Racconti di Mario Bruno


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Ricordi
Oggi come oggi ognuno di noi ha tutto in casa, forse troppo, ma il mio pensiero spesso se ne va a frugare tra le cose semplici e belle, vissute nell’ umiltá, fra gli stenti.
Non il cellulare, non il personal computer e nemmeno la televisione.

Ricordo quando bambino andavo presto a letto, come se volessi dormire in fretta, per poter andare l’indomani in campagna con mio padre, quando me lo permetteva, che di buon’ora mi svegliava chiamandomi sottovoce e con dolcezza.
Mi strofinavo gli occhi mentre lui mi chiedeva: ma vuoi veramente venire in campagna oppure preferisci dormire?
Al mio cenno, quasi come una preghiera, mi stringeva a se, tra le sue braccia possenti e
mi carezzava pregandomi di non fargli perdere tempo, di sbrigarmi.
Preso tutto l’occorrente si partiva in bicicletta che fuori c’era ancora buio.
Durante il tragitto mi raccontava tante belle favole che ora vivo, proprio come lui le raccontava.
Si giungeva in campagna che il sole ancora dormiva, poi, col nostro arrivo, piano piano si svegliava e dipingeva il tutto coi suoi raggi d’oro.
Era una favola. Gli uccelli cinguettavano e il loro canto sublime, insieme a quello dei contadini, si spargeva nell’aria fresca e il tutto mi riempiva il cuore di gioia mentre tra l’erba,
ancora piena di rugiada, potevo osservare una moltitudine di insetti che laboriosi iniziavano
la loro giornata.
Mio padre lavorava la terra, trattandola con amore, ma di tanto in tanto mi chiedeva se stessi bene o se avessi bisogno di qualcosa.
Man mano che il giorno proseguiva il suo cammino, le ombre degli alberi, sì come le nostre, si accorciavano fino a mezzogiono, ora in cui si faceva una piccola pausa
per mangiare qualcosina.
Un tozzo di pane con pomodori o con sedano, con peperoni verdi, perché piú teneri,
o lattughe o ció che si trovava.
La frutta non mancava, c’era quasi sempre , in qualsiasi periodo dell’anno.
Mio padre riprendeva a lavorare ed io gironzolavo, sempre piú curioso, per il giardino che nascondeva un sacco di bellezze a me sconosciute.
Di tanto in tanto gli chiedevo spiegazioni su ció che non conoscevo.
Il giardino era il suo regno, conosceva ogni piccolo particolare.
Intanto nel tardo pomeriggio le ombre si riallungavano
nel senso opposto ed io, stanco del far niente, vedendo il sole andare a dormire dietro al monte, chiedevo a mio padre di tornare a casa. Mi rispondeva sempre di si,
peró continuava a lavorare sfruttando ogni minuto.
A fine gionata si tornava stanchi a casa, con la gioia di riabbracciare i nostri cari,
portando sempre un cesto pieno di semplici meraviglie ed insieme si era felici.

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