Racconti di Michele Ciorra


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Morte di Michael
Il vento portava i primi fiocchi di neve, ambasciatori del gelo che stava per sopraggiungere.
Michael, il naso spiaccicato sul vetro della finestra, ne afferrò uno con lo sguardo e lo accompagnò, dolcemente, fino a posarlo sul terreno ghiacciato.
Poi si lasciò andare sulla poltrona dal rivestimento logoro, ed esalò l'ultimo respiro. Il "nemico" che, da mesi, si stava cibando di lui, aveva addentato e divorato un organo vitale.
E l'inverno e la neve, copiosa come non mai, e il gelo, arrivarono a proteggere quel sepolcro al primo piano di un fatiscente caseggiato in un triste e sporco vicolo nei pressi della Porta di Brandeburgo. A Berlino, nella zona est.
L'inverno durò a lungo, fagocitò anche i mesi primaverili ed allentò la sua morsa solo al sopraggiungere dell'estate esplodendo con un'afa ed una calura da paese tropicale.
Nessun odore ripugnante filtrò, in quel lungo periodo, dall'appartamento ma, se anche fosse accaduto, senza ombra di dubbio, si sarebbe confuso con il fetore persistente che appestava l'aria del vano d'ingresso, della tromba delle scale e dei pianerottoli d'accesso ai multi e monolocali situati nei vari piani del caseggiato.
Nemmeno uno, dei distratti coinquilini di Michael, notò la sua assenza. Il freddo pungente, la grave malattia, a tutti nota, legittimavano una, altrimenti non giustificabile, sorta di forzata clausura da parte dell'uomo.
Certo, il muro era stato fisicamente abbattuto, ma Berlino era ancora molto divisa. La città era attraversata da una linea di demarcazione, abbastanza netta, che divideva la ricca zona occidentale da quella orientale, la quale stentava a decollare. Andavano, comunque, alla grande le ristrutturazioni e gli abbattimenti dei vecchi immobili, i cui inquilini venivano trasferiti in anonimi casermoni nella zona della periferia est.
L'estate, dicevamo, era scoppiata con una "violenza" inusitata già da qualche giorno, quando gli addetti del comune si presentarono, sul far dell'alba, all'ingresso del condominio per dare il via allo sgombero degli appartamenti ed al trasferimento degli inquilini.
L'operazione andò avanti per due giorni, senza intoppi e con precisione teutonica. Malgrado il caldo che non mollava di un celtius e la pioggia che iniziò a venire giù quando le ultime masserizie stavano per essere caricate sugli appositi automezzi.
Il responsabile dell'operazione, considerandola conclusa, dette l'assenso a che tutti abbandonassero il campo , poi imboccò la tromba delle scale e prese a salire per un ultimo dovuto controllo. Era la prassi e non raramente capitava di trovarsi davanti a non gradite sorprese ed a matasse non facili da dipanare.
Mentre guadagnava lentamente la rampa di scalini che portava al primo piano, si chiedeva se i suoi subalterni avessero rispettato, come al solito, l'ordine di lasciare spalancate le porte d'accesso agli appartamenti, e dopo averne asportato le chiavi. Il motivo era ovvio: gli usci aperti avrebbero favorito un'ulteriore veloce ispezione; la presenza di una porta chiusa la possibile esistenza di un problema.
E il dilemma da risolvere se lo ritrovò proprio sul pianerottolo nel quale sfociava la prima sequenza di gradini: una massiccia porta in noce italiano, sbarrata, sembrava, a doppia o tripla mandata.
E poi , che strano, una porta in massello di noce italiano - uno dei legni più cari e più pregiati - a serrare una porta in un caseggiato popolare delle periferia est di Berlino!
Evitò di suonare il campanello - l'energia elettrica era stata già staccata - e sarebbe stato inutile; percosse con le nocche della mano destra, serrata a pugno, l'uscio e poi, vi poggiò un orecchio nel tentativo di udire se, dall'interno, provenisse qualche rumore.
Trattenne il respiro per qualche secondo, affinché neppure il suono del più flebile degli ansiti si sovrapponesse a quello che poteva essere indizio di un possibile segno di vita nell'abitazione.
Qualcosa avvertì, ma non ne era affatto sicuro. Chiamò un suo collaboratore e scardinarono la porta.
La luce filtrava, nel monolocale, da una sola finestra, abbastanza ampia, aperta sulla parete sinistra per chi entrasse. La visibilità all'interno era buona ed, all'apparenza, non vi erano particolari segni di vita recente. La stanza sembrava congelata, nel suo essere attuale, da molto tempo.
Probabilmente si dissero , i due uomini, sarebbe stato meglio procedere allo sgombero del suo contenuto e poi tentare di rintracciare il proprietario o qualche eventuale erede. Gli artiglieri di lì a breve avrebbero iniziato a posizionare le cariche di plastico per far implodere il caseggiato. Poi i loro sguardi caddero sulla poltrona posta vicina alla finestra ed un raggio rossastro di sole - la pioggia era cessata d'incanto ed il cielo si era aperto come uno scrigno per mostrare il suo brillante contenuto - indicò loro uno strano sacco poggiato su di essa. Aveva la forma indiscutibile di un corpo umano e, più precisamente, aperto sul davanti per tutta la sua lunghezza, l'aspetto di una crisalide…d'uomo.
Dio! Esclamò il più anziano dei due operai quando scorsero un piccolo essere che, procedendo carponi sul pavimento in legno, sbucò da dietro la poltrona.
E' un bambino, aggiunse l'altro.
Forse.

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