Ad una ragazza La ragazza dai capelli dorati Mostra il candido giovane sorriso, Delle speranze molli e vane intriso, Sognando amori non ancor saziati. Sospira il suo cuore per tanti amati, E amabil lucentezza sparge il viso, Quand’ella vien presa d’amor deciso E da tremendi ardori suscitati. Cari al viver suo sono i moti suoi, Nonostante i travagli che produce, Poich’è Amore ch’in giovinezza impera. Ma tu, cuor mio, palpitare non puoi, Tu non sai in che stato Amore riduce, Perché evitar vuoi l’essenza sua nera.Deliziosa creatura Di te cari sguardi, e le mansuetudini M’appaiono, viva ragazza mora, Nobil persona ch’ama e ch’innamora, Rara perla nel mar di turpitudini. Baci ed abbracci, erano consuetudini Dolcissime che ’l mio cuor non ignora, Intanto che ’l tempo il tutto scolora, Perché crea deserti e solitudini. Inseparabili e stretti in quei giorni Eravamo talmente, che pareva Ch’un sol e unico corpo aveva i nostri. Quanta attraente timidezza mostri Alla mia vista, che pregio ha e aveva, Di contemplare te, che sempre l’orni.La morte del ciclista Il vittorioso ciclista, Alla vista Di molti sostenitori, Esultava sul traguardo Con lo sguardo Fiero, ornando tutti i cuori. Con il ghiaccio o con la neve, Egli deve, Deve pedalar con forza, E a domar salite dure E insicure Discese, sempre si sforza. Cade a volte sulla terra, Ma riafferra La sua bici prontamente Ripartendo insanguinato, Concentrato Sulla gara con la mente. Venne coperto di fango Da quel rango Prestigioso con la toga, Come l’Agnello indifeso, Che fu reso Vile da crudele foga. Ciò fu, da questa italiana E assai sana Giustizia, fatto al campione Solitario, mal ridotto Da quel dotto Gruppo che notizie impone. Brucia e s’evolve in affanni Con gli inganni Insieme, il mondo. Non siede Più sulla sella felice, L’infelice Uomo; alla morte si diede. Natura: Morte e Indifferenza Ventosa notte d’ardenti celesti Lumi, e di solitari gruppi sparsi Di candidi monti, nel ciel apparsi. Vivaci e ascetiche le loro vesti, Ma mutevoli e mortifere quelle Degl’altri ch’in apparenza, son belle. La speranza e lo spirito le stelle, D’uragani e alluvioni al fondamento, Le nubi: in esse, non v’è pentimento. Passeggiate Percorrendo le solitarie strade, Ascolto semplici e sublimi fatti: Il pianto d’un bimbo, un vaso che cade, Nei cortili, il miagolare dei gatti. Tutto ciò che al mondo esiste, decade, Ma ecco questi improvvisi e fugaci atti, Fan scordare il brutto che sempre invade L’uomo, con violenze e scioccanti impatti. Il tempo ogni sentimento prosciuga, Affievolendo ogni umano legame, Che diviene solo noia e letame. Così ci corrodono orrende brame E infiniti mali, come una ruga Solca il viso. Ciò siamo, e non c’è fuga.Sette aprile Ti vidi su quel letto d’ospedale, Sfinita dal male che con coraggio Affrontavi, creatura mortale. Con occhi spenti e affannoso respiro, T’appressavi verso l’oscuro viaggio Di fronte cui tutto nulla più vale. A tuo marito, hai lasciato un figlio Che mai, mai godrà del tuo acceso amore; Mai, mai l’accoglierà nessun tuo appiglio. Sei morta e nulla avrà più il suo valore.Il nuovo giorno Il cielo s’è intinto d’intenso rosso Sangue. Per i cortili, tutto tace. Ogni tanto, un lontano rumorio. Spira poco vento. Nulla s’è mosso. Di notte, tra questa solenne pace, Pensoso e in silenzio sono immerso io! Ma ecco che si sentono i primi canti… Ecco che il nuovo giorno viene avanti.Piccole vanità Vedo tre Veneri: una, snella e bionda, L’altra, appare meravigliosa e bruna E la terza, col bel petto che abbonda; Assorta in pensieri si trova ognuna. Ma fra loro, s’agita e protesta una: “Me, me, me, me, me, me, me, me circonda L’estrema bellezza! Travolge e inonda Chi me guarda! Come me mai nessuna!” Ma quando tutti i corpi, dentro bare Buie giaceranno, sciocchi discorsi E sfarzose vanterie cesseranno. Nella vita, solamente d’imporsi Ci si deve tanto preoccupare! Svanisce la bellezza, di anno in anno.Antiche prediche Trrr… Trrr… Trrr… Treno di troppe tristi Stridule frasi truci. Irrompe senza freno, Un frastuono di mezze Parole… Che trambusto! Trrr… Trrr… Trrr… Trivella senza tregua Le cervella, l’antica E tetra logorrea Paterna! Grida, rugge, Digrigna e anche si sbraccia! Trrr… Trrr… Trrr… Trema di rabbia! Povero Quel padre tanto affranto! Non trova più la pace! Dinnanzi a lui, quel figlio Immobile che tace.Impressione Sul ciglio d’una strada Desolata Dove a ciuffi si sviluppa A fatica L’erba già seccata Ho visto un gatto Buttato Sull’asfalto Caldo Stava su un fianco Con le zampette Rigide Pietrificate Nell’attesa di essere Trasformato in un facile Pasto Senza saperlo Qualcuno passando S’è avvicinato Era troppo Indaffarato Non ha avuto tempo Per accorgersi Ch’era MortoI gabbiani Cauti fra i picchi delle alte mura Antiche, con ali supreme S’ergono in una sera D’estate fresca. Lontana Nel cielo, L’alata orchestra Si dispone entusiasta. Celesti cori ascolti, mentre S’infittiscono grappoli di stelle. Le bellezze del mondo Non vali più nulla, mondo degenere! Colmo di soprusi e senza vergogna, Tiri avanti mentre diventi cenere. Una melmosa e spregevole fogna Sei ormai. Ti vanti per le grandi doti Che diffondi: l’amor per la menzogna, Il gusto di tradire… Quanti idioti Ebbero la ridicola speranza Di migliorarti con sforzi vuoti! Di meschinità, sei una mescolanza Informe, cresciuta in stato malvagio, Amante d’ogni amara circostanza. Chi vuol rincorrere denaro ed agio Per la sete di dignità e conforto; Chi vuol compagnia, ma è solo e randagio; Chi ancora, avvampante per un trasporto D’amore, vaneggia, per una buffa Certezza: crederlo un sicuro porto. In te, mondo, risiede chi s’abbuffa Di potere, ammettendo quanto prima, D’essere nel giusto, mai nella truffa! Egli mente! Ma rispetto e gran stima Ugualmente riceve. Oh quante stanche Facce che vogliono arrivar in cima! Come fremono alla vista di banche, Grandi magazzini e supermercati, Sognando d’abitare in quei posti anche! Come conta l’essere raffinati Per molti, che di sgargianti cravatte E di sbiadite giacche da avvocati, Si ricoprono, mentre come gatte Su di loro, le segretarie (quelle Tutte sole, un po’ afflitte, mezze matte) Si strusciano. Hanno liscia la pelle E gli sguardi incendiati di paura, Sapendo di non esser le più belle. Noioso mondo, gonfio di lordura, Così sciocco da allontanar la morte Che t’impera, che non ti rassicura, Perché essa è invincibile; è la più forte. |
Infanzia
Di notte, questa mia vita ripasso,
Scavando fra un ammasso
Di ricordi. Quel che posso vedere,
Son confusi frammenti
Di immagini lontane,
Di lunghe estive sere
In campagna, tra un gracidar di rane;
Fra contadine genti,
Quelle della mia terra:
Gran distesa di soffici colline,
Di isolati conventi,
Di acque cristalline,
Ed il suo ricordo, è quel che m'afferra.
Chiara Chiara e leggiadra la tua apparizione Ch’agli occhi miei d’angelica natura, Pare, e ardua impresa sarà la scrittura Ch’esser degna deve di tua attenzione. Il cuor mio riempisti d’emozione A me, rivolgendoti con premura Tra gesti e parole, e la tua andatura: La più alta dell’umana creazione. E io timido, gli sguardi tuoi fuggivo Lontano, ma di nascosto, ogni volta D’ammirarti cocente non finivo. Ma ora e in futuro, di te sarò privo E questo è il vero! Tu da me sei tolta Giacche il cuor tuo, davanti al mio, assai è schivo.
Il divertimento moderno Vivi cadaveri che s’agitano Ed eccitati spettri che s’ammucchiano In folle disorientate, e visi Lugubri e tutti uguali. Quelle macabre danze Sanno di fetore. Ecco, Nel gioco perverso di false luci, Desiderano tanto Dimenticar di vivere. Dai piaceri, ne escono indeboliti E goffi, più invecchiati. Anche oggi i loro vermi Si sono nutriti di vanità. Quando tutto questo termina, triste E svuotata si rivela la vita.Maestro Nei coltivati campi e nei cari orti, Testimoni d’un gran lavoratore Di vitale fatica e di sudore, Brutti e inutili palazzi son sorti. Come nave che varie isole e porti Ha passato, così il tuo gran valore D’eccelsa sostanza e il moral vigore, Ondeggiavan sempre impetuosi e forti. Ma spirasti. Giunse l’eterno sonno E l’assenza dall’oscurata vita, Non fu mai fin all’ora così vera. Io che trascorro il viver da eremita Cosciente, te, forza dolce e fiera Onoro con il pianto, amato nonno. Meditazioni Dolcissima e sensuale giovinetta, Lungo la riva del mar in tempesta, Ammiro te, che, ritirata e mesta, Con intrecciate braccia vai, in te stretta. Il pensier tuo il morir, che non diletta, Forse invoca; esso ad arrivar s’appresta E orrore e travaglio da per chi resta, Poiché lo stato mortal non s’accetta. Ma per chi non è più, eterno sollievo Da almeno, e se una prossima esistenza S’affaccia, verso il cielo gli occhi levo! In te, bon Signore, io sempre confido, Affinché luce sia e non, la parvenza D’essa e penso, al tuo doloroso grido. Memorie di vecchi amici Intense e sublimi le passeggiate Con te, amico mio, discutendo tanto Le questioni più confuse e oscurate: Le donne, il sesso, la musica e il canto. Per l’Eterna Città in quelle serate, S’andava, dal Suo immutabile incanto Rapiti, e vie e piazze da noi ammirate, Intorno rumoreggiavan, intanto. Di tanti vivi e vitali ricordi, D’amate e care effimere speranze, Sogni; testimone ne era la piazza. La nostra presenza il nulla rimpiazza Ora; in ogni tempo e nelle vacanze, Vissute eran le scale e scuri i bordi. Semplici, casti Spesso noto nell’alto cielo vasto, Irraggiungibili folle d’uccelli Che, volando, passan il viver casto E un brun piumaggio riveston le pelli. E quando arriva l’ora del pasto, Scesi in terra, si muovono a saltelli, Quasi a fatica, sopra il mondo guasto E il loro apparir, tende a pensier belli. Non essendo soggetti all’immondezza E alla miseria umana, da una vetta All’altra, intonan canti d’allegrezza. Ogni vostra movenza il guardo alletta, Lieti esseri! Semplicità e saggezza Siete, ma l’uomo solo male getta.Il Sabato Ed ecco prorompente e manifesta, La freschezza dei tuoi giovanili anni Amica! Tu pensi bene a far festa E non t’affanni. Sorridi e ti diverti in compagnia In locali anonimi, nel grigiore Avvolti, fumando quello che sia Per ore e ore e ore… Intorno a te, si spandono urla e chiasso Di gente che bevendo si trastulla E in piaceri, nel totale sconquasso, Gode e si culla. E per i vicoli densi d’urina E vomito, t’incammini a stento Verso casa amica, a testa china, A passo lento. Il sarto Fino a tarda sera, sotto la luce Soffusa e fioca, il solitario sarto Esperto e veloce, con cura cuce. Ti porge sempre un festoso saluto Mentre s’adopera, dando ad ogni arto Eleganza, frutto d’ingegno acuto. Nel soffice silenzio del negozio, Dignitosamente fa il suo lavoro. Sempre attivo, mai si culla nell’ozio! Con soddisfazione prende ristoro. Distanze Il taglio d’una lama arrugginita, Netto e finale… C’è un silenzio strano… Da poco tempo, s’è spenta una vita. L’Agnello s’accascia a terra pian piano… È pronto per il macello. Le dita Dei carnefici, dell’orrido piano Si compiacciono, mentre irrigidita Giace la carcassa che belò invano. Inchiodato alla croce dolorosa, Ha appena chiuso gli occhi doloranti D’amaro pianto. Non ha più dolore. Dopo insulti, sputi e ferite, muore. In eterno, presso il Padre riposa. Quanto da Lui siamo tanto distanti!Al Verano Le rondinelle sono ritornate! Sono venute ad annunciar l’estate! E volando per l’azzurro sentiero, Si sente dolce il garrire ciarliero. Di fiori germoglianti s’addolcisce L’aria! Ma laggiù, sulle tombe lisce, Ogni notte compaiono i riflessi Dei lumini. Tra il nero dei cipressi, Domina quel gran silenzio, colmato Da remote preghiere al proprio amato. Sale un puzzo di fiori secchi dalle Mura erbose e scalcinate e la valle Di croci, sotto un gorgoglio di stelle S’addormenta. Tacite sentinelle Son quei cipressi antichi e un poco storti; Ed io, camminando, penso ai miei morti. Tempo Perenne Una goccia Di morte Scava La mia pelle Di marmo Sulla vecchiaia Lentamente vai con il tuo bastone, Stanco d’accompagnarti. Poi l’orecchio Tuo ascolta… Sghignazzanti vocii. Vecchio Sei. Altro non c’è, fuorché la derisione. Nel cuore, una profonda delusione S’accresce, quando davanti allo specchio, Un volto sfilacciato appare. “Invecchio” Dicesti, con respiro d’afflizione. La morte, ti prese con sé, quand’eri Solito raggiungere un giardinetto Desolato, dietro la tua dimora. Pochi son stati i tuoi ultimi pensieri. Forse nessuno. Chi ora, s’addolora Per te? Per molti, eri solo un vecchietto. Inno alla tua grazia In quelle ore passate a conversare, Sentivo la tua dolce Presenza, coricarsi Nel mio profondo Letto di cuore E rischiararlo. I tuoi occhi vispi E lieti, Sorridono Di magnificenza. Le tue chiome, sono Edera fresca E la tua pelle, Sa di lavanda. Le tue guance, Sono campi Di tulipani. Le tue labbra, Sono fila Di fragole rosse Ed il tuo collo, é un mare Di latte. I tuoi seni, Sono immense Cupole dorate D’antiche chiese. Le tue mani Ed i tuoi piedi, Come fogli Di papiro, Son delicati E preziosi. Tu, Damigella Di Numidia, Accogli Queste Mie Parole. |