Poesie di Bianca Casti


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Nel vento
Nessuno guarda più le foglie in terra,
è l’autunno, già cosparso di stelle
a frugare nel vento
per cercare i nostri baci nascosti,
rubati e tremanti e, sulla tua pelle
mi commossi a guardarti.
Abbiam perso i ricordi.
Siamo stati distratti dalle cose
del mondo, vagabondi
affamati, solitari e sperduti.
C’eravamo trovati
confortandoci a turno
abbracciati di eterno davanti a un menhir.
Superando le attese,
tu volevi scorgere la Nurra,
giù dai miei fianchi, sentir
parole che l’aria ancor ci sussurra.
Eravamo legati dalle foglie
dorate d’autunno già sparse al vento,
aspettando di amarci,
ricoperti d’argento.
 

Fiori
Giorni sfioriti come i fiori in vaso
Troppa allegria finita lì per caso.
Attese e incontri scontati, traditi.
Baci e sorrisi, e poi gli addii impigriti.
Tra noi volgevano lenti i minuti ingrigiti.
Crescevano stanchi gli abbracci a letto,
coprendo di ansie persino il corpetto.
Sogni e respiri convogliano al centro
e i fiori sparsi fra piazze e cortili
stringon l’amarezza dietro ai monili.
Eroi cinici, insensibili escono
e rompono silenzi che atterriscono.
Vanno per vie libere ma affollate
sollevano urla con braccia innalzate.
Sognatori svegliati, spaventati
dal mostro avvinghiato ai corpi denudati
che esalano pur di sembrare forti
ma in realtà non respirano e son morti.
 

La Giostra
Dall’argentea notte
rifiorito s’alza il giorno e s’ode il gallo
nell'ammantato silenzio.
Versi di merli e tortore in bisbiglio
s’affrescano nell’orto variopinto
in veli di petali cangianti.
L’estate è esausta:
boccheggiano, da foglia a foglia
i rumor delle piovane gocce.
Con drastica diligenza
tra boschi e piane
la zolla indossa l’abito d’autunno
e brulla s’attiene
a una bellezza balsamica, odorosa.
Il muro a secco, d’anima petrosa,
divide e scompone la vallata aulente.
Mormora il Tirso nel suo lungo letto
e pregusta brioso il piovoso febbraio,
quando il sol fra i giunchi bacia
i virginei fusti d’asfodeli in fiore.
L’aura di gente gaia, in tiritere,
già perpetua il sogno e segue all’ombra,
da sempre, sotto fronde di platani le fiere.
Intanto lontano, come nella storia nostra,
i cavalli bardati s’accorano,
replicano solennità e rassegne,
che lieti e con impeto, vanno a giostrar
festosi e a infilzar l’agognate stelle
fra’ coriandoli filanti e l’allegria!
Assal la folla, gravida di tamburi e trombe,
un gran rimbombo.
Fra gli impavidi in gara
e i motteggianti editti
si dipana a stormo, poi, l’allegoria:
brulica il luogo di stallier zelanti
e aitanti se ne stanno i tesi cavalier nervosi.
In fine esonda la scaramantica speme
nei cuor dei corsieri che, alla fortuna,
essi stessi immolano.
Nel mentre, antico,
il mondo inforna dolci,
esalando lubrico
la vernaccia dalla divina contrada.

Dalla raccolta VI Madrepore, SIAE-Roma
4 ottobre 2021
 

La noce
Nel crepuscolo che muta la luce
cresce in moti frementi la mia sete.
Verdi e dolci in cuore sono le mete,
fresca la noce, tenera si scuce.

Con fame beve e morde il giorno e l’arte.
La mano metto sotto al cielo tondo
per scriver d’ago e negra china al mondo
il foglio bianco, e stelle come sarte

a me care, svolgono tele e sorte.
Solco l’onde dei mari sul mio guscio
entro nella bocca a metter la voce

pia di gioia fatta tra vita e morte.
Una chiave sola è in pace e chiude l’uscio
che è già fuori il nuovo pianto forte.

La noce evoca il ternario sacro che presiede a ogni manifestazione: corpo (guscio), spirito (pellicola
intorno al frutto) e anima (la polpa). La noce evoca il segreto protetto dagli sguardi dei profani
grazie al suo involucro. Il noce era un albero profetico per i Greci.

 



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