Racconti di Pavel Bogdan


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Fluttuava nell’aria coraggio e malaria
Cumuli di sabbia, è il paradiso delle diavolesse.
Avvinte da furori sconosciuti, dionisiaci e bacchici, si aggirano mostrando come bello e dannato possano combaciare perfettamente in una terra salata solo dal mare che lambisce le sue curve, dolce nel suo entroterra, ciliegie, frutto della perdizione e della conquista, preludio della notte.
Quale momento migliore per mettere a segno i propri punti o per essere addescati?
Quale, per perdere ogni disinibizione, le cose più pure e uniche, la dignità, la faccia?
Sabbia, allora. Cumuli su cumuli. Tanti granelli di sabbia, si muovono uomini dal compromesso facile, esibendo il frutto avvelenato dei loro giorni, ancheggiando seguendo tre note, tre bassi, tre come soltanto sono forse le cose care all’uomo.
Qui si trovano tutte.
Paradisi artificiali usavano chiamarle un tempo i poeti maudits; questi uomini rifuggono però la morte, agognata dalle menti luciferine del passato, pur ballando vicino ad un precipizio, ad un baratro senza fondo.
Amo le tue sponde, il tuo mare, le tue palme e i tuoi scogli, gli ossi di seppia che mi portano in dono le tue onde, amo ancor di più il tuo spirito camaleontico, malleabile e le tue amnesìe.
Persone disperate, relitti dell’umanità ritrovano qui il loro vigore,la voglia di vivere in incognito su di una minuscola isola, tra mille bicchieri alzati e altrettante voci che all’unisono liberano canti di gioia, scacciando la malinconìa della terraferma.
Quanta sicurezza guadagnano le fibre umane dai fumi della tue spiagge, quanti scheletri nell’armadio vengono sbriciolati, con quale voglia di cambiare si atterra inutilmente in questo luogo.
Sembra possibile diventare altri, il tuo nome vale una sola e unica, comune promessa, offre infinite forme da assumere.
Senza giudicare, offri con un pò di malizia le opere della vita oscura, sotto sguardi seducenti affondi il colpo finale contro occhi innocenti che qui scoprono l’altra facciata del mondo.
A Playa D’en Bossa il mare non è limpido, lo hanno macchiato lavandocisi la coscienza, togliendocisi di dosso le paure, amando il suono del vuoto, assimilandolo alla libertà dell’albatros, le cui ali volano troppo lontane da queste coste baleari.
O, Minotauro, chi sarà la tua prima vittima in questa prigione di vita?
Chi perderà le ali avvicinandosi ad un sole vietato e troppo sconosciuto?
Ci hai legato le mani e costretti a sorbirci il tuo spettacolo: tra le tue braccia ho avuto i pensieri meno puri.
Il vuoto rimasto sarà adeguatamente riempito con illusioni, un’ampolla d’amore e un buon litro e mezzo di sangrìa.
Fai uscire Lucifero, tieni il paradiso dentro di te.
Addio, o chissà, arrivederci, Eivissa, terra senza coscienza.

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