Humus Ho visto le signore che son qui da ore dietro agli occhiali scuri insieme ai loro puri figli e ai loro mariti. E son tutti seduti sotto il cielo, ch'è terso, tutti girati verso il sole, a parlare, sai, devon giudicare il gusto dei vini, degli abiti fini, il perché e anche il come di tutte le persone. E quando il sole muore e il buio prende il cuore, con la lucente pelle diventano stelle. E giustamente hanno fame di soddisfazioni - affilano le lame, le zanne da leoni - e riconoscimenti e giuste vendette e prede tra i denti da stringere strette. Nei nostri luoghi, invece, tutto è nero di pece perché c'è sempre poca luce, ch'è troppo fioca. Qui si continua a cercare, si è smesso il giudicare: vestiamo grezzi panni, serviamo dèi tiranni che sono fame e sete, sempre, di vere mete. Qui i vini sono sempre aspri, come stare aggrappati a mordere il fondo di questa terra, sentire il contatto, sentirsi nell'humus fisicamente umile lasciare il perfetto cielo. Non abbandonare il rapporto, camminare a testa bassa nella terra, ti vedano pure gli altri del tuo orgoglio stella perfetta in cielo. Non cercare soddisfazioni o riconoscimenti o vendette, mordere il fondo; la vita qui è mano travagliata, aggrappata nel terriccio umido.Afghanistan Non piangono i turbanti nemmeno i burqa straziati: ora li hanno liberati, sono arrivati i santi. Ma piangono, e basta. Non ascoltare i gridi, spero che tu ti fidi di questa guerra casta. E intanto la luce risalta le brillantezze e radiose bellezze dei violini di pace, dei mirabili ottoni: tutto è colmo d'onore. Suonano con ardore, suonano per i buoni la melodia incensata, vibrano timpani bombe e gridano tombe nella terra sconsacrata che odora di rosso, di soffocanti fumi, giacciono, il sangue a grumi, cadaveri nel fosso. Suonano per i buoni e ridono dell'est, di pensieri e vesti dei rompicoglioni. Ma ora per fortuna forti mani benigne estirpan le gramigne cattive ad una ad una: e liberano il mondo, è violenza mirata, la terra tutta è rinata, germogliano ogni secondo - o terra benedetta! - nuovi semi di fuoco, è così facile il gioco feroce della vendetta.O Fata mia O fata mia, vieni da me, nuda di secca luce e rossa carne, cruda, stravolgi ancor di più questo lamento con la tua spada di vero tormento perché mi laceri profondamente tutto, tutto senza più dubbi e il nuovo frutto - bello di lacrime e di dura luce, di alterità diversa, senza pace - colga tremante uscito dal mio petto come parola da me solo detta, per bere con voracità l'affanno e vincere ogni attimo d'inganno. Mi sporcherai di fango e di sudore con il tuo dolce e tremendo amore e mi romperai il cuore nella terra e mangerò il gusto di questa guerra, come un neonato che, contratto e duro, lotta per aggrapparsi al suo respiro e trafigge col suo urlo verace il muro d'insana e colpevole pace che ci protegge dalla sofferenza. Così ruberò al mondo la sua essenza, la estirperò da dentro quel terreno umile ché lì dev'essere il vero. Deve trovarlo un uomo che sia intriso di sudore e solo da lui sarà preso. Infine, o nuda fata, vorrò averti per fremere e anelare nel guardarti, ferirmi gli occhi della tua bellezza o aspra dispensatrice di salvezza. Fenice Usa le scintille di fuoco, raccoglile per gioco… Sono un dono delle mie ali stanche. Cerco di non perderle ma ho bisogno del sogno di darle di scaldare di illuminare e mi piace. Felice vago, la gente addita la lontana fenice e tu raccogli i miei semi che bruciano nella tua mano e tieni il calore che ti avvolgerà. Ma non lasciarlo andare: amalo bruciati cercalo non giocare a bearti un istante Perché quella fiamma è gemma che cresce, che morbosa ricerca la tua cura duratura nell'ardore da essa stessa creato e che le è dato. | Le nostre strade Le nostre strade, quelle che noi, soli, percorriamo piano, senza parlare ma assecondando fantasiosi voli di parole e immagini, per giocare pochi momenti con spiriti strani; non sono quelle larghe, nere e spaziose di re, presidenti ed eroi vani, né piene di decorazioni oziose (rossi tappeti e luci artificiali). Son quelle coi tappeti naturali, le scure foglie degli aceri, manti che si stendono dolci e senza fine nelle rare giornate novembrine, in cielo soli tristemente brillanti.Basso Risonano bui i molti passi, risonano cupe cadenze, dipanansi dietro altre essenze in vicoli profondi e neri su strade di luce. Son fori; son ombre degli altri rumori, di quelli che sono più veri, son cerchi creati dai sassi che getti nell'acqua lontano. Son trame che svolgonsi piano: diresti che sia molto lasso, perché il vago andar sembra vano, chi il debole filo ha in mano. Ma sta sol cadendo nel basso.Ti cullano gocce leggere Ti cullano gocce leggere, stanche etere che sono senza la prepotente consistenza, di forze d'acquazzone pure e sacre: ti avvolgono acquose nel mediocre. Scivolano tra le tue coltri, fluide e meschine, molli ti parlano i tuoi dolori, sibilline, e miserie e pensieri grigi e tetri graffiando il vuoto cupo dei tuoi vetri. Ti attraggono ad ascoltarle, lacrime triste rigano giorni di immagini già viste attori stanchi a cui credevi mugolano frasi brevi e si arrendono meschini, capi chini e mani levate, nulla rimane del vate che erano stati. E tu vaghi luoghi usati spargendo semi su corpi e terreni scabri, agri, eternamente, minimamente preoccupato del vivere di nebbia che ci è dato. E l'acqua piano sibila: "Non ti accorgi?" Sì, siamo solamente porci, e lottiamo come animali guerci per distruggerci e rimanere poi soli a contare i loro errori, a chiamarcene fuori. Ti cullano gocce leggere davanti ai tuoi occhi tocchi e puoi bere l'impotenza e la cieca veemenza di chi brama i suoi mali: resteremo maiali nelle ore di dolore, nella vita vuota nel fango, nella broda a scuoterci a perderci e nutrirci di rabbia, e sarà il nostro strame d'insaziabile fame e sarà sabbia sempre che ci sfugge dalle mani e nei nostri intenti vani scivolerà. Emilia Ho imparato ad amare l'aria pungente e purificatrice che mi dice l'inverno e il sacrato freddo, divino splendore. Ho imparato a contare le ore e quando cambia il tempo e i campi che mutano il colore. Amo incondizionatamente muovermi tra le lente cadenze dei riti ogni anno da officiare. Mi lascio scivolare la mia terra addosso, e so, conosco il rispetto, accetto il gelo avvolgente l'afa opprimente, e sempre assecondo l'umore. Sento la mia provenienza fetale ma anche odo, tra la nebbia primordiale, un richiamo, bisogno d'amore. E io piano ricamo parole e sensi antichi… È la mia terra, madre e figlia, Emilia. |