Racconti di Alberto Carli


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Love
Avrei, lì per lì, immediatamente, accennato un motivetto; sarei andato al piano e mi sarei lasciato trasportare, girovagare, affinché quella canzone mi venisse a cercare. Non sono musicista.
Foto, immagini di una generosità inaudita, di un profumo dolce, ma non speziato. Colonna sonora, e una ragazza scorre sul video. Ride, sorride, allarga le braccia, si mette in posa. (Mio Dio, la ragazza conosce il senso del gusto, dell'estetica e dell'estasi).
Come altre volte, non molte per la verità, in presenza di tanta estatica sorpresa, Alberto H. Carli doveva fare. E, infatti, lui, con un velluto speziato, ha pensato di digitare tasti: in mancanza d'altro lasciamo una traccia, una foto.
Sconcertato! Palpitante per la freschezza, il senso di liberazione, non taciuta, non nascosta nelle pose. E quell'apparire è l'essere: esistente e essenza.
Sono molte le parole da scrivere, da dire; ma finiamo sempre per limitarci a quelle con le quali abbiamo più confidenza: un approccio migliore.
Quella rappresentazione del reale è, per me, una netta differenza, una linea di demarcazione, verso coloro che tendono ad offrire un'immagine falsa e falsata di sé. Fatto sgradevolissimo e che porta alla mente individui - a prescindere - sfigati in quanto ipocriti.
Invece il cuore batte, involontariamente, per la corrispondenza in affetti, verità, paure, realtà, piacere. E se sbalza i suoi ritmi, li velocizza, li rende tachicardici per l'emozione, ebbene Lui, il cuore, è ragione - la ragione - o una buona ragione per vivere. Pour vivre la vie.

Solo per un po'
E' inconsueto. Ma voglio aprirmi la poltrona letto e buttarmici sopra. Due cuscini. Ancora la terapia, per il trauma dell'abbandono, del rifiuto. Condisco il tutto con abbondanti spruzzate di umiltà. E ci provo.
Qualche notte fa ho rischiato di morire. Una congestione. Per la prima volta ero solo in mezzo al mare; l'onda lunga e la corrente che ti porta verso il largo, il sudore che cola fino a inondarmi.
La testa che scoppiava e pulsava e martellava. Capivo che ci potevo lasciare i coglioni: ne avevo piena coscienza. E dovevo fare qualcosa per non lasciarceli. Telefonare al 118 - ma le mie condizioni era handicappate, invalidate, anche per le più scontate manualità acquisite nel tempo - o fare da me.
Mi sono fatto alcune lavande gastriche. Due dita in gola, per tre volte, per vomitare quattro yougurt divorati in una solita "crisi" ipoglicemica notturna.
Mi è andata male, ma non malissimo. Me la sono cavata. Per queste occasioni, rare, ti girano le palle a crepare.
Fino a non molto, solo un paio di domeniche fa, volevo solo dormire. Dopo l'abolizione, non totale, dell'alcol usavo dosi non indifferenti di lorazepam. Sono un tipo pelle-ossa, ma resistente.
Il numero ha la sua importanza, lo comprendo. Dipendeva dai sabati e dalle domeniche. Sei, sette milligrammi. E' che non trovavo un senso. Meglio morire un po'. Non del tutto. Non ora almeno. Voglio vedere che cosa succede. Non per molto: solo per un po'!


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