m'avvicino al cielo e non ho paura di volare via nell'ora del tramonto, so che rinascerò in primavera per non essere mai più solo.
La morte mi aprirà le porte alla vita eterna e gli occhi della natura, che sono stati la luce della mia terrena esistenza, diverranno gli occhi di Dio lassù. Attendo la pace della sera per addormentarmi in un lungo sonno, stelle d'argento e cori di uccelli, porteranno lontano oltre le montagne l'eco della mia solitudine ed i miei sogni fragili saranno foglie verdi d'un albero solitario che la collera del vento non potrà mai spazzare.
Un freddo e misterioso inverno, busserai alla mia porta frustata solo dal vento, e addentrandoti nel mio nido, troverai quel panno che mi asciugava il sudore, il bastone che aggrappava la mia fatica, una candela che non si consuma. E quando sarai al sicuro, rivivrai i ricordi di quello che sono stato, ammirerai la statua di quello che sono adesso.
In un angolo buio, impolverato da tele, scoprirai il mio diario segreto, frammenti d'una vita mai vissuta, povera fuori, ricca dentro: Non bruciarlo ma fanne tesoro. E' la memoria che infrange i secoli e vince il silenzio dell'universo, il buio della morte.

Fantasmi nella notte

Ascolta.... ragazza sperduta in quest'infinito.
E' notte, ogni cosa intorno è spenta e tace.
Nel silenzio, dolcissimo, altre sensazioni di un mondo totalmente sconosciuto ma intrinseco con i nostri giovani spiriti, vivono con suoni e colori in dimensioni parallele e niente è ciò che sembra. Attimo fugace, come un fiore che sbocciando muore, in questa notte t'amo per non amarti più.
Noi due siamo come fantasmi nella notte, anime vaganti in cerca d'amore, muovendoci insieme, in trasparenza, candidamente invisibili, ci avviciniamo piano per non aver paura nell'oscurità.
Noi due fantasmi nella notte, solitari astri dispersi nel grande firmamento lassù, senza tempo e senza storia, rapiti dall'oblio, misteriosamente avvolti dalle tenebre, angeli di questa giovinezza. Magicamente lontani dal flusso impetuoso della multanime esistenza, noi due non avvertiamo più il battito sconfinato dell'infinito come orrenda solitudine e mistero interminabile. La realtà ci appare come un susseguirsi di fantasmi vuoti e meccanici ed ogni residuo di tristezza si smarrisce del tutto o vibra remoto in un placamento soave.
Ragazza sconosciuta! sei bella tra le ombre, sei più bianca della luna, il tuo viso brilla come una candela..
Lascia questa mia mano che hai stretto così fugacemente questa notte.
Alle prime luci dell'alba le nostre strade si divideranno per non ritrovarsi mai più.
Abbiamo acceso un fuoco in noi che il vento della vita che fugge spegnerà presto.
Non dimenticarmi ovunque sarai, io non ti dimenticherò ovunque sarò anche se resteremo per sempre fantasmi nella notte.

I burattini umani
Sono vivo o sono morto da secoli? Sono libero o qualcuno mi guida? La via che seguo l'ho scelta io o è stata già scritta? Questa mia storia buffa morirà con me o si perderà nell'enciclopedia del tempo? Mi hai acceso la corrente ed il mio sangue ha cominciato a scorrere. Mi hai caricato l'orologio e la mia pressione segna 80, 90,100. Mi hai dato la corda ed il pupazzo si sta muovendo ma la chiave che mi dice chi sono perché non me l'hai data mai? Ti faccio ridere lo so ma io non so chi sono. Allo specchio vedo la mia maschera. Mi guardo intorno ed ecco tanti burattini come me: chi è bello, chi è corto, chi ha gli occhi verdi, chi sta morendo e chi sta per nascere ma tutti con lo stesso sconosciuto destino. Mio Dio, quanto sono stupidi i burattini umani! hanno un'anima ma non lo sanno. Sono monotoni, tutti cronometrati: 99 centesimi di secondo ad un secondo e corrono in ufficio. Si sposano per avere figli che a loro volta faranno altri figli: che noia! che sciocchi mortali! che guadagno hanno a non lasciar estinguere la razza umana? Tutti si chiedono di capire ma nessuno di loro ha mai capito un bel niente. Tutti pronti ad insegnare ma insegnare cosa se neanche loro non sanno nulla? Ognuno dice la sua, ognuno crede che abbia ragione lui. E' un teatro folle e buffo pieno di burattini colorati, un enorme carrozzone di maschere e coriandoli e anch'io, senza sapere come, mi ritrovo in mezzo senza averlo minimamente voluto. Se guardi attentamente fra tutti questi pupazzi che si muovono puoi vedere anche me: Vedi sono quello laggiù vestito d'Arlecchino con i capelli lunghi e che sta sempre da solo, anch'io come gli altri sto recitando la commedia della vita nel carnevale dell'incomprensibile esistenza umana. Ti prego riconoscimi se puoi, distinguimi da tutti questi burattini, dai un senso alla mia vita perché io non mi sento uno di loro, perché io non sono fatto di bottoni e tasti e non voglio fili che mi muovono. Vedi io piango e rido, so dare amore, sento di essere immortale e originale. Sin da piccolo mi hanno programmato come un computer contro la mia volontà. Mi hanno costretto a recitare in un palcoscenico che io ho sempre odiato e che non mi appartiene. Mi hanno fischiato e applaudito mentre in realtà io piangevo perduto tra tutti questi burattini in cerca d'allegria che compravano e vendevano questa pelle mia. Mi hanno dato un nome che non è quello mio. Mi hanno voluto per come io non sono: io angelo travestito da manichino. Ti prego portami via e salvami, dimmi chi sono, io non mi conosco. Per questo ora dico basta! non voglio più obbedire a regole e dogmi o a una falsa morale come gli altri burattini. Preferisco sentirmi libero all'inferno che schiavo in paradiso, padrone di niente, servo di nessuno. Meglio essere un uomo vero, solo ed incompreso che uno dei tanti burattini umani.
(tratto dal libro APOCALISSE MENTALE)

Il vuoto di un pagliaccio
Ti aspettiamo e ora che entri in scena, indossa la tua maschera, con quel grosso sorriso stampato sul viso ed il trucco che ormai fa parte di te. Nella voce e nei gesti, un po' mimo e un po' attore, sai far tacere il tuo cuore, t'illudi di tornare bambino, dimentichi in quegl'istanti la tua tristezza. Cadi, rialzati, ubriacati, balla, grida, scherza e noi saremo lì, a guardarti, a ridere, ad applaudirti: sei un attore e come tale devi essere trattato. Nessuno di noi in platea si domanderà chi sei, proprio nessuno si preoccuperà delle tue sofferenze, per noi sei solo un pagliaccio, una maschera e nulla più! Ci interessi per come appari, non per quello che sei. Quando le luci del palco si spegneranno, tu ti troverai solo con te stesso, come sempre del resto. E l’immagine tua vera riflessa, non potrà più far ridere. Non sarai in grado di mentire, e quel grosso sorriso si trasformerà in lacrima, una lacrima amara che scenderà sul tuo viso fino a scioglierne il trucco. Ti auguro, caro pagliaccio, che la tua vita sia come la scena, felice e divertente, e che tolta quella maschera, non ci sia più il vuoto.

Prostituta sconosciuta
Ti vedo tutte le sere al solito posto sopra gli sterili binari d'un tram. Se hai freddo strofini le mani per scaldarti, se non passano macchine continui a guardarti intorno. Gli stivali neri di cuoio sempre gli stessi, la minigonna, la borsetta a volte rossa altre nera, la minigonna, il solito trucco vistoso: questa sera però mi sembri più bella! sexy più che mai. Chissà se sei sola nella vita
o se qualcuno ti ama! Chissà perchè lo fai! Forse avrai un romanzo dentro da raccontare, testimonianza di un'esistenza non bella come avrebbe dovuto essere. Vorrei poterti aiutare, amarti, stare un pò con te! per la prima volta ti vedo con occhi diversi, non mi interessa affatto il sesso. Non ho mai avuto il coraggio di avvicinarmi a te, mi blocco ogni volta che provo, mi sembri quasi irraggiungibile ma poi per dirti cosa? In fondo ho paura di fare tutto. Ti scongiuro, fuggi con me prostituta sconosciuta! Ricominciamo insieme una nuova vita, non consumarti più così! ti stai buttando via da sola! continui a farti del male. Ti desiderano tutti ma quando torni a casa, non ti rimane niente. Ma ora basta: devi cambiare la tua vita, è tempo di riscossa.
Non riesco nemmeno a terminare questi pensieri che ti vedo salire già su una macchina sportiva. Addio mia prostituta sconosciuta! sicuramente domani verrò ancora a vederti e a tenerti compagnia in segreto e a distanza, forse mi sono innamorato di te o forse abbiamo qualcosa in comune che ci unisce: siamo entrambi soli, che il Signore ci aiuti!

Io e la morte
Note dell'Autore:
"Non vi fate sedurre, non esiste ritorno, non c'è nulla dopo, morrete come tutte le bestie divorati da vermi".

E' un paese morto. Strade malinconicamente deserte, aria pesante, spaventosamente tetra. Furtive ombre si sparpagliano e si riuniscono subito dopo, quasi per sentirsi meno sole. Silenzio assoluto interrotto soltanto da voli di pipistrelli, da rintocchi lugubri di campane. Porte chiuse, finestre sbarrate, occhi atterriti ed impotenti che, dagli usci delle case, spiano lei, signora e sovrana, padrona di tutti noi. Lungo mantello nero, teschio in faccia, bastone per reggersi, curva lei cammina zoppicando e lentamente, sola ed indisturbata. Nessun muro potrà fermare la sua falce. Ha in mano un taccuino verde speranza dove vi sono annotati i nomi e le ore di coloro i quali deve ancora chiamare ed uno nero morte con i nomi di chi ha già rapito con sè. Bambini, continuate il vostro girotondo e ridete di lei che vi sembra così buffa e troppo lontana. Ragazzi innamorati, stringetevi forte l'uno all'altra, tra sogni e amore, lei non si commuoverà e verrà a prendervi lo stesso.
Uomini e donne, ac(edited)ulate glorie e tesori, lei non si farà comprare e alla sua venuta tutto dovrete lasciare. Vecchi, raccomandate le vostre anime a Dio, lei non avrà paura e sarà molto più vicina di quanto possiate pensare. Gente chiusa nelle vostre case, cos'è questo silenzio? Musica! e ridete forte, e scherzate forte, continuate il vostro ballo in maschera, recitate la commedia della vita, ma sul più bello tu sentirai bussare alla tua porta. Inutile ogni tentativo di fuga o di gridare aiuto, interromperai la danza, toglierai la maschera, abbandonerai la tua dama e le tue damigelle e andrai nostalgicamente deluso con lei, più non tornerai; un istante di silenzio in casa tua insufficiente anche per piangere e poi, immediatamente, lei rialzerà il sipario e riaccenderà le luci e la musica e la danza, imperterrite, ricominceranno senza più una maschera: la tua. Sì, lei porterà anche te in quel malinconico recinto di foglie morte ed alberi spogli e stecchiti
e il tuo corpo straccio, sdraiato si confonderà tra quelli che lì ci son già da tempo. Io, di colpo, evito le braccia di chi vuol fermarmi e scappo giù in strada da solo e le corro dietro: "Perchè?" le grido con disperazione, "perche devo morire?" che male ho fatto per non poter vivere per sempre? Dimmi che ho un'anima, un respiro che vivrà in eterno. Dimmi che il mio sangue non è il liquido d'un automa, che il mio cuore non è un motore, i miei nervi non sono fili sottili uniti tra di loro fatalmente,la mia mente non è un computer. Vedi io ti parlo, ti sento, sono felice, sono triste, ho paura, so scrivere una poesia. Ti prego signora sovrana, tu che sei l'unica che puoi, risparmiami, non farmi morire. Io amo un fiore, una coccinella, un bimbo, amo la vita". Lei si ferma e mi guarda in faccia. E' strano ma di colpo non ho più paura. E' così naturale osservarla in volto, come se si trattasse di un incontro indispensabile, sembra quasi una figura viva, e pensare che la immaginavo diversa e cattiva. Lei mi risponde: "Va' via ragazzo, tua madre t'aspetta a casa, e ricorda sempre, tu potrai anche essere come me per un solo istante morendo, ma io non potrò mai essere come te quando risusciterai in eterno. Poi mi volta le spalle e girando l'angolo scompare. Io rimango confuso, triste e felice nello stesso istante e piangendo divertito, correndo, torno a casa.


U n o  s t r a n o  i n c o n t r o
Mi successe quando ero ancora ragazzo. Mi trovavo sul treno che mi portava a Trento in visita da mia sorella. Per vincere la monotonia del viaggio leggevo un libro di mie poesie quasi in atmosfera con quello scorrere sulle rotaie.
Di colpo, senza chiedere permesso, entrò lei, 16 anni a prima vista, trascurata e con l'aria assente. I suoi lunghi capelli neri e sporchi, il trucco sfatto che le colava sul viso, i lineamenti straordinariamente delicati. Era bella quella ragazza, il ritratto d'un angelo col volto della sofferenza, il male nascosto in lei non appariva in grado di deturpare quell'adolescenziale fascino innato che possedeva.
Ma aveva la paura dentro quegli occhi ancora di bambina come fosse vittima o schiava di qualcuno o qualcosa a cui non poteva o sapeva ribellarsi.
Mi prende di scatto il libro dalle mani, mi si siede accanto, lo sfoglia. La vedevo leggere attentamente: "E' bella questa poesia" mi dice di colpo "anzi bellissima, come la mia vita quando era tutta un bel sogno e molto di più".
In quell'istante, avrei voluto passarle la mano in mezzo ai capelli, accarezzarle il viso, prenderla per mano, stringerla forte a me per proteggerla, ma non dissi e feci nulla.
Era assorta nella lettura di quei versi, non alzava minimamente lo sguardo, era bellissima, molto di più della poesia che leggeva.
Arrivammo in fretta senza che me ne accorgessi ad una stazione,
la ragazza si svegliò d'improvviso da quell'incantesimo e sempre col libro tenuto strettamente nella mano: "Me lo regali, posso tenerlo con me?" mi chiese.
"E' tuo, puoi prenderlo" fu l'unica cosa che seppi risponderle.
La vidi sorridere per la prima volta, mi commossi, riuscii a stento a non piangere. Quel sorriso, come un fiore germogliato
inaspettatamente dalla terra arida,
era spuntato per magia come un ruscelletto di gioa dal suo dolore.
Mi disse infine: "Grazie" e se ne andò via di corsa.
Dal finestrino, mentre il treno lentamente ripartiva, la vidi prendere del denaro da un tizio poco raccomandabile, poi sparì man mano che m'allontanavo sulle rotaie.
Chi era quella ragazza? Il mio libro le è servito sul serio? Perchè il destino me l'ha fatta incontrare per un attimo? Tutte domande senza risposte.
Da quel giorno e dopo quell'incontro, io non ho più avuto pace, per molto tempo ho pensato a lei, l'ho incitata nei miei pensieri ad avere cura di se stessa, ho pregato Dio notte e giorno per lei.
Non so dove, non so come, non so quando ma sono sicuro che la rivedrò, sì, io la rivedrò.
Lei mi ha insegnato se non altro, a non consumarmi nella mia tristezza perchè al mondo c'è anche chi sta peggio di me, che forse, non sono poi così sfortunato.
-Racconto tratto dal libro "Il silenzio nel silenzio" di Claudio Cisco-


 

Colei che brevemente fu
e che mai in vita conobbi

Messina 2005, copyright © 2005 by Claudio Cisco

Presentazione
Claudio Cisco nasce a Messina nel 1964. Rivela sin da piccolo una fervida vita interiore che si sviluppò non solo nel fervore dell'immaginazione e nell'intensità del sentimento, ma anche in uno slancio artistico pertinace e costante. Ricco di intuizioni e creatività, soverchiato dall'impeto della sua fantasia e da una straordinaria capacità nel creare immagini, precocissimo nella sua inclinazione all'arte in genere, riesce ad estrinsecare il suo innato talento nello scrivere, esprimendo così il segreto palpito e il ritmo stesso della sua anima. Dotato di sensibilità profondissima e acuta, fuori dalla norma, di una freschezza vibrante di sentimento e di una vivida intelligenza intuitiva trasferisce, con grazia singolare, le sue interiori vibrazioni artistiche, nei ritmi della sua scrittura. Ottiene effetti potentissimi di rara e grandissima bellezza con la sola collocazione delle parole perfettamente associate alle immagini, padrone di uno stile raffinato e originalissimo, riuscendo così ad armonizzare tutte le proprie qualità artistiche. Focalizzando sempre più la sua genialità creativa e rinnovandosi continuamente su schemi da lui stesso creati, inventa uno stile tutto suo, ben definito, non paragonabile a nessun altro, frantumando così gli schemi cosiddetti logici della scrittura tradizionale. Fa nascere un'armonia di lettura quasi ritmica per via di creazioni fantasiose assolutamente nuove nella storia degli scrittori contemporanei, rappresentando le cose non solo per il gusto della semplice descrizione ma anche e soprattutto per l'anima e il sentimento che le pervade facendole apparire così vicine e familiari e insieme remote e sfumate. Ne vien fuori una musica di parole e immagini, sciolte da ogni saggezza logica che diventano forma dell'essere, incarnazione della profonda realtà dell'anima, dell'assoluto.
Con immediata freschezza, l'autore sa cogliere l'essenza intima e nascosta delle cose della natura e delle sue creature. Vede luci improvvise e parziali, immagini fantastiche e surreali. Tende a rendere nella sua scrittura l'incanto delle sue visioni e del suo quasi infantile stupore.
Mette in evidenza gli aspetti misteriosi dell'universo, attraverso moti che salgono dall'anima, simboli e immagini fugacissime, allucinanti e folgoranti con le quali osserva e trasfigura le forme più recondite della realtà, muovendosi con esse entro l'alone del mistero. È un'insurrezione straordinariamente creativa e istintiva, animata dalla volontà di essere, di esistere, di crearsi un suo spazio. È un mosaico, il suo, carico di immagini suggestive e fantastiche, intrise di sensibilità, testimonianza dell'eterno e quasi inspiegabile contrasto tra le forze misteriose che ci governano e le luci chiare della speranza e dell'amore che si alternano tra loro, creando l'immortale contrasto tra il bene e il male, tra il positivo e il negativo. L'autore rivela con impressionante intuito artistico questo contrasto, rappresentandolo nei suoi versi con alternanza di situazioni fantastiche e quasi inverosimili a immagini cupe e invisibili.
Nella rovina di ogni altro valore conoscitivo, nel moderno senso del reale inteso come fugacità, mutevolezza, inconsistenza, nell'opprimente senso del mistero e dell'inconscio, la sua originalissima scrittura appare come sola via di salvezza, come solo valore in un mondo senza valori, come il solo modo di intendere e svelare la realtà. I suoi versi, abbattendosi tra creature immaginarie e inconscio, hanno una funzione di illuminazione e immediata rivelazione. Non sono né conoscenza e né intuizione, ma immedesimazione istantanea col tutto, fuori da ogni chiarificazione definitiva. È il suo, un atto di vita (forse l'unico possibile), di immediata partecipazione al ritmo frenetico della realtà. I suoi versi hanno altresì il potere di catturare del tutto chiunque li legga, dando luce ai fondi oscuri del suo essere attraverso una descrizione analitica di fatti e situazioni psicologiche che investono rapporti e nessi del tutto inusitati. Il suo modo di scrivere, in conclusione, è baleno di luce e di fantasia, trionfo di immagini nell'oscurità di un mondo spento dalla praticità e dal mostruoso materialismo di tutti i giorni. La vita vuol essere, per potersi realizzare, arte e in Claudio Cisco tutto questo si realizza. Arte e vita si confondono, la fantasia eclissa la realtà grazie alla sua creatività e partecipazione emotiva. Questo libro diventa quindi purissimo atto vitale, allargando i suoi limiti sino ai confini della vita.
Giovanni Pierantoni

Introduzione
Vi giuro che non so neanch'io il perché abbia scritto questa storia inverosimile, chissà perché l'ho fatto! chissà chi mi ha ispirato! certo non io stesso, di questo almeno ne sono sicuro. Quando si è troppo soli o ci si sente del tutto incompresi, si può arrivare a inventare un'amica immaginaria alla quale poter confidare i propri sogni, le proprie emozioni, le paure e le speranze di chi sa di poter dare molto agli altri ma di non essere messo in condizione di poterlo fare. È un po' come quando uno parla da solo, e magari arriva al punto perfino di confondersi, oppure si guarda allo specchio invecchiato di fuori e, riflesso, si vede bambino di dentro, come se il tempo della giovinezza non fosse mai trascorso e restasse eterno in sintonia e simbiosi con la propria anima. Alla cosiddetta "maturità" d'un uomo che è già vecchio senza rendersene conto, che nel suo cuore ha già sostituito il mondo delle favole con quello dei soldi e della posizione sociale, io oppongo la meraviglia e lo stupore dei miei occhi rimasti ancora di bambino, capaci di vedere il mondo come un nuovo gioco, un magico Natale pieno di luci e palline colorate, di ricreare con la fantasia l'innocenza e la tenerezza di chi bacia per la prima volta. Se solo potessi, attraverso le mie poesie o i miei libri, far capire a tutti che è nella semplicità, nella purezza incontaminata dei sogni, nel far rivivere il bambino presente in ognuno di noi, che si può trovare la vera felicità, la serenità, quella luce che ci fa sentire più vicino a Dio in una vita piena di significato e d'amore. Se solo riuscissi a farmi ascoltare tramite questo libro arrivando dritto al cuore del lettore, prestandogli i miei occhi, gli farei ammirare quanta poesia vi è in un fiore che sboccia, in un bimbo che ride, in un raggio di sole, nel volo di un airone e in mille e mille altre piccole cose quotidiane della vita che sono state create per noi, affinché ogni uomo possa rinascere ogni volta, sentendosi in armonia con l'universo, parte di esso, ritrovando la propria dimensione. Se solo l'uomo riuscisse a guardarsi dentro e ad aprirsi all'infinito che lo circonda, scoprirebbe quanto sia bello il mondo, quanto sia favolosa la natura.
La bellezza, la felicità è tutta intorno a noi, nei nostri sensi, nell'aria che respiriamo, in ogni minuscola particella vivente che pullula di vita e d'amore. Ogni essere umano, anche il più povero che possa esistere sulla faccia della terra, è ricco e non sa di esserlo.
Per tutto questo, ho deciso di scrivere questo libro. Nella figura di una creatura immaginaria, io proietto tutto me stesso, i miei sogni e le mie speranze, vedo riflesso Dio, l'azzurro del cielo, il bacio della ragazza che amo, un bambino che non è mai cresciuto. Questo racconto è per tutti voi che credete ancora alla magia dei sogni ma soprattutto per chi non crede affinché possa provare a farlo. È anche per tutti coloro che amano quella meravigliosa e fiabesca avventura che è la vita che, anche se apparentemente può sembrare triste e difficile, in realtà è splendida e degna di essere vissuta sempre e in ogni caso.
In Marietta, la protagonista del mio romanzo, io proietto ancora tutto il mio sincero amore verso una vita traboccante di emozioni e di speranze.
Forse è solo un sogno, lo so, ma non posseggo null'altro, è tutto quello che ho.
Il romanzo è narrato quasi per intero in prima persona e mi vede protagonista.
Tuttavia ho preferito usare lo pseudonimo di Manuel. Tutti i nomi e i fatti citati nel racconto corrispondono a persone realmente vissute e a fatti realmente accaduti.
L'Autore

Com'ero. Il mio stato d'animo
Avevo 19 anni, sì, solo 19 anni, l'età più bella, sentivo dire dagli altri; l'età che tutti desidererebbero avere e magari mantenerla per sempre, a dispetto del tempo. Ma io, io non ero felice. Era come se quella bellissima età non mi appartenesse, o meglio non fosse stata mai mia. Se dovessi giudicarmi per com'ero allora, con gli occhi obiettivi e più maturi di adesso, probabilmente mi verrebbe facile dedurre che ero completamente immaturo, vittimista, strano e aggiungerei anche un po' folle, anzi del tutto folle, ma d'una follia che rasenta la creatività, una follia sinonimo di stranezza, tipica di quelle anime elette, fragili, eternamente insoddisfatte che identificano nei sogni la loro voglia d'evasione, il desiderio, anzi il bisogno, di protendersi verso l'agognata libertà assoluta, unica àncora di salvezza contro gli abissi del dolore. Continuando a guardarmi con gli occhi di adesso, devo ammettere che oltre ad essere o voler sembrare folle, avevo radicata in me sin dalla nascita, una sorta di tristezza senza guarigione, desolata e abbandonata, senza una motivazione plausibile che la giustificasse. Una strana tristezza che io, un po' ingenuamente, ritenevo potesse essere prerogativa dei geni incompresi e che contribuiva negativamente a farmi isolare sempre più dai miei coetanei, dai miei genitori, dal mondo che mi circondava e che appariva ai miei occhi tutto sbagliato. Era una tristezza che non trovava assolutamente sbocchi perché alimentata sempre e solo dal mio io, chiusa in un lacerante e ingiusticato pessimismo. Già, devo chiamarlo proprio così "ingiustificato pessimismo" perché in verità non vi era stato proprio nulla di così rilevante da poter giustificare un simile stato d'animo. Nulla la vita mi aveva riservato di così triste e crudele, ad altri, sicuramente, molto di più. Penso, ad esempio, agli handicappati, ai tanti malati che scoprono il dolore giorno dopo giorno nelle corsie degli ospedali, agli emarginati di ogni genere, agli orfani, ai poveri, ai vecchi soli al mondo abbandonati al loro destino, a chiunque insomma possa aver sperimentato realmente tutto il male che io pensavo fosse destinato solo a me e a nessun altro. La cosa che oggi mi sembra più assurda, consisteva nel fatto che io mi ero proprio crogiolato nella mia stessa tristezza, mi ero quasi chiuso in una specie di urna di cristallo dove proteggermi dalle insidie del mondo e da tutto ciò che rappresentava la vita all'esterno e che mi ruotava intorno. Fuggivo dal mondo e, quel che era peggio, da me stesso. La tristezza era per me diventata quasi un alibi, un approdo sicuro, un modo di essere nel quale trovare la mia dimensione più congeniale. Tristezza uguale incomprensione degli altri verso di me, questo era il mio assurdo binomio che serviva solo per alimentare maggiormente la mia solitudine. A dire il vero, ho sempre cercato in quel periodo e in special modo adesso che ho una capacità di analisi migliore, di scavare nella mia infanzia con la speranza di trovare una risposta a quel mio inusuale modo di essere e di rapportarmi agli altri, modo che, sia pure in minuscola parte, mi porto ancora adesso, nonostante i miei 40 anni superati. Ma, nonostante mi sforzi minuziosamente a trovare qualche indizio utile alla causa, qualunque giusta e valida prova, non riesco a riscontrare nulla di realmente importante. Sento dire che ogni essere umano sia il prodotto di un insieme di fattori ereditari che s'intersecano tra loro, di una infinità di condizionamenti ambientali, probabilmente questo è anche vero, ma io non riesco a scorgere proprio nessuno dal quale possa aver ereditato un carattere così particolare. Forse l'esser venuto al mondo dopo ben 16 anni dalla nascita di mia sorella e da una madre non più giovanissima particolarmente attaccata a me e troppo apprensiva nei miei confronti, può forse aver generato nella mia psiche, una certa insicurezza scaturita proprio dal troppo affetto materno. Una iperprotettività che mi ha impedito di crescere, di spiccare il volo verso nuovi orizzonti che apparivano ai miei occhi, sconosciuti e temuti.
Siamo sempre però nel campo delle ipotesi perché io, in realtà, testardo e un po' narcisista oltre che esibizionista, facevo sempre di testa mia, non prendendo troppo in considerazione i consigli e gli insegnamenti di mia madre, come quelli, del resto, di chiunque altro. Tutto questo però non lo facevo per ribellione o per il semplice e banale gusto di trasgredire, ma perché ritenevo, e ne sono convinto anche adesso, che sia giusto fare ognuno le proprie esperienze, magari sbagliando per poi correggersi da soli senza commettere mai più, possibilmente, gli stessi errori. Solo così si può crescere e maturare, imparando sulla propria pelle, a proprie spese. Ho sempre pensato che nella vita bisogna appoggiarsi soprattutto a se stessi e alle proprie forze perché non esiste nessuno al mondo all'infuori di noi stessi, capace di capirci e volerci bene più di quanto possiamo volercene noi. Non bisogna ovviamente cadere nell'eccesso, ossia cedere all'egoismo, ma dosare il tutto con intelligenza ed equilibrio. Solo chi ama veramente se stesso, può poi trasferire parte di questo amore al prossimo. Questa è un po' una mia legge, un mio modo di pensare che non pretende assolutamente di essere condiviso o di valere per tutti.
Anche il mio rapporto con la religione e con la fede, era un po' vacillante in quel periodo, non solido come avrebbe dovuto essere. Sì, credevo in linea teorica all'esistenza di un Dio, anche perché cresciuto in una famiglia di forte ispirazione cattolica.
Conoscevo per averli sentiti nell'aria, anche inconsapevolmente, gli insegnamenti del Vangelo, i dogmi ai quali prestare solenne fedeltà. Ma, al momento estremo del bisogno, più che alla provvidenza divina, mi rivolgevo alle mie stesse forze, alla mia volontà, alla voglia di reagire, di non lasciarmi andare. Tuttavia possedevo dentro, una innata bontà che mi impediva persino di uccidere uno scarafaggio, per non provare poi il rimorso di aver distrutto una vita che, anche se apparentemente insignificante, rappresentava lo stesso una vita e come tale esigeva il massimo rispetto. Incapace di fare del male a chiunque anche verso chi ne faceva a me, non porgevo l'altra guancia, ma non reagivo, allontanandomi da lui senza meditare vendette o provare rancore di nessun tipo. Avevo pochi amici a causa del mio carattere schivo e solitario ma non ho mai avuto nemici. Mi facevo voler bene ed ero sempre pronto ad ascoltare chiunque senza pregiudizi di nessun tipo. Non riuscivo proprio a dar dispiaceri a nessuno se non a me stesso. Non trovavo giusto fare agli altri quello che non avrei voluto fosse fatto a me. Il mio era un ragionamento logico, elementare, non scaturito o influenzato dall'insegnamento cristiano, anche se poi, in pratica, coincideva perfettamente. La cosa più curiosa di allora, consisteva nel fatto di essere arrivato addirittura a mitizzare la sofferenza e, di conseguenza, anche la mia tristezza.
Pensavo fosse quasi un dono divino che sarebbe servito all'uomo, ma non per redimerlo scontando i peccati terreni in prospettiva d'una redenzione futura, ma bensì per esternare la propria sensibilità artistica. Già, avevo creato un altro assurdo binomio che consideravo allora inscindibile e che tuttora sono convinto che possa esistere, sofferenza uguale arte. Soltanto soffrendo, pensavo, è possibile diventare sensibili e di conseguenza artisti. Più si soffre e maggiormente si matura, si alimenta l'ispirazione artistica.
Non è un caso che le mie poesie più belle, o almeno quelle alle quali sono più legato, le più vere, le più sincere siano nate da una sorgente che esprimeva la tristezza d'un momento. Non so perché, ma ancor oggi, non riesco a scrivere nulla nell'istante in cui sento di essere felice o sereno per meglio dire, perché "felicità" è una parola troppo grande. Un artista, in genere, compone quando sente dentro il bisogno di comunicare qualcosa agli altri, una propria intima emozione, che è tanto più forte ed intensa, quanto più ombra ha nel cuore. Un uomo cerca l'acqua solo quando ha tanta sete. Non so perché ma è così.
Confesso però che mi sarebbe piaciuto e che mi piacerebbe ancora, poter scrivere in un momento di gioia, proprio per sentirmi altruista e aiutare così il mio prossimo, trasferendogli tramite l'arte, un po' della mia letizia. Purché lo voglia chiunque, non solo artista, nella vita di tutti i giorni, può regalare un sorriso a chi ne ha veramente bisogno che, per quanto piccolo possa sembrare agli occhi di chi lo offre, è sempre meravigliosamente grande e importante per chi lo riceve.
Ritornando a guardarmi all'età di 19 anni, continuo a non capire ancora il motivo per il quale preferissi la solitudine dei cimiteri, alle compagnie e ai divertimenti giovani.
Non mi rendo conto del perché di tutte le fobie d'allora, delle mie ansie implacabili, delle mie paure ossessive, della mia in un certo senso depressione, tutti problemi che, fortunatamente, ho risolto in età adulta tranne qualche minuscolo residuo facilmente domabile, ma che allora, sembravano per me inguaribili, autentici drammi. È strano però il fatto che io, cantore follemente innamorato della bellezza dell'adolescenza e più in generale della giovinezza, debba trovare un po' di equilibrio e di serenità, soltanto oggi che ho 40 anni, trovo tutto questo così paradossale e non mi oriento più. Se solo avessi avuto, in quel periodo, lo stesso coraggio che ho adesso di prendere di petto tutti i miei problemi, di affrontarli con coraggio, faccia a faccia, senza partire battuto ma con la consapevolezza di poterli vincere, di poter dire loro: "Non mi fate più paura, io sono più forte di voi!"
Se solo avessi avuto allora l'intelligenza, la maturità, la saggezza che mi ritrovo oggi e soprattutto la forza di credere nella mia volontà, tutto sarebbe stato diverso e forse non avrei avuto nemmeno l'ispirazione per scrivere la storia che sto per raccontarvi. Ma, nella vita, nulla accade per caso, anche se in apparenza può sembrare senza spiegazione. Sarei stato un ragazzo praticamente normale come tanti altri, anche se, in ogni caso, la normalità è sempre relativa e riduttiva se per normalità si vuole intendere massificazione, fare cioè quello che tutti fanno, che gli altri vorrebbero che tu facessi. Bisognerebbe sempre, in tutti i modi possibili, battersi per difendere il proprio modo di esprimersi e di essere, senza assurde e incomprensibili maschere imposte da una società troppo spesso stereotipata e insensibile alle esigenze del singolo. E pensare che ogni essere umano è un esperimento di vita, unico e irripetibile e che ha quindi tutto il diritto di essere uno spirito libero, al di fuori di schemi preconfezionati, tradizioni o condizionamenti di nessun tipo, felice di manifestare la propria identità che si diversifica da quella degli altri ma, allo stesso tempo, si integra con l'altrui libertà, rendendo la vita ancora più bella perché varia, tollerante, colorata. Uno strano ragazzo, sicuramente, molto particolare, fuori dal comune, ero io. Magro, con i capelli lunghi, vestito in maniera trasandata, senza seguire nessuna moda in voga in quel periodo. Un look schizofrenico, nel senso di liberissimo, contraddittorio, fuori da ogni regola o criterio di abbigliamento, senza il minimo abbinamento di colori che potesse dare un certo gusto estetico all'occhio. Alternavo assurdi pantaloni a quadretti tipici da clown, a strane e lunghe giacche rosa. A volte vestivo completamente di nero con dei spettrali occhiali scuri, accentuando così la mia magrezza che era per me una specie di complesso, a tal punto da impedirmi di mettermi in costume da bagno pur adorando il mare. Portavo sempre dei fazzoletti intorno al collo, di vario colore che mi procuravano, e ne ero molto orgoglioso, un'aria misteriosa e un po' tenebrosa ma, al tempo stesso, potevo dare l'impressione di un bambino diventato adolescente troppo in fretta che suscitava immediata tenerezza e un istinto quasi materno di protezione. Non ero certamente brutto, anzi tutt'altro. Ero forse simpatico e persino carino ma non facevo nulla per evidenziare queste mie qualità, anzi, facevo del tutto per tenerle nascoste. Il colore chiaro dei miei occhi, ad esempio, che spiccava con la mia carnagione abbronzata e col castano dei miei capelli, veniva quasi sempre nascosto da occhiali scuri, come già detto, e il vestiario poteva sembrare più da zingaro anziché quello di un ragazzo che vuol farsi ammirare in armonia con la propria giovane età. Facevo insomma, forse in parte anche involontariamente, di tutto per sembrare più inguardabile di quanto in realtà non lo fossi, presentandomi agli altri come mai e poi mai avrei dovuto apparire. La dolcezza quasi infantile del mio viso, i miei lineamenti oserei dire quasi efebici, erano continuamente mortificati e messi in discussione da un'espressione che io, ad arte, facevo diventare da duro oppure di chi sembrava perso nel vuoto che contrastava nettamente con la mia disarmante sensibilità e soprattutto con l'età che dimostravo. Avevo infatti la grande fortuna che ho anche adesso, di sembrare un paio d'anni più piccolo rispetto alla mia vera età. Potevo dimostrare sì e no 14 o al massimo 15 anni. Guardandomi per ore allo specchio, a volte mi piacevo, altre invece mi detestavo trovandomi tutti i difetti possibili, fino al punto di rompere gli specchi. Era innata in me una certa timidezza che ancora un po' conservo e che si manifestava nella mia quasi impossibilità di fissare a lungo negli occhi qualunque interlocutore, specie se si trattasse di una ragazza. I miei occhi un po' impauriti, spesso si abbassavano di colpo, come per cercare un nascondiglio nel quale potersi rifugiare. Già, le ragazze. Con loro il mio è stato sempre un rapporto particolare. Anche in questo campo, il mio grande amore per il sogno veniva a galla. trasformando la realtà in immaginazione. Vivevo infatti amori immaginari e platonici. Le ragazze che solo io sapevo di amare, esistevano davvero, se non altro, e non come la protagonista defunta di questo libro, ma non sapevano mai nulla del mio segreto amore nei loro confronti. Io, fra l'altro, sia per timidezza, sia per la paura di guastare il sogno, non avrei mai avuto il coraggio di confessarlo. Questo mio infantile e patologico modo di concepire l'amore, in piccola parte mi è rimasto ancora oggi nella mia personalità di adulto. Infatti forse ora non cerco una ragazza o una donna specifica in quanto tale, ma amo l'idea dell'amore, della compagna che non si trova, che non esiste, quasi sublimata in angelo, segno d'una chiara mancanza di predisposizione e di adattamento alla vita reale. Sensibilissimo com'ero, lo sono ancora adesso, consapevole di essere diverso dai miei coetanei ma mai reputandomi superiore a loro, cercavo di attirare la mia attenzione presso le ragazze, adottando un comportamento inusuale, a dir poco strano se non folle, ma ottenevo sempre inevitabilmente l'effetto contrario e diventavo ridicolo ai loro occhi. Non avevo la maturità e la furbizia necessarie per capire che, per avere successo con l'altro sesso, per essere apprezzati, bisogna semplicemente essere se stessi. Andava a finire così che mi sentissi sempre più solo, giudicando tutte le ragazze, nessuna esclusa, vuote, superficiali e materialiste, prede di facili ideologie alla moda e incapaci di comprendere la mia interiorità. Non capivo che l'unico che non funzionava in quel contesto, ero proprio io, io e soltanto io. Ricordo che spesso dedicavo loro poesie, già le poesie. La mia passione per lo scrivere ha radici lontanissime nel tempo, risale agli albori della mia vita, fa parte di me. A volte mi viene il dubbio che scrivessi già dalla pancia di mia madre. Ero e sono comunque veramente contento di questa mia inclinazione, guai se non ci fosse. Mi ha aiutato moltissimo in quel periodo e mi è molto utile anche adesso. È l'unica cosa che so fare, una valvola di sfogo, un modo per canalizzare le mie energie, quasi una confessione, un aprirmi con me stesso e verso gli altri. È un bene quando le mie frustrazioni, le mie nevrosi, anziché uscire sotto forma di malattie, vengon fuori tradotte in espressioni artistiche. Guai se non scrivessi più, sarebbe come ammettere di essere morto. Credo di avere delle qualità, del talento. È un vero peccato che non se ne sia accorto proprio nessuno, che non mi abbiano mai dato fiducia credendo in me. Continuando a viaggiare sulla mia ipotetica macchina del tempo e tornando a ritroso con la memoria, mi vedo davvero stupido all'età di 19 anni, troppo immaturo e troppo bambino. 19 anni che potevano benissimo essere 30, 40, 50, 80 in base alla mia sensibilità artistica ma che, allo stesso tempo, potevano sembrare 12, 10, 8 per il mio modo di porgermi verso me stesso e verso gli altri. Non capivo la cosa più importante ed elementare di tutte le conoscenze in genere e cioè che la vera felicità, la si può trovare nelle piccole cose quotidiane della vita e che sgorga spontanea dentro di noi. Ma non ero l'unico a non aver capito questa semplice verità. Quanta gente importante nel corso della storia non l'ha compresa! Dottori, scienziati, filosofi, poeti, insegnanti sono magari in grado di recitare la Divina Commedia a memoria o tutti i classici della letteratura, ma poi non sono capaci di distinguere il ramo da una foglia. Quando si è troppo impegnati a pensare in grande, ci si dimentica completamente delle piccole cose della vita che sono le più importanti, le più vere, che fanno parte di noi, che vivono con noi e intorno a noi come piccole sorelle non viste dalla nostra cecità assoluta, non percepite dalla nostra attenzione e dal nostro cuore tutto assorbito dal marasma d'una vita materiale. A volte, confesso che vorrei che ogni uomo facesse un piccolo salto nell'aldilà per scoprire la bellezza della propria spiritualità, per poi ridiscendere in carne e ossa su questa terra. Solo allora si renderebbe conto di aver vissuto male, anteponendo la legge della materia a quella dell'anima, smarrendo del tutto la propria identità, la vera essenza della vita. Ho ritenuto giusto, cari lettori, fare questa abbondante premessa su com'ero all'età di 19 anni, non con l'intenzione di annoiarvi anzi qualora questo fosse avvenuto me ne scuso sentitamente, ma poiché credo sia necessaria per inquadrare meglio la mia personalità al tempo in cui si svolsero i fatti che sto per narrarvi, proprio in virtù dell'originalità e della stranezza di tali fatti.
La verità sta proprio nella considerazione che solo uno strano ragazzo quale io ero all'età di 19 anni, poteva trovare l'ispirazione per scrivere una storia così assurda ma anche così coinvolgente.

Messina, inverno 1984
Non ricordo con esattezza il giorno preciso del mese in cui cominciò questa strana storia.
So che tutto ebbe inizio così, semplicemente, come quelle storie che nascono senza un perché, con quel famoso detto "C'era una volta" così caro a bambini che lo ascoltavano in dormiveglia, dalle care voci delle nonne o delle mamme, all'inizio di qualsiasi fiaba. Com'è lontano quel magico tempo! Le fate sono diventate giochi elettronici. Oggi tutto è maledettamente cambiato e appare glaciale, freddamente scontato, terribilmente calcolato. Siamo entrati in un tunnel senza uscita e senza ritorno, proiettati dal falso progresso verso un mondo futurista, dove persino il nostro destino risulta scritto in fondo alla memoria d'un computer.
Mass media che dilatano e condizionano le nostre coscienze, satelliti artificiali sulle nostre teste che ci spiano minacciando la nostra privacy e ancora pubblicità senza fine che ci rende tutti visionari martellando il nostro cervello. Nonostante tutto questo, io sono ancora qui a scrivere seguendo con costanza e coerenza le mie idee di sempre, annullando, fin quando mi sarà possibile e ne avrò la forza, il nulla che mi circonda con la forza della mia fantasia, con la bellezza della mia immaginazione, con la gioia di vedere i miei sogni realizzarsi spontaneamente, come una magia, senza falsità ed inganni.
Dicevo, quindi, di non ricordare il giorno esatto, ma posso dirvi con assoluta certezza, che da pochi giorni era entrato l'anno 1984 e ci trovavamo ovviamente nel mese di gennaio. Ricordo anche che era una fredda e malinconica mattinata autunnale. E tornando a guidare la famosa e già citata macchina del tempo, posso ancora vedermi così com'ero realmente, mentre camminavo per strada per recarmi, come tutte le mattine, a scuola.
Potevano essere circa le 8, considerando che alle 8,30 sarebbe suonata la campanella per entrare in classe. Non ero vestito troppo male vista la maniera con la quale uscivo in quel periodo, anche perché, a scuola, dovevo necessariamente presentarmi con un look adeguato, forse troppo, tale da creare così l'eccesso contrario, cioè quello di essere perfettamente intonati col vestiario, al luogo nel quale si opera. Nonostante ciò, avevo sempre nel mio sguardo, quel solito alone di mistero, quel non so che di velata ed indefinibile malinconia. Avevo piuttosto da portare, oltre al mio sempre presente fardello di tristezza, un peso materiale altrettanto consistente, quello dei miei libri che dovevo necessariamente caricarmi sulle spalle e che servivano più a farmi diventare curvo (alla Leopardi per intenderci) che per impartirmi una sottocultura nozionistica. Ho sempre pensato che la vera scuola, te la dà la vita, la strada dove le cose, giorno per giorno, ti insegnano da sole il loro nome.
Si usava nella mia classe ma penso anche in molte altre, per ragioni di convenienza tra compagni di banco, dividere il numero dei libri esattamente a metà per distribuire in parti uguali gli immani sforzi. Il mio compagno di banco, Piero, veniva però da un piccolo paese del messinese, a metà tra la collina e la montagna, Massa San Giorgio, e quindi, per un atto di dovuta cortesia nei suoi riguardi, è andata a finire che i libri praticamente li portavo quasi tutti io, abitando peraltro in centro, non molto lontano dalla scuola. Già, la scuola. Una scuola per ragionieri, l'Istituto Tecnico Commerciale "Antonio Maria Jaci". Mi trovavo ormai a frequentare l'ultimo anno ma mi chiedevo ancora cosa ci facessi io, quasi un genio dell'italiano, fortemente appassionato alla letteratura e alla filosofia che sognava ancora ad occhi aperti di diventare professore di Lettere, in una scuola di ragionieri. Uno dei miei tanti errori nella vita. Mai, mai una volta in tempo ci si accorge di aver sbagliato, sempre troppo tardi. E così, alternando voti altissimi nelle materie letterarie, a quelli altrettanto bassi nelle materie tecniche, senza essere mai stato rimandato o peggio ancora bocciato, continuavo ad andare avanti lo stesso, tanto ormai si trattava soltanto dell'ultimo anno, dell'ultimo sacrificio.
In fondo a me piaceva studiare ma solo quelle materie che più mi prendevano e affascinavano e non certamente quelle di tecnica o di ragioneria. Del resto, se ognuno sceglie liberamente nello studio di seguire la strada per la quale si sente più portato, ci sarà sicuramente un motivo. Io non ho avuto fortuna neanche in questo, o forse non sono stato abbastanza lungimirante, non ho saputo scegliere. Tutto si svolgeva a Messina, la mia cara città, una città alla quale ho sempre voluto bene, non perché mi abbia dato qualcosa di particolare ma perché vi ero nato, era un po' come se fosse casa mia, se rappresentasse la mia infanzia, alla quale ciascuno di noi resta sempre, nel corso della vita, particolarmente legato. Forse sentivo di volerla bene, anche perché, paranoicamente, in solitudine, la percorrevo sempre in lungo e largo, camminando senza meta, solo con i miei pensieri e di conseguenza scattava verso di essa, quasi un affetto particolare che definirei, in un certo senso, familiare, quasi come se stessi girando o parlando da solo nella mia stanzetta. La sentivo, insomma, appartenermi, essere mia, trovare posto tra le mie cose più care e intime del cuore, come quei ricordi più belli a cui si è particolarmente legati e che si custodiscono gelosamente. Eppure quel giorno Messina, la mia Messina, aveva un aspetto spettrale, malinconico, quasi come un inspiegabile presagio di quanto sarebbe poi accaduto. Un'atmosfera che si conciliava perfettamente col mese invernale di gennaio ma non certamente con la solarità della città che, il più delle volte, splendeva al sole. Non so dire con esattezza cosa sia accaduto in me quella mattina, anche perché mai prima d'allora mi era balenata in mente l'idea di marinare la scuola, per non avere poi rimorsi nei confronti dei miei genitori e soprattutto di me stesso. Ma quella mattina tutto sembrava diverso, strano, insolito, incredibilmente nuovo. Dentro di me, qualcosa o qualcuno che non sapevo chi o cosa fosse, mi stava incitando, fino a proibirmelo categoricamente, di non recarmi a scuola. Era come se avessi un appuntamento sconosciuto ma importante, al quale non potevo assolutamente mancare o rinunciare.
Non avevo più nessun tipo di rimorso, dubbio o ripensamento nel prendere quella decisione, dovevo non entrare e basta. Così, cambiai subito direzione e anziché andare verso la scuola, mi indirizzai alla zona opposta, verso sud. Era come se fossi guidato a distanza da un comando che non potevo vedere ma che sentivo mi stesse catturando, muovendo i pulsanti, orientandomi verso di esso. Ero praticamente un automa che camminava spinto da una forza misteriosa e invisibile, come si trattasse di una calamita. Persino i miei libri non mi pesavano, erano diventati, di colpo, leggeri, sembrava non ci fossero più. Camminai così, come un'ombra senza identità, per circa mezz'ora, con un passo svelto ma che nulla aveva a che fare con la corsa. Quel mio strano camminare, s'interruppe esattamente davanti alla porta centrale del Gran Camposanto della mia città. Proprio lì, una voce intima che neanch'io riuscivo a decifrare e a capire da dove provenisse e cosa volesse da me, mi obbligò a fermarmi di colpo e, introducendosi nei labirinti della mia mente, prendendo il totale controllo sulla mia volontà, mi fece varcare la soglia, spingendomi ad entrarvi dentro.

Dentro il gran camposanto
Mai prima d'allora avevo avvertito il bisogno di esplorare la bellezza, se di bellezza si può parlare trattandosi di un luogo di preghiera che richiama pur sempre alla morte, di un cimitero che risulta essere il secondo d'Italia come grandezza, e classificabile tra i più belli in assoluto per la ricchezza di statue, monumenti, sculture e opere d'arte funeraria che contiene, alcune delle quali antichissime. Soltanto il giorno dell'anniversario della commemorazione dei defunti, avevo l'abitudine di visitarlo, come tutti del resto.
Pur essendo, per natura, fortemente attratto da tutto ciò che è sepolcrale, sempre catturato dalle epigrafi e dalle foto dei defunti, non avevo mai sentito il bisogno o la necessità di andarci in altre occasioni. Ma quella mattina, tutto cambiava, ciò che mai sarebbe potuto succedere, ora accadeva con naturalezza come fosse già scritto, stabilito. Ciò che prima d'allora poteva considerarsi impossibile, diventava assolutamente lecito, tangibile.
Fortunatamente non v'era nessun accompagnamento funebre all'entrata, ma solo una carrozza con un cavallo e un ragazzo handicappato di circa 30 anni che si divertiva a prendere le ghirlande dalla stanza dove vigilava il custode del cimitero e a portarle su quel carro. Poi le riprendeva dal carro e le riportava nuovamente nella stanza del custode, con un ritmo ripetitivo e monotono, minimale, come un uomo disperatamente solo che, vittima delle proprie paranoie, non riesce a liberarsene mai, neppure quando dorme la notte. Il viso dell'handicappato era allegro, spensierato, assolutamente privo di ogni espressione logica. Eppure io, in quel momento, ero arrivato al punto di invidiarlo per quella sua strana e inconsapevole contentezza che aveva dipinta sul viso, completamente all'opposto del mio che non rideva quasi mai. Mi sembrava quasi un bambino, inconsapevole dei pericoli della vita, ignaro di cosa lo attende.
Alla guida del carro, vi era un uomo sulla cinquantina d'anni. Aveva un paio di baffi folti e pittoreschi che si notavano immediatamente, tipici di certi personaggi siciliani adatti ad essere ritratti in quei quadretti venduti ai turisti come ricordo. I baffi erano bianchi, lo stesso colore argento dei capelli, in realtà pochissimi, vi traspariva infatti un capo quasi calvo. Era intento a fumare una sigaretta più per noia che per piacere. Di tanto in tanto, con ritmi monotoni e lenti, alzava la bocca verso il cielo creando anelli di fumo. Non aveva un'espressione triste, sembrava abituato a quel luogo, piuttosto dava l'impressione di annoiarsi come colui che aspetta che succeda qualcosa da un momento all'altro, che possa spezzare di colpo l'opprimente monotonia, anche l'arrivo della morte, sarebbe già qualcosa di nuovo, di diverso. Il cavallo, invece, al contrario dell'uomo, mostrava un'espressione profondamente triste, sommessa, rassegnata. Quasi come capisse e partecipasse all'atmosfera del luogo, muoveva uno zoccolo, poi l'altro, quindi rimaneva immobile come in attesa e poi riprendeva nuovamente a muoversi con ritmi lenti ma perfettamente intonati, come il direttore d'orchestra d'una litania funebre. Gli occhi dell'animale, coperti e bassi, sembravano impenetrabili, persi nel vuoto. Il guidatore del carro, ogni tanto volgeva lo sguardo sul quel povero ragazzo handicappato e in quei momenti pareva più umano, meno assente. Ci fu un attimo, ma fu solo un momento, in cui i nostri occhi s'incontrarono. Tuttavia fu un tempo sufficiente per farci apparire strani l'uno agli occhi dell'altro. Lui si stava chiedendo sicuramente cosa ci facesse un ragazzo con i libri di scuola al cimitero di mattina ed io, a mia volta, mi domandavo come facesse un uomo maturo a rimanere così calmo, così tranquillo in un luogo che infondeva tristezza. In quei momenti, pur nella banalità di quelle considerazioni, paradossalmente, la vita mi sembrò più bella, proprio perché piena di situazioni strane ed imprevedibili, degna di essere vissuta fino in fondo. Era avvenuto l'incontro occasionale di due età così diverse l'una dall'altra, di due modi di essere e di pensare così difformi, almeno in apparenza, era la vita stessa che ai miei occhi si faceva apprezzare con la sua varietà, capace di apparire triste e ironica nello stesso frangente. Il guidatore del carro, il ragazzo handicappato, io stesso che mi trovavo lì anziché a scuola, il cavallo più umano dell'uomo, tutto pareva diventare di colpo favola e noi eravamo trasformati in attori, inconsapevoli protagonisti di una recita strana, ma affascinante, piccoli pezzi di un immenso e bellissimo mosaico che è l'umanità intera con le sue sofferenze, le sue eterne contraddizioni, le sue stranezze, ricca del suo scibile umano, fotografia di un mondo grigio ma che per magia può diventare a colori. Furono tutte considerazioni che contribuirono a regalarmi un pizzico di gioia in quel luogo triste, ma fu solo effimera e di breve durata, come una goccia d'acqua tiepida che, cadendo per sbaglio dentro un bicchiere d'acqua gelida, dà solo l'illusione di riscaldarla, non riuscendo a mitigare il ghiaccio che v'è dentro. Ben presto, infatti, ritornai in sintonia con l'atmosfera di quel luogo e, d'indole malinconica e facilmente orientato alla tristezza quale io sono, mi venne subito in mente l'idea di fare un confronto, quasi un parallelismo, tra l'angoscia del mio animo e l'aria di morte che si respirava lì dentro, aria che avvolgeva ogni cosa di quel luogo anche quell'esile farfalla che sperduta v'entra dentro, così per caso, perde i suoi colori rubati all'arcobaleno e in breve muore, riposandosi, non uscendone più.
Dovevo però riconoscere e ammettere che quel posto era anche particolarmente adatto a suscitarmi pensieri profondi, a sviluppare in me una introspettiva meditazione, specie sulla caducità della vita terrena, era capace persino a ispirarmi su tematiche consone al mio stato d'animo. In particolare, la mia attenzione fu richiamata come un flash da una scritta posta subito dopo l'entrata, quasi di fronte alla stanza del custode. Erano parole di color nero vistoso incise su un marmo bianco, virgolettate che dicevano: "Fummo come voi, sarete come noi". Anche questa lettura contribuì a farmi meditare ulteriormente. La reputai subito significativa, perfettamente corrispondente al destino dell'uomo, rivelava una cruda e amara verità per chi non avesse il dono della fede. Se l'uomo ponesse al centro dei propri pensieri l'idea della morte così come ho sempre fatto io sin da bambino, non riuscirebbe più a vivere tranquillo conoscerebbe la paura, ma sarebbe sicuramente meno materialista e meno egoista. Se poi dovesse non credere in Dio, allora sarebbe proprio un dramma senza consolazione e vana risulterebbe la parola alla catastrofe dell'anima. Sarebbe la morte, il nulla eterno, l'annientamento totale, definitivo. L'uomo messo completamente a nudo, spogliato da ogni sciocca vanità, si troverebbe con le spalle al muro e la parola fine davanti, sull'orlo del baratro e si estinguerebbe così, nel riposante approdo d'un obitorio. Era quella mattina una giornata non festiva ed io notavo che al cimitero vi era pochissima gente. Questo fatto però non toglieva la mestizia a quel luogo, ma anzi lo rendeva ancora più solitario e abbandonato.
Questo scenario di morte che lì dentro si ripeteva ogni giorno, ogni ora, forse anche ogni minuto, era qualcosa che infondeva nell'animo un non so che di profondamente sommesso che riconduceva inequivocabilmente alla pace, al silenzio. Quella paura iniziale che avevo avvertito non appena entrato al cimitero, più per il fatto insolito di trovarmi lì che per un vero e proprio timore, di colpo, svanì ed io, come se fossi ormai preparato al peggio, mi sentivo come quel bambino che, osservando l'acqua gelida del mare, decide di tuffarsi improvvisamente, per non sentire più freddo poi, quando l'onda lo può travolgere e lui meno se lo aspetta.
A questo punto, cari lettori, per esprimervi meglio le mie sensazioni, ho inserito nel libro una mia poesia scritta proprio per quel momento. Se il lettore riuscirà a cogliere e a provare le stesse emozioni avvertite dal poeta, il compito di chi scrive si è realizzato e l'autore può ritenersi sodisfatto. Io mi auguro che ciò si verifichi attraverso la lettura di questi miei versi.

Morte solitaria in un cimitero deserto
Odore di morte
ricordi segnati da croci
paura angosciosa
solitudine senza fine.
Tristezza cupa
silenzio assopito
pianti accorati
rosario di dolore.
Lumicini ardono
crisantemi ornano le tombe
fotografie di gente che non è più
ombre vaghe di cipressi
aria che trema di fiamme e di preghiere.
Io che diverrò cenere
sarò ombra di nulla
niente rimarrà di me
morirò come tutte le bestie divorato da vermi.
E quale conforto potrò avere,
perduto tra volti sbiaditi di fotografie d'epoca,
dagli occhi tristi dei posteri?
Una bimba inginocchiata su una tomba,
col cuoricino infranto e gli occhi che s'apron a stento,
unisce le sue labbra e per due volte le dischiude
supplica e singhiozza un nome santo,
il nome della sua mamma.
Un angelo sceso dal cielo
su lei schiude le ali,
e, non visto,
nelle mani raccoglie quelle stille viventi
per il suo Signore.
Io, smarrito, da solo, come un uccellino spaurito
vado per le vie di un cimitero deserto.
Con la mente nel buio
cerco la mia tomba.
Qui dentro tutti mi somigliano
loro morti davvero, io defunto dentro
con i morti ci so stare.
Io muoio pian piano così
nel triste rosario delle cose che non han ritorno
ma tutto rimarrà com'era.
La mia vita è inutile
nessuno mi ricorderà
nessuno s'accorgerà che sono andato via.
Io solo nella vita,
io solo con la morte addosso.
Tomba abbandonata in un angolo oscuro,
faccia sbiadita dal pianto
occhi già ciechi nel buio
rughe sul mio viso ancora giovane.
Anima mia stanca
ricordi che non avuto mai
sogni svaniti nel nulla
speranza affievolita dal tempo
amore che non mi riscalda più
giovinezza che non è più mia
morte che mi viaggia accanto.
Questo son io, altre parole non servono.
Eppure la voglia di gridare
di ridere forte
di spaventare la morte
c'è ancora dentro me.
Eppure sono figlio della luce
brillo sotto il sole
ho ali per volare
un cuore per amare
una mano tesa ancora c'è
ma il mio sangue è fragile per vivere, troppo fragile!
Getto via l'acqua pur assetato di vita
e chissà, forse qualcuno mi capirà
mi darà il suo sorriso
mi salverà.
No, il buio, no!
Ma poi torno in grembo all'eterno destino.
Il tempo è crudele con me
mi strappa via dalle cose che sentivo più mie.
La vita è una corsa senza fine
gli anni scivoleranno su me
ed io non potrò più fermarli.
So bene che soffrirò, invecchierò,
piangerò tanto, morirò.
Aspetterò in silenzio.
Questo tempo nemico della bellezza sciuperà il mio corpo
trascinerà via la mia ultima fiamma
disperderà ogni mia speranza
qualcun altro la raccoglierà.
Tutto fugge e va via veloce
ed io mi accorgo che non mi resta niente,
forse solo una lacrima perduta in fondo al mio cuore
forse solo il bene che ho dentro che mi fa amare di più.
Ed io sto male
e piango in silenzio
nel buio della notte.
Nascondo nel pianto la mia poesia.
Signore,
dammi la forza di supplicarti ancora,
di chiederti amore.
Le mie parole in una preghiera
volano in cielo
e fanno piangere Dio.

Lungo le vie del cimitero
Con questi pensieri, completamente assorto nel silenzio e nella meditazione, percorrevo le vie del cimitero. D'un tratto, uno scossone intimo, simile a quello che mi aveva spinto a recarmi fin lì, mi elettrizzò nuovamente e più forte di prima, salendo sin dal profondo del mio io.
Quella solita voce vaga ed indefinita, tornò a farsi sentire in me e a dirigere i miei passi che poco prima erano incerti e senza una direzione ben precisa. Camminai parecchio, senza mai fermarmi e sempre salendo, attraverso curve, strade larghe e strette che si alternavano tra loro, che giravano e poi salivano ancora, sembrava un labirinto, una salita senza fine. Man mano che la strada procedeva verso l'alto, il tempo si mostrava sempre più brutto, minacciava la pioggia. Il vento che nella mia città non manca quasi mai, ora sibilava tra le tombe, sembrava il flebile lamento delle anime dei defunti. Soffiava spingendo le foglie cadute per terra dagli alberi che ondeggiavano qua e là, leggere come piume, era la danza della malinconia, la poesia delle solitudini, dell'inane, del nulla. S'insinuava prepotente fra i cipressi, alberi silenziosi più dei morti. Il vento lo sentivo dappertutto, echeggiava fin dentro le mie ossa, regnava nelle mie vene mischiandosi con il mio sangue, unendosi col mio respiro. Lo percepivo in ogni alito di vita, in ogni particella d'aria, perfino sulle mie labbra, fredde e gelide come se baciassi la bocca d'un cadavere. Ogni tanto si udiva dall'alto il canto di qualche uccello sparuto, il rumore d'un paio d'ali, ma si interrompevano di colpo in un silenzio tombale, assoluto, come per una forma di insolito rispetto a quel clima che non era rivolto al canto ma all'elegia più sommessa, più cheta. Le nuvole dalle forme più bizzarre ed inquietanti, giravano sopra la mia testa, il cielo diventava sempre più scuro, pauroso ma non sembrava avesse la forza né la voglia di piangere le sue lacrime di pioggia. Ma anche se l'avesse fatto, io avrei continuato imperterrito il mio cammino, avrei portato a termine la mia missione. La pioggia non mi avrebbe bagnato, non mi avrebbe fermato. Com'era lontana la mia Messina solare! Le giornate estive, le spiagge, i primi raggi del mattino. Tutto riconduceva al nero, alla malinconia, al mistero. Non avevo più neanche la possibilità di riflettere sul motivo per il quale un ragazzo di 19 anni si trovasse lì, e non davanti alla cattedra, in mezzo ai suoi compagni di classe, per fare quello che era giusto e logico fare. Ero intento, quasi in trance, a seguire la voce che mi esortava a proseguire il mio strano viaggio, spingendomi oltre il limite, oltre quella barriera che divide quello che noi esseri terreni poveri fantocci di creta chiamiamo reale, dall'irrazionale, dal soprannaturale, da ciò che vive da sempre intorno a noi, nei nostri sensi, ma che non percepiamo. Un mondo totalmente sconosciuto che per adesso, rinchiusi in questa limitata e circoscritta dimensione, noi non possiamo vedere ma che esiste, è soltanto invisibile ai nostri occhi, come qualcosa che non si fa mai toccare ma che c'è e ci sarà sempre. Man mano che salivo, la città appariva sempre più lontana e irraggiungibile, mentre chi mi stava aspettando da tempo, sembrava sempre più vicina. Mi staccavo dal mondo dei vivi per avvicinarmi a quello dei morti, conseguenza assolutamente indispensabile, abbandonare l'umano per essere tutt'uno col soprannaturale. Il mare e la costa calabra che prima s'intravedevano di rado, ora sparivano del tutto, eclissati interamente dai cipressi che parevano fantasmi danzanti, mostri giganteschi. Mi trovavo in una dimensione senza età, il mio orologio con le sue lancette ferme, statiche, pareva disegnato, per niente reale. Non conoscevo più lo scorrere del tempo.
La giovinezza era vecchiaia e la vecchiaia tornava ad essere giovinezza. Regnava l'armonia del silenzio come un Dio della quiete, disturbato solo dai battiti del mio cuore che acceleravano via via che mi avvicinavo alla meta ma era bello ed emozionante anche in quel modo, era magico, era folle. E pensare che laggiù, coperta dagli alberi, doveva pur esserci ancora Messina, caotica e frenetica come tutte le mattine, con i suoi mercati, i suoi negozi, la sua gente che si riversava per le strade, ma tutto questo a me sembrava inconsistente, insignificante, totalmente estraneo, superfluo. Era mattina ma poteva essere benissimo sera, notte. Era inverno ma poteva essere primavera per la speranzosa attesa d'un'avventura indimenticabile che stavo per vivere in prima persona e da solo. In fondo ero solo un ragazzo strano e solitario, ma in quel momento ero immortale, senza età, quasi prescelto da una forza misteriosa e sconosciuta ad essere l'attore principale d'un film senza finale, d'un gioco senza spiegazione, d'un incontro senza precedenti, di una storia alla quale, anche se avessi provato a raccontare, nessuno avrebbe mai creduto. Ma ecco che ora, cominciavano a crollare dal cielo le prime goccioline d'acqua che restavano tali senza mai divenire temporale. Avevano il solo compito di rendere l'atmosfera ancora più coinvolgente,magica, inquietante, celestiale. Erano sorelline gemelle, piccoli angioletti che cadevano dal cielo giù verso la terra come finissime particelle di polvere di stelle. Piccoli angeli sotto forma di acqua che cantavano con le loro voci di bambine la loro sinfonia, per me e soltanto per me,mandate apposta da chi mi stava aspettando in segno di festa, per creare una dolce accoglienza. Mi accarezzavano i capelli, il viso, le mani, dappertutto. Continuavano a cadere dal cielo senza pausa, danzavano, sperimentavano la terra. Ma fra la terra e il cielo, era più bello il cielo, e così preferivano tornare indietro, lassù, da dove erano partite pochi istanti prima, proprio come quei bambini piccolissimi che nascono su questa terra e muoiono subito dopo, magari anche perché una madre non li vuol far nascere qui e a loro non resta che tornare in cielo, ritornando ad essere angeli, sostituendo il bacio non dato dalla mamma con un altro paradiso, molto più bello, vero, eterno. Tutto questo accadeva solo a me e non so spiegarmi tuttora il perché. Proprio a me che non avevo nulla di speciale rispetto agli altri ragazzi della mia età. Anzi, a pensarci bene, qualcosa in più l'avevo da sempre. Come ho fatto a non pensarci prima?
Avevo qualcosa di grande, di estremamente importante e vitale, di immenso. Qualcosa capace di far volare anche chi non ha mai avuto ali, capace di rendere ricchi pur avendo solo una capanna. Qualcosa che Dio ha creato per gli uomini ma che nessuno di loro prende più in considerazione, schiavo della materia e dei problemi pratici quotidiani della vita. Quel qualcosa che avevo in più e che ancor oggi sento di possedere, è la grande voglia di sognare che invade la realtà e la fa scoppiare da tutte le parti. Ma soprattutto la volontà e il desiderio di credere ai miei sogni. Soltanto io, infatti, potevo credere alla storia che vi sto raccontando. Ma sono sicuro che esistono ancora su questa terra, esseri simili a me. E chi sono? Sono loro: gli artisti, gli ubriachi, i bambini,gli acrobati, i saltimbanchi, i protagonisti delle fiabe principesse ed animali parlanti, tutti angeli incompresi caduti su questa terra per sbaglio o per fortuna, capaci di cogliere il vero senso della vita, l'essenza dell'anima. È l'umanità a colori, la vita che ridiventa sogno, l'uomo che dà la mano a Dio, è la luce che non si spegne più.

Verso il Conventino
Non so per quanto camminai avendo perso completamente la cognizione del tempo né dove arrivai non avendo neanche quella dello spazio, era come se fossi in zona zero, in terra di nessuno. La mia attenzione però divenne improvvisamente vigile non appena mi trovai a percorrere una strada totalmente diversa da quelle che avevo attraversato in precedenza. L'asfalto, infatti, cessò di colpo e la strada si restrinse notevolmente sino a divenire una stradina dal fondo di roccia e fatta di sassi ma continuava ad essere percorribile lo stesso, capace di far entrare sì e no 4 o 5 persone disposte a fianco l'una dell'altra. Contemporaneamente anche le tombe apparivano del tutto diverse, tutte di un altro stile. Le fotografie diventano via via volti e statue intere di marmo. Erano autentici capolavori di scultura raffiguranti gente lontanissima dai giorni attuali, chiaramente di un'altra epoca, di inequivocabile fisionomia ottocentesca. Anche l'atmosfera che si respirava era totalmente nuova, anche se paradossalmente antica, inevitabilmente trasformata da ciò che oggettivamente si vedeva. Era come se di colpo il tempo avesse deciso di fermarsi e tornare indietro di oltre cento anni. Non vi era più nulla ormai del tempo attuale, tutto parlava del passato, dell'Ottocento.
Io non avvertivo più niente intorno a me né il vento né la pioggia né il freddo. Vivevo immerso in una condizione più spirituale che fisica, magica più che mai, completamente estraniato, corpo ed anima, dal mondo reale, ormai del tutto rapito da quello circostante. Mi trovavo in un luogo sconosciuto, quasi mistico, che sembrava creato per i poeti e per la contemplazione. Il mondo moderno, quello che era stato fino a poco tempo fa il mio mondo, era ormai lontanissimo, sparito del tutto ed io non lo percepivo e ricordavo più. L'effetto che quel luogo aveva su di me, valeva assai di più di quella che era stata la mia vita di sempre, ormai lunghe distanze mi separavano da essa. Sognavo ad occhi aperti mille avventure, mi arrivava l'eco di mille sirene, ero l'eroe di mille favole. Il cuore non mi chiedeva di tornare alla mia base ma mi esortava a restare lì.
Ero ormai altissimo, quasi in cima, nella parte più alta ed antica del cimitero di Messina. La salita era quasi terminata. Ai lati della stradina, altissime, maestose e sublimi per bellezza e suggestione, si protendevan fiere le tombe dell'Ottocento. Erano statue di uomini, donne, vecchi, bambini. Tombe del mio tempo, ormai non ve ne erano più. Ero completamente circondato da antiche lapidi. La prima immagine che rapisce la vista di chi si trova a salire lassù, è quella della statua di un bambino di quell'epoca, di circa otto anni, seduto su una roccia, vestito come un piccolo marinaretto che par ti guardi e ti dica: "Salve, benvenuti nel regno dell'Ottocento". Fa quasi da prologo ad una serie infinita di monumenti, uno più bello dell'altro, che da quel punto in poi, inondano quella zona del cimitero, in ogni direzione e da qualunque parte. Immagini di uomini nobili e donne vestite all'antica si vedono ovunque.
Colpiscono i loro baffi folti e pittoreschi, la loro strana pettinatura, l'abbigliamento così diverso da quello del mio tempo. Tutto riportava ad un'altra epoca. Le sensazioni che provavo erano a dir poco indescrivibili, mi sentivo proiettato indietro nel tempo pur avendo la mentalità moderna. Di statua in statua, di emozione in emozione, arrivai in un punto in cui, finalmente, la salita era finita. La salita ma non certamente il viaggio.
Dovevo ancora conoscere l'entità più importante e misteriosa, colei che mi aveva trascinato in quel posto contro la mia volontà, forse avevo visto fin ora solo una minima parte di quanto avrei dovuto vedere o addirittura non avevo veduto ancora nulla. La salita finiva proprio davanti all'entrata di una chiesa bellissima e altissima, tutta stile ottocentesco che io prima di allora non avevo mai vista pur trovandosi nella mia città. Non mi rimase altro che restare a bocca aperta e quasi senza fiato la contemplai. Ero arrivato ormai dove sarei dovuto arrivare. Mi trovavo in quella parte altissima del Cimitero di Messina che oggi si chiama "Cimitero degli Inglesi" ma che in quel periodo si chiamava semplicemente "Conventino" dove erano e sono tuttora sepolti, i nobili messinesi vissuti nel secolo dell'Ottocento.
Ed ora, cari amici lettori, come quel ciclista che dopo una faticosissima salita, decide di fermarsi un momento per bere un sorso d'acqua e riprendere fiato, prima di ripartire nuovamente, è necessario che anch'io mi fermi un momento per darvi delle doverose notizie storiche che reputo interessanti circa l'origine di questa favolosa chiesa che è situata nella parte più alta del cimitero della città dello stretto.
A tal proposito, ringrazio tutti coloro che mi hanno aiutato nelle ricerche fornendomi notizie storiche utili al racconto. In particolare tutti i custodi e gli addetti alla vigilanza e al servizio di biblioteche, annali storici ed archivi storici.

Storia della parte più alta ed antica del cimitero di Messina
Nella seconda metà del secolo dell'Ottocento, numerose epidemie contagiosissime, infestavano la città di Messina come tutto il meridione. Tisi, colera, germi di tutti i tipi erano a quel tempo tutte malattie incurabili. Il contagio si diffondeva vertiginosamente, specie nei bambini la mortalità era elevatissima. Il tasso di vita era spaventosamente basso, infatti oscillava tra i 40 e i 45 anni di età.
A questo si aggiungano la miseria, la guerra, le scarse condizioni igieniche. Quindi per giustificate esigenze sanitarie, si sentiva il bisogno e subentrava anche la necessità di appartare in luoghi, i più solitari possibili, gli infelici malati. Così gli ospedali si riempirono ma non bastavano e si dovettero creare posti isolati, tra i quali il Lazzaretto costruito nella zona del porto, là dove attualmente vi è la Difesa, che raccoglieva tanti bambini colpiti soprattutto da tisi. Lo spettacolo era pietoso. Grida, urla, pianti, sputi, dolori. Lì morì, colpita da quella che a quel tempo era una terribile e incurabile malattia cioè la tisi, la protagonista del mio romanzo. Il posto più isolato però fu costruito nella parte più alta ed antica del cimitero, l'attuale Conventino. Lì venne fatta una chiesetta stile ottocentesco, particolarmente alta. Venivano portati i malati contagiosi come fosse un mini ospedale. Il posto era alto e difficilmente accessibile, quindi dava una discreta garanzia contro il contagio. Ma i morti crescevano e quelli che erano ancora vivi, a contatto con essi, decedevano anche.
Così quella chiesetta si trasformò da sfortunato ricovero, in luogo dove venivano sepolti i morenti. Poi col tempo e col cessare delle epidemie, il posto fu abbellito grazie all'impegno e alla bravura di alcuni scultori messinesi e in particolare di Antonio Saccà che costruì numerose tombe fra le quali anche quella della protagonista del romanzo, dando così al luogo un aspetto profondamente artistico. Vi erano sepolti i nobili messinesi per lasciare ai posteri un glorioso ricordo delle loro memorabili gesta contro l'oppressione borbonica. Difficilmente, anzi direi assolutamente, è possibile trovare sepolta gente comune essendo troppo oneroso poter pagare lapidi davvero imponenti.
Nonostante la terribile catastrofe del 1908, il cosiddetto Conventino resistette, poi il resto del cimitero si dovette rifare. Quindi oggi il Conventino si presenta come la parte più antica del cimitero, la più alta e bella che il tempo non è riuscito a falciare con la sua potentissima forza distruttiva ed è per noi messinesi, fonte di orgoglio e di tradizioni veramente superbe e meritevoli, oltre che un saggio di arte e scultura non indifferenti come vanto per la città. Infatti è bene ricordare che il Cimitero di Messina risulta essere il secondo d'Italia per grandezza e trova posto tra i più belli in assoluto, non solo in Italia. Ed è proprio da quella parte, cioè dal Conventino, che nacque il Cimitero di Messina. E il Conventino oggi vive imperterrito ma totalmente nell'abbandono e senza anima viva.
È un luogo altissimo, calmo, silenzioso che ispira timore ma contemporaneamente pace e meditazione. C'è d'averne paura ma lo si va a cercare. Molti sono i nomi illustri che vi sono sepolti ma, per ragioni di tempo, mi limito a non enunciarli per motivi di non particolarità, essendo tutti degni d'essere menzionati.
E adesso, cari lettori, dopo avervi fornito queste notizie storiche che sono servite a farvi gustare meglio il racconto, scopriamo insieme la struttura architettonica della chiesa, in maniera molto sommaria per non distrarvi troppo dalla trama e dalle vicende del racconto stesso.

Dinanzi e dietro la chiesa
Dinanzi la chiesa l'atmosfera è magica, celestiale, mistica, rapisce e trasporta. È difficile descrivere così tanta bellezza. Ma è mio dovere provare almeno a farlo. Proprio all'entrata, la prima impressione che si ha, è quella di essere aspettati da tempo con un'attesa quasi bramosa. Sembra esserci una festa pronta ad esplodere quando vi si entra dentro. La chiesa è stupenda, pittoresca, neanch'io so spiegarmi come abbia fatto a resistere al forte terremoto del 1908 pur essendo così alta, un sisma devastante che ha raso al suolo l'intera città dello stretto. Tutta in stile ottocentesco, la chiesa ha una porta color rosso porpora, poi s'erge maestosa ed invincibile con due colonne laterali imbattibili che sembrano sfiorare il cielo. Al centro, la chiesa sale sempre più su progressivamente, restringendosi via via che s'avvicina alla cima. A circa metà della sua altezza, vi è una finestra senza più vetri e un balcone arrugginito sempre attorniati da colombi ed altri uccelli melodici.
Il vento apre e chiude dolcemente la finestra, il sole riflette su di essa e agli occhi di qualunque osservatore, sembra di vedere affacciata una dolce ragazza ottocentesca vestita di bianco che guarda, saluta, ride, scompare e riappare e poi scende giù di corsa per le scale, apre la porta della chiesa e gli corre incontro con i capelli al vento.

Dietro la chiesa si avverte un fascino tutto particolare e suggestivo. Vista di spalle sembra quasi magica, finta, appartenere a un mondo irreale, fiabesco ed è ancora più bella. S'affaccian piccole finestrelle come tanti oblò che a un certo punto spariscono, finché s'erge una cupola che inizia grossa e s'invola fine, fino a confondersi con l'azzurro del cielo.

All'interno della chiesa
Ed io mi trovavo lì per la prima volta davanti alla chiesa e stavo per varcare la soglia.
Quella porta color rosso porpora sempre chiusa, l'unico giorno che desideravo ardentemente entrarvi, stranamente la trovai socchiusa in atto di chi invita a farlo. Cautamente, portando avanti il piede sinistro, poi il destro, tastando con la mano, aiutandomi con un pezzo di legno trovato lì per difendermi da possibili spiacevoli incontri, un po' come quel cieco che cammina aiutandosi col tatto sconoscendo ciò a cui va incontro, io pian piano, in questo modo entrai. La prima vista varcando la soglia, fu quella di una stanza polverosa, vuota, abbandonata da tanti anni ormai. Il silenzio veniva interrotto a squarci da strani rumori che ora vi entravano, ora vi uscivano dalla finestra, perché quella stanza aveva una finestra sbarrata, arrugginita che sporgeva dietro la chiesa verso altre tombe. Ai lati del tetto v'erano appesi due quadri che portavano foto raffiguranti due Madonne quasi sbiadite. I due quadri erano piccoli e le due Madonne però erano diverse l'una dall'altra. Una aveva l'espressione triste, compianta, l'altra sembrava un po' più rassegnata certa di trovare ristoro nella carità cristiana, nell'aiuto di Dio. Nel guardare quei quadretti che spiccavano in mezzo al muro bianco, in parte smangiato, mi vennero in mente tutti coloro che dovevano essere ricoverati lassù in tempi passati, confortati dall'aiuto della Madonna ed io immaginavo i dolori, i pianti, le preghiere, le invocazioni che ora tornavano come un'eco nella stanza che sembrava pacata, addormentata, serena, straordinariamente elevata al cielo. In cima al tetto, v'era appeso un lampadario a forma di cerchio che teneva strette delle lampadine spente, alcune delle quali consumate dal tempo, come quelle candele che vengon meno affievolendosi dinanzi all'altare. Da quella stanza, vi si entrava in un'altra tramite un'apertura uguale alla prima però senza più porta. Entrando, per terra, vi erano pezzi, schegge di legno penso della porta stessa. In quell'altra stanza di dimensioni e di atmosfera simili alla prima, io vedevo la cosa più bella: un crocifisso intatto, vivente, a grandezza d'uomo, con uno sguardo fisso che sembrava dire: "Venite a me voi tutti che siete afflitti ed io vi consolerò", e chissà quanti moribondi del passato così han fatto. Intorno alla stanza, v'erano delle sedie, almeno una ventina, alcune delle quali rotte. Penso servissero per ascoltare la messa, lo capivo infatti osservando un vecchio incensiere abbandonato per terra come un barbone addormentato, e lì vicino, boccette di vetro, calici e roba simile che riconducevano facilmente alla comunione e all'estrema unzione, sacramenti che accompagnavano e insieme infondevano speranza in quel luogo di sofferenza e disperazione. Sopra quel crocifisso carismatico che io continuavo ad ammirare del tutto rapito, v'era una chiesetta in miniatura uguale a quella dove io mi trovavo. Credo che sia stata posta sopra l'immagine del Cristo, per simboleggiare l'elevazione divina dei perseguitati dalle malattie verso Dio stesso, tramite suo figlio Gesù. La terza ed ultima stanza nel bassopiano della chiesa, era anch'essa come le altre, anch'essa conteneva delle sedie, una decina circa, sparse sparpagliatamente. Per terra, v'era un escremento umano che mi fece intuire che qualcuno prima di me, doveva essere salito fin lassù, mi domandavo chi, visto che la porta la trovavo sempre chiusa.
Nell'angolo più nascosto della stanza, come un cane orfano del padrone singhiozza e s'accovaccia per terra, silenziosamente, così v'era posto un organo con una tastiera unica e scordata, da tempo mai più suonato.
Io, d'istinto, mi avvicinai e provai a schiacciare quei tasti polverosi e molli ma non vi usciva suono, solo silenzio, eppure io avvertivo, nel tastare quell'organo, una celestiale melodia che sembrava trascinarmi in paradiso.
E pensavo che tutti coloro ch'eran morti lì, e furono davvero tantissimi, ora dovevano essere felici per l'eternità. E così la mia pietosa compassione divenne certezza, come il chiarore d'una luce lontana che si scorge alla fine di un tunnel, in mezzo a tanto buio. Non so dirvi cari lettori, se quelle strane sensazioni che avvertivo lì dentro, erano dovute a fenomeni paranormali o a suggestioni naturali, certo è che sia l'una, sia l'altra ipotesi eran perfettamente valide visto la misteriosità di quel posto.
Poi, di colpo, restai senza fiato ed immobile e cominciai subito dopo con passi certi e misurati, a dirigermi verso un sottoscala dove saliva una scala pericolante a chiocciola. Lentamente provai a salire cercando di arrivare in quella finestra misteriosa per affacciarmi anch'io da dove sembrava ci fosse il fantasma d'una dolce ragazza vestita di bianco con i capelli al vento, ma più salivo e più mi accorgevo che il rischio aumentava. La scala infatti cominciava a cigolare, era fatta di uno strano tipo di legno.
Io, ormai del tutto rapito da quell'incantesimo, ero lì deciso a salire sino in cima come se quella scala simboleggiasse il mistero ma, ad un certo punto, la vidi spezzata, non ho mai saputo il perché né se poi più su sarebbe ritornata sana, ma l'impressione che ebbi in quel momento, fu quella che qualcuno o qualcosa inspiegabile, non volesse farmi arrivare nemmeno ad un quarto dell'altezza di quella chiesa. Così, deluso, ritornai indietro, chiusi la porta, e ormai coraggioso e forte, mi avviai al di fuori per scoprire fra le antiche tombe, quella che ormai sembrava fortemente vicina, sembrava fortemente chiamarmi.

Tra le antiche tombe
Non appena uscii dalla chiesa, mi trovai perso tra le tombe antiche dell'Ottocento, ma nello stesso tempo ero felice perché sentivo che quel qualcuno che mi stava chiamando, era vicino anche se molto probabilmente perduto fra tutte quelle che mi circondavano. Mi trovavo in un vialetto, una specie di villa tutta stile ottocentesco. Al centro, come una passerella, vi era una strada lunga e stretta che finiva proprio davanti alla porta della chiesa. Ai lati di questa specie di passerella, tra l'erba altissima, si protendean fiere le tombe dell'Ottocento.
Erano tantissime, una accanto all'altra, una più insigne dell'altra. Da lontano mille statue, mille volti, sembravano uno solo che mi guardasse, che mi spiasse, sì mi spiasse, perché l'impressione che chiunque salisse lassù proverebbe, sarebbe quella di essere attentamente spiato, osservato con un occhio meticoloso e scrupoloso, come se tanta gente sconosciuta ed invisibile, vivesse con lui e intorno a lui, in altre dimensioni. Tutto ciò a me non suscitava paura. Io mi sentivo come uno straniero che dopo un lungo e faticosissimo viaggio, scampato fortunatamente ad un grave pericolo, superstite e sopravvissuto insieme, si trovasse involontariamente in un luogo prima d'allora sconosciuto, in mezzo a gente strana ma ospitale e cordiale che gli fa tanta festa, proprio perché mai nessuno da tempo veniva a trovarli. Così, con questa impressione, sentendomi ben accetto e perfettamente a mio agio, io camminavo scrutando le tombe una per una, leggendo e rivivendo la storia gloriosa d'ognuno di loro, osservando i loro volti, le loro espressioni, i loro baffi lunghissimi, i loro vestiti così strani per i giorni nostri, ma così nobili, così perfettamente intonati. Vi erano anche i bambini di quel secolo, vestiti come tanti marinaretti, in particolare mi colpì uno di loro di circa nove anni che io volli chiamare col nome di Beniamino.
Cari lettori, non posso come vorrei descrivervi una per una quelle numerosissime tombe, sarebbero davvero troppe e non sarebbe giusto nominarne alcune e altre no, quindi essendo tutte interessanti, mi limito a dirvi che vorrei prestarvi per un attimo i miei occhi che le han viste già, per farvi capire quanto in realtà erano belle e pittoresche.
Completamente assorto in un mistico silenzio, ad un certo punto, sentii dentro di me, una voce fortissima che mi chiamava da una direzione ben specifica e mi trovai, inconsciamente sospinto, di fronte ad una strana tomba antica, anch'essa dell'Ottocento. Restai ancora più silenzioso e assorto. Vedevo questa tomba. Provavo a darle un'immagine, una sagoma, una figura visto che non v'era un volto. Cercavo di immergermi nella sua lontana vita. Mi domandavo chi fosse, perché mi stesse chiamando, che cosa volesse da me, dove si trovasse la sua anima adesso, se mi vedesse, se mi sentisse, se fosse magari vicino a me. Come il contrapposto del mare che in profondità è pieno di vita, di alghe che nascono e muoiono, di pesci che mangiano altri pesci, di continue lotte per sopravvivere, e in superficie appare immobile e tranquillo, così erano i miei mille interrogativi che all'esterno non trasparivano perché io ero apparentemente calmo. Quella pietra era per me come una dolce ninnananna che cullava e portava a riposare tutti i miei incessanti pensieri. Il suo silenzio profondissimo era la sola ed unica risposta. In quella tomba senza un volto, v'era scritto semplicemente: "A Marietta Cianciolo, di Domenico Cianciolo e di Enrichetta Stagno d'Alcontres" e poi sotto: "D'animo e di modi soavissima, ebbe celestiali virtù, serena bellezza, e non compié 17 anni. O amore nostro, come faremo infelici, senza di te?".
A questo punto, cari lettori, è necessario che io interrompa un attimo il corso degli eventi narrati, per soffermarmi sull'identità di questa strana ragazza, vissuta per quasi 17 anni, protagonista del romanzo. Devo quindi parlarvi indirettamente della famiglia Cianciolo di cui la ragazza portava il cognome, tralasciando di fornirvi informazioni sulla famiglia Stagno d'Alcontres che riguardava invece la madre di lei.
Vorrei aggiungere soltanto che in quel periodo nascevano molti matrimoni tra persone che appartenevano a famiglie nobili e quindi dello stesso alto ceto sociale proprio in virtù delle amicizie che intercorrevano tra le famiglie medesime. Da uno di questi matrimoni, nacque Marietta, la protagonista del mio romanzo. Essendo quindi figlia di nobili, era stata sepolta in quel posto.

Notizie storico-biografiche sulla famiglia Cianciolo
I Cianciolo vissero agli inizi dell'Ottocento un po' a Termini Imerese, un po' a Santo Stefano di Camastra, allo stato di nobili in decadenza, di origine nobiliare antichissima.
Nella metà dello stesso secolo, le guerre e le continue epidemie che colpirono la Sicilia specie la zona di Palermo, dovettero farli emigrare a Messina, più relativamente tranquilla. In poco tempo i Cianciolo presero in mano la città a causa di numerose cariche politiche che erano state a loro attribuite. Dalla conoscenza di altre famiglie altolocate messinesi, crebbe in particolare l'amicizia che poi si tramutò in parentela grazie a parecchi matrimoni, con la famiglia dei Principi Stagno d'Alcontres che ancora oggi fa sentire la propria autorità sulla città, sia pure in forma minore essendo ormai in via d'estinzione il ceppo di famiglie nobili. Per ragioni di non esclusivo rapporto col racconto, ricordo ancora una volta, di non voler dare accurate informazioni sui Principi d'Alcontres, e di volermi invece soffermare sulla stirpe nobiliare, ormai estinta, dei Cianciolo, prendendo ora in esame le caratteristiche nobiliari di suddetta famiglia.

Caratteristiche nobiliari dei Cianciolo
L'arma cioè lo stendardo dei Cianciolo, era di colore azzurro, al braccio destro di carnagione alias armato al naturale impugnante una mazza di nero circondata da tre stelle d'argento.
Il nonno di Marietta, barone Vincenzo Cianciolo, patrizio messinese, tenente colonnello di fanteria, cavaliere mauriziano e della Corona d'Italia, decorato della medaglia d'argento al valor militare, figlio del barone Giuseppe e del fu barone Vincenzo e della prima moglie Girolama Aidone degli antichi Principi d'Alcontres e della fu Lucrezia Giano.
Il fratello di Marietta, Ernesto, assessore municipale, cavaliere della Corona d'Italia, due volte sindaco di Messina.
Il padre di Marietta, Domenico, già senatore di Messina, figlio del fu barone Vincenzo e della seconda moglie Maria Balsamo dei Principi dei Castellacci, marito di Enrichetta Stagno d'Alcontres dei Principi d'Alcontres.
Mentre la famiglia Stagno d'Alcontres continua ad esercitare un certo potere anche oggi sulla città, in forma minore, così non lo è per la famiglia Cianciolo che è decaduta a livello di nobiltà. Infatti, dopo accurate ed approfondite indagini, sono venuto a conoscenza che i pochi ceppi della famiglia suddetta esistenti attualmente, non sono neppure a conoscenza della loro antica nobiltà, neanche per sentito dire. Comunque oggi nella città di Messina, è rimasta solo una via che richiama a questa gloriosa famiglia ed è stata intitolata a Vincenzo Cianciolo, che era il nonno di Marietta, come precedentemente accennato.
Lasciamo da parte, cari lettori, le notizie storiche sulla famiglia Cianciolo e andiamo invece a descrivere quella che è la tomba di Marietta.

Descrizione della tomba di Marietta
Situata propria alle spalle della chiesa a una decina di metri circa, era visibile anche da molto più lontano. Portava in alto un marmo di circa 3 metri, rettangolare, firmato dallo scultore Antonio Saccà che, come già detto in precedenza nel racconto, era uno dei più illustri scultori messinesi dell'Ottocento. In cima al marmo completamente bianco con qualche disegno artistico dello stesso colore ma un po' più ricalcato, vi era un cerchio dove sicuramente doveva esservi stato il volto di Marietta che stranamente, era sparito, forse solo da quella tomba, poiché i volti delle altre statue erano ancora tutti al loro posto. La mancanza di esso, la deducevo dai segni che erano ancora visibili all'interno di quella specie di cerchio creato apposta per inserirvi il volto stesso. Alla base, la tomba era completamente nuda senza l'ombra d'un fiore, come del resto ogni tomba di lassù, era davvero troppo il tempo passato dalla sua morte. Circondata da erba alta non curata e da trifogli, aveva intorno una catena arrugginita che avvolgeva completamente la sua lapide e quella del padre che era sepolto, accanto alla figlia, dentro la stessa catena. La tomba di lui però, anche se uguale per struttura e dimensione a quella di Marietta, aveva il volto infisso sul marmo. Era un uomo anziano, Domenico Cianciolo, un volto pallido, sereno, occhi incavati ma dolcissimi che mostravano una bontà delicata, velata, un'educazione composta, si vedeva dallo sguardo che era un nobile. La tomba più vicina a quella di lui e della figlia, era posta alla immediata destra, un paio di metri distante. Apparteneva ad una neonata vissuta appena 10 giorni dal 7 al 17 aprile del 1872. La bimba, dal nome non italiano, si chiamava Aline Wolf. Era una tomba a forma di bara di dimensioni uguali alla piccolissima bambina morta.
Il coperchio era addirittura mezzo scoperto, e lì sopra mi sedetti io a contemplare la pietra di Marietta, fra due tombe, una di una bambina di 10 giorni, l'altra di una ragazza di 16 anni che mi ricordarono ciò che io da sempre sapevo, che la morte non ha età. Ad esser sincero, non è che la tomba di Marietta avesse qualcosa, dal punto di vista estetico, di superiore rispetto alle altre, anzi ve ne erano di molto più belle anche di ragazze della sua stessa età, ma quella tomba era straordinariamente diversa da tutte le altre, sembrava vivere, parlare, gridare, pareva avesse un disperato bisogno di comunicare con me. Cominciarono così le mie illusioni sulla sua tomba e ci addentreremo, cari lettori, in questa storia che ha veramente dell'insolito, dell'incredibile.

Illusioni sulla tomba di lei
E così, quasi tutte le mattine, io salivo lì illudendomi di farle compagnia, di parlare con lei e di essere ascoltato. Nonostante fossi arrivato all'ultimo anno delle scuole superiori e quindi prossimo agli esami di maturità, avevo quasi smesso di studiare. La mattina, anziché andare a scuola, mi recavo al cimitero. Il pomeriggio, anziché studiare, frequentavo biblioteche e archivi storici per avere notizie sulla vita passata di lei. Ero diventato proprio un folle o forse lo ero anche prima, ma Marietta mi diede il famoso colpo di grazia. Ero perso, irrecuperabile. Di questa storia non ne parlai mai con nessuno né con amici né con i miei genitori. Volevo restasse un segreto ed ero consapevole che, anche se l'avessi detto a qualcuno, nessuno mi avrebbe capito e creduto, nessuno avrebbe potuto giustificare il mio comportamento. Ma ero felice così, non volevo coinvolgere nessuno, solo io e lei e nessun altro. Non mi importava più di nulla ormai né degli amici né della scuola, avevo trovato il mio vero motivo per vivere. Non esisteva pioggia o temporale capace di fermarmi, io ero lassù, ai piedi della sua pietra, col freddo e col caldo, col sole o con i fulmini. Le portavo rose sempre fresche, le compravo nuovi portafiori, curavo la sua tomba nei minimi particolari, guai se v'era un insetto fuori posto, io la rimettevo subito come doveva essere. In poco tempo, nonostante fosse una tomba antica, era diventata la più bella e curata dell'intero cimitero grazie a me. Vivevo immerso in queste magiche illusioni senza che lei mi avesse dato, in quei giorni, alcun segno di gradire le mie attenzioni. Io, nell'ingenuità della mia giovane età, mi ero quasi convinto che ormai lei fosse la mia ragazza. Ma la cosa più bella che ho fatto in quel periodo, è stata quella di scriverle, proprio come un innamorato, tre poesie che ora sottoporrò alla vostra attenzione, cari lettori, inserendole nel racconto in sequenza, una dopo l'altra, spezzando forse un po' la trama del racconto, ma dando allo stesso, almeno mi auguro, una certa inclinazione poetica.

A TE MARIETTA (1855-1872)
A te Marietta!
che se sei stata la gioia, l'amore di qualcuno.
A te Marietta!
che non ti ho vista mai.
A te che t'immagino come un fiore
che sboccia, fiorisce e muore senza dolore:
chi potrà mai piangere o lodare
la tua cruda e gelida pietra
che forte ed imperterrita
sembra sfidare la collera del tempo?
A te Marietta!
che ti penso sempre
come una dolce ragazza vestita di bianco
che con il bruno dei tuoi capelli
formi un vistoso e sublime color di primavera
a te che guardando la tua tomba
mi s'incenerisce il cuore.
A te Marietta!
che nessuno un volto ti sa dare
e che con insistenza la tua immagine m'immerge
nel lontano passato della tua vita.
Non so chi tu sia stata
né saprò mai il motivo della morte che presto ti colpì
ma so con certezza che questa è la tua pietra
e che in essa il tuo corpo giace.
A te Marietta!
scrivo queste righe
per aggrapparmi all'illusione di un lontano ricordo
che mai ci fu.

Dedicata a colei che brevemente fu
e che mai in vita conobbi


L'IMMAGINE
Un bagliore improvviso
squarcia la mia mente assente
e dall'ignoto all'ignoto
ora fugge ora torna, ora torna ora fugge.
Pallida e soave
di dolcezza inebriata
m'appar dinanzi
ancor e sempre.
Nitida sagoma,
a tratti t'avvicini
di colpo, opaca t'allontani.
Le sciolte tue trecce
dal terreno mondo sembran distaccarmi
trascinandomi in sconosciute dimensioni
dove neanch'io so chi ero, chi sarò.
Fulgidi gli occhi tuoi
m'abbaglian forte
ed io ti sento in me
o sconosciuta immagine
di profondo mistero velata.
Non un volto, non una realtà
solo negletti ed esili fiori
ed un'antica tomba assopita accanto
per trattenere forte
l'enigma della tua sorte.

Descrizione d'un ritratto funebre
Da lassù, in uno strano sogno, Marietta mi narrò del giorno in cui morì.
Quel suo lontano ricordo del 28 settembre 1872.

"Ancor limpido era il sole della mia giovinezza
anche se lì fuori con pioggia e vento
battea la morte alla mia porta
e con voce certa ma affannata forte mi gridava:
"Vieni Marietta, presto vieni".
Ricordo lontanamente che in un primo momento
un brivido di paura m'assalia fino a farmi tremar
ma poi aprendo nuovamente gli occhi
il composto sguardo di mio padre il mio coraggio mi ridiede
e mentre un prete mi donava l'estrema unzione,
io sentivo di dover andare fra le secrete cose.
Scendean dalle scale le mie cugine
tristi apparentemente ma contente e fredde nell'animo,
mi facean pena vederle illudersi ancor
di quella lor vana ricerca della terrena bellezza
che come un fiore dal petalo si strappa
e appassendo muore.
Suonava l'organo un bimbo mai in vita conosciuto
ma che allora sembraa d'averlo visto da sempre
e in quella dolce musica
stancamente mi si chiudean gli occhi
mai rinnegando quella serena bellezza
che sempre in vita m'avea contraddistinta.
L'ultimo mio sguardo nel pallore della morte
era rivolto verso mia madre
che addolorata ma mai rassegnata
l'ultimo bacio mi donava.
Ed ora dopo che il tempo tante orme ha cancellato
i miei pensieri son tanti ieri che nell'ignoto fuggon lontano
ed il mio oggi così come domani è armoniosa luce".

E fu così
che dal sogno mi destai
completamente assente.

Apparizione d'una figura sognante
I giorni passavano in fretta, ne erano trascorsi una ventina circa dal giorno in cui vidi per la prima volta la tomba di Marietta, ed eravamo quasi alla fine del mese di gennaio. Io mi addentravo sempre più in questa insolita storia, lasciandomi ormai del tutto rapire dalla forza dei miei sogni, della mia fantasia, della mia immaginazione. Non riuscivo più a distinguere il limite oltre il quale il sogno svanisce per far subentrare la realtà. Sogno e realtà erano diventati per me un tutt'uno. Vivevo la mia illusione con gioia, entusiasmo, voglia di avvicinarmi sempre di più finché, proprio verso la fine di gennaio dell'anno 1984, quello che da sempre sognavo, stava per trasformarsi in realtà e avvenne così quello che più ci penso e più mi accorgo che ha dello straordinario, dell'incredibile. Finalmente ora, io potevo vedere Marietta.
Dolcemente chinata, quasi curva su quella che era la sua tomba, di abiti ottocenteschi vestita, illuminata da un raggio di luce come un tremulo brillio rapito così fugacemente dall'infinita luce divina, la vidi mentre coglieva quei fiori che io stesso le avevo portato sulla sua pietra. Li coglieva uno dopo l'altro fino a formarne un mazzo, poi si slegò una treccia dal bruno dei suoi capelli, e legò insieme quei fiori dai colori misti che profumavano di primavera. Io la osservavo attentamente, meravigliato e confuso, ma senza aver paura, una figura così sublime non poteva infondere timore ma solo tenerezza e profonda commozione. L'unica cosa che riuscivo a connettere nella magia di quell'istante, era che quella ragazza che stavo osservando, aveva un aspetto identico a come io stesso l'avevo immaginata.
Poi lei alzò il capo dolcemente, mi guardò e mi sorrise mostrandomi lo splendore d'un volto angelico pallido e soave, contornato da un alone di mistica bellezza, puntando i suoi occhi scuri penetranti, dritti e fissi sui miei, ed io, non potendo pur volendolo spostare i miei occhi in nessun'altra direzione, sostenni come ipnotizzato il suo sguardo.
E fu così che in quella mattina di gennaio, nobile nel portamento e aggraziata nei gesti, misteriosamente affascinante lei mi apparve.
A questo punto, cari lettori, ha inizio il primo dialogo con lei. Abbandono, ma solo per la parte relativa ai dialoghi, la narrazione in prima persona, per darvi una visione più oggettiva dell'avvenimento.

Il primo incontro
Manuel: Ma tu chi sei?
Marietta: Io sono Marietta, la ragazza che tu stai cercando.
Manuel: Ma non è possibile, è assurdo, non può essere, io sto sognando, ho un'allucinazione. Tu sei morta, non puoi essere viva.
Marietta: Sì Manuel, io sono morta ma posso rinascere grazie ai tuoi sogni, alla tua fantasia, alla tua immaginazione. Tu sei un ragazzo capace di trasformare in sogno e poesia la realtà ed è per questo che io ho voluto premiarti.
Manuel: No, non può essere, tu sei solo il frutto della mia immaginazione, la proiezione dei miei sogni, non puoi essere quella ragazza morta nel 1872.
Marietta: Sì Manuel, sono proprio io invece, la ragazza morta tanto tempo fa. Io ti conosco ormai, so chi sei, ti seguo da sempre, sono molto più vicina di quanto tu possa pensare. Io sono viva, viva, viva.
Manuel: Troppo forte! Ma allora è meraviglioso. Ma tu ci pensi? Ti rendi conto? Tu eri morta per modo di dire ed io sono ancora vivo ma nonostante questo io ti vedo, ti parlo, ti sento come se il tempo non fosse mai passato. Mio Dio, è troppo bello! è meraviglioso.
Marietta: Sì Manuel, e questo è avvenuto grazie alla forza creativa dei tuoi sogni.

Come la vedevo
La sua voce era dolce e comune a quella di tante altre ragazze della mia città. Aveva infatti quel tipico accento messinese che si percepisce subito, specie per chi viene da fuori, pur parlando in perfetto italiano. Quella sua voce fina, contrastava un po' con quel suo aspetto angelico, non perché non fosse gradevole all'orecchio, ma perché non possedeva quell'alone di mistero che era invece riscontrabile nella sua figura. La voce insomma sembrava più reale e umana del suo aspetto. Man mano che mi parlava e le nostre conversazioni diventavano più intime, anche la sua immagine si faceva via via sempre più normale, fino ad abbandonare del tutto quel non so che di inquietante e misterioso che aveva in lei quando mi apparve per la prima volta. Ad un certo punto, la sua fisionomia divenne talmente reale da sembrare assolutamente umana, tanto da poter essere scambiata tranquillamente per qualunque altra ragazza. L'unico indizio che mi riconducesse alla sua vera natura, mi era fornito dal suo abbigliamento che era del tutto ottocentesco e quindi la rendeva inevitabilmente diversa. Tutto questo però non sottraeva nulla al suo fascino ma la faceva apparire straordinariamente viva e reale, appartenente appieno alla mia dimensione, facendomi sentire perfettamente a mio agio con lei. Indossava un lungo vestito bianco che le donava molto e che le arrivava fin quasi ai piedi, con dei ricami fantasiosi dello stesso colore ma che si notavano perché d'un bianco più intenso. Era un vestito leggero e primaverile anche se a maniche lunghe in forte contrasto col periodo invernale di allora. Mi appariva vestita sempre allo stesso modo. Le scarpe erano nere, senza tacchi, anch'esse primaverili ma mi sembravano uguali a quelle usate ai giorni nostri.
Sicuramente dovevano essere per forza ottocentesche ma io, forse perché da sempre ignorante in fatto di moda, non lo capivo. A me davano quasi l'impressione di essere le scarpe di Cenerentola ed io mi sentivo il famoso principe azzurro. Il suo fisico era snello, non grasso e non magro, perfettamente giusto, adatto a indossare qualsiasi tipo di vestito. Le sue forme delicate non apparivano troppo evidenziate né particolarmente seducenti. Era alta quasi quanto me, 1,70 circa. La sua carnagione chiara era più da ragazza nordica che da siciliana ma serviva a farle aumentare il fascino perché spiccava col bruno dei suoi capelli e col nero degli occhi, quegli occhi sempre puntati sui miei quando mi parlava, quasi non riuscisse mai a distrarsi tanto da procurarmi un certo imbarazzo, una sottile pudica timidezza.
Il suo volto aveva perso quel pallore angelico, diventando d'un colore normale, persino solare. Le sue ciglia, il suo naso, i denti, la bocca, tutto di lei mi appariva perfetto senza nessun difetto. Era il suo un viso acqua e sapone, senza trucco, dai lineamenti delicati, che dimostrava esattamente la sua età, quasi 17 anni. Era sicuramente carina, direi bella ma non bellissima, non era dotata di un fascino eccelso. Mi sembrava umana, terribilmente umana.
Non faceva smorfie di nessun tipo né cambiava spesso d'umore ma aveva un bel carattere, sempre allegro, disponibile al dialogo, socievole. Dolce nei gesti, aveva però un qualcosa di alterato nel portamento, involontario, forse perché era nobile. I suoi capelli erano bellissimi, lunghi ma non troppo, ondulati, le arrivavano fino alle spalle. Erano bruni, del colore che a me piaceva di più in una ragazza, si era completamente tolta le trecce. Era, in conclusione, una ragazza normalissima, tranne un piccolissimo e irrilevante particolare, era morta più di cento anni fa.
Cari lettori, da questo momento in poi, il racconto assume le vesti del dialogo che io ho voluto chiamare "Dialogo della semplicità", per mettere in evidenza come nella semplicità, e quindi nella purezza incontaminata dei sogni, si possono vivere esperienze ed emozioni trascinanti, uniche, di altre dimensioni.

Dialogo della semplicità
Marietta: Grazie Manuel per essere venuto a trovarmi.
Manuel: Figurati, lo faccio con piacere. Parliamo un po' di te, vuoi?
Marietta: Certo.
Manuel: Come passavi il tuo tempo libero?
Marietta: La mattina uscivo con mia madre oppure con mia cugina o qualche amica, questo quando non c'era la scuola, specie nelle vacanze.
Manuel: Ma tu eri brava a scuola?
Marietta: Moltissimo, ero la prima della classe. Pensa che quando sono morta, i miei compagni, le mie compagne, i miei professori erano tutti al mio funerale. Molti di loro piangevano. Alla fine mi hanno fatto un applauso lunghissimo.
Manuel: Fino a che classe sei arrivata?
Marietta: Fino quasi alla fine cioè alla terza media. Ai miei tempi chi aveva la licenza media era come un laureato dei tempi tuoi. Io perché ero nobile ero istruita, ma quasi tutti gli altri ragazzi lavoravano o facevano solo la scuola elementare.
Manuel: Con tuo padre andavi in giro a fare passeggiate?
Marietta: Sì, ma poche volte, era sempre impegnato con la politica, era senatore. Ricordo che mi portava al teatro. Sai, era un padre affettuosissimo e premuroso, nel senso che la politica restava fuori dalla famiglia. Ogni Natale mi portava i regali più belli. Avevo un albero favoloso, ricco di colori e sorprese.
Manuel: E che volevi di più dalla vita?
Marietta: Tutto ancora, ma mi è stata tolta e forse è stato meglio così. Non rimpiango proprio nulla di ciò che avevo sulla terra. Dio mi ha fatto dei doni molto più belli ed eterni. Le sue idee non sono quelle degli uomini.
Manuel: Ma tu eri felice, orgogliosa di essere figlia di nobili o preferivi essere nata normale o magari povera?
Marietta: Per me era indifferente. Sono sempre stata modesta. Non ho mai avuto arie. Poi, del resto, non sarebbe stato merito mio, così come sono nata nobile, potevo benissimo nascere povera. Sono nata nobile ma non sono morta lo stesso? La ricchezza terrena non vale niente, è quella dell'anima che conta.
Manuel: Eravate ricchi?
Marietta: Assolutamente no! Ma che cosa ti sei messo in testa, che avevamo castelli giganteschi come quelli delle favole? Ai miei tempi c'erano un'infinità di problemi, tante malattie incurabili, addirittura il Regno d'Italia era stato proclamato da poco, c'erano tante rivalità tra gli uomini, tanti contrasti.
Manuel: Vedo che sei molto preparata in storia!
Marietta: Ma no, certe cose si sapevano per sentito dire. Noi abitavamo in una casa un po' più grande delle altre a livello terra. Sai dove? In centro, al Corso Cavour, allora si chiamava così e non so se esiste ancora, le strade erano molto diverse da quelle di oggi. Io ricordo che avevo una stanzetta che sporgeva su un mercato e c'era sempre tanto traffico, tanta confusione con tutta la gente che andava a comprare. In realtà non c'era molta scelta nel mangiare, c'era frutta, pesce, uova, poca carne ma comunque era tutta roba genuina. C'era miseria in quel periodo.
Manuel: Come fai a dirmi che non eravate ricchi? Non ci credo.
Marietta: Ricchi per modo di dire, avevamo più dei poveri, proprietà terriere soprattutto, te l'ho già detto, c'era povertà, non poteva parlarsi di vera e propria ricchezza. E poi io ero piccola per interessarmi a queste cose. I soldi, la politica per me era come se non esistessero. Vivevo semplice con celestiale virtù e serena bellezza, proprio come ha fatto scrivere mio padre sulla mia tomba. A proposito di mio padre, sai, ha sofferto molto quando sono morta! Ero l'unica sua figlia, era particolarmente attaccato a me, mi voleva bene. Avevo anche un fratello, Ernesto, era un anno più piccolo di me. Pensa che è stato per due volte sindaco di Messina. Lui è morto a 49 anni nel 1905. Vedi questo signore sepolto al mio fianco? È mio padre, è morto 12 anni dopo di me, come vedi la morte non ha età. Guardalo bene, trovi che mi somiglia? Dicevano tutti che mi somigliava moltissimo. Lui il volto ce l'ha ancora sulla tomba, il mio si è rotto col terremoto del 1908. Ma cosa importa? Tanto tu mi vedi lo stesso.
Manuel: E tua madre? Tua madre dov'è sepolta? Come mai non è qui con te?
Marietta: Lei è sempre vicino a me. Qui al cimitero non so dov'è sepolta. Forse perché appartiene alla famiglia Stagno d'Alcontres sarà in qualche altro posto. Sai, c'è pure una mia cugina morta a 14 anni sepolta dove ci sono i bambini del mio secolo, il suo cognome era proprio Stagno d'Alcontres.
Manuel: Io ho fatto delle ricerche su di te e ho notato che nello schedario della tua famiglia risultano proprio tutti, tranne te. Come mai?
Marietta: Non lo so, è strano. Forse perché ho vissuto talmente poco e non sono stata né sposata e né in politica.
Manuel: Ai tuoi tempi si sposavano presto?
Marietta: Sì, almeno il più delle volte. C'erano molti matrimoni che venivano stabiliti dai genitori. Comunque mio padre e mia madre si amavano veramente.
Manuel: Che facevi nel tuo tempo libero?
Marietta: Un po' di tutto. Disegnavo, mi piaceva molto. Dipingevo il sole, il mare, la natura, paesaggi. Mi piaceva andare a cavalcare, avevamo un cavallo piccolino, si chiamava Puffy. Leggevo libri d'avventura, libri d'amore, scrivevo poesie. A proposito. Ho letto quella poesia che mi hai dedicato. È bellissima, mi ha colpita fino a farmi scappare le lacrime. È insolita, irreale, strana proprio come noi due che siamo qui a parlare da tanto tempo. Per noi è tutto così naturale, per gli altri magari è solo follia, fantasia. Eppure noi due siamo reali. Perché non provi a scrivere un libro sulla storia di noi due?
Manuel: Mi prenderebbero per pazzo, non lo leggerebbero neanche. Ma tu eri romantica? Ti piaceva la musica?
Marietta: Sì, Manuel, ero romanticissima come te e amavo la musica che era molto diversa da quella rumorosa di oggi. Mi ha fatto piacere che tu ti sia comprato un disco con la musica dell'Ottocento, così ti ricordi di me. Ma sei ancora convinto di volerti fare una tomba vicino alla mia?
Manuel: Certo che lo sono, vorrei essere sepolto vicino a te, quando sarà.
Marietta: Ma tu sei completamente pazzo, ma come puoi pensare una assurdità simile?
Manuel: Perché? Mi è sempre piaciuta questa zona del cimitero, queste tombe antiche. Ma sicuramente non me lo permetterebbero. Qui possono starci solo le tombe del tuo secolo.
Marietta: E meno male, così almeno cancelli dalla tua mente una idea simile. Ascolta Manuel, anch'io amavo come te la vita terrena, ogni cosa, un fiore, un insetto, un bimbo, una stella, una coccinella. Chi meglio di me ti può capire? Perché ero uguale a te. So che tu ti domandi perché quel bambino ingenuo, tanto bellino, che poi cresce man mano, che tu vedi nelle tue fotografie, debba invecchiare e magari in punto di morte anche soffrire come ho sofferto io. Ma sappi Manuel, che se Dio toglie qualcosa, lo fa solo per dare di più, molto di più. Ti darà doni molto più belli, più grandi, più certi, eterni. Devi credere e avere fiducia in lui. Dinanzi a Dio si è sempre giovani, molto più della giovinezza terrena. Sulla terra prima o poi tutto sbiadisce. In cielo tutto rimane per sempre puro, intatto, incontaminato. Non ha nessuna importanza se metterai la tua tomba vicino alla mia, perché sono solo pietre e null'altro. Noi saremo vicini lo stesso nei giardini dei cieli, se solo tu lo vorrai, dipende solo da te. Sarò io stessa in punto di morte a prenderti dolcemente per mano e a farti contemplare la bellezza di ciò che è Dio e anche tu, così come ho fatto io, piangerai di gioia.
Manuel: Mi sto commuovendo, mi stanno quasi scappando le lacrime, sei più poetica di me. Posso prendere la tua mano?
Marietta: Certo che puoi.
Manuel: Allora tendi la tua mano verso la mia ed io farò la stessa cosa. Così arriverò a intersecare le mie dita con le tue dita in modo che possa stringerti forte la mano e sentirti più vicina.
Marietta: Va bene Manuel, ma non puoi sentire la mia struttura fisica perché i sogni non hanno corpo, stringeresti l'aria.
Manuel: Non m'importa. Afferra la mia mano adesso con la tua, le tue dita nelle mie, e stringiamo forte insieme.
Marietta: Ora che le nostre dita si stringono cosa stai provando Manuel?
Manuel: Forte, Marietta, troppo forte! Sto stringendo l'aria, non te, tu sei trasparente, sei un fantasma allora.
Marietta: Te l'avevo detto che non puoi sentirmi fisicamente.
Manuel: È emozionante lo stesso. È come un leggero brivido, una piccolissima scossa elettrica che non mi procura nessun fastidio, nessun dolore. E tu cosa provi?
Marietta: Le stesse cose che stai provando tu.
Manuel: Posso baciarti sulle labbra?
Marietta: Sì, se vuoi.
Manuel: Troppo forte, fantastico!
Marietta: Cosa hai sentito?
Manuel: Una strana sensazione. Come se sulle mie labbra, fosse caduta una gocciolina d'acqua fredda. Marietta dimmi la verità, mi trovi carino come ragazzo?
Marietta: Certo che lo sei.
Manuel: Se tu fossi viva e appartenessi al mondo reale, ti innamoreresti di me?
Marietta: Credo di sì.
Manuel: E mi sposeresti?
Marietta: Credo di sì.
Manuel: E vorresti figli da me?
Marietta: Non lo so, non ci ho mai pensato. Ma tu hai la ragazza?
Manuel: No!
Marietta: Perché?
Manuel: Non lo so, forse perché cerco una ragazza all'antica come te e non l'ho mai potuta trovare. Forse non esiste neanche. Senti, se portassi mia madre, mio padre, un amico qui, ti potrebbero vedere?
Marietta: No, solo tu puoi vedermi.
Manuel: E se provassi a raccontare a qualcuno l'esperienza che sto vivendo?
Marietta: Non verresti creduto, forse penserebbero che sei pazzo, un visionario.
Manuel: Cos'è la morte?
Marietta: Esiste solo quella fisica.
Manuel: Ma cos'è? Perché si muore?
Marietta: È come la nascita, solo che è al contrario. L'anima non muore mai, si trasforma soltanto cambiando dimensione ma noi restiamo sempre gli stessi.
Manuel: Ma tu quanti anni hai ora?
Marietta: Potrei averne 16 come potrei averne 1000. Non esiste il tempo nel mondo dello spirito. Non ho un'età.
Manuel: Chi è Dio? Com'è?
Marietta: È infinita luce, è infinito amore.
Manuel: Ma chi l'ha creato?
Marietta: Quando si ama veramente qualcuno, non ci si chiede mai il perché e da dove nasca l'amore, si ama e basta.
Manuel: E il diavolo esiste o è solo un'invenzione per metterci paura?
Marietta: Non è un mostro con le corna. È l'opposto di Dio, il contrario del bene.
Manuel: Potrei parlare con mia nonna che è morta quando io ero ancora piccolo?
Marietta: Tua nonna non è mai morta e ha lo stesso desiderio di parlare con te anche perché sa molte cose più di te.
Manuel: Ma allora perché non possiamo parlarci?
Marietta: Per lo stesso motivo per il quale un pesce non può stare fuori dell'acqua e un uomo non può vivere sott'acqua.
Manuel: Ma perché dovrei credere a ciò che non vedo?
Marietta: Molte cose nella vita esistono ma non si vedono. Pensa alle onde elettromagnetiche, alla forza del pensiero.
Manuel: Esiste il paradiso?
Marietta: È la luce di Dio.
Manuel: E l'inferno?
Marietta: È la mancanza di questa luce.
Manuel: Chi sono i santi?
Marietta: Anime più vicine alla luce.
Manuel: E i cattivi?
Marietta: Anime che non vedono la luce ma possono rivederla se si redimono.
Manuel: Puoi dirmi quando morirò?
Marietta: Non lo so ma anche se lo sapessi non te lo direi mai, sarebbe la fine, un conto alla rovescia.
Manuel: Cosa ti piace di più di me?
Marietta: La tua sensibilità disarmante.
Manuel: Quando ci sarà la fine del mondo?
Marietta: Non lo so ma anche se lo sapessi, non te lo direi.
Manuel: È peccato suicidarsi?
Marietta: Perché questa domanda? Mi fai paura. È uguale a uccidere.
Manuel: Qual'è il più grave peccato?
Marietta: Ce ne sono tanti, forse l'odio.
Manuel: Dove sono adesso i grandi poeti del passato che magari avevano le mie stesse inquietudini, le mie stesse paure?
Marietta: Sono tutti vivi, stanno sperimentando la luce, hanno un'ispirazione molto più profonda e superiore a quella che possedevano sulla terra.

Cari amici lettori, per ragioni di tempo e per non trasformare il romanzo in un esclusivo dialogo, ho narrato solo una minima parte delle conversazioni avute con Marietta. Il tempo in cui mi incontravo con lei, è durato assiduamente per una quindicina di giorni, dagli ultimi di gennaio sino a metà del mese successivo,nell'anno 1984. Il posto era sempre lo stesso, la parte più alta del cimitero. L'ora era sempre quella, dalle 9 del mattino sino a mezzogiorno.
Sostituivo praticamente la scuola col cimitero. Tutto questo ebbe fine, o stava per finire, quando Marietta, improvvisamente, decise di non apparirmi più lasciandomi per sempre ed io, in preda alla disperazione, cercavo di sapere da lei il motivo.
Riporto quest'ultimo dialogo proprio alla fine del racconto, considerandolo messaggio personale al lettore e vero significato di tutta la storia.

Dialogo tra Manuel (il vero me stesso) e Marietta
Manuel: Perché vuoi scomparire Marietta? Tu eri viva, esistevi davvero.
Marietta: No Manuel, io non esisto più, non posso esistere, non posso vivere per colpa degli altri che non vogliono più farti sognare. Tu devi restare con i piedi per terra altrimenti verresti deriso da tutti, preso per pazzo. Devi convincerti che io sono il frutto della tua grande immaginazione, la proiezione del vero te stesso. Tu mi hai fatto rinascere dalla morte perché hai creduto con tutta la tua mente, con tutto il tuo cuore, alla forza di sognare che hai dentro di te. Io prima ti ero vicina, ti parlavo, ti capivo, ero reale perché tu ascoltavi la voce dei tuoi desideri, dei tuoi sogni. Ma adesso tu stai dubitando della tua immaginazione, non ascolti più il vero te stesso e mi stai facendo morire per sempre. Manuel perché non ascolti più la voce del bambino che è in te? Non senti questo caldo agli occhi che vorrebbe essere pianto? Tu mi avevi creato, adesso perché vuoi distruggermi? Con me morirai anche tu, non ti ritroverai più, resterai solo, almeno io ti capivo perché ero lo specchio del vero te stesso, ero la tua libertà, la tua energia vitale, perché vuoi annientare tutto? Manuel non sono io che sto fuggendo da te ma sei tu che per sempre stai fuggendo da me. Ti prego resta te stesso, ascolta i tuoi sogni, non morire anche tu diventando uguale agli altri, tu sei diverso da loro. Quando si crede veramente ai sogni, niente diventa impossibile. Io ero morta e grazie a te sono rinata.
Manuel: Marietta, ma se per gli uomini è così importante sognare come mi stai dicendo tu, perché allora non ascoltano i loro sogni? perché se io provo a sognare mi emarginano?
Marietta: Tutto questo Manuel accade perché sognare è come essere liberi. Gli uomini sono nati liberi perché sono spiriti liberi, hanno avuto da Dio il dono della libertà e quindi hanno diritto di sognare ma, chissà perché, hanno paura della loro stessa libertà, non riescono ad essere se stessi e preferiscono chiudere le loro menti e così non sognano più. È per questo che nel mondo c'è odio, invidia, materialismo, c'è l'arroganza del potere, ci sono le guerre, perché è molto più facile comandare sulle menti chiuse che non credono più a niente e così si arriverà alla fine.
Manuel: Marietta, io sento che tu hai ragione. Io non voglio soffocare la mia mente, la mia libertà, la voglia di sognare, voglio restare me stesso ma come posso fare? Ormai vivo in un mondo chiuso che non sogna più. Se resterò me stesso, non mi capirà e non mi crederà nessuno. Cosa posso fare Marietta? Ti prego aiutami, cosa posso fare?
Marietta: Devi restare sempre te stesso Manuel. Vivi la tua libertà, dai ascolto ai tuoi sogni e non sarai mai solo. Saranno i tuoi stessi sogni a portarti lontano, a farti compagnia e poi ci sarò io con te perché sento che stai ricominciando a credere ed io non sto morendo più. Scrivi una storia, la storia di noi due, leggila a chiunque, bussa ad ogni porta. Non aver paura se ti prenderanno in giro perché ci sarò io a darti forza. Racconta di noi due al mondo intero, ai bambini, ai vecchi, non ha età la forza dell'immaginazione. Vedrai che qualcuno, in questo momento, sentendo la nostra storia, sta cominciando ad aprire la sua mente e a provare a volare finalmente, perché ci ha capiti, perché dentro è uguale a noi ed è bello poter essere capiti da qualcuno per quello che siamo realmente, è bello poter aiutare il nostro prossimo. Coraggio Manuel, dammi la mano e camminiamo insieme.
Manuel: Sì Marietta, camminiamo insieme.

Cari lettori, dopo vent'anni l'altro giorno sono tornato in quel posto. Ho rivisto le tombe abbandonate dell'Ottocento ma non mi hanno suscitato nessuna emozione. Sono stato anche sulla tomba di Marietta ma mi è sembrata anch'essa come tutte le altre, fredda e muta, non aveva più nulla da comunicarmi. Era come se la storia di questo libro fosse stata vissuta da un'altra persona e non da me.
Sono tornato a casa con la morte nel cuore e più solo di prima. Mi rendevo conto che mai più avrei potuto rivedere Marietta perché una ragazza di 16 anni non avrebbe più nulla da dire ad un uomo di 40 ma soprattutto perché con l'età adulta, assieme alla giovinezza, avevo perduto anche la mia ingenuità.

La trama della storia
La narrazione è ambientata a Messina, nella parte più alta ed antica del cimitero, dove è tuttora sepolta la protagonista del racconto.
Manuel, un ragazzo diciannovenne messinese strano e solitario, rincorre ossessionatamene l'ombra di una ragazza vissuta nella stessa città per quasi diciassette anni nel secolo dell'Ottocento, figlia di nobili dell'epoca, Marietta Cianciolo.
Si lascia talmente coinvolgere da quest'incantesimo, da effettuare minuziose ricerche sull'identità e sulla vita passata di lei. Arriverà a rasentare la follia non riuscendo più a distinguere il confine che divide il reale dall'immaginario. Farà rinascere dalla morte la ragazza grazie alla forza dell'immaginazione e alla sua fervida fantasia, fino a instaurare con lei un rapporto di profonda amicizia fatta di confidenziali dialoghi di alto spessore umano e spirituale, colmi di semplicità e tenerezza.
Il romanzo racchiude citazioni sulla storia di Messina antica con particolare riferimento alle origini del Cimitero Monumentale e alla genealogia di qualche famiglia nobile messinese dell'Ottocento.


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