Racconti di Rosa Maria Armentano


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Una storia comune
Sono nato in un giardino incantato, succhiavo dalle mammelle con tutti i miei fratellini e la nostra madre era esausta ma si fermava per darci il suo latte e poi correva via in cerca di cibo. Un mucchio di foglie cadute da un albero enorme, aveva fatto il nostro giaciglio e tutti insieme aspettavamo il ritorno per succhiare altro latte. L'albero con tutti i suoi rami e foglie, copriva quel letto morbido, creava una frescura ed il calore così intenso di una giornata d'estate era alleviato da questo ondeggiare di rami e foglie che un vento leggero spostava e ombreggiava quel posto dove noi sette piccoli cuccioli eravamo quasi incollati l'uno all'altro, forse spauriti da ogni piccolo rumore e da quegli attimi interminabili in cui mancava il calore e la protezione che solo la nostra madre ci dava.
Il tepore dell'aria, il profumo della terra quando qualcuno innaffiava il terreno con dei zampilli sparsi qui e lì ed il buon sapore di latte fresco era tutto ciò che nutriva le nostre prime giornate di vita e pian piano i nostri minuscoli corpi incominciavano a crescere e la nostra madre era sempre più stremata e affamata, lei portava qualche osso o qualche pezzo di cibo raccolto vicino i cassoni dell'immondizia e li nascondeva per conservare del cibo nei giorni in cui non riusciva a trovare nulla. Noi le correvamo dietro felici e lei era sempre guardinga, attenta a che nessuno si potesse avvicinare a noi, c'era solo una piccola mano che accarezzava i nostri corpi e lei permetteva per pochi attimi e poi il piccolo correva subito via.
Dopo qualche tempo, due di noi, si distesero a terra per non più rialzarsi, altri due furono presi da mani larghe e portati via, la nostra madre incominciò a venire sempre più di rado e così mi ritrovai da solo su una terra quasi sempre bagnata ora che l'estate era terminata e le piogge autunnali iniziavano ad intorbidare l'aria ed inzuppare il terreno.
Adesso sentivo il bisogno del cibo e la fame era sempre in agguato, iniziai a spostarmi come faceva mia madre per cercare qualcosa da mettere in bocca e calmare i morsi allo stomaco. Riuscivo a vedere il paesaggio che mi circondava, pensavo di essere ancora nel giardino incantato…; tanti alberi enormi, tanta erba e piante e tanti oggetti si affacciavano alla mia vista e tutto sembrava così bello, ma la fame accecava spesso la vista e curvo guardavo ed annaspavo sul terreno gli odori che potevano darmi un tozzo di cibo e un po' di energia per potermi spostare. Pian piano anche il mio corpo cresceva e incominciai a muovermi tra sentieri erbosi, viottoli dei prati, arrivai in strade più larghe con tanti rumori, mi infilavo tra le gambe di esseri diversi da me e tutti incuranti della mia presenza, grossi oggetti che correvano come matti lasciando un fumo nero e maleodorante, cercavo di seguire questo movimento senza capire dove mi avrebbe portato; cercavo solo un po' di cibo e per questo mi fermavo vicino agli esseri che mangiavano comodamente seduti ma che a me non degnavano neppure uno sguardo, di rado qualcuno gettava in terra un pezzetto del loro cibo e correvo a mangiare se in bocca riuscivo a masticare.
Tra questi esseri alti molto più di me, io preferivo quelli più bassi con le gambe meno lunghe perché erano gli unici a voltarsi a guardarmi e farmi gesti con mani piccole, venivano poi tirati via con forza dagli altri più alti ed io muovevo la coda perché qualcuno si era accorto che anch'io esistevo, ma poi li perdevo per strada. Quando mi avvicinavo per mostrare la mia gioia, questi piccoli esseri, erano sgridati e allontanati da me e spesso i più grandi mi lanciavano sassi e pedate per farmi allontanare ed io capivo di disturbare e correvo via spaventato. La paura sola mi accompagnava lungo le strade che percorrevo senza una meta; abbaiare era la mia sola arma di difesa e così riuscivo a fare allontanare chi mi guardava con sentimento ostile. La pioggia cadeva ed io inzuppato correvo, correvo…; il freddo invernale si affacciava ed io col mio pelo cercavo ristoro sotto le foglie degli alberi che mi davano riparo e sicurezza, rannicchiato nel buio di notti gelide, umide dove solo lo scrosciare della pioggia
mi accompagnava nei giri di strade tra i cassonetti dell'immondizia, alla ricerca incostante di cibo. Di giorno, ricominciava il tran tram, rumori e movimento, sguardi di odio e pedate da chi per sbaglio avevo sfiorato una gamba. Nel mio girovagare, molte scene accadevano davanti ai miei occhi, guardavo e passavo inosservato e molte cose accadevano ed io ero uno spettatore innocuo ed un testimone omertoso. Ricordo di una notte fredda, nel buio qualche luce fissa balenava da due cerchi enormi, si avvicinarono queste gambe lunghe, si avviarono verso un essere con la voce più sottile, la presero e le saltarono addosso, lei urlava, io corsi a queste urla e abbaiavo per dare forza alle sue urla , ma una gamba lunga con vocione dura mi schiacciò con un piede la testa, prese un oggetto duro e mi bastonò fino a stordirmi, quando riaprii gli occhi, sentivo un lamento con la voce sottile, c'era del sangue a terra e poi le gambe lunghe afferrarono quel corpo sofferente e lo trascinarono verso quei cerchi luminosi e lo portarono via ed io rimasi a ringhiare ma tutto era tornato nel silenzio e nel buio di una notte senza stelle. Altre notti, girovagando vicino ad un posto dove c'era tanto movimento, vedevo su pietre piatte, esseri con dei sacchi enormi e dentro quei sacchi c'erano tanti oggetti, essi, si stendevano sulle pietre piatte e dormivano sotto le stelle, ma qualcuno di loro, quando si alzava e mi scorgeva lì vicino che guardavo, allungava le mani per farmi una carezza, mi gettavano qualche mollica di pane che mangiavo con gusto e allora io ero pronto a leccare queste gambe che mi avevano dato una carezza. Non erano le voci cattive che davano pestate con i piedi, ma dormivano sotto le stelle come me, e mangiavano quel che trovavano o quello che veniva loro dato, come me, e sentivo che io e loro ci potevamo capire, perché la vita ci aveva riservato lo stesso destino. Poi di giorno quei posti divenivano affollati ed io ero costretto a spostarmi e nella corsa da un posto all'altro, un brutto giorno qualcosa di terribile accadde: un oggetto grosso con due luci enormi davanti e due più piccole dietro, correva così forte e pur essendo io non più piccolo da non poter essere visto, chi stava seduto in questo mostro, mi corse dietro e superandomi, schiacciò la mia zampa posteriore ed io avvertii un grande dolore che mi fece ringhiare, il mio era un lamento ma nessuno si fermò, nessuno voleva vedere il sangue che colava dalla mia zampa, nessuno volle darmi neppure un po' di acqua da bere o un tozzo di pane da mangiare. Mi rannicchiai per il freddo, la fame, il dolore e capii che la mia vita era segnata per sempre. Fu allora che si fermò un altro compagno mio simile e dopo avermi leccato tutta una notte la zampa penzoloni, mi feci coraggio ed iniziai piano a muovermi insieme a lui. Lui era un po' diverso da me, aveva il pelo di colore più chiaro, ma era sicuro più di me nel muoversi tra gli esseri grandi e capii che lui conosceva gli esseri dalle gambe lunghe perché era appartenuto ad uno di loro tutto il periodo della sua giovinezza e nel nostro linguaggio, mi raccontò la sua storia molto diversa dalla mia. Quando era nato, stette poco tempo con la sua mamma e poi venne un individuo con un oggetto strano che rivolto verso il cielo, emetteva dei suoni violenti, uno scoppio e colpiva altri individui piccoli che volteggiavano sospesi in aria e subito dopo essere stati colpiti da questi scoppi, cadevano a terra e lui, pronto ed agile, correva a prenderli e allora il suo padrone per rendergli il favore, gli dava da mangiare; e così, lui seguiva il suo padrone che di giorno lo portava su per i boschi, su sentieri irti o in aperta campagna ed il suo compito era proprio di afferrare questi esseri colpiti e di portarli al suo padrone che se li gettava sulle spalle e li portava poi a casa. Di notte, dormiva intorno alla casa del suo padrone e quando vedeva qualcuno che non conosceva, lui abbaiava e quindi il padrone lo teneva con sé volentieri. Gli anni passarono, un giorno il suo padrone uscì di casa, lui attese tutto il giorno ed i giorni seguenti, ma lui non tornò e gli altri che stavano in casa, gli fecero capire che doveva allontanarsi da quel posto perché ormai la sua presenza lì non era più di utilità a nessuno. Iniziò anche lui a muoversi in cerca di cibo ed ora eravamo in due a spostarci insieme. Un giorno ci fermammo in un posto dove qualcuno si accorse di noi e ci portò del cibo e fummo contenti, ma c'erano altri esseri come noi e loro avevano un padrone, noi ci avvicinavamo sempre con grande paura e quando ci davano qualcosa da mangiare, si rimaneva in quel posto. Forse eravamo giunti di nuovo nel giardino incantato dove qualcuno pensava anche a noi. Il mio amico correva agile e andava anche in altri posti che lui conosceva, mentre io con la mia zampa dolorante, cercai di fermarmi e di spostarmi di poco dal posto dove ci veniva dato del cibo e anche una carezza. C'era lì anche una bella cagnetta, lei aveva la sua padrona che la curava molto, ma poi guardava anche me e accarezzava anche la mia testa, e c'era anche un'altra amica "gamba lunga" che ci portava cibo e poi andava subito via perché non voleva che la seguissimo fino alla sua casa dove altre gambe lunghe non accettavano la nostra presenza, ma mi guardava e mi parlava con tanta tranquillità ed io non volevo perderla di vista. Un giorno il mio amico andò via e non fece più ritorno, qualcuno lo aveva bastonato e la paura lo allontanò per sempre da quel posto. Passò del tempo, ed il caldo si faceva sentire, ora cercavo più da bere che il cibo, la padrona della cagnetta, mi dava acqua in una ciotola e l'altra sua amica, mi portavo del cibo ed io incominciavo a sentirmi più tranquillo. Vivevo sempre tra l'erba, sentivo pungere il corpo da tanti piccoli individui che mi davano fastidio ma resistevo a rimanere in quel posto dove sentivo che qualcuno si interessava a me. Faceva troppo caldo ed un giorno aspettavo che qualcuno veniva a portami l'acqua, ma passò quel giorno e anche altri giorni e non vidi né la padrona della cagnetta con cui avevo passato dei giorni insieme felice a correre davanti la sua casa, e neppure la persona che mi portava il cibo e mi accarezzava e così mi sentii di nuovo abbandonato ed il bisogno mi spinse ad andare via da lì e camminai con la zampa sempre più gonfia e dolorante su una strada che scottava e pungeva . Mi fermai laddove molte persone stavano sedute a mangiare e qualcuno lasciava per terra qualche pezzetto di pane colorato che mangiavo volentieri; cercavo una carezza che nessuno più mi dava e seguivo i bimbi che soli si voltavano a guardarmi ma le loro madri, li tiravano via da me per paura mentre io felice scodinzolavo ad ogni sguardo che mi veniva dato. Ma il cibo era scarso e mancava l'acqua e la zampa non mi faceva più camminare e neanche più potevo tornare nel posto dove avevo trascorso del tempo tranquillo; ormai il mio corpo era sporco e magro, mi muovevo con grande fatica e la mia vita non interessava più a nessuno, così la mia sorte.
Era una sera calda e stavo accucciato, mi sentivo debole, avevo paura di chi si avvicinava a me ed abbaiavo, ero triste e sofferente e la fame e la sete mi rendevano inquieto, ma nessuno si voltava e nessuno sapeva che io soffrivo, quando all'improvviso sentii il fischio, lo riconobbi, era il fischio della padrona della mia cagnetta, mi alzai di scatto, la vidi e subito le corsi alle gambe e la leccai, lei era con l'altra sua amica, mi accarezzarono, mi presero e mi portarono dentro la macchina, tremavo ancora impaurito, era la prima volta che stavo in un oggetto che si muoveva ma la mano che mi accarezzava e mi tranquillizzava e così fui portato nel posto dove c'era la cagnetta ed ebbi cibo ed acqua in quantità. La zampa fu avvolta e vi fu messo acqua che mi alleviava il grande dolore, e quella sera non mi spostai da quel posto. Passai la notte sveglio, aspettavo la luce per vedere le persone che mi avevano preso e loro tornarono da me dandomi cibo ed acqua, ma ciò che mi rendeva più felice erano le carezze e la presenza della cagnetta che usciva da casa e mi baciava sul muso ed insieme correvamo dietro a chi non era di nostra conoscenza, chi voleva allontanarci e non ci amava, il nostro fiuto ci faceva capire chi ci sopportava e chi invece ci voleva vedere morti e la nostra difesa era abbaiare; a volte si abbaiava però anche per fare festa a chi ci curava, capii così che gli esseri dalle gambe lunghe erano diversi tra loro: c'era chi sapeva amare e dare calore, e chi mostrava tanta ostilità da volere annullare la nostra presenza; ma capii che anche tra loro c'è l'amore ed il bene, e forte, esiste l'odio ed il male.
Il mio habitat divenne un angolo di giardino dove fu messa una cuccia per me e perché io potessi abituarmi a non avere paura di entrare in quel posto chiuso, la mia padrona che ormai amavo tanto, mi portava del cibo e lo gettava là dentro ed io entrai poco alla volta in quella casetta e rimanevo lì solo pochi attimi e quando era maltempo, trovavo rifugio sotto un albero e da lì potevo vedere la mia cagnetta che chiusa nel recinto si sporgeva fino all'inferriata e ci scambiavamo i nostri baci col desiderio di continuare a correre insieme.
Vi ho detto il mio nome? So che mi chiamano "Chicco" la persona che ha cura di me, e "Chicca" è il nome con cui chiamano la mia cagnetta. Sono ancora un cane che corre con tre zampe, una la terrò sempre sollevata, ma sento che la mia padrona mi accetta anche così. La mia, è una storia comune, il cui finale non sempre è fortunato. Solo chi sa amare, può dare anche a noi il calore che tutti cerchiamo.

Oggi mio figlio è tornato dalla sua breve vacanza nell'isola della Sardegna dove vivono i parenti di suo padre, mi ha raccontato di quello che ha visto lì e soprattutto delle sue impressioni di un modo di vivere che secondo lui è ancora molto diverso da qui dove abitiamo noi. Il paese piccolo in cui è stato, le donne che fanno tutti i lavori domestici e lavorano nei campi, le vecchiette con i vestiti lunghi fino ai piedi e un foulard che copre il capo; sotto l'abitazione c'è la stalla con l'asino con cui uomini e donne si recano nei campi per viottoli di campagna senza asfalto ma con la terra rossa e fangosa e poi mi faceva osservare la figura dell'uomo che come parla tutta la famiglia sta ai suoi piedi perché è il capo-famiglia e quello che dice è sacrosanto….
Questo suo Souvenir mi ha ancora di più riportato con la mente ai miei ricordi passati, quand'ero bambina e trascorrevo tutta l'estate al paese dei miei nonni. Il paese era piccolo, sembrava un presepe vivente con le case tutte di pietre e mura senza cemento, viste dal "faro" sembravano tutte arrampicate una sull'altra su due colli che costituivano l'unica base di divisione. Le strade del paese erano di pietra, quasi tutte le case avevano le scale all' esterno e sui piccoli pianerottoli si raccoglievano le donne che passavano il tempo chiacchierando e facendo i vari lavori di cucito o di ricamo per i corredi delle figlie: lavori con l'uncinetto, con i ferri, ricami vari, oppure raccoglievano i mazzetti di camomilla che avevano raccolto al mattino presto nei campi, i mazzetti di origano che l'indomani avrebbero venduto al mercato del paese e tanti altri lavoretti che servivano sia per provvedere al futuro dei figli e sia per la sopravvivenza stessa della famiglia. Noi bambine giocavamo felici sulle scalette sedute e i giochi erano semplici, come prendere delle pietre e lanciarle in aria e chi riusciva a mantenere il gioco vinceva la partita; c'era il gioco delle noci che venivano messe in fila e con una pietra chi riusciva a farne cadere di più era vincente, ora forse si potrebbe considerare il gioco delle bocce; e poi il nascondino, nascondersi e quasi perdersi in quei violetti, su e giù per quei rossi gradini che portavano a un vicolo all'altro del paese e correre per prima al muro di chi doveva contare e poi venire a cerarci e dire "sono arrivata per prima" e quanti altri ricordi dell'infanzia trascorsa per molto tempo al paese di montagna dai nonni. Già e i nonni quali ricordi ti hanno lasciato?
Il mio nonno non lo dimentico facilmente, con un cappello in testa e un grosso mantello detto "la kappa" tutto nero con cui si copriva in inverno quando il tempo era cattivo e lì nel paesello di montagna tutto s'imbiancava. Lui andava volentieri in campagna col suo somarello e a sera quando tornava a casa stanco ma contento, sedeva sui gradini della casa e passava il tempo a chiacchierare allegramente con gli amici del vicinato e poi gli veniva chiesto di cantare quelle canzoni che ancora oggi ricordo con piacere qualche strofa e il motivo allegro: Una era la canzone "du' ciucciu" che diceva pressappoco così: Quannu m'è morta mujierma nun ebbi dispiaceri, ma mo cche murtu u ciucciu ii oo ii oo, ciucciu bellu di stu coru, cumi ti vojji amà….Traduco: "Quando è morta mia moglie, non ebbi dispiaceri, ma ora che è morto il mio asino, ciucciu (asino) bello del mio cuore, come ti voglio amare!"
E la gente del vicinato si raccoglieva in armonia ed io con la mia cugina più piccola di me ridevamo e ballavamo, mentre la nonna era occupata a fare il pane fresco o qualche altro piatto per la cena. Il nonno aveva un carattere allegro e gioviale e molto affettuoso con i nipoti a cui spesso regalava dei soldi per un gelato e poi spesso, specialmente in inverno quando fuori c'era tanta neve che si era costretti a stare in casa davanti al camino, raccontava del suo passato, quando aveva combattuto durante la prima guerra mondiale ed era stato prigioniero in Africa, ma ciò che appassionava me era il suo parlare l'americano perché era stato negli USA come emigrato dopo il periodo di grande crisi successivo alla "grande guerra".
E come era bello vedere il nonno che ritornava dai campi seduto sull'asinello e salire per quei gradini tutti di pietra che era la "scorciatoia" per arrivare prima a casa, un posto che nel dialetto paesano era chiamato "U' SCARNAZZU". Appena saliva quei gradini e con l'asino era vicino casa, io e mia cugina gli chiedevamo di portarci a fare un giro sedute sull'asino e lui ci accontentava. Certo, come è cambiata la vita nell'arco di pochi anni. La fanciullezza scorreva tranquilla in seno ad una famiglia non ricca ma davvero felice con dei nonni e dei genitori veramente eccezionali. I miei genitori si volevano tanto bene che io ne ero gelosa, soprattutto di mio padre, era un bell'uomo e tanto buono e gentile e di una onestà unica. Cresciuto in una famiglia di contadini, a venti anni era stato chiamato a servire lo Stato che era appena entrato in guerra, la II guerra mondiale. Lui fu prima soldato semplice, poi bersagliere e poi carabiniere, combatté su vari fronti e in diversi Stati e i ricordi di quegli anni così duri sono sempre rimasti impressi nella mente di mio padre e quando nelle sere d'inverno ci riunivamo attorno al camino, lui non faceva altro che ripetere tutte le sue dure esperienze di quegli anni e faceva poi il confronto con la vita di oggi, la società che si avviava verso il nuovo millennio con un cambiamento totale di vivere e tutto un modo nuovo di vedere la vita e i valori che le vecchie generazioni hanno cercato di tramandare. Mio padre è sempre stato una persona eccezionale ai miei occhi. Ha lavorato tanto e duramente per mantenere con onestà la famiglia, facendo lavori vari e tornava a casa stanco ma sempre con il sorriso e la tranquillità, il suo modo di guardare alla vita con ottimismo mi ha spesso aiutato nei momenti duri che l'età più matura mi ha riservato. Lui esprimeva così la sua semplice filosofia della vita, con queste parole:"Ogni giorno che passa è un giorno nuovo e tutto può modificarsi" e così esprimeva la speranza che il giorno dopo fosse sempre un giorno migliore. Queste sue parole hanno incoraggiato me a vivere quando poi tutti i sogni della fanciullezza hanno lasciato posto alla realtà diversa e ostile in cui mi sono lasciata trascinare negli anni successivi.
Gli anni della fanciullezza passavano lieti, in inverno rimanevo al paese in cui sono nata perché lì andavo a scuola, stavo con mia madre e il mio gatto, mentre mio padre lavorava nei paesi di montagna dove tagliava con gli altri operai i tronchi degli alberi. Mio padre ritornava a casa ogni quindici giorni e quando c'era la neve, non poteva rientrare e rimaneva nelle casette di legno , i capannoni dove dormivano gli operai, per diversi giorni fino a quando si poteva prendere il bus che lo avrebbe riportato in paese. Ogni volta che ritornava a casa per me era festa, lui mi coccolava e mi portava sempre qualche oggetto che mi piaceva, ricordo in particolare un pianoforte piccolo e una fisarmonica con cui passavo molto tempo cercando di apprendere qualcosa da un libro di musica che avevo comprato sapendo che io amavo la musica ma che non potevo permettermi il lusso di andare in una scuola di musica.
Mia madre, una donna di bassa statura ma con un carattere forte e dominante, anche lei aveva vissuto un'infanzia piuttosto difficile perché aveva perso il padre quando era una ragazzina e la famiglia composta tutta da cinque figli tutti molto piccoli d'età quando il padre era venuto a mancare, ha dovuto lavorare nei campi insieme a sua madre per provvedere alle necessità della famiglia essendo lei la figlia maggiore. Ha così fortificato il suo carattere fin da giovane e quando ha conosciuto mio padre è stato per lei l'incontro più fortunato della sua vita. Era molto religiosa, e così tutte le sere mi portava in chiesa e poi in casa tutte le sere sedute vicino al camino recitavamo il rosario, spesso mi raccontava della sua fanciullezza dura e di come mio padre finalmente le aveva cambiato la vita. Spesso andavo con lei in campagna a piedi e camminavo tanto, non potevamo permetterci il lusso di comprare una macchina, aiutavo i miei genitori nei lavori dei campi, vendemmiare era una festa e poi raccogliere la cicoria selvatica e le altre verdure che la sera a casa mia madre cucinava in una pentola annerita dal fumo del camino. E poi amavo tanto leggere la sera prima di andare a letto e mi piaceva leggere di tutto, anche pagine di giornali con cui i negozianti allora avvolgevano quasi tutto quello che si comprava persino la pasta. Leggevo molti libri che andavo a prendere nella biblioteca comunale e soprattutto "romanzi" che illuminavano la mia fantasia e mi facevano sognare un avvenire romantico e felice con "un principe azzurro" che avrebbe amato il mio carattere che sentivo essere dolce e altruista, la mia fede in Dio, i miei sentimenti di ragazza che cresceva con dei modelli di vita semplici e sinceri. Sentivo dentro una forte fede e un senso profondo di amore per la vita, la natura, gli animali ma soprattutto ricordo di avere sempre amato i più poveri di me e quando i nonni o i genitori mi davano dei soldi, piuttosto che spenderli per me, li conservavo per darli a tutte le persone che incontravo per strada chiedendo l'elemosina e pensavo che così crescendo, la vita mi avrebbe riservato dei momenti felici .

"Maria dove vai?" Chiede la mamma. E la piccola correva felice su per la strada che portava al faro di un piccolo paese di montagna. E' un faro innalzato come memoriale negli anni della grande guerra e lì vicino c'è il piccolo cimitero e un viale di pini e lì a terra lungo il viale, dei grossi sassi, cioè dei pezzi di cemento su cui sono scritti i nomi di coloro che hanno sacrificato la loro vita per la patria.
E la piccola correva, mentre la mamma la seguiva sorridendo, lei amava leggere quei nomi e poi andava nel cimitero dove si fermava davanti la tomba del nonno e fissava quella foto della lapide e sorrideva a quel volto che le aveva sempre sorriso in vita. Aveva ormai capito che non avrebbe più rivisto il nonno, ma la mamma le aveva spiegato che il corpo del nonno era lì, sotto quel pezzetto di terra, ma la sua anima era già in un altro mondo, vicino al Padre buono che perdona le persone buone e coloro i quali hanno osservato le sue leggi e accoglie le loro anime nel suo Regno in cielo. E la bimba alzava gli occhi al cielo e pregava insieme alla mamma, ma non capiva perché la mamma aveva gli occhi bagnati di la crime e chiedeva:"Mamma perché piangi? Hai detto che il nonno sta bene, è in cielo e anche noi andremo in cielo un giorno quando il buon Padre ci chiama e lì stiamo di nuovo insieme al nonno." Sono ormai trascorsi molti anni da quando quella bimba correva e giocava sotto lo sguardo vigile e sereno della madre. Ora rivede il volto della madre, anche lei era più giovane, più allegra, quel volto fresco e sorridente aveva subito il cambiamento che il tempo e gli eventi della vita inevitabilmente hanno prodotto. Ora lei è meno giovane, il suo volto è ormai solcato da rughe, lo sguardo è quasi spento e il sorriso è forzato più che spontaneo e anche il timbro della voce è diverso come se anche le corde vocali avessero subito quella trasformazione stagionale e il tempo le avesse arrugginite in modo da produrre dei suoni più duri e comunque una voce meno sottile e dolce di prima. Il ricordo dell'infanzia è dolce e nostalgico. Quelle stradine, i vicoletti e tutti quei gradini da salire per arrivare a casa dei nonni, il punto più alto era proprio costituito dal faro che si trova su di una collina e da lì si può ammirare tutt'intorno il bel panorama di questo paese che si innalza su due colli sullo sfondo di una catena di monti e visto di sera dava l'impressione di un presepe con le luci qui e la e la luce del faro che girando intorno illuminava ora una parte ora un'altra parte del paese. E' proprio qui, in questo paese che Maria ha i suoi unici bei ricordi dell'infanzia. Ora ella è ferma, in piedi, lo sguardo fisso nel vuoto che la circonda, vano è il suo desiderio di sentire di nuovo quelle sensazioni di gioia che un tempo ormai trascorso non sa ridarle. Il sole posa i suoi raggi caldi su un corpo ancora giovane e fresco, ma una cupe nota di tristezza vela i suoi occhi, ella ancora vorrebbe sentire in se quella voglia di correre, correre, quel senso di libertà, di gioia, quel desiderio di sapere, conoscere ogni cosa che incuriosiva quella bambina; quel gioco di fantasia e realtà che le dava quel senso di gioia, di vita. Ora la realtà è diversa, per lei non esiste più libertà, è solo una lotta interiore ormai quel gioco di fantasia e realtà, le rimane la voglia di vivere, di lottare ma contro cosa? E si accorge che è proprio la realtà, la conoscenza di quelle cose che la incuriosivano da bambina che hanno ormai indebolito in lei la gioia di vivere, e ciò che la circonda non riesce più a creare in lei le sensazioni che una bella giornata di fine estate può produrre. Mentre è sola, sola con se stessa, il suo passato, intorno sente le voci dei bimbi che felici giocano nella strada assolata dove anche lei aveva corso e giocato con le sue amichette. Che momento di pace! Il ricordo di quei giorni calma il suo animo, ma improvvisamente appare il presente con la sua realtà amara e il senso di solitudine; un altro giorno è trascorso come tutti gli altri, il lavoro, lo studio e la stanchezza che di giorno in giorno sembra crescere sempre più. E' sera, Maria è sola nella sua stanza, i genitori ormai non riescono a stare in piedi oltre una certa ora, ma lei non ha sonno, i pensieri le affollano la mente, decide di scrivere qualcosa su dei fogli di un vecchio quaderno,chi sà! Forse scrivere serve a chiarire il pensiero. Forse, cercare soltanto di scrivere ciò che si sente, potrebbe aiutarci a capire qualcosa di più profondo che è in noi ma che difficilmente sale in superficie. E' solo un complesso di ricordi che volontariamente o meno affiorano in superficie, ma dietro questi ricordi ci sono sensazioni, stati d'animo, riflessioni che vivono in profondità e solo di tanto in tanto affiorano forse per paura di fare ancora del male. Eppure a questa età non dovrebbero esserci pensieri tristi, 25 anni, E' un'età bella, ma perché questo senso di solitudine se intorno, nel paese ci sono tanti amici, e poi tutti sono gentili e stimano questa ragazza sempre spontanea con tutti, sincera e altruista e poi onesta con dei principi morali e religiosi in cui ella crede consciamente e non per imposizione e poi tanta voglia di stare con gli altri. Per superare quell'eterno senso di solitudine che sempre l'accompagna, cosa fare? La mia mente è stanca, vorrei non pensare al presente, ma del passato solo l'infanzia dà ricordi sereni. L'anno scorso ero in un collegio, quanti ricordi… le amiche di stanza, quella vita movimentata avanti e indietro con il bus, andare in facoltà, poi la mensa e poi di nuovo il collegio e la stanchezza, la tensione hanno accompagnato questi duri anni di studio.
La vita è un complesso di ricordi i cui eventi rimangono alla memoria come intatti nelle loro sfumature e presenti nel momento in cui affiorano. La vita è un complesso di sensazioni, stati d'animo, sentimenti che vivono sommersi in un mondo interiore come in profondità e che difficilmente possono riaffiorare con la stessa intensità e chiarezza dei momenti in cui nascono. I ricordi del passato, dell'infanzia, dell'adolescenza e della prima giovinezza sono chiari, nitidi nei loro eventi e presenti alla memoria, ma più difficile è descrivere quegli stati d'animo che accompagnano quei ricordi. La vita al collegio era tranquilla, era quello un collegio universitario per ragazze, c'era la sala studio e anche la sala per la TV e di sera ci si riuniva per cenare o per chiacchierare o per vedere un film.
Caro ragazzo che mi tieni imprigionata da anni, non hai capito niente di me, quel che voglio nella vita è poco ma è l'immenso. Una vita semplice, senza ricchezze, non è il benessere materiale che produce il benessere spirituale, morale, sentimentale. E dentro ho tanto bisogno di calore, affetto, comprensione, stima, amore; le ricchezze del mio animo, del mio io, sono queste le ricchezze che colmano il mio profondo, Quello che voglio dagli altri ma soprattutto da te è questo sentimento d'amore, grande, puro, sincero. Sono una idealista, è questa la mia fregatura. La realtà è fatta di altro, forse non può realizzarsi una realtà migliore in cui credere? Perché soffrire a 25 anni? E' questo il momento del mio approccio alla vita, alla realtà, è come se solo ora fossi uscita dal grembo materno ed apro gli occhi per vedere ciò che mi circonda. Ma non è il volto felice e sorridente della mamma, è un volto diverso che mi guarda con ossessione, è la coscienza del tempo che passa e del tempo che è trascorso, come? Non è stata la vita del collegio che ha impedito a Maria di conoscere la realtà, non certo, perché anche lì Maria ha fatto le sue esperienze e ancora prima di entrare in quel collegio Maria ha avuto lo scontro più duro con la realtà. Ma allora perché solo ora le sembra di uscire dal grembo materno, è forse perché la realtà con cui viene ora a contatto è ancora più cruda, più chiara e più ombrosa di quella di prima. Ed è proprio il rapporto sentimentale con un ragazzo di poco più adulto di lei, e più realista di lei che adesso le fa prendere coscienza di questa realtà. Perché già nel rapporto a due non può instaurarsi una realtà diversa? Senza ipocrisia, menzogne, inganni, predominio, incomprensione, e poi ancora cosa sono il rispetto, la fiducia, la stima? E credere nella persona che si ama e poi rispetto della sua personalità, del suo essere, della sua fede, dei suoi principi, delle sue idee, del suo io. Non può esistere un simile amore? E' una donna che pensa, senza grandi ambizioni, e aspirazioni, è solo una donna che sogna e vorrebbe un rapporto concreto e reciproco.

Villa Serena
(La lunga attesa)

Ormai da mesi, ogni giorno, mi reco in questo palazzo.
Quando il tempo è cattivo arrivo in macchina; quando l'aria è tiepida e il sole riscalda il paese e la campagna, preferisco arrivarci a piedi percorrendo una stradina stretta e tortuosa poco distante dal centro abitato.
I rumori del traffico cittadino, su quella strada, non si avvertono. Basta entrarvi e si avverte subito un profumo di campagna e la tranquillità esistente fa dimenticare il frastuono della città.
Intorno vi sorgono molte case con giardino, orti coltivati, alberi di ulivi e da frutta. A primavera, la fioritura degli alberi trasporta in una dimensione quasi celestiale.
Da un lato della strada lo sguardo può spingersi fino ad intravedere le abitazioni del paese e in alto, sulla collinetta, si erge maestosa la basilica del Santuario della "Madonna del Castello", che dalle mie parti è molto venerata dagli abitanti ed è anche considerata la protettrice del paese.
Quante volte da bambina, sono salita su per questa stradina, in compagnia di mia madre e delle sue amiche, e con altre mie compagne di infanzia? Non ricordo più quante!
Con immensa gioia in petto si entrava in questa chiesa per pregare ed ascoltare con devozione e fede le prediche dei frati e poi si elevavano molti canti in onore della Madonna.
Il giorno della festa, poi, la bellezza ornamentale della chiesa, lo scintillio dell'oro intorno all'Immagine sacra, il luccichio delle illuminazioni artificiali, con gli archi scintillanti di luci di vari colori, si stagliava ancora di più e ci eccitava.
In fondo alla piazza veniva sempre montato un palco sul quale avrebbe preso posto la banda e un'orchestrina. E questo avvenimento era molto atteso perché il paese veniva pervaso da una grande allegria che animava tutti, grandi e piccini.
E, poi, la gioia di possedere uno dei tanti palloncini colorati, che i venditori ambulanti promuovevano a gran voce, ci riempiva di infantile contentezza. Ci inebriavamo in quei colori e la gioia era tanta quando i palloncini scappavano di mano agli altri ragazzi o venivano volutamente liberati e si allontanavano in alto verso il cielo.
Con quale candore si restava ad osservarli e si attendeva di ascoltare il botto quando poi la pressione dell'atmosfera li faceva scoppiare.

Ricordo ancora oggi, lo sguardo attento di mia madre su di me, in mezzo a tanta gente che era lì per la festa. Io neppure l'avvertivo, ma la sua vicinanza mi dava sicurezza e tranquillità.
Mi muovevo contenta con il mio vestito nuovo e appariscente, che per l'occasione mia madre aveva cucito per me, e ricordo anche lei, ancora giovane, con il passo svelto, con i capelli raccolti dietro la testa, il suo tailleur che usava per le grandi occasioni, gli orecchini e la collana d'oro regalata da mio padre durante il fidanzamento. E poi osservavo anche mio padre, con la sua bontà e la sua dolcezza; e pensavo sempre dentro di me che il mio uomo avrebbe dovuto rassomigliare a lui.
Mia madre e le sue amiche chiacchieravano di cose che a noi bimbe non interessavano. Noi eravamo piene delle nostra spensieratezza e ogni volto, ogni luce, ogni immagine, era una curiosità da soddisfare, un colore nuovo che si aggiungeva ai tanti colori ed alle gioie della nostra fanciullezza.
Oggi cammino pensierosa per questa stessa stradina: il passato è ormai fuggito e la mia vita è tutta cambiata. Sono dolci ricordi lontani ma archiviati in un angolo di mente dove vengono conservati gli avvenimenti più belli e più cari che ogni tanto si rivisitano nei momenti di sconforto e di nostalgia.
Solo il profumo della terra è sempre uguale, sempre lo stesso, acutizzato dalla pioggia appena caduta.
Lentamente mi avvicino a questo edificio che sembra una grande villa; arrivo nel piazzale antistante dove sorge una fontana con una grande vasca dove dei pesci rossi sguazzano e si rincorrono. Sembrano finanche felici ed ignari della sofferenza che li circonda; almeno così io li percepisco.
All'entrata della villa una gran scritta mi accoglie: "Villa Serena".
Entro, guardo e mi fermo… "Villa Serena", commento dentro di me.
Gli sguardi degli ospiti sono rivolti tutti verso di me; sembra mi penetrino. Osservano me, una giovane donna che avanza con passo sicuro ed un volto in apparenza disteso e sereno. E mentre percorro l'atrio ed il corridoio che separa le camerate, alcuni mi riconoscono e mi porgono le mani, mi rivolgono un saluto caloroso, vogliono ed offrono un abbraccio ed un bacio affettuoso, cercano un sorriso…
Sono uomini e donne avanti con l'età che vivono di ricordi, desideri e sensazioni mai sopite, gioie e, soprattutto, dolori che la vita ha donato loro in abbondanza e che spesso vengono dimenticati per far posto a marginali attimi felicità, come la visita di qualcuno, che si colorano sui loro visi oscurando la tristezza dei loro sguardi e la pesantezza dei loro pensieri. E felici mi stendono la mano o mi fanno scivolare una carezza sul volto.
Questi visi che mi osservano a volte sembrano sereni, talvolta la sofferenza traspare in modo pesante. I loro sguardi ondeggiano e passano dalla vitalità all'impotenza e ad una depressione profonda.
Anche le loro voci si alzano confuse: alcune volte sono chiare, sonore, altre incomprensibili da capire ed interpretare, altre adirate; ed anche i loro gesti si alternano e passano da movimenti lenti e tranquilli a scatti violenti di rabbia incontenibile e di agitazione disperata.
Generalmente se ne stanno seduti nella lunga sala, con gli occhi persi nel vuoto o fissi verso l'ingresso quasi in attesa che arrivi qualcuno a portarli via da quel posto che li opprime.
Salgo al primo piano, attraverso il corridoio ed, infine, in fondo vi è la stanza di mia madre. Lei é immobile, assente, con il viso rabbuiato quasi a rimproverare al mondo di averla fatta nascere. Accanto al suo letto, vi è quello di un'altra giovane donna, anche lei immobile da molto tempo.
Non ci sono voci in questa stanza. Colgo solo lo sguardo di mia madre che segue con disinteresse i miei movimenti ed avverto ogni tanto un suo debole lamento.
Sono esseri umani che hanno avuto un vissuto brillante, persone dinamiche ed autoritarie, come mia madre, e che ora sono ridotte in una condizione di stato vegetativo e di impotenza.
La malattia ha trasformato il loro fisico ed i loro volti e chi li osserva non riesce a comprendere se sono ancora capaci di assimilare emozioni e dolori o se riescono a percepire la realtà della loro condizione fisica e morale.
E si rimane lì a pensare a quel corpo assente ed immobile, che non sei riuscito a gestire da sola nella tua abitazione per problemi fisici e di lavoro e che sei stata costretta quasi a scaricare in questo posto immondo, mentre ritornano in mente i ricordi di quell'essere un tempo pieno di giovinezza, che cantava, che rimproverava, che urlava, che consigliava e che adesso sembra un corpo che non é mai vissuto.
Rimane solo quel vuoto interiore, questa sconsolante condizione di impotenza, di chi è costretto a questo pellegrinaggio giornaliero.
Ed ogni giorno si vive nella speranza che questo martirio finisca al più presto per tutti e dall'altro, invece, si spera sempre e ci si augura che quel corpo inutile ed immoto continui a vivere per non dovere poi sopportare l'angoscia ed il dolore della perdita di un affetto al quale, comunque, si resta attaccati e che, per certi versi, sembra ti sostenga e ti aiuti a vivere anche in queste condizioni estreme.
Sono attimi lenti e penosi per chi deve vivere ed attendere il finale doloroso di questa lunga attesa.


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