Racconti di Fausto Cerulli
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| La donna aveva appena smesso di
piangere. Doveva aver sofferto, o forse era soltanto disperata. Non
si poteva non notare; anche perché aveva addosso soltanto una vestaglia e
un paio di pantofole. Stava sulla Piazza del Teatro, saranno state le
cinque di mattina. A Viterbo, la mattina di domenica la gente esce di casa
tardi, alle cinque dunque neppure una persona. Lui era appena arrivato
alla fermata degli autobus. Aveva percorso la strada con le vecchie mura,
era entrato sulla prima piazza, un bar era aperto, e lui per ripararsi dal
freddo aveva ordinato uno stravecchio ed un caffè. Si era guardato bene
dal mescolare i due liquidi. Lo stravecchio serviva per stordirsi, il
caffè per essere cosciente di essere stordito. Poi si era avviato verso la
Piazza del Teatro, qualche finestra si apriva, qualche luce illuminava
qualche amplesso. Sulla Piazza del Teatro aveva notato subito quella
donna; aveva passato qualche minuto a riflettere se era il caso di
impicciarsi di qualcosa che certo non lo riguardava, Poi si decise, anche
perché quella donna, nonostante il viso gonfio di pianto e l'abbigliamento
trasandato, era comunque una bella donna. Dalla vestaglia usciva un seno
fresco e sodo, le cosce apparivano tornite, e quello slip nero che velava
appena il pube era gonfio come un pugno di carne. Dunque si accostò alla
donna, le chiese se poteva aiutarla, le asciugò le lagrime e, quasi per caso, le sfiorò il seno nudo. Lei gli rispose, con voce roca e sensuale, che era stanca di vivere. Lui provò a scherzaci sopra, le disse che tutti siamo stanchi di vivere. Ma lei scoppiò in un singhiozzo che la scosse tutta, e gli chiese di accarezzarle il seno, di baciarlo, di morderle i capezzoli. La situazione si faceva imbarazzante, poteva venire qualcuno, poteva pensare che lui si stesse approfittando di una donna malata di mente, che magari a Viterbo la conoscevano tutti. Ma non poteva lasciarla in quello stato. Gli venne in mente una strada molto stretta, accanto ad un'edicola sul Corso. Si era sempre chiesto dove portasse quella strada, ed aveva sempre pensato che fosse un luogo adatto per gli amori furtivi. Dunque prese la donna sottobraccio, lei si faceva portare senza opporre resistenza; ed era un peso leggero. Il vento le scopriva il corpo, facendo volare i lembi della vestaglia. Nessuno in giro, soltanto un uomo in bicicletta che li guardò e disse, ma senza rimprovero nella voce: " beata gioventù, hanno bevuto tutta la notte, ed ora vanno a scopare" L'uomo si fermò soltanto un attimo, senza scendere dalla bicicletta: giusto il tempo di stringere un seno alla donna, di strofinarle una mano ruvida sul pube e di sghignazzare " beato te", rivolto all'uomo che era venuto a Viterbo quasi per vivere quei minuti predestinati. Ora i due correvano quasi, e lei si lasciava trascinare, lei senza peso, lei con molta voglia, forse, di qualcosa di antico. Quando raggiunsero il vicolo lui le chiese il suo nome. " Mi chiamo Valeria, lo sanno tutti, perché fai finta di non saperlo". Adesso erano soli nel vicolo. Lui aveva una eccitazione strana, quasi impaurita. La spinse quasi a forza dentro un portone socchiuso, la fece appoggiare al muro, le percorse il corpo con le labbra. Lei mormorava forse non è giusto forse non dovrei essere qui. Ma non protestò quando lui le fece scivolare lo slip lungo le gambe, si aprì i pantaloni, e la penetrò prima lentamente poi con violenza fino a goderle dentro. Ora, improvvisamente, si sentì la bocca insaporita da quello stravecchio; e disse a se stesso che era stata una bella scopata; poi si sentì in bocca il sapore di quel caffè, e disse a se stesso che forse si era comportato male. Si ricompose, le fece allacciare la vestaglia, e uscirono di nuovo sul Corso. Ora qualcuno passava, infreddolito e distratto. Viterbo era ancora assonnata. Passarono davanti a Schenardi, sedettero su una panchina di legno, e si baciarono teneramente. Ora lei piangeva piano, sembrava una bambina impaurita non fosse stato quel corpo di molto donna. Lui le baciò le gote, le accarezzò i capelli con una strana tenerezza. Poi le disse:" Valeria, ora andiamo a casa. Sentirai freddo. Quante volte ti debbo dire di non aspettarmi sulla Piazza del Teatro, e poi quasi nuda…."" Salirono quasi di corsa le scale di casa, la porta era aperta. Entrarono, lei volle un bacio lunghissimo. Poi come in sogno si accostò alla finestra, la spalancò come per far entrare aria nella stanza, e si gettò nel vuoto. Fu allora che lui disse a se stesso che non conosceva quella donna, che l'aveva incontrata per caso, che le aveva fatto compassione. E seguitò a ripeterlo anche ai poliziotti in questura, e poi al giudice che era andato ad interrogarlo a Mamma Gialla, accusato di omicidio. Era stata lei a lasciare sul tavolo, in bella vista- anche se lui non l'aveva notato- un biglietto con su scritto"" Sto aspettando un uomo che viene da Orvieto. So che mi ucciderà, ma non so come." In fondo non era la prima volta che un uomo veniva da Orvieto a Viterbo per uccidere una donna.Senza motivo. La Tuscia non esisteva ancora. |