Racconti di Miryam Cabras


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Al sesto rintocco del campanile i suoi occhi si aprirono        
Al sesto rintocco del campanile i suoi occhi si aprirono. Roteò lentamente gli occhi tra la luce dell'acerbo mattino e, quasi volesse salutare la notte ormai passata, mosse appena una mano. I suoi movimenti erano lenti e dolenti ma non si preoccupava tanto di questo; poteva veder sorgere un altro sole, poteva ancora respirare l'aria fresca e pesante di nebbia di quelle ore gelide del mattino e, se il Signore l'avesse ritenuto opportuno, avrebbe visto quello stesso sole tramontare in un orizzonte carminio incendiandole la fronte ampia e rugosa. Viveva in solitudine quella che viene definita la sera della vita e, cosciente del fatto che ogni giorno ha la sua fine, aspettava tranquilla la notte.
Erano la sei di una fredda mattina di marzo; il cielo aveva ormai deposto il velo invernale e chiaro respirava tra le poche nuvole che, come barchette a vela, navigavano in quell'oceano di ghiaccio e di vento. Erano solo le sei ma lei doveva destare, senza troppa indulgenza, le sue membra stanche e prepararsi ad affrontare una giornata che, probabilmente, sarebbe stata uguale a quelle che da tempo ormai trascorreva: lenta, ansiosa, incompleta. Continuava a aprire lentamente gli occhi, ritmicamente, e le sue pupille si dilatavano nelle sclere acquose e ingiallite, contraendosi alla timida luce di quell'alba che, sebbene fredda e pungente, già profumava di primavera. Sembrava una mattina come tante altre, quella, ma capì subito che non lo sarebbe stata. Il solito dolore l'aveva risvegliata con più veemenza del solito quel giorno, proprio in quel giorno che offriva un'alba così limpida e pulita, e il nodo che da anni le serrava la gola sembrava stringere e stridere come la fune bagnata. In realtà per lei quello era il dolore per antonomasia, il dolore con la d maiuscola, il dolore che non aveva bisogno di spiegazioni, il dolore e basta; il dolore senza nome che però poteva chiamare in tanti modi, il dolore che non pulsava, non fremeva come tutti i dolori del corpo ma che aleggiava leggero e pesante su ogni suo pensiero, su ogni suo ricordo. Era quel male intimo che si nutriva di ogni suo singolo respiro da anni, e che spesso le rubava l'aria lasciandole i polmoni vuoti e senza fiato. In realtà ormai ci voleva davvero poco a toglierle il fiato e mentre cercava di drizzarsi nel letto, lottando con ostinazione con l'artrosi e i reumatismi che si dimostravano sempre più caparbi di lei, si accorse di affannare rumorosamente, talmente rumorosamente che i soliti mille ricordi che le appesantivano i pensieri sembravano scorrere al ritmo del suo respiro, li sentiva scorrere tra il suo fiato, defluire dalle sue narici come un soffio caldo e riassorbirli con un altro profondo ma insoddisfacente respiro. Inspirava ed espirava dolore, ormai da anni.
Puntò le mani sul materasso e abbassò lo sguardo per osservarle meglio; erano raggrinzite come i fichi secchi ricoperti di farina che si mangiano a Natale e talmente tese e sottili che rivelavano i percorsi delle vene indurite dall'età. Sorrise guardando la pelle incartapecorita e ripensò a quante volte quelle stesse mani avevano sussultato, promesso, accarezzato. Adesso tremavano come foglie in autunno. Tutto era fragile in lei ma tutto reggeva e come un castello di sabbia saldo fra le mareggiate aveva visto alternarsi le maree per giungere infine a una bonaccia senza vento, di quelle bonacce che ogni marinaio teme, di quelle che lasciano i bastimenti negli oceani sotto il sole impetuoso. Questa quiete apparente l'accompagnava da tempo immemore, ed era perfettamente abituata a nascondere le tempeste sotto gli occhi scuri ormai ridotti a fessure luccicanti tra cascate di rughe profonde come la sua solitudine. Aveva passato la vita da sola, aspettando di specchiare il suo sguardo in quello di colui che non aveva avuto il tempo per farlo; prima perché erano state delle parole a impedirglielo, poi delle mani ostili e infine un colpo di fucile in pieno volto; come se non bastasse colpire altrove per spegnere un cuore ma fosse necessario cancellare ogni tratto, ogni sembiante. E così ormai ricordava a stento quel sorriso, erano passati tanti anni del resto. Ma che importava, quel colpo aveva in qualche modo ucciso anche lei, la sua giovinezza e il resto della sua vita. Pensava così ogni mattina mentre riordinava il letto, ripercorreva con gli occhi del ricordo quei pochi anni che le avevano fatto conoscere la felicità e la sofferenza; la felicità di quei sorrisi rubati, di quelle carezze accennate nell'attesa di poterle assorbire con tutto il corpo e la sofferenza del dover rinunciare senza che ci fosse, per lei, un motivo comprensibile. Ma il tempo e gli anni erano passati sordi e ciechi, facendole capire che il vero dolore non è quello che avvampa, quello che incendia, ma quello che brucia lentamente come le braci sotto le ceneri, che consuma , che logora, che distrugge.
Intanto il sole saliva sui tetti di quella città distratta, su i tetti di quelle tante case che celavano ognuna una sofferenza, ognuna un piccolo dramma, insieme alla speranza e alla fiducia. Ma lei aveva rinunciato a entrambe le cose; la speranza si era tramutata in illusione e le illusioni quando muoiono lo fanno tra atroci sofferenze, con agonie infinite e crudeli, gridando, strillando, implorando una misera pietà che non arriva mai. E così erano morte tempo fa le sue illusioni, ma ormai il sole era alto e lei doveva sforzarsi come ogni giorno di non pensare, gli alberi del giardino ondeggiavano alla brezza di sole del mattino e lei sarebbe presto uscita per andare al mercato e comperare una fetta di quotidianità, di normalità e di apparenza. Il suo Dolore, il suo adorato e maledetto dolore l'avrebbe aspettata a casa, prima seduto come un fantasma sullo scalino dell'uscio, poi nascosto sotto il tavolo, tra le sedie, dietro le tende, fra le coperte, e lei l'avrebbe accolto tra le sua braccia come sempre, tra lacrime e sorrisi, con l'esanime speranza di non dimenticarlo, di non scordarlo tra le pieghe di quelle giornate tutte uguali, di quei sospiri inutili che da tempo le fremevano in petto. Sì, perché il suo dolore aveva ancora un profumo, aveva uno sguardo e aveva avuto un sorriso, una voce, un canto. Perché il suo dolore era stato amore. Un tempo.      

Miniera
Il cielo veniva giù in lacrime quella sera, e Maria, seduta sullo scalino della casetta in via Dritta, ascoltava il tintinnare soffuso delle gocce che si infrangevano dolorosamente sui ciottoli della strada. Alla sua destra c'era la discesa di San Giuseppe e, nonostante non ne scorgesse che l'imboccatura, immaginava il torrente che la pioggia aveva sicuramente formato e le sembrava di sentirne lo scrosciare sommesso. Alla sua sinistra sorgeva invece il Colle del Buon Cammino con i suoi tantissimi alberi cupi e lanosi, i cui rami, armonizzando come tasti di un pianoforte, vibravano al tocco delle sicure dita di quella pioggia di Aprile. La strada era grigia e deserta e solo qualche minatore ritardatario, con i panni zuppi e neri, la percorreva verso casa con la schiena curva e il passo pesante. -Non vedevano mai la luce loro- Maria l'aveva sentito dire da zia Ciccita che aveva due figli ed un marito in miniera. Due figli ed un marito che partivano per la Miniera di Monteponi quando ancora il buio regnava. Maria non sapeva di preciso che cosa fosse e dove si trovasse Monteponi, i suoi otto anni perdonavano tale ignoranza, ma aveva sentito tante cose terribili al riguardo. Zia Ciccitta, la lattaia e le tante mogli dei minatori che abitavano numerosi in via Dritta, dicevano che in miniera non si vedeva mai la luce del sole, che non ci si intorpidiva al suo tepore neanche nei pomeriggi d'Estate e che la primavera non profumava di viole ma solo di zolfo, di polvere, di buio. Poveri uomini. Maria sentiva ogni tanto i loro passi stanchi quando la notte moriva per veder nascere il giorno, e il loro respiro affannoso le ricordava il rantolo dell'asino di ziu Bonu. A volte li vedeva tornare la sera in bicicletta, con un tronco da ardere legato dietro il sellino; a volte li scorgeva alle prime ore della notte, con un passo ancora più stanco e pesante, ritornare a piedi da quell'inferno mal pagato. Non tutti tornavano la notte; qualcuno si risparmiava la camminata e dormiva nei "cameronis", stanzoni dove l'odore di zolfo e polvere erano ancora più forti e dove regnavano il freddo d'inverno e l'arsura d'estate. Qualcuno invece non tornava proprio ed allora erano pianti di donne, labbra serrate di uomini e visite alla vedova e agli orfani. Maria ricordava ancora bene, troppo bene, quando il marito di zia Antonia Chillau non tornò dalla Miniera, o meglio, non tornò con i suoi piedi, e ancora il ricordo delle urla della vedova inginocchiata nell'uscio della casetta le faceva nascondere la testa tra le ginocchia. Non seppe mai cosa gli fosse accaduto, del resto non sapeva neanche che cosa si facesse di preciso in una miniera, ma il volto gonfio e livido di quell'uomo steso sul tavolo vicino ai fornelli l'aveva tormentata per varie notti. Ancora oggi pensava che il suo misero cadavere aleggiasse come una maledizione in quella casa diventata all'improvviso buia e triste come la miniera. -Il Signore non doveva farmi questo- piangeva zia Antonia. "Non doveva farlo no!- pensava Maria- non si riduce un uomo con il volto gonfio e livido solo perché lavora tutti i giorni in una miniera sporca e puzzolente". Ma sicuramente un motivo, o meglio, una buona ragione che giustificasse tutto questo c'era. Suor Amelia al riguardo era stata poco rassicurante, le aveva detto, infatti, che i disegni del Signore non si rimettevano in discussione neanche in casi del genere e l'aveva sgridata aspramente quando aveva osato metter in dubbio l'infinita bontà di un Dio che, in definitiva, non conosce la miniera, e così, dopo un Pater Noster e due Ave Maria, l'aveva rimandata a casa con un'occhiataccia per niente benevola. In famiglia non riprese volutamente l'argomento, sapeva benissimo che dalla madre, sempre poco disposta al dialogo, avrebbe rimediato, oltre alle orazioni del caso, due mal rovesci e niente di più. Così, decise saggiamente di non pensarci più. Solo un proposito conservò al riguardo; avrebbe chiesto a Don Luigi, che sicuramente aveva l'autorità per farlo, di invitare solennemente Dio, magari durante la messa della Domenica, a visitare la miniera per constatare che è una ben misera fine morire lividi e gonfi dopo una vita passata la sotto.


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