Poesie di Bianca Casti


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Fado
Il destino
aveva una nuvola per volare
una storia da cantare
prima d'andare.
Stretti in passi rumorosi
e nella corsa di affannati soffi
s'allontanavano i traghetti da salutare.
Prolungammo baci sfrenati
tra occhi di portoni che
spiavano dell'amore un'altalena.
Fado, che m'hai sfiorato l'anima,
dopo l'acustico accenno di sirena
già partiva la nave
e poi, tutto sapeva d'abbandono.
All'ora, nei vicoli eran fiorite
mammole, fresie e noi abbracciati
sulla soglia fra molte margherite.
Il diffuso suono d'un violino
da sotto il cielo nell'azzurro manto
mentre ora i gatti consumano a sera
il pasto d'un nostalgico rimpianto.

Madrepore
Poesie e Prose Liriche©di Bianca Casti.SIAE Roma
 

Fondali marini
Da languide devozioni,
fiaccata, guardo ascendere
l'alba e poi il breve tramonto.
Taccion gli abissi marini.
Dormono misteri e pene,
sottraendo sogni e illusioni.
D'amori danzanti restano i voli
e tuttora, loro strusciano il ventre
fra le grotte d'acquatici fondali
già seminando le graziose arene.

Madrepore
Poesie e Prose Liriche©di Bianca Casti.SIAE Roma
 

Donna baricentro
Io.
Sono
donna baricentro.
Magnetica, bipolare,
fiorisco e seguo aquile gridare.
Il viaggio è la menzogna,
l'arte è restare.
Io.
Sono
donna baricentro.
Imparo a volare,
mentire e giocare.
Tradire, sognare.
Comprendere, amare.
La prigione del coma
addolcire con la vista del mare.
Sotterrare angosce e natali
d'un cuore che nessun doma.
Io.
Sono
donna baricentro.
Certezza che impone rima a carezza,
coraggio, segue la data di maggio.
Vanità medioevale,
a tutti, in fondo, può recare amarezza.
Io.
Sono
donna baricentro.
Il fosso dove trovano dimora i meteoriti.
Pioggia e vento,
e il fuoco di lava affonda e ferisce
scisto e mica e nel cuore,
li trasforma in dendriti.

Madrepore
30 Ottobre 2003
Poesie e Prose Liriche©di Bianca Casti.SIAE Roma
 


L’ignoto
Nella terra di nessuno
ai confini dell’ignoto
non avrei dovuto stare.
Logorando l’amor proprio,
che ha ingoiato perfido
il mio essere incostante,
allargando la mia piaga
nel sangue di mestizia,
è la vinta sorte misteriosa
caduta sconsolata in avarizia,
di notti senza stelle,
mormoranti oblio,
dove abbiam perso il tempo
tu ed io.
Eppur non ci badai.
Volli morir sognando,
imparando sulla pelle
a restar sveglia
respirando.
Molta era la via
da percorrere in quest’anima mia.
Meritar non so, le stanze d’oro
del sole che inondasti
nel mio muto dolore.
Crebbi insieme a te,
che d’amor puro,
con vergogne e sudati baci
eri di fronte al mio futuro.
C’era il mare a separarci
e il desiderio nell’odor del vento,
quando d’eterno
s’era ormai vestito il nostro tempo.

Madrepore
Poesie e Prose Liriche©di Bianca Casti.SIAE Roma
 

Cielo
Mi arrabattavo per diventar qualcosa.
Per anni ho amato esser come una rosa.
Ero e sono già
Essere come il cielo,
che nel mio ciel profondo stava alto più del melo
nulla mancava al divenir domani
nel mare che il vento spostava tra le mani.
Ero e sono già.
Ad ogni mutare
era solo un essere forma
e nella torma
era un essere nome da intonare.
Io sono già.
Ero un essere e ho l'aspetto
d'un colore che nacque nello spazio
fra stelle che m'han fatto da tappeto
e il mondo parve bello al mio occhio sazio…
Essere già.
Non avevo bisogno di cambiare nulla
perché le parche misero ogni cosa nella culla,
e se tutto cambiava continuamente,
di stormi seguivo il sentiero assiduamente
e il mio cielo non conservava traccia,
che nella faccia
restava profondamente
pulito il pensiero e ovunque vivamente
era presente ma separato,
distaccato e cifrato.
Ero e sono
più vicino ad ogni cosa,
parola, forma, colore
e nello stesso tempo, al dolore
strappata, più lontana e festosa.
Mi sono stancata inutilmente.
Essere, non costa niente.

Madrepore
Poesie e Prose Liriche©di Bianca Casti. SIAE Roma
 

Colors
Guardo a stagioni,
e la mano afferra il pennello.
Copia fiori in asprezza
di gennaio sui balconi.
Intingo di bianco
e di arancioni.
Volano e poggiano
corvi e rondoni
nel prato verde smeraldo
dove il passero è spavaldo,
fra rossi papaveri ondeggianti.
Turchese è il giorno
sui campi di grano
giallo indiano,
margherite e indaco di lavanda.
Fragranza di mosto
e pioggia turbolenta
con ocra di foglie cadute
sopra frutti vermiglione.
Fumante è nei piatti la polenta.
Smorzando giunge il sole invernale,
adusta è la terra
fatta d'eleganza
e in alto scorre nel cielo
il blu Parigi.

Madrepore
Poesie e Prose Liriche©di Bianca Casti. SIAE Roma
 

Le donne dei fiori
Le donne dei fiori portano gonne
che sono multicolori, ma cinte
hanno già l'asciutto seno pieno di vita,
poi, morbide ondeggiano l'anche come
il bianco giglio fa coi petali al vento.
Le creature, carine nel portamento
s'inoltrano, come fiamme festose
nei cuori. Volteggiano e si spingono
fra l'erba nei prati a cogliere i fiori.
Freschi e pure sdruciti come i volti
che sfiori e appetiti sensuali e irruenti
si stringon ravvolti in nastri setosi,
che s'esibiscon tra i baci distesi.
Nel velo son complici e armate fate.
Ostentano lo sguardo affascinate,
poi briose, le indifese orchidee vanno
per strada, ma orgogliose, dell'aroma
sconfinano il cielo con un sorriso,
ma verso l'erotico abbraccio, è spoglio
e spiegato l'intero
volere del tenero
oblio, è come udire la voce di Dio.

Madrepore
Poesie e Prose Liriche©di Bianca Casti. SIAE Roma
 


Premonizioni
 




 

 

Il passo
Viaggi oceanici hanno annunciato il passo
e l'orologio è sulla mia credenza.
Viviamo tra gli orari traditori
di messe sconsacrate,
giuramenti violati.
Le omelie che ci sembrano funzioni.
Lo schermo ora si fa osceno alla vita.
Cerchiamo il suo regista,
col desiderio che poi, ciò finisca.
Terre desolate chiedono gioie
e tra noi, però, celiamo i paradisi.
Derise morti, e abbracci
finti, bugiardi visi.
Dissacrando nel tempo la bellezza,
dove tutto è promessa,
spinti da tanta giovinezza in corpo,
copriamo l'amarezza col belletto
e avere un po'di ebbrezza.
Il passo è ormai più svelto.
L'oceano si misura con pazienza,
ma include la marea la mia natura.
Trasporta consapevolmente, il passo.
Tra la gente il colore è una bandiera.
E mi offro nel baratto.
Punto l'ago e la goccia
che poi farà scattare
il futuro nel prossimo neonato.
Amato, carino, sano e fragrante.
Le guerre son lontane
e il passo le avvicina.
Ogni ora è giusta per saper pregare.
Cosa cambia, se qui è spuntato il sole
e ombre stanno sterminando intere etnie,
e pure io mi trovo a guardare le razzie!
Passeggera dei miei voli oceanici
mi chino ad ascoltare
le madri e, dal mare, nuove sinfonie.

Madrepore. Endecasillabi e settenari
Poesie e Prose Liriche©di Bianca Casti.SIAE Roma
 

Golfo
Riecheggia la mareggiata nel golfo. Io sono cielo, sto immobile e ronfo. Le nuvole passano.
Salgono; scendono mie ospiti in cielo alla cui aria appartengo.
Si sollevano alti, come pensieri, gli altri si uniscono
a coppie e pare danzino leggeri. Spugnosi si schiudono
in cerchio i sospesi cirri in sentieri e invitati stranieri,
si inchinano pronti per trasvolare. Sono cielo sul golfo;
di casa, il padron e lo schema par goffo. La mente mi lancia i paracaduti e sembrano
ombrelli viola sperduti. A sostenere nubi
mi svuoto e resto muto volentieri. Sganciate mi guardano
e son fiere mentre van verso il mare. Il peso dei pensieri
è ingombrante nella forma ovattata; capace di colpire
come una cosa: è l’arma imbattibile.
Una cosa pesante
che pure a distanza fa male e piange
ma non cade dal cielo
poi, sorride nel velo.
Soffia il vento delicato e brioso…
Sono azzurro e non mi sento noioso
e languido mi oscuro
per accendere le stelle, festoso.
Ora, cupo, risplendo
e nella mente d’ognuno risorgo
con la magica notte.
Rallentano a tratti i pesi corrieri
di sogni passeggeri.
Cumuli nascosti sotto la luna
han la pioggia argentata,
mentre il sole oltre me si addolora,
mi distendo sul fianco.
Dorme il giorno in alacri passaggi
e per la mente costruisco i paesaggi.

VII/ Madrepore Poesie e Prose Liriche©
di Bianca Casti.SIAE Roma
 

Bastava un dollaro
Bastava un dollaro…
Per sognare
un mondo nuovo,
per jeans
e la bandiera
a strisce e stelle.
Rosse come il sangue
le strade di colore
e la fatata Libertà.
Bastava un dollaro
a darci le canzoni di vinile
e la musica jazz.
Ali bianche
d'aerei sorvolanti
tra banchi di spugnose nubi
sopra i grattacieli.
Note acute, basse,
con pizzicate corde,
intense e vive
nell'archetto rovesciato
con flauti, sax e trombe.
Bastava una scommessa,
qualche tallero d'argento,
ch'era subito atmosfera,
poi, un ritmico motivo
di chitarra a trovar brio
era uguale, che sommessa
e gaia suonava decisa
nel timido cuor mio.

Madrepore
Poesie e Prose Liriche©di Bianca Casti.SIAE Roma
 

Beffa
Fuori dai rimpianti curo il mio orto
e con occhio attento
percorro solite gallerie, consuete.
Inciampo in grande traffico, assorta
ad ascoltare un diffuso mormorio solerte.
Su e giù vanno le formiche
e portano grano, erba o sterco.
S'anima il formicaio con saliva e succo.
Decide il discorso. Mostra sani denti
e la beffarda inettitudine…
A morsi toglie dalle bocche il miglio,
inebriando e gettando scompiglio.
Gli accresciuti formicai che come fabbriche
fan tristezza fra i forni d'ingiustizia
e fagocitano i giorni della gioventù sballata.
Il giglio assimila il pudore, e già dimentico…
che il tempo non esiste
è sobrio il calore
dell'abbraccio con mio figlio.

Madrepore-versi liberi
Poesie e Prose Liriche©di Bianca Casti.SIAE Roma
 

Madreperla
Nei sobborghi dell'anima s'aggira
un gatto bianco che si liscia il pelo.
Solennemente segue e osserva in cielo
le augure volute delle rondini
intanto che la primavera è fatta.
Con gli occhi s'è atteggiato a fattucchiere
e l'apolide estende le sue fusa,
poi profuse nell'interlocutorio
e perlaceo piano, entro la chimica
del carbonato cristallo calcico
in nuove ma brillanti aragoniti
segmentate e vive di polimero
fra chitina e proteine idrofobiche.
Nelle valve d'attraente madreperla
che dischiuse si sottraggono ai raggi
e al chiarore rilucente, sostano,
sperando che s'acquatti l'acquazzone.

Madrepore-endecasillabi
Poesie e Prose Liriche©di Bianca Casti.SIAE Roma
 

Lo scialle
Guardo silente il tuo talamo ombroso.
Frange nere del mio scialle
sono rimaste impigliate
sul viso, nella mia valle.
Con i denti le trattieni,
e mi avvolgo, e poi rotolo
quando mi ribalto per liberarle.
Con un bacio, le sigillo,
le rilascio fra le calle.
Mormoriamo fra ali di foglie chiuse.
Adorni di attimi viviamo eterno
sole nelle nostre cornee.
Nella danza ormai oscena e imperitura,

dissacrando in noi la paura d'amare,
inseguiamo la dea madre che possa
modellarci nelle mutue fornaci.
Fatti di creta i nostri sogni, crudi,
son pieni d'asprezza come macigni.
Sì, t'ho chiesto soltanto una carezza,
e tu hai scelto la mera giovinezza.

Implorasti amore racchiuso in scrigni
poi, hai espiato tra i miei baci sanguigni.

Madrepore
Poesie e Prose Liriche
©di Bianca Casti.SIAE Roma
 

Letizia
Celebrerò di te i mattini
e con sorrisi aperti al cielo
la nuvola soffierò verseggiando,
perché l'istante possa tornare
a bagnare l'aiuola nell'Eden.
Le verbene hanno fiorito
sulle mie crollate fortezze.
Lì ho ritrovato i profumi d'amore…
Seminar sterrando i nodi celati
e flesso e sensuale è l'arco di fuoco
che a stringer lo sguardo, eccitata
nel nido mi lancia verso il libido
incontro e forti piccanti bocconi
eretti alla gioia e poi,
considerare ma a morsi spezzare
il piacevole tempo,
che eroso dalla solitudine, ora
rinasce dalla mia terrosa paura
e d'incanto vuol risplender letizia.

Madrepore
Poesie e Prose Liriche
©di Bianca Casti.SIAE Roma
 

L'albero
Finiti gli anni
di gioventù vivace,
creo foglie
in abbracciati rami.
Scopro nuova alba
tra i tuoi capelli
che van tornando grigi
come il giorno
che piovve tanto
e vidi monsone
turbinarmi intorno,
braccia e radici.

Furioso vento,
mai contento
dei miei primordi
e albori di linfa
e vegetale sangue,
con aspre aperture
indolenzite,
perseguite da
afidi, moleste api
e loro ingorghi.

Ho rifiorito
sollevando
anelli in lustri
e decennali anni,
con passion per te
che scegli di bruciarmi
e ombra più non godi
ma vivi
di miei resti scheletriti
che vanno imputridendo
nell'alvo intestino
per il mio tormentato
defunto destino.
Eppure il Sole a me
rese la vita,
pensando al mal non dar
vinta partita.
In queste fresche
ricomparse gemme,
leggi il perdono che tu
m'hai chiesto inerme,
quando servivo a raffermar la frana
del fiume roboante, alla marana.
Ora ti vedo vecchio,
piccolo e maldestro
guardarmi e chinar lento
il capo al vespro.

I/ Madrepore
Poesie e Prose Liriche©
di Bianca Casti. SIAE Roma Max

16/11/2007
 

Era la Luna
Nello sguardo che volgevi
tra brezza e spumeggianti stelle
quando cadevano da Lattea Via
incendiati scoppi,
era la Luna.
Erano carezze,
insicurezze,
voli tra nembi e cumuli,
infiniti gesti nel copione
dove fummo registi io e te.
Era l’estate nei miei occhi
tra sorbite fragranze di ginepri,
quando ci siamo detti tante cose
radevan sinuose e morenti estasi
e sviolinavano il silenzio
in ore stordite d’amore estenso.

V/ Madrepore
Poesie e Prose Liriche©
di Bianca Casti.SIAE Roma
Folies érotiques
 

Cicale
Sospinte da dialettiche effusioni
friniscono nel lor canto d’amore.
Sono nuove cicale in mezzo al loto
e alle ninfee entro le tante letizie,
attaccate a beatitudini, in laghi e
gioiosi fiori sbocciati di luglio.
Al buio, inesauste fra fossi e spalliere,
negli orti voltano i dorsi strusciando
che poi, tal moto carnale mi assale,
per flusso di brama a scoprir me pure
svestita allor quando lui m’ha smaniata e
già al piacere di carezze future
sotto la luna mi vede incantata.

V/ Madrepore
Poesie e Prose Liriche©
di Bianca Casti.SIAE Roma
Folies érotiques
 

Abbandono
Le spalle son tese a cercare il sole.
Il cuore è d’amor ricolmo; sei donna,
ammantata da mani.
Da sempre schivi schiaffi dalle storie,
poi, già graffiate sui muri
dove i coltelli recidono i vasi
caldi fra infaticabili arterie.
Insegue in cielo, a macchie,
un fiore di nembi e nuvole auree
formar rosa diamante.
Incisa umanità, fuga dal treno.
Un grembo è messo in salvo per caso,
l’altro è stato sventrato.
Vedo seni ampi e rossetti scarlatti
e pur la donna incontra
la scommessa malata di: io son dio.
Spesso è poi abbandonata
nella scarpata, fra costone e siepe.
Scorgo erosi cervelli
in senno e di follia nella gioventù
scheggiata, che è alienata e già dispersa,
poi, nel nulla è schizzata.

IV/ Madrepore
Poesie e Prose Liriche©
Di Bianca Casti. SIAE Roma
 

Il nodo
La baleniera va con fianchi larghi
fra i beccheggi, gli argani e i verricelli,
stento a risvegliarmi dai miei letarghi.
Allontanarmi e a folgori e bordelli,
dar volta al bagnasciuga.
Nel mare già guizza come un'acciuga
e al nodo di sparto a gassa d'amante
semplice, al nodo piano o parlante
annuso e sfilo l'aria che prosciuga,
e i capelli rasciuga.
Leone a Caprera fra i cordami in rollio
imbarca botti, alghe natanti e gorghi.
L'acqua rafferma traballa nel brillio.
Spengo oniriche visioni in sobborghi
intonando romanze.
L'alberatura ondeggia e fa cantare,
nel sogno d'una idea riunita al cuore,
e il verso all'alba torna a rosseggiare
senza capire perché l'uomo muore
aperte son le danze.

Contadini vanno per strada a urlare
e gli altri strisciano a elemosinare
un tocco di pane, e pur di lavorare.

IV/ Madrepore
Poesie e Prose Liriche©
Di Bianca Casti. SIAE Roma
 

Il cantastorie
Il moto già insegue l'attimo nel caos
che separa la cadenza dell'ascia.
Scandaglio le spente e sparse immagini;
scelgo a sorte la mutilata sinfonia.
L'energia d'alba rigogliosa e pura;
è la morte che mi spia, s'è raccolta
e s'avvia vestita d'eterno lutto.
Usurai, viscidi e ladri lagnano
la smania e il crollo per falsa moneta.
Stanno agli angoli i compari corrotti;
in ampie piazze, fervidi e in agguato
per estorcere il mistico silenzio.
Il musico e il cantastorie corrono
sgattaiolando tra sparute note.
Sentono che l'ansia d'ogni battito
è nel nuovo stupratore che sghignazza:
è fuor di grazia e a violare sta chino,
senza limite, a colpire col fendente,
nel livore che poi, li vede urlanti,
e odono la preda nell'ansare.
Muti, adombrati, attenti ai colpi rasoiati.
Rossi e striati i momenti dolci e amari!
Crudeli nei loro deboli guaiti;
al fragor si lanciano in tivù verso
l'inorridire della bestia umana.
Punge ed è scosso il pianto dei parenti
e l'angelo è in ritardo nella neve.
L'anima s'è involata nel cemento.
Sulle carezze offerte, nei boschi e tra
ossessioni e acuti stridorii di morte.
Procede al margine d'ogni menzogna,
aedo, a raccontar la codarda sorte.
Nell'affanno dei cuori che battono,
sveglia, io m'astengo di correr l'oltre
sulla verità dell'ostentata onda.
A delirio raggiunto sto alla riva,
trattenuta da un ingenuo sogno.

IV/ Madrepore
Poesie e Prose Liriche©
Di Bianca Casti. SIAE Roma
 

L'indirizzo
Mi domandano dove
io abito.
Gli rispondo che
vivo in
via del mare
numero pesci
in città del vento
provincia di montagna,
presso arcobaleni.
I miei vicini
sono i tramonti,
sacri.
I miei figli,
allineati,
allegri e colorati,
pieni di grazia,
spiritosi,
inclinati tra
il manto della terra e
la luce divina.
Io vivo incoronata,
smisurata, accolta
e non più minacciata.
Passando di qua
ho incontrato
bambini neri
e bianchi
nati stanchi.
Non avevano indirizzo.
…Infinito…
Ricoperto di cuori al passaggio
del bimbo più denutrito,
abito in fondo al fiume,
tra tutti i suoi ciottoli e
li spingo fuori,
a respirare aria.
Si erano persi
fra le mani di nuovi padroni.
Schiavizzati nel corpo
dalle illusioni.
Giurati nemici
delle allegre canzoni,
stavano immersi
in puzzolenti visioni.
Violenti, osceni e pagati
da altri dementi
rincorrono albe
di giorni scadenti.
Saranno puniti
dagli angeli arcani
e dovranno pulire
dalle strade
il seme.
Certe volte,
inesorabilmente
mi perdo
e non so tornare
a Dio.
Loro sono
il continente,
la mia regione,
tutto lo stato,
del mondo mio,
rinato.

Tratto da Madrepore
Poesie e Prose Liriche©
di Bianca Casti.SIAE Roma


Di legno, ferro e pietra
Scappano e bruciano l’alba e il domani,
forgiano tra le mani leste e pregne
l’odio nei metalli a mutare insegne
di ferro a vario colore e decoro
con nuovi teschi a fiamme e molto oro.
Navi affollate, inni e talismani;
donne, bambini e uomini, e si spegne
vita nel mare per promesse indegne.
Fra onde e stupratori e, di preti in coro
nella foschia, assistono, ove, io l’ignoro.
Soffrono, fanno viaggi disumani.
Dei corpi fanno conti e le consegne.
Il vento riporta le anime degne.
La torma dei cialtroni che deploro
sono all’ombra dell’alto sicomoro,
dagli isolani sono accolti i sovrumani.

Al fine del potere nominato
in massa sfuggono all’atroce guerra.
La franca superbia li respinge e afferra
la furia a spese della loro pelle.
A sud e a nord è pieno di trivelle.
Il mare muore e strilla insanguinato,
l’italiano offre l’aiuto e li rinserra,
e gli altri, già annegati, li sotterra.
Tetri di fame ma ognuno ribelle,
e gli occhi che sembrano fiammelle,
stanchi, ma ciascuno ha in braccio un neonato.
Libertà! E scoppia l’urlo e il pianto: a terra!
il comandante si compiace e sferra
numeri, poi dà a tutti le scodelle
già salvi e stretti come le sardelle,
poi, tutti a gara a chi è più sfortunato.

Di legno, ferro e pietra è fatto il mare
ma il colore del sangue l’ha ramato.
Nel gloria, essi continuano a remare.

IV/ Madrepore
Poesie e Prose Liriche©
di Bianca Casti.SIAE Roma
 

Cantico di ombra e luce

Soglia

I
Donna, che sgrava all’anno un figlio,
snoda le braccia dai fianchi spossati,
e gli eletti già domina d’orgoglio.

Affine all’invaghita sua fierezza
di belva stanca, nel cipiglio
spasima il silenzio e la salvezza

senza scordar le messaggere note
sparse sul letto delle stelle ignote.

Luminosi diamanti in cielo
al dì stavan fissi con dolce melodia.
Lievemente, esili dita nel velo

dell’immagine divina, sempre sfiora
e bacia gli occhi scolpiti nel bel viso
che carezza e tenerezza affiora,

mentre di Lui supplica gioiosa
la sembianza mirabile e gloriosa.

L’immobile, cupa soglia è favorita
a superar grado sull’amorfa pietra
che la spada d’Angelo l’invita

a varcar l’ala della beata Aurora
e al cuor d’accordi dissonanti
muove le fatal lacrime e l’irrora,

che il pianto scorre lungamente
trapassando il petto come affluente.

- Non voltarti - invoca! cotanto,
lento è il dolore, donna che nella notte
aspetti della Luna il canto.


II
Tu, donna, seduci sensuale le forme
della fantasia col lieve movimento
dei discesi capelli come l’orme,

armoniosamente, a ornare la nuca;
là si apron i sette, cauti confini
e il suono alto che a Lui ti riconduca.

La terra si riservi e pacifichi
e la bell’aria fresca purifichi!

Per la coscienza il destro lobo netti,
tu, già coltivi col messaggio l’animo,
che pur sensibile, a manca alletti.

La visione è raggiata dove l’iride
nell’occhio pio coglie l’intensa luce
che palpebre pulsan quiete e vivide.

Tocchi i miei piedi come ultimo arcano
del cielo notturno a toccare l’alba
del giorno nascente e così lontano.

Le braccia allargo e sfoglio il mattino,
vestita di canti e grata a un gattino.

Nell’ora allegra o nel grigio sole puntito
di olmi, di querce, d’uccelli e di arie,
mentre volando libera ho sentito

assalirmi da cupa morte e svettare
dall’eterna paura. L’esumate ansie
che l’angoscia dei vuoti ama giostrare

con scarti putrescenti tra ombra e grotte
che s’abbuia e morde la canuta notte.

Furioso e denso di mestizia è il mare,
che al tonfo dell’onda è risvegliato
e sulla roccia rugosa posa, a colmare.

E per la gentile stilla d’ogni regno
s’è piegato l’Io che con sguardo morente,
serba luminoso e ardente il disegno.

Occhi d’amore, splendenti d’infinito,
dal sorriso, messianico e smarrito,
m’accolgono col bacio che lenito

con pienezza di labbra e di certezze
già in me abitano in plessi le bellezze.

Svuota, soffia e mi rampolla il rio
di dolorosa gioia al nuovo mondo.
Fresie olezzano a giugno e nel cuor mio.


III
Le nari esultano e sono d’intesa
ai sensi affini. Turbata dal bel sesso,
vivi, l’intima natura ch’è protesa

all’energia violenta e al vanto,
poi, d’orgoglio volgi le tue azioni
e in grembo porti il corpo santo.

Giocondità, elegia, obliato il buio
dal sapor perduto sboccia il tripudio.

Di lui non sai più, tra il fumo e il vino:
né udito, la vista o il profumo e il tatto,
con voce mascherata da bambino.

Scorgi il dirupo con la tua purezza e
precipitar non puoi, nell’incertezza.

V/ Madrepore
Poesie e Prose Liriche©
di Bianca Casti. SIAE Roma
 

Avi
Fuggitivi noi, che fummo italiani...
e poi avi, con l’orme all’orizzonte,
in percorsi sorvegliati d’anziani

cui la vista fu privata d’impronte.
Scoprimmo d’amare i bei cortigiani
davanti al piacere di un camaleonte.

Aveva senso stare in nuove terre,
a viver la speranza e non le guerre.

La terra tornava all’odor suo, fiero
fra i giunchi, papaveri e cipolline
a profumar di fieno forestiero.

Usciva il grano, irto sulle colline,
già ci pareva di cogliere il costiero
riverbero tra le rose coralline.

L’immenso dei pensieri come molle
spuntavano fra fiori, erbaggi e zolle.

IV/Madrepore
Poesie e Prose Liriche©
 

Tristezza.
La goccia d’acqua scesa lentamente
accompagna il risveglio.
Poco, per troppo tempo senza di te.
Sopportabile, forse.
Come un albero, un fusto secco che arde
e consuma la vita,
resto pervasa dalla siccità’.
Gli occhi si schiudono alla luce tenue.
Le braccia vuote e tanti baci assenti
colmano di tristezza
i contorni dei nostri visi lieti.
Una separazione
riporta le dolorose parole
ma poi vanno in silenzio a morire.
Dai, colpiscimi forte,
è arrivata già l’ora della morte.
 

Miraggi dorati
La sposa indecisa è maliziosa
Spuntano i piedi e lei si spoglia
Festosa e attesa è la sua voglia
Gira voce la stessa cosa
Suonatore dalla stradina
Arriva l’uomo e con la spada
Ferma le danze alla contrada
Geloso alla barbaricina
Le offre il braccio poi s’allontana
Ma lui con lo sguardo la spoglia
Cerca i suoi occhi pieni di voglia
Sfiora la bocca e la sottana
Sotto un cielo sereno e arcano
Il loro destino è deciso
L'orgoglio amaro è stato ucciso
Balli e amici fanno baccano
Resta al buio in silenzio l’illuso
Lui arde, vorrebbe urlare, abbaiare
La lama ha per accoltellare
Al tramonto e il cielo è soffuso
L’amore onorato si fonde
La febbre negli occhi è ardente
E il riflesso al mare è avvolgente
La luce smuove, sfugge al color
Miraggi dorati consente
Di dipingere l’anima e il cuor.

Dalla raccolta VI Madrepore di
Bianca Casti
SIAE-Roma
Dicembre 2021
 

Senza tempo
La sensazione di pioggia ad ovest
ha smosso terra e erba già calda e umida.
L’energia delle pietre secolari
irrompe nell’aria dei forti venti.
Genti umili montano sui cavalli.
Donne avvolgono in teli i loro figli,
percorrono strade pericolose
ma che portano al mare.
Vestite di seta che,
da pregiata, in un giorno
è già lisa e strappata.
Marciano livide e stanche, tremanti.
Incontrano mani che
forti e amorevoli le salvano a bordo.
 

Cuori silenziosi
Se ne vanno via in fila, silenziosi,
cori si aprono in cielo, melodiosi.
Alti in volo, come stormi sopra noi,
liberi di essere forme elevate
ci lasciano e migrano altrove.
Scorrono nel tempo, tra le nuvole.
Avremmo voluto conoscerli al bar.
Sapere da loro la vita e la gioia,
Incontrarci per caso.
Confonderci poi, con le nostre voci.
Avere il tempo di amarci per un po’,
scambiare qualche abbraccio.
E sollevare il mondo con un dito
per il figlio sano che hai partorito
prima che ci fosse il caos.
Maria, adesso preghiamo.

Pandemia, tra 2018/ 19 / 20 / 21/ 22.
Troppe sedie sono rimaste vuote
e il cuore batte piano per non far rumore.

 

Nel vento
Nessuno guarda più le foglie in terra,
è l’autunno, già cosparso di stelle
a frugare nel vento
per cercare i nostri baci nascosti,
rubati e tremanti e, sulla tua pelle
mi commossi a guardarti.
Abbiam perso i ricordi.
Siamo stati distratti dalle cose
del mondo, vagabondi
affamati, solitari e sperduti.
C’eravamo trovati
confortandoci a turno
abbracciati di eterno davanti a un menhir.
Superando le attese,
tu volevi scorgere la Nurra,
giù dai miei fianchi, sentir
parole che l’aria ancor ci sussurra.
Eravamo legati dalle foglie
dorate d’autunno già sparse al vento,
aspettando di amarci,
ricoperti d’argento.
 

Fiori
Giorni sfioriti come i fiori in vaso
Troppa allegria finita lì per caso.
Attese e incontri scontati, traditi.
Baci e sorrisi, e poi gli addii impigriti.
Tra noi volgevano lenti i minuti ingrigiti.
Crescevano stanchi gli abbracci a letto,
coprendo di ansie persino il corpetto.
Sogni e respiri convogliano al centro
e i fiori sparsi fra piazze e cortili
stringon l’amarezza dietro ai monili.
Eroi cinici, insensibili escono
e rompono silenzi che atterriscono.
Vanno per vie libere ma affollate
sollevano urla con braccia innalzate.
Sognatori svegliati, spaventati
dal mostro avvinghiato ai corpi denudati
che esalano pur di sembrare forti
ma in realtà non respirano e son morti.
 

La Giostra
Dall’argentea notte
rifiorito s’alza il giorno e s’ode il gallo
nell'ammantato silenzio.
Versi di merli e tortore in bisbiglio
s’affrescano nell’orto variopinto
in veli di petali cangianti.
L’estate è esausta:
boccheggiano, da foglia a foglia
i rumor delle piovane gocce.
Con drastica diligenza
tra boschi e piane
la zolla indossa l’abito d’autunno
e brulla s’attiene
a una bellezza balsamica, odorosa.
Il muro a secco, d’anima petrosa,
divide e scompone la vallata aulente.
Mormora il Tirso nel suo lungo letto
e pregusta brioso il piovoso febbraio,
quando il sol fra i giunchi bacia
i virginei fusti d’asfodeli in fiore.
L’aura di gente gaia, in tiritere,
già perpetua il sogno e segue all’ombra,
da sempre, sotto fronde di platani le fiere.
Intanto lontano, come nella storia nostra,
i cavalli bardati s’accorano,
replicano solennità e rassegne,
che lieti e con impeto, vanno a giostrar
festosi e a infilzar l’agognate stelle
fra’ coriandoli filanti e l’allegria!
Assal la folla, gravida di tamburi e trombe,
un gran rimbombo.
Fra gli impavidi in gara
e i motteggianti editti
si dipana a stormo, poi, l’allegoria:
brulica il luogo di stallier zelanti
e aitanti se ne stanno i tesi cavalier nervosi.
In fine esonda la scaramantica speme
nei cuor dei corsieri che, alla fortuna,
essi stessi immolano.
Nel mentre, antico,
il mondo inforna dolci,
esalando lubrico
la vernaccia dalla divina contrada.

Dalla raccolta VI Madrepore, SIAE-Roma
4 ottobre 2021
 

La noce
Nel crepuscolo che muta la luce
cresce in moti frementi la mia sete.
Verdi e dolci in cuore sono le mete,
fresca la noce, tenera si scuce.

Con fame beve e morde il giorno e l’arte.
La mano metto sotto al cielo tondo
per scriver d’ago e negra china al mondo
il foglio bianco, e stelle come sarte

a me care, svolgono tele e sorte.
Solco l’onde dei mari sul mio guscio
entro nella bocca a metter la voce

pia di gioia fatta tra vita e morte.
Una chiave sola è in pace e chiude l’uscio
che è già fuori il nuovo pianto forte.

La noce evoca il ternario sacro che presiede a ogni manifestazione: corpo (guscio), spirito (pellicola
intorno al frutto) e anima (la polpa). La noce evoca il segreto protetto dagli sguardi dei profani
grazie al suo involucro. Il noce era un albero profetico per i Greci.

 



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