L'ancora gettata sul fondo
del mare rifletteva armoniosa
lo spirito dei guerrieri atavici.
Il mistero nelle concrezioni
balani di ghiaccio soffuso nelle onde
nelle maree, nelle rocce e nelle chiglie.
Silenti boschi, dicotomia di diatomee,
mobili pensieri si ramificano rossi,
nel fondo di broccato un'armonia diffusa.
Sono tredici decimi di secondo che respiro,
che sono vivo, che esisto.
L'universo tutto mi protegge, vuole ch'io sia.
In versi sciolti ho visto la mia breve vita.
Ora il parco è consapevole.
La soglia
Procedo lento, placido, ingordo
come un lupo, mi muovo a stento
e la luce che mi abbaglia, così mi chino
onorando il verbo atavico, così la soglia
si espande, potente accogliere la rima e il verso.
Spengo il lume, orgoglioso, conquisto il sentiero
e il cielo drappeggia il mio cuore
scelgo con sinecura la parodia prossima ventura,
così sollevo le mani al cielo, ancora fuoco
le chiome verdeggiano, segnando la via con
il ritmo possente del passo pesante del mondo
e della vita è la possanza della carica eroica nella vita
Plasmo il territorio con pochi gesti e sorrisi, poi
mi rivolgo al gregge, attento alle parole nella
mia concentrazione.
Sei confusa! Perché non usi il cuore per vivere?
Continuo? Le chiedo.
Mi osserva silenziosa, sorride e dice
Ho capito!
Dedito alla rinfusa dei pensieri, poggio un piede alla volta,
curva, la percorro solfeggiando attraverso lo stilo d'acciaio
così scalfisco le anime. Con un motivo solenne e placito.
Ed ecco il verbo apparirmi in tutta la sua solenne stoltezza.
Ora il parco comincia a zittirsi.
La seconda settimana di luglio
Partenza argomentata dal sogno
invaso dagli elenchi
gli spasmi, onorati, s'inchinano.
Blasfemia dell'aria calda
e il parco ancestrale si ravvede ancorato al fondo.
Mia noia, mia gogna e chino la schiena.
Tiro su la brace, la soppeso e mi rilasso
mollemente nella mia irrealtà, modulare
alternando i versi di un aquila e quelli della cioccolata.
Così sospendo le azioni, gli atti, soppeso le liriche
e mi genufletto al sole che stria, attraverso la finestra,
luce di piombo e sale, un profondo respiro.
Ed evoco il demone tetrapodico, nero e lucente, alla mia destra.
Coronato dalla freschezza e dalla gioia, si nutre di onore e guerra.
Anche oggi io ho dieci dita, unite, unisone.
Al fluido d'acciaio mi verso con l'energia e la possanza
dell'eroe mitologico e l'urlo si fa corazza, esoscheletro lucente.
Così indosso il guanto della moralità, ed assumo la postura della serietà.
Il parco non è pronto. |