Poesie di Clemente Campano


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Sconfinate distese disseminate di corpi
liderati dal dominio del dolore
si ergono raccapriccianti tra colonne di serpi
che hanno avvelenato il rosso candore.

Solenni, lisciandosi le viscide scaglie,
scrutano da quella robusta roccaforte
il vorticoso mulinare di milioni di foglie
decidendo della loro effimera sorte.

Dietro multicolori paramenti si nascondono,
giustificando i loro feroci delitti
con folli parole di uomini giusti
innalzati alla gloria da un gioco assassino.

Col sangue scrivono la nostra storia,
assurdità accettate come indelebili verità
che oscurano l'orizzonte dell'umanità
già grigio per la morte che vi aleggia.

Ingenui, rubano le anime immacolate
con la speranza di allungare le proprie vite,
corrotte, senza possibilità di salvezza,
precluse eternamente alla purezza.

Con l'amaro frutto del loro lavoro
giungeremo alla fine del sentiero
e non sarà volontà divina,
ma una ghignante follia disumana.

L'illusione di un amore immacolato
albergava in questo tormentato abisso,
un volo mai spiccato
represso da un sorriso fragoroso
appostato dietro quel vermiglio fiore.

Troppo il fiume ho lasciato correre,
ora, sradicato ogni filo d'erba,
solo fango è rimasto lungo gli argini
e ansiosamente attendo la nuova alba,
l'assassina dei miei sogni vani,
lontana ancora da questa valle
imperata dalla tua figura immortale.


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