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Spazi dilatati
Guglionesi,
23/7/2002-mattino
Vito, l'autista del pullman diretto a Termoli, sta scherzando con il benzinaio. Intervengono anche Peppino, appena uscito dal bar e stringe in mano il suo terzo boccale di birra della mattinata, e Nando, l'avvocato, che muove nervosamente braccia e mani, e contemporaneamente si rivolge ad un altro gruppetto di persone, alternando brevissime frasi in italiano a battute in vernacolo. Dal modo di comunicare si manifesta una certa energia; quasi tutti sono attivi dalle prime ore del mattino, e questo influisce sul buonumore generale. Sul pullman salgono diverse ragazze, una delle quali indossa un vestito da mare a fiori di cotone leggero. I capelli lunghi e ricci mi ricordano la pettinatura di alcune attrici hollywoodiane degli anni cinquanta. Generalmente le giovani donne non sono molto truccate, le più carine tendono a mostrarsi senza tanti artifici. Questi aspetti positivi li avevo notati fin da ragazzo, e queste conferme non possono che farmi piacere. E' una giornata calda ma ventilata, non c'è l'umidità che si percepisce a Termoli. Riconosco un vecchio compagno di giochi, è un poco appesantito, i capelli sono radi e brizzolati, disposti forzatamente (causa le perdite) a ferro di cavallo. Alza la testa come se avvertisse il mio sguardo, sembra che mi abbia riconosciuto…Qui in genere sono molto fisionomisti, soprattutto nei confronti di persone con le quali hanno condiviso esperienze durante l'infanzia. Quand'ero ragazzino parlavo anche in molisano, usavo alcuni espressioni idiomatiche e mi impegnavo a costruire dei periodi di senso compiuto. I miei coetanei all'inizio ridevano della mia pronuncia, che riuscii a correggere grazie all'impegno e a qualche lezioncina estemporanea impartita dai miei compagni di gioco. Vorrei stare qui a lungo, ma fra qualche giorno mi toccherà inevitabilmente ripartire. Torino mi aspetta con una serie di impegni pregressi, come il bar da ristrutturare che ho preso in gestione in società con un amico e le questioni burocratiche legate a dei piccoli finanziamenti. Inoltre dovrò stare vicino ad una delle mie zie, che ha dei problemi di stabilità dovuti ad una operazione alla caviglia e le relative difficoltà nella deambulazione. Lei è seguita anche da due mie cugini, che sarebbero sufficienti per seguirla a dovere, ma lei sembra che conti anche sulla mia presenza. Vedremo…Credo che la mia situazione sia ancora irrisolta, e questo contribuisce alla mia irrequietezza. Qui ho ancora qualche parente, ma per non disturbare nessuno mi sono sistemato in un albergo situato fuori dal paese.
Là mi trovo bene; le stanze sono arredate in modo piacevole, la sala da pranzo è spaziosa e luminosa. All'esterno spicca un bellissimo gazebo, dalla cui base è possibile accedere in piscina. Da lì posso vedere la spiaggia di Termoli, dove sarò domani. Adesso sono a casa di una mia cugina, che mi guarda incuriosita mentre sto scrivendo. Ignorava che io tenessi un diario, e vedermi all'opera in diretta, curvo sul davanzale della finestra, mentre osservo quello che accade in strada, sembra spiazzarla.
La gente sale sul pullman, ma non c'è lei la persona che volevo incontrare.
Guglionesi,
23/7/2002-sera
Il passeggio a Guglionesi segue delle regole ben precise. La gente cammina lungo i due lati del cosiddetto lungomare, arriva fino ai grandi giardini di Castellara, costruiti con un bel disegno circolare, compie alcuni giri all'interno procedendo lentamente e fermandosi frequentemente a salutare i conoscenti. Poi si torna sul lungomare, che viene percorso in senso inverso, e si ricomincia da capo. Vengo ignorate le strade laterali, dato che non ci sono tante possibilità di incrociare dei volti familiari. Passeggiare rappresenta un grande rito collettivo, che non prevede una scelta individuale. Adesso scenderò anch'io in strada. Vorrei incontrarla. Ricordo che l'anno scorso camminava in compagnia di un paio d'amiche. Anche lei ha quel fascino di una volta, poco trucco, andatura naturale, occhi espressivi. Comunicativa senza mai essere sfacciata, un sorriso che si distende armonioso. Me l'hanno presentata a Termoli e le ho subito chiesto se per caso fossimo parenti. Non perché il suo cognome fosse simile al mio, ma col tempo ho scoperto di avere un'infinità di cugini di 2°, 3°, 4° grado. Lei ha circa quarant'anni, non si è mai sposata. Non è accaduto ancora nulla tra di noi, ma ricordo che da queste parti non mi sono sbagliato nel valutare l'autenticità di un gesto o di una parola. E' come se tutto fosse molto chiaro sia in senso positivo che negativo.
Scendo in strada.
Guglionesi,
24/7/2011-mattina
L'ho incontrata mentre passeggiava con le sue amiche, come avevo previsto. Ho intuito da qualche suo riferimento che sapesse già del mio arrivo. Qui il passaparola corre rapido, senza arresti.
Mi sono affiancato a lei con la massima naturalezza. Rosanna, così si chiama, mi ha chiesto se fossi qui in vacanza, ed io le ho risposto che mi trovavo a Guglionesi per una serie di motivi, cosa assolutamente vera. Con le sue amiche abbiamo parlato della leggenda del tesoro di Sant'Adamo, il benedettino che divenne abate, intorno alla metà del secolo XI, nel monastero di Santa Maria delle isole Tremiti, e le contese sul piano patrimoniale con il monastero di Montecassino. Mi è tornato in mente un libro scritto da un mio carissimo parente che riguardava questo argomento. Lorena, un'amica di Rosanna, sembrava particolarmente informata. Grazie a lei ho recuperato delle informazioni inerenti la nascita del comune di Guglionesi e la genesi del nome. Sono anche riuscito ad appartarmi per qualche istante con Rosanna, non sufficienti ad approfondire questioni di cuore. Sto ritornando alle mie radici, quelle di mio padre, degli zii e dei miei nonni. Ora non sto scrivendo sull'emozioni del momento, ma tratto episodi ancora molto freschi nella mia mente. Parlando con Rosanna ho provato una sorta di strappo tra questa realtà e le prospettive future legate al posto in cui vivo durante il resto dell'anno. I progetti si scontrano con le istanze del momento. E' probabile che debba modificare alcuni obbiettivi, stanno cambiando le priorità.
Guglionesi,
24/7/2011-ore 14
Rosanna ed io stiamo andando al mare. Lei guida un'Autobianchi del padre, più volte restaurata, che ha superato tantissime revisioni. E' una bellissima giornata, e quello che mi colpisce di più del paesaggio sono gli splendidi girasoli, con le loro corolle che seguono lo spostamento del sole. Mi piace il contrasto tra questa esplosione di colori che sto vivendo e i racconti, di Rosanna e delle sue amiche, di singolari personaggi ,di strane apparizioni di persone tornate per qualche attimo nel regno dei vivi.
C'è un bel rettilineo, Rosanna accelera.
Incontro con la letteratura francese
Lo sperimentalismo di Claude Simon, il solido impianto narrativo della
Nathalie Sarraute, le descrizioni capillari di Alain Robbe-Grillet,
talmente minuziose da rasentare il delirio, il felice connubio tra
oggettività e sensibilità, rintracciabile nella prosa di Michel Butor, il
cerebralismo raffinato di Remy de Gourmont, la sensualità di Pierre Louys,
il surrealismo di Louis Argon, la raffinatezza di Barbey d'Aurevilly….Se
ne potrebbero citare tanti altri, esponenti di diverse epoche e con una
fortissima personalità artistica. C'è qualcosa che accomuna tutti questi
autori: il desiderio di spingersi oltre ciò che hanno letto ed assimilato,
l'abilità di cogliere le istanze dell'epoca e di filtrarle attraverso il
proprio vissuto, l'estrosità, differente in ognuno di loro, ma sempre
presente, un'originalità che emerge senza forzature.
L'ispirazione era varia e multiforme, con trame e sottotrame, tante
diramazioni che potevano essere sviluppate fino a trovare compimento in
altri racconti o romanzi. Non si è trattato,dunque, di un'unica stagione
felice, ma del segno di una tradizione consolidata, continuamente
impreziosita da nuove voci. Probabilmente gli editori osavano di più,
erano alla ricerca di proposte stimolanti, l'autenticità di un autore era
ritenuta fondamentale. Rileggersi le opere di questi scrittori potrebbe
essere, oltre che un'operazione di recupero, un punto dal quale ripartire,
e porre ulteriori considerazioni e riflessioni sull'andamento della
letteratura contemporanea.
Atto dovuto
Gentile Direttore,
forse questa mia presente non la sorprenderà dato che costituisce, a
mio avviso, l'atto conclusivo dopo un lungo periodo di deterioramento
dei nostri rapporti.
Quando mi assunse alle sue dipendenze, mi parlò di un ambiente di
lavoro stimolante sotto tutti i punti di vista.
Io avevo bisogno di trovare un impiego, ma lei mi allettò
prospettandomi una dimensione quasi idilliaca, ben lontana da altre
realtà lavorative.
Il quadro da lei illustrato si rivelò ben presto illusorio.
Capii infatti di essere finito nella solita ragnatela di piccole
invidie, di sospetti, di vane attese di mansioni di livello superiore.
Lei diceva di apprezzare tantissimo la mia conoscenza di altre lingue,
perché allora non mi ha mai permesso di esserle utile in tal senso?
Lei mi ha sempre rimproverato qualsiasi iniziativa personale,
contenendo ogni mia proposta, e questo in palese contraddizione con i
suoi proclami iniziali.
La lista sarebbe ancora lunga, ma mi fermo qui, ponendo fine al mio
calvario, e probabilmente anche al suo.
Licenziandomi toglierà dall'ufficio un elemento dissonante, che minava
la pseudo armonia che vi regnava.
In fede
La ricaduta
Alberto Forni si stirò le gambe sotto il tavolo in formica e si alzò di
scatto. L'effetto dei sedativi stava finendo, e si sentiva nuovamente
agitato. Percorse il perimetro della stanza per un paio di volte, prese in
mano un libro già letto, e lo scagliò sulla poltrona. Fuori la nebbia si
era alzata e il sole richiamava il suo spazio. Alberto sollevò la persiana
e guardò in direzione del giardino sottostante. Un uomo anziano, piegato
in due, lavorava con una cesoia intorno a delle ortensie. Un gruppetto di
conifere copriva parzialmente l'entrata principale della clinica.
Alberto vide che stavano entrando 5-6 persone…si bloccò, il viso
schiacciato sul vetro della finestra. Riconobbe la professoressa Giunti,
quella lo aveva contestato in presenza del Preside, e inducendolo a
rinunciare alle sue escursioni nei parchi e nei giardini assieme ai suoi
alunni.
Scorse l'insegnante di storia, col quale aveva a lungo discusso circa la
riforma scolastica, che Alberto riteneva scriteriata, e rigidamente
conservatrice dietro la sua apparente spinta innovatrice. Per reazione
quell'uomo aveva in seguito fatto di tutto per danneggiarlo
professionalmente, e ottenendo il proprio scopo con una mirata strategia
denigrante. Alberto si accorse anche della Melloni, la professoressa di
italiano, che manovrava sott'acqua per farlo trasferire, dato che non
tollerava il suo stile originale. Altri colleghi entrarono dal cancello.,
e non c'erano dubbi che fossero lì per lui, per consolarlo dopo aver fatto
di tutto per distruggerlo.
Alberto Forni iniziò a percuotere il vetro con un movimento sincrono delle
mani e gridando: "Non fateli avvicinare! Non li voglio più vedere!!!".
Due infermieri irruppero nella stanza, e vincendo la sua resistenza gli
impedirono altri movimenti.
Uno dei due commentò:"E' strano questo attacco di nervi, sembrava già
sulla via della guarigione…"
Caro Augusto,
spero che verrai presto in Italia, così avrai modo dei visitare e (spero)
di apprezzare Bologna, la mia città. Conoscendoti, sono convinto che ti
piaceranno i suoi musei, le sue chiese, e i suoi giardini(anche quelli
meno grandi sono comunque graziosi. Ne conosco due o tre dove è anche
possibile rilassarsi). La vastità e varietà di piante è notevole, pensa
che in un parco abbiamo addirittura un esemplare di ginko biloba. In
centro ci sono tanti bar e locali che soddisfano un po' tutte le esigenze.
Tu che ami leggere, rimarrai soddisfatto delle varie librerie e negozi di
fumetti, dove potrai sbizzarrirti a piacimento nelle tue ricerche (so che
segui alcuni autori sudamericani e che sei solito acquistare dei comics
prodotti in altre nazioni. Hai completato quella tua raccolta di poesie?
Se verrà editata ci terrei moltissimo ad averne una copia. Non possiedo
ancora nessun libro in portoghese, e sarei molto contento se il tuo fosse
il primo della serie. Ho studiato la lingua, completando il programma con
un'insegnante brasiliana, ma ho bisogno di praticarla. A proposito, è
successo qualcosa di particolare a Lisbona o in Portogallo in quest'ultimo
periodo? La televisione occupata tratta poco o nulla di questioni inerenti
la tua nazione, e non so come procurarmi dei giornali o riviste
portoghesi. Magari me ne porterai tu qualcuno quando arriverai a Bologna.
Dalla tua ultima lettera mi sono accorto che ormai hai un'ottima
padronanza dell'Italiano, e questo mi permette di esprimermi liberamente
con te. Ricordo ancora quando ci siamo conosciuti a Lisbona. Tu eri con
una tua amica, una turista tedesca, e stavate conversando in Inglese, poi
io mi sono seduto al tavolo vicino al vostro e abbiamo iniziato a
chiacchierare amichevolmente, in maniera molto naturale. Ho ancora
impresse nella mente le belle piazze di Lisbona e quei mini tram che ti
portano ovunque, compresa la zona collinare. Girando per le vie principali
è molto facile incontrare le stesse persone, e questo dà un senso di
familiarità. C'era una signora che sembrava provenisse dalla San Francisco
degli anni sessanta, che vendeva fiori ai passanti e stabiliva il prezzo
sul momento, cercando di non scontentare il cliente. Ho assistito a
qualche scena che mi ha veramente impressionato, come certe persone con
gravi menomazioni fisiche, che si ritrovavano a tarda sera su delle
panchine, come se quello fosse il momento giusto per scacciare i timori e
riprendersi il proprio posto all'interno della comunità. Sì', queste
immagini non riuscirò mai a dimenticarle.
Tornando a parlare di Bologna, prima ho accennato agli aspetti positivi,
che sono parecchi, ma non mancano quelli negativi, come una certa
massificazione e una rigida suddivisione in gruppi a seconda del modo di
vestire, delle scuole frequentate e via dicendo. Questo è forse un
problema che riguarda molte altre città d'Italia, ma io comunque lo
avverto. Dipenderà anche dalle mie origini(ti avevo detto, infatti, che i
miei genitori e i miei nonni sono meridionali), ma non credo soltanto da
loro. Ad ogni modo il punto di vista di un turista è sempre differente
dalle persone che ci vivono in quel posto.
Augusto, mi raccomando, ricordati di portarmi quel libro di Antonio Munoz
Molina e quella monografia su Eusebio.
Ti aspetto!
Un abbraccio
Giuseppe
Squali
Che meraviglia guardare la costa che si allontana, la Lanterna che
somiglia ad una matita, il diadema delle luci e le montagne che svaniscono
nella foschia…Non ero mai stata in crociera prima d'ora, certo che una
nave di queste proporzioni, così elegante, così bianca, suscita emozioni
intense. La mia roba è già sistemata in cabina, mi guardo intorno sul
ponte, lui non si vede…ah sì, eccolo! Stiamo per scendere a cena. La sala
è immensa, come tutto il resto, e luccicante, con tanti tavoli rotondi.
Sono la solita sfigata:mi hanno sistemato con una famigliola con bambini,
che dopo soli dieci minuti farei volare fuori bordo, una befana danarosa
evidentemente in caccia, a meno che la preda non sia lei, e una coppia gay
che sono gli unici con i quali riesco a conversare serenamente,
intelligenti e garbati. Ad un certo punto sento una scarica di adrenalina:
non ho dimenticato niente? Apro la mia trousse di raso e controllo senza
farmi notare: sì, ho tutto quello che mi serve…
Lui mi guarda intensamente, ed io lo contraccambio. Stasera è
particolarmente elegante, con quel magnifico spezzato che gli calza a
meraviglia, e con quelle scarpe stile "british", impreziosite da un
delizioso ricamo all'altezza della punta. Prima di partire è andato dal
barbiere ed ora porta i capelli decisamente più corti, un po' arricciati
sulla fronte, che gli conferiscono un aspetto giovanile.
Il cameriere ci serve un antipasto con gamberi, aragoste e altre crostacei
assortiti, conditi con olio leggero e limone, e con delle foglie
d'insalata ai bordi. Uno dei bambini si avvicina alla mia sedia, lo
allontano con freddezza. Uno dei due gay, un tipo alto e coi capelli
ossigenati, sottolinea la mia azione con un applauso appena accennato.
La befana, Clara è il suo nome, mentre chiacchiera con l'altro gay, il
riservato Andrea, segue con la coda dell'occhio ogni mio movimento.
1
Do questa crociera ne farò certamente delle altre, non ho intenzione di
fermarmi qui. Andrò via da sola, o con colui che sarà il mio nuovo ed
eventuale compagno.
L'uomo che mi siede di fronte non avrà un futuro con me, come lui avrebbe
desiderato, e come io gli ho forzatamente lasciato credere. Piero non può
dirsi un brutto uomo, anche se dovrebbe calare di peso di almeno 6-7 kg e
i suoi occhi, di colore verde ma dalla forma un po' troppo arcuata non
sono di mio gradimento. Il guaio è che non sono mai stata attratta da lui,
e non mi ci sono neanche affezionata. I suoi interessi, e di conseguenza i
suoi discorsi, sono limitati, come seduttore è ai minimi termini, con le
sue lunghe e scontate pause studiate, e la sua serie infinita, quasi
spossante, di inviti a cena a lume di candela. Con altre donne ha
funzionato, ma non con me, che ho bisogno di essere spiazzata, stupita,
stordita. Con lui ho finto semplicemente di cadere nella sua rete. Venivo
da un brutto periodo, dopo che Mario, il mio uomo era finito in carcere
dopo una tentata rapina in banca. Ero anche una sua complice, ma in una
posizione defilata, come ho sempre fatto con altri uomini con cui sono
stata, e finora sono riuscita a rimanere incensurata. Ho conosciuto Piero,
in un locale del centro di Bologna, presentatomi da Nadia, una mia amica
scafata, informata su tutto quello che riguardava i più ricchi
frequentatori del posto. Mi accorsi subito Che Piero era attratto dal mio
corpo, e mi calai immediatamente nel ruolo di finta preda.
Da ragazza sbandata e disadattata, mi stavo trasformando in un'abile
arrampicatrice sociale, ma col tempo mi accorsi che la metamorfosi non era
completa. Sentivo di essere una criminale completa, senza mezzi termini, e
scelsi di non reprimere queste mie "aspirazioni". Mi ero stancata di
essere la compagna di uomini perdenti, e non mi bastava diventare la donna
di personaggi affermati, volevo io stessa diventare una vincente dominando
uomini e situazioni.
2
Col tempo ho capito che non mi era possibile fare diversamente, che era
l'unica soluzione possibile per me.
Sto osservando Piero, che guarda incuriosito in direzione della sala
adiacente, adibita ai giochi, e in mezzo alla quale c'è un tavolo da
roulette.
So che alcune volte ha vinto delle somme importanti nel corso dei suoi
viaggi d'affari. Diceva scherzando di avvertire la presenza di un "angelo
custode" che vegliava su di lui, che sapeva consigliarlo al momento
giusto.
Le mani di Piero mi sembrano quelle di un morto, e il suo volto abbastanza
pieno mi pare ora quello scarnificato di un teschio. E' così che adesso
che me lo figuro…
Ci vorrà molto tempo prima che ritrovino il suo corpo in mare, e non sarà
facile risalire alla causa della morte. Piero ha anche qualche nemico per
via di un affare in ambito edilizio, e uno di questi, Fabio Marani, si
trova proprio su questa nave.
E' già tutto stabilito, queste sono le ultime ore di vita di Piero Borgo,
e mi auguro per lui che sappia gustarsele.
Mi chiede se vado con lui al tavolo della roulette. Non ho nulla in
contrario, mi alzo, e si muove dalla sedia anche Clara, che sembra aver
adocchiato un tipo interessante intento ad osservare lo svolgimento del
gioco.
Sono le due di notte. Siamo sul ponte, accanto alla balaustra. Piero parla
in maniera concitata, non riesco ad interromperlo. Stasera ha vinto
ancora! Ha la giacca sgualcita e la fronte è bagnata di sudore. Fuori ci
sono circa 25 gradi. Mi avvicino a Piero e dalla trousse tiro fuori una
bottiglietta d'acqua. Dentro ho disciolto del tallio, ridotto in polvere
finissima.
Piero mi ringrazia, poi barcolla! Sul ponte non c'è nessuno. Lo spingo
giù, non voglio che cada proprio qui.
3
Il suo corpo fa un bel tonfo. Siamo nei pressi dell'isola di Malta, e qui
vi sono degli esemplari di squalo bianco. E' probabile che il suo corpo
non venga più ritrovato. Erediterò il suo conto in banca, oltre che alcune
case sparse nel mondo.
Un corpo urta violentemente contro il mio. Si tratta di Clara, la befana.
Deve aver visto tutto…mi sta ricoprendo di insulti. Credo di aver capito:
Piero mi aveva parlato di una sua zia che viaggiava in incognito con lui,
con lo scopo di rivelargli la presenza di individui sospetti.
Ha visto che ho ucciso Piero, e vuole vendicarlo. E' molto forte. Ha delle
spalle da nuotatrice e la sua stretta è micidiale.
Cadiamo in acqua, seguitando a lottare. Le sue mani mi serrano il
collo…faccio lo stesso nei suoi confronti. Il suo viso è deformato. Le dò
un pugno in testa e una ginocchiata nello stomaco, ha mollato la presa.
Sprofonda!
Mentre cerco di risalire alla disperata ricerca di ossigeno.
Vedo una massa sotto di me che si sta approssimando.
Una bocca si spalanca…vedo i denti aguzzi…
Muoio di paura prima di venire addentata…
Cambio di continente
Davanti alla solida e fascinosa Gibilterra, un branco di delfini,
perfettamente armonici nei loro tuffi, procede parallelamente alla nave.
Il loro colore non dissona con quello delle rocce dell'isola, e lo
spettacolo risulta suggestivo sia dal punto di vista scenografico che
coreografico. Sono curioso di scoprire se vi siano differenze profonde e
significative tra la Spagna e il Marocco. E' fresco il ricordo delle
deliziose casette arroccate di Torremolinos, delle facciate colorate o
rivestite di semplici azulejos, con delle curiose colonne di vetro
attraverso le quali si intravedono le scale. Edifici modernissimi si
affiancano a vecchie costruzioni in pietra, palazzi con un forte sviluppo
orizzontale si succedono ad altri tozzi e quadrati. Ricordo anche la
gentilezza spontanea delle persone, la loro disponibilità e la grande
educazione. Gli spagnoli sono comunicativi ma non invadenti. Amano ballare
e divertirsi, e lo fanno con reale partecipazione, senza scadere in
atteggiamenti volgari, con un grande senso della misura. La componente
ludica è ben presente, ma non così spiccata come ci viene presentata dai
mass media. E' piacevole immergersi nella folla, i passi spediti e i
rapidi movimenti del corpo manifestano vitalità, Ovunque fiori e piante
(agavi, cactus, pini mediterranei, aloe…), che con garbo sembrano
richiedere spazio. L'Andalusia non dista molto dall'Almeria, dove si
respira l'atmosfera dei vecchi western all'italiana, e si riconoscono
addirittura le location dove furono girati. Ecco, siamo a Ceuta, che è
ritenuto ancora territorio spagnolo. Saliamo frettolosamente sul pullman e
ci inoltriamo nel Marocco. Mentre la guida ci racconta con voce opacizzata
dalla routine la storia in pillole del paese, i viaggiatori più curiosi si
incollano ai finestrini. La strada si allarga e si restringe in modo
imprevisto, e noto con piacere la presenza di asini e muli, animali che
non vedevo da tempo in Italia. La costa si dilata e assottiglia in
continuazione. Bellissime spiagge si alternano a ciuffi di sterpaglia, in
un contrasto estremo e stordente. Tantissimi i cumuli di auto rottamate,
davanti alle quali corrono dei ragazzini, agitando dei bastoni sottili.
Giunti a Tetuan si è presi d'assalto da frotte di bambini che ti chiedono
insistentemente delle pesetas. La guida ci raccomanda di restare uniti,
guai ad allontanarsi dal gruppo. Ci incamminiamo verso la casbah e
attraversiamo una strada lunghissima, dove centinaia di donne, in
maggioranza anziane sono sedute con la schiena appoggiata al muro e
vendono frutta e verdure. Non c'è spazio, è tutto caotico, ammassato,
l'effetto è ubriacante. Finito il mercato inizia una serie di piccole case
dalle grandi finestre.
All'interno persone di varie età (più o meno dagli otto agli ottant'anni),
lavorano febbrilmente il cuoio e il metallo. La scena si ripete un po'
dappertutto, ma non dà il senso della monotonia; c'è sempre qualche
particolare da cogliere, dalle emissioni vocali degli abitanti, fatte di
grida, incitamenti,, discorsi concisi, proferiti anche con una certa
musicalità, alle interazioni tra loro e noi turisti. Mi sfrecciano davanti
innumerevoli volti dai differenti tratti somatici. Cerco di rintracciare
(a volte con difficoltà), gli elementi caratteristici del tipo berbero
(colorito chiaro, corporatura robusta, viso ovale, naso largo…), arabo
(alta statura, testa regolare, fronte diritta, naso stretto…) e di quello
propriamente marocchino. Sono impegnato con la mente, i sensi e lo
spirito. Un venditore ambulante reclama spazio con un timbro di voce
gutturale; ottenutolo, dispensa un caldo sorriso. Un uomo,
ultranovantenne, culla una bambina di 3-4 anni, cantandole una filastrocca
araba. Assimilo e filtro: a dopo le conclusioni.
La sintesi
Amedeo continuava a soffermare la sua attenzione sulle opere che l'avevano
più colpito tra quelle esposte nella Pinacoteca. Era rimasto
particolarmente impressionato dal settore dedicato al Trecento, ritenuto
il secondo per importanza dietro la Galleria degli Uffizi di Firenze.
Amedeo sembrava ipnotizzato dal polittico di Jacopino di Francesco,
colpito soprattutto dalla rigorosa ma insieme viva suddivisione dello
spazio e dalla complessità del lavoro inteso nella sua globalità. Amedeo
pulì i suoi occhiali con un panno, quindi si girò istintivamente per
guardare dei nuovi arrivati. Si trattava di studenti universitari iscritti
al D.A.M.S., sezione arte, guidati dalla loro insegnante, una distinta
signora sulla quarantina che parlava scandendo le parole con regolarità da
metronomo. Amedeo diede un'occhiata generale alle espressioni dei visi
degli studenti, che variavano moltissimo, comprendendo in piccola parte
anche quelle che denotavano un'attenzione ostentata più che effettiva.
Amedeo sorrise, rammentando i giorni (non molto lontani) nei quali si
trovava nella medesima situazione di quei ragazzi. Lui aveva interrotto
gli studi al terzo anno di Università per dedicarsi totalmente alla sua
grande passione, la pittura. Questa scelta, dopo i grossi sacrifici
iniziali, aveva comportato per lui anche un discreto riscontro sotto il
profilo economico, con un certo successo ottenuto in occasione di una sua
personale presso un affermato gallerista di Bologna. Il tratto di Amedeo
era nervoso ed espressivo, con campiture piuttosto scure. Privilegiava dei
soggetti femminili che collocava in contesti agresti ma spesso
inquietanti. Non ricorreva quasi mai a delle modelle, preferiva lavorare
di fantasia o ispirarsi a delle figure di donna che l'avevano colpito in
passato. Amedeo notò una ragazza sui venticinque anni, coi capelli mossi e
castani, corti davanti e che terminavano con una lunga coda. Visto di
profilo, lo sguardo della giovane era caratterizzato da una forte
sensualità mista a languore. Ad Amedeo ricordava una donna, protagonista
di un quadro importantissimo ma che in quel momento non riusciva a mettere
completamente a fuoco. La ragazza ricambiava in modo inequivocabile le sue
attenzioni. Passando davanti all'"Erminia tra i pastori", Amedeo non ebbe
più dubbi: era quello il quadro in questione. La ragazza assomigliava in
maniera impressionante ad Erminia. Con un atteggiamento disinvolto, Amedeo
le si avvicinò e le chiese di mettersi vicino al quadro. Soddisfatto della
sua intuizione, domandò alla giovane se le sarebbe piaciuto posare per
lui, per dipingere una sorta di Erminia moderna e situarla in uno scenario
differente. La risposta positiva della giovane lo rese raggiante.
Avvertiva già un sentimento crescente, che immaginava potesse espandersi
ulteriormente durante la realizzazione dell'opera. Da anni inseguiva una
sintesi tra arte e vita, e forse quello poteva essere il giusto percorso.
Con voce sottile ma ferma, la ragazza gli disse che era stato il primo a
notare la suddetta somiglianza, e che la cosa la rallegrava. Amedeo la
prese sottobraccio e visitarono insieme le altre sale della Pinacoteca.
Sovrapposizioni
Ricordo bene il lungo edificio rettangolare dove vivevo con la mia
famiglia, a fianco della casa a forma di torre, che mio padre aveva
adibito a magazzino. Quel giorno mia nonna aveva appena sfornato dei
biscotti alle mandorle. Piacevolmente stordito dal profumo, ne misi una
decina in un sacchetto e uscii dalla porta sul retro, dove delle giovani
lavoranti pigiavano chiassose sui grappoli d'uva. L'odore dei biscotti si
confondeva con quello del mosto, sortendo uno strano aroma. Fornito di un
ottimo udito, percepii un grido in lontananza. Quell'acuto mi risultò
subito familiare. Corsi puntando verso il grosso tiglio dove ero solito
trascorrere i miei pomeriggi di ozio. Un uomo, lo stalliere, sbucò dal
cespuglio. Aveva le mani macchiate di sangue. Ne percepivo l'odore. Nella
foga non avevo nemmeno gettato il sacchetto coi biscotti. Dalla tasca dei
pantaloni dello stalliere spuntavano un paio di forbici, anch'esse sporche
di rosso. Scorsi una gamba che spuntava da un cespuglio. Anch'io gridai.
Era mia sorella, colpita a morte in pieno ventre. Emise un urlo
terrificante ed io mi lanciai contro lo stalliere. Delle braccia mi
trattennero. Accorsero altre persone. Io continuavo a gridare. Arrivò la
polizia. Emozioni sconvolgenti, tanti odori miscelati all'eccesso. Mia
sorella era morta a causa di un maniaco. Lei che non aveva mai
incoraggiato nessuno a farsi avanti. Mi chinai su di lei; profumava di
sapone e borotalco. Quella fragranza svanì presto.
Sta per entrare il dottore. Mi somministrerà degli altri farmaci. Lui dice
che lo fa per il mio bene. Il mio cervello lavora a intermittenza. Non mi
sono mai ripreso del tutto, e spero, per il resto della mia vita, di non
avvertire mai più certi odori.
So che lo stalliere è in procinto di uscire di persona: pare che sia per
buona condotta. L'aspetterò fuori e con me porterò un paio di forbici…
Ruoli
Dopo aver parlato a lungo col sindaco, Moreno si aggiustò il colletto
della camicia, il risvolto della giacca e la cintura dei pantaloni. Ripeté
ancora le operazioni, come se una forza coercitiva gli impedisse di fare
altro. Inizialmente, attribuì la causa di questo suo comportamento al suo
colloqui col sindaco, a tratti punteggiato da polemiche e disaccordi,
soprattutto per quanto concerneva l'esecuzione di piani di sviluppo
riguardanti la cittadina. Eppure Moreno pensò che il motivo di questa sua
agitazione fosse un altro, assai più profondo e sottile. La sua emotività
gli aveva già giocato dei brutti scherzi, ma stavolta intuiva l'esistenza
di dinamiche differenti, che però stentava a precisare e delimitare. Il
suo ruolo di assessore era delicato, e molte persone lo avevano ritenuto
inadeguato a tale carica (per un insieme di ragioni spesso vacue e
superficiali), inducendolo a continue e per lui spossanti smentite,
costringendolo a rimettersi sempre in gioco. Gli sudavano le mani e la
fronte, che sciacquò con la delicatezza di un rito biblico presso la
fontana della piazza principale, proprio davanti alla chiesa romanica
dall'esterno ristrutturato. Passò la signora Badessi, il cavalier Rondoni,
l'avvinazzato Claudio, la signorina Gherardi…Gli sembrava che tutti lo
guardassero in modo insolito, con un'intensità e un'insistenza negli
sguardi che prima d'allora non aveva mai riscontrato. Rimase stupito dalla
replica villana di un garzone ad un ordine impartito con estrema
gentilezza dal fornaio, e subito dopo notò che due persone stavano per
mettersi le mani addosso, saltando la fase iniziale dello scontro verbale,
per un motivo utilissimo. Moreno raccoglieva quei dati, che riteneva
significativi, ma era incapace di dar loro ordine e coerenza. Percepiva
una sorta di macchie scure che gli attraversavano la mente. Le respingeva
con fermezza, ormai certo che la spigolosa chiacchierata col sindaco non
c'entrasse assolutamente nulla col suo stato d'animo. Alzò lo sguardo,
puntandolo contro il sole che pareva opacizzato, anche se la giornata era
piuttosto tersa. Comperò un quotidiano e diede un'occhiata rapidissima ai
titoli, che non riportavano notizie di rilievo, così come la cronaca
locale, con servizi standard e un paio di articoli che fungevano da
riempitivi. La Valeria lo salutò con un cenno frettoloso, quasi a smentire
l'interesse che gli aveva sempre manifestato. Lui fece per avvicinarsi, ma
lei scartò di lato, con un movimento inequivocabile. L'atmosfera si stava
facendo pesante, e Moreno pensò che fosse il caso di uscire dalla
cittadina e di incamminarsi per la strada che conduceva al colle
soprastante. Doveva raccogliere le idee e respirare un'aria meno cupa e
tesa.
Un daino, probabilmente quello che era già stato avvistato nella zona, gli
attraversò la strada emettendo un verso strano, insolito per l'animale.
Saltellava da una parte all'altra, indeciso su quale direzione prendere,
poi infine spari nella macchia del bosco. Moreno udì ancora il suo verso,
ancora più accentuato. Una taccola volò sopra di lui, gracchiando
spaventata. Si ricordò di un altro episodio inconsueto, accaduto il giorno
precedente e raccontatogli da un contadino, che aveva visto un falco
pellegrino puntare un topolino delle risaie e arretrare incerto un attimo
prima della cattura. Anche fuori dal paese, dunque, qualcosa stava
cambiando. Ruoli ribaltati o da ridisegnare, le identità mutate, le
interazioni sconvolte…Moreno stava resistendo, ma si chiedeva fino a
quando ce l'avrebbe fatta. Chi o che cosa aveva stravolto quegli
equilibri? Si interrogò sulla possibilità che altre località vicine
avessero subito tali sconvolgimenti, e si ripropose di informarsi. Un urlo
lontano ma distinto gli ferì le orecchie. Una voce giovane, simile a
quella di un ragazzino, che implorava aiuto. Proveniva dall'interno del
bosco. Moreno seguì subito la traccia vocale con uno scatto bruciante.
Saltò rami secchi e spezzati, cumuli di foglie e le nodose radici di
grossi alberi. Cadde anche, ma i rialzò all'istante e riprese la sua
corsa. Si fermò al limitare di una radura, nei pressi di una casa color
bianco sporco e col tetto a forma leggermente conica. Un altro grido,
inequivocabile. Moreno deglutì e si nascose istintivamente dietro un
albero. Una voce cavernosa ma dall'accento indefinibile, enunciò quello
che sembrava un comando. Col respiro frammentato, Moreno forzò le gambe
molli e arrivò accanto alla finestra. Vide dei simboli incomprensibili
tracciati sul muro con dei profondi segni rossastri. Mise l'occhio tra le
fessure della persiana. Fece un salto all'indietro, poi tornò a guardare.
All'interno della stanza c'era un ragazzino legato ad una sedia. Davanti a
lui, un uomo vestito di nero, alto, con un cappuccio sulla testa e una
maschera sugli occhi, stava disegnando dei triangoli equidistanti sul
pavimento, circoscritti ad un grosso cerchio. Moreno capì che gli
avvenimenti che lo avevamo turbato erano in stretta relazione con quel
rito. Risuonò ancora la voce di quell'individuo, facendo rabbrividire
Moreno. Temeva che se avesse tentato di sfondare la porta quell'uomo
avrebbe accoltellato il ragazzino. C'era inoltre l'eventualità che
quell'essere inquietante avesse comunque deciso di sacrificare la vita del
giovane. Non poteva più aspettare; da una piccola costruzione in legno,
adiacente alla casa e adibita probabilmente a magazzino, estrasse un
acuminato piccone.
Cominciò a percuotere la porta d'entrata con l'attrezzo. Udì la voce
dell'individuo pronunciare lentamente delle parole misteriose. Il
ragazzino piangeva e strillava. Moreno si aprì un varco e irruppe nella
stanza. Dell'individuo non vi era più nessuna traccia, aparte il lungo
vestito nero e il cappuccio. Il ragazzino supplicò Moreno di liberarlo.
Questi suppose che non si fosse trattato del solito rito satanico compiuto
da un fanatico, ma qualcosa invece di molto più inquietante e pericoloso,
tipo un'entità maligna che si fosse materializzata per chissà quale
criminoso disegno. "Te la senti di raccontarmi cos'è successo?" domandò
Moreno. "Io abito qui vicino, stavo passeggiando nel bosco quando
questo…questo mostro mi è apparso davanti, mi ha messo una mano sulla
bocca e mi ha trascinato di peso fino a qui. Non capivo una parola di
quello che mi diceva, parlava una lingua che non conoscevo e poi…quella
voce era terribile…"
Moreno consolò il ragazzino e lo condusse all'aperto, per fargli prendere
dell'aria. Moreno osservò il cielo; il sole non era più oscurato, mentre
il canto degli uccelli si ripropose nitido e sicuro. Gli equilibri si
stavano ripristinando.
Il profilo
"Signorina Giaccio, si accomodi pure su questa sedia. Noi docenti ci
disporremo davanti a lei, formando una sorta di semicerchio. Lo spazio
nell'aula è quello che è, bisogna adattarvisi."
Il professore di Diritto Lavorativo accompagnò le sue parole on un gesto
eloquente, poi sorrise all'insegnante di Greco Moderno, un'avvenente
signora bruna di 45 anni.
Lina Giaccio abbozzò un sorriso, poi si sedette. Il professore di
"Elementi Commerciali" la scrutò a lungo, prima di sussurrare
nell'orecchio dell'insegnante di "Strutture Legislative".
Il Preside aveva intanto tirato fuori la cartella personale della Giaccio
e stava suddividendo i fogli in diversi blocchi, poi li suddivise in
schede. Dal cassetto di un armadietto estrasse delle altre cartelle, che
riguardavano gli studi precedenti di Lina, dalle elementari fino
all'ultimo anno di "Liceo Multidisciplinare".
Il Preside sfogliava lentamente il materiale; si toccava la fronte, i
grandi occhiali, si passava la mano sul mento. Lina Giaccio era molto
tesa, sapeva che l'esame vero e proprio sarebbe iniziato soltanto dopo una
sorta di giudizio emesso dal Preside. Il percorso compiuto da uno
studente, comprensivo di voti e pareri, risultava fondamentale in sede di
esame. Bisognava che non vi fossero slabbrature e incongruenze. Veniva
ricercata una compattezza, un'organicità di rendimento.
"Signorina Giaccio, noi siamo responsabili del suo futuro. Non ci devono
essere ombre di nessun tipo che possano compromettere il suo ingresso nel
mondo del lavoro. Una volta erano sufficienti i voti, ma adesso i giudizi
di merito sono imprescindibili e anche quelli di tipo morale e
psicologico. Vede, esaminando i suoi trascorsi scolastici, emerge un
andamento totalmente incoerente. Lei era bravissima alle elementari, poi
appena sufficiente alle medie, infine discontinua qui al Liceo
Multidisciplinare. Da un punto di vista caratteriale lei è stata ritenuta
via via estroversa, timida, indecifrabile, tetra. Questo mi sconcerta, mi
creda. Il mondo del lavoro ha bisogno di personalità solide e integre, le
complessità caratteriali sono un vero e proprio disastro in un ambiente
produttivo. Esaminando le sue schede è anche emerso che lei ha legato con
una compagna che ha evidenziato problemi nell'apprendimento e dei disturbi
comportamentali quando le toccava relazionarsi con gli altri studenti. Lei
cos'ha da dire a riguardo?"
Gli occhi color nocciola di Lina guardarono il Preside in modo
interrogativo.
"Non ho una risposta signor Preside, o per meglio dire dovrei dargliene
tante a seconda delle varie circostanze, delle situazioni che ho dovuto
affrontare".
"Tante risposte…Questo indica un evidente disagio da parte sua, ma adesso
non voglio insistere. Spero che lei si sia preparata adeguatamente, e che
dia una bella immagine di sé".
Lina si sentiva già stanca, come se qualcuno le avesse sottratto
gradualmente le energie. Il preambolo del Preside non le era piaciuto, e
temeva, anzi ne era quasi certa, che ogni sua lacuna o un'eventuale
incertezza nel rispondere sarebbe stata rimarcata da parte della
commissione. Lei aveva avuto delle difficoltà in qualche materia, in
particolar modo con le ultime inserite nel piano di studi. Aveva patito i
repentini cambiamenti ma anche dei subitanei ravvedimenti con il ritorno
alle vecchie impostazioni. Nella scuola moderna tutto sembrava oscillare o
spostarsi verso delle direzioni non molto chiare. La infastidivano i
pareri pronunciati con frettolosa superficialità nei suoi confronti, e i
continui tentativi da parte degli insegnanti di classificarla
definitivamente, senza tener conto delle sue difficoltà che erano state
anche di altri studenti, forse più abili di lei nel mascherarle o più
acquiescenti con i professori.
Il professore di "Imprenditoria" iniziò a tempestarla di domande.
Lina Giaccio non si diplomò in quella occasione e interruppe
definitivamente gli studi.
Il viaggio di Muliero
Muliero non riusciva a concentrarsi; ormai era arrivato alla pagina n.
18674 del romanzo di Brezzham Vithalis, "Le Angosce di un pastore
armeno". Il vento entrava con veemenza attraverso i finestrini,
fracassati dai tifosi dell'Acqualagna, rabbiosi per non aver trovato la
località dove si esibiva la loro squadra del cuore. L'aria infastidiva
Muliero che tossiva a ripetizione, disturbando l'ottuagenario venditore
di lampadine usate, intento in quel momento a recuperare il suo
parrucchino, finito tra i seni di una zingare albanese. Questa stava
sonnecchiando ed emetteva dei suoni simili a gargarismi. La fauna dello
scompartimento comprendeva anche un ragazzino dai capelli tinti e
mesciati, intento a giocare con un finto computer portatile. Il treno si
fermò in una piccola stazione. Muliero aprì la porta difettosa dello
scompartimento. Davanti a lui c'era un bambino, impegnato da ore
nell'ascolto di un Cd nonuplo, contenente le registrazioni di una tournee
di Carmen Consoli.
Due intellettuali discutevano dei grandi innovatori del pensiero
contemporaneo, soffermandosi ad analizzare in primis le riforme culturali
apportate da Claudio Cecchetto e di Maurizio Mosca.
Muliero richiuse la porta. Le voci degli annunciatori uscivano confuse
dagli altoparlanti. Il nuovo regolamento imponeva che le comunicazioni
venissero tradotte in 33 lingue.
Il viaggio di Muliero si sarebbe concluso a Budapest, dove l'attendeva
Jutka, la ragazza conosciuta tramite la rivista internazionale "I
Derelitti". Lei gli scriveva in ungherese, lui in italiano, ma dopo
accurati esami psicografici avevano capito di essere fatti l'uno per
l'altra. Muliero cercò di calmare la zingara albanese, che stava inveendo
contro l'ottuagenario, reo di averle palpato i seni. Il ragazzino col
computer rideva in falsetto, mostrando i suoi denti finti.
Muliero si asciugò la fronte zuppa di sudore; La temperatura aveva
superato i 40° gradi e il tasso di umidità aveva raggiunto il 98%. Non
era ferrato in geografia, e dopo aver vagato per tutta l'Europa, aveva
preso finalmente il treno giusto.
Butto nel bidone delle immondizie l'involucro della pasta al cioccolato e
pistacchio, che aveva ritrovato in un angolo del frigorifero dopo una
ricerca biennale. Accantonò definitavemte ogni proposito di riprendere la
lettura del romanzo, e ripose il tomo di 18 kg nella sua valigia
sdrucita., che conteneva un paio di mutande e una camicia, quanto bastava
per un soggiorno di un paio di settimane.
Dalla tasca della giacca di pelle tirò fuori uno specchietto e diede una
controllata al suo aspetto. Fece delle smorfie per verificare la sua
mobilità facciale e abbozzò una serie di sorrisi.
Il treno decelerava, e dopo qualche minuto sentì pronunciare la parola
Budapest.
Se ne uscì dallo scompartimento dopo qualche epiteto irripetibile rivolto
ai suoi compagni di viaggio.
Sul primo binario c'era tanta gente assiepata. Muliero scese dal treno e
attese che la folla si diradasse.
Una ragazza dai capelli radi e in soprappeso di una sessantina di chili
stava guardando una fotografia. Alzò poi la testa sorridendo a Muliero.
Lui aveva mandato la sua foto a Jutka, ma lei si era sempre rifiutata di
fare altrettanto. Ora era chiaro il perché.
"Tu sei Jutka?" le chiese con voce esitante,
"Sì" rispose lei con tono squillante.
"Non sono Muliero!" ansimò lui, imboccando rapidamente il sottopassaggio.
Ai bordi dello sport
"Borzov è imbattibile, non ho mai visto nessuno come lui!" esclamò un
tifoso russo in un discreto italiano. Nando De Socio non raccolse la
provocazione. Era lì per seguire Pietro Mennea, e riteneva che il
velocista di Barletta fosse in grado di sconfiggere il fenomeno russo. La
mina vagante era rappresentata dall'americano Larry Black, nuova stella
tra gli sprinter statunitensi. Jerry Bruce, seduto sulla gradinata
sottostante a quella di De Socio, credeva ciecamente in Black, aveva
persino puntato sulla sua vittoria. Bruce aveva grandi possibilità
nell'atletica leggera, ma un incidente patito in motorino aveva
compromesso l'uso della gamba sinistra, confinandolo nel ruolo di semplice
tifoso. Crudele ironia del destino, il suo allenatore gli aveva predetto
che un giorno sarebbe stato in grado di battere dei record. Dopo quel
giorno infausto, Bruce si era smarrito nei meandri della vita, con una
serie di fallimenti scolastici e lavorativi. Qualsiasi obbiettivo diveniva
ai suoi occhi sempre più sfuocato, e diminuiva di conseguenza l'energia
necessaria per raggiungerlo. Durante le olimpiadi aveva simpatizzato con
Nando De Socio, tra l'altro erano ospiti dello stesso albergo, e si
divertiva ad ascoltare quell'Inglese misto a dialetto meridionale
pronunciato dal suo amico.
Bruce staccò lo sguardo dalla pista d'atletica per concentrarsi sul
panorama offerto dalla città di Monaco, che sembrava avvolgere l'Olympiapark
e le sue modernissime costruzioni collegate da una copertura a rete.
Entrarono gli atleti per disputare la finalissima dei 200m. A Jerry
piacevano tantissimo tutte quelle emozioni concentrate in pochi secondi.
Il poderoso Borzov sembrava più rilassato rispetto ai suoi concorrenti.
Mennea pareva sprigionare una sorta di elettricità. La voce dello speaker
si frammischiava con le grida degli spettatori. Il boato si trasformò in
brusio, poi il silenzio. Partiti. Dopo pochi metri non vi erano più dubbi
su quello che sarebbe stato il vincitore: Borzov. Mennea, dopo la curva,
si scatenò in una delle sue devastanti progressioni, e si piazzò alle
spalle del sovietico e di Larry Black. Bruce ebbe un moto di stizza,
mentre De socio applaudì comunque l'atleta di Barletta. Bruce aveva perso
i soldi della scommessa, e al ritorno in patria avrebbe dovuto restituire
i soldi che un suo amico gli aveva prestato per pagarsi l'albergo. De
Socio propose a Jerry di andare a bere qualcosa, ma quest'ultimo rifiutò
cortesemente l'invito.
5 Settembre 1972.
Bruce non aveva sonno, passeggiava nervosamente tra le costruzioni del
villaggio olimpico. Erano le prime ore del mattino. Sentì alcune
detonazioni. Provenivano dall'edificio che si ergeva davanti a lui. Poco
dopo ne uscirono 3 uomini, atleti israeliani. Erano terrorizzati. Uno di
loro strillò la parola"Fedayn". Si radunarono tantissime persone. Qualcuno
disse che quell'azione era nell'aria, che bisognava attendersi che i
terroristi palestinesi attaccassero prima o poi la squadra israeliana.
Nessuno sapeva bene cosa fare. Bruce pensò per un istante di compiere un
gesto decisivo, che gli sarebbe valso il riconoscimento di tutto il mondo.
Sarebbe entrato finalmente nella storia, probabilmente per non uscirvi mai
più. Arrivarono auto delle polizia. C'erano stati dei morti e i terroristi
avevano intenzione di servirsi dei prigionieri israeliani come ostaggi. La
situazione si era complicata, e diminuivano le possibilità per Bruce di
tentare qualcosa, dato che i poliziotti avrebbero proibito qualsiasi
intervento esterno. Pensò di intervenire con un gesto apparentemente
sconsiderato, di gridare qualcosa, un motto o uno slogan in lingua araba,
della quale conosceva pochi vocaboli, ma forse sufficienti per formare una
frase di senso compiuto. L'urlò gli si smorzò in gola, lui lo aveva
volontariamente soffocato, per nulla convinto degli impulsi che
seguitavano a scuoterlo. Bruce si allontanò da quel luogo, rimuginando
sulle eventuali possibilità di tornare protagonista.
Il nostro delirio
Alberto raccolse le scarpe di tela e si tolse la sabbia, che era piuttosto
fine, dai piedi. Con lo sguardo velato dal sudore vide che stava arrivando
un'automobile tedesca, con a bordo una famigliola di 4 persone. Il
guidatore, somigliante ad Helmut Haller ma ancora più appesantito, disse
alla moglie che gli sarebbe piaciuto praticare lo sci nautico. Alberto
capiva il tedesco, ma conosceva bene anche l'inglese e da un anno aveva
cominciato a studiare il cinese. Si lasciò alle spalle la spiaggia e si
avvio verso l'interno. La strada saliva leggermente e le pendenze erano
discrete. Un villino recintato chiudeva il percorso. Alberto spinse il
cancello e trovò un biglietto attaccato con lo scotch ad una sedia di
bambù:"Vieni avanti e goditi i limoni!"c'era scritto. Alberto evitò di
farsi pungere da un ramo spinoso, poi sfiorò una foglia dal color verde
scuro e la forma ellittica. I frutti erano oblunghi, appena appuntiti. Ne
colse uno, lo tagliò a metà con il coltellino che teneva nello zainetto e
lo addentò con gusto. Vicino alle radici dell'ultimo albero di limone
scorse un altro biglietto:" Bene, ora ammira i cedri!" Alberto poté
apprezzarne i rami dal color rosso sfumato e le grandi foglie glabre.
Essendo i cedri alberi a ramificazione bassa non gli fu difficile
afferrare un frutto, dalla forma più arrotondata di quella del limone.
Assaggiò con piacere anche quest'altro agrume. Sul sentiero erboso
recuperò un foglio bianco: "Vieni avanti, e sarai contento!" Alberto
avanzò e si fermò davanti ad un albero di chinotto. Stava per staccare un
frutto da un ramo quando udì una voce a lui nota: "Sono qui alla tua
sinistra, Alberto!" Lui si girò e vide lei, Fumi, seduta su una sedia di
paglia e davanti a un tavolino rotondo con sopra i pezzi degli scacchi
cinesi. A fianco della scacchiera una bottiglia ancora chiusa di un
analcolico a base di chinotto e due bicchieri con dei simboli in cinese.
Fumi liberò i capelli corvini dal lungo spillone che li teneva fermi e
invitò Alberto a baciarla. L'uomo si asciugò il sudore dalle tempie
brizzolate con il fazzoletto profumato che lei gli tese e poi la baciò a
lungo, alternando il contatto bocca a bocca con delle sorsate di
aperitivo. "Grazie di essere entrato nel mio mondo, Alberto. Mi hai
seguito e ti ho accolto. Questo è il nostro delirio!" Lui chinò il capo in
cenno di assenso.
La soluzione
Il ministro dello "sviluppo economico" Aristolfo Incrementi si slacciò la
cintura dei pantaloni e il colletto della camicia. Addentò una coscia del
maiale dopo averla strappata dalle mani di Cifinia Blesi, ministro delle
"libagioni", che lo insultò con un accento lucano mutuato da inflessioni
lombarde. Gli altri commensali stavano finendo di ingurgitare i resti di
73 suini, cucinati arrosto e infarciti di mortadella, uovo sodo, maionese,
mostarda, olive, capperi, acciughe, impreziositi da fettine di anguria ed
avocado e bagnati nel whisky e vodka. Il ministro Blorpi, preposto alla
"salvaguardia delle aree dismesse", sentendosi affaticato, prese una
pillola di Tardigex, medicinale sotto sequestro da 8 anni, passatagli dal
ministro della "sanità retrospettiva, l'onorevole Chiocli, noto anche come
autore dei libri "Conflitti Ospedalieri" ed "Efferatezze Medicali".
Incrementi si affacciò sul balcone rostrato e abbellito di palloncini dai
colori cangianti, e si rivolse alla folla sottostante. "Fate come noi,
cari cittadini, rimpinzatevi di carne di suino, che infonde buon umore e
preserva la salute. I prezzi hanno subito un ribasso e la potete trovare
in tutti i supermercati della catena produttiva gestita dal ministro
Crobbiari, addetto alle "opportunità dei disagiati". Delle urla
provenienti dall'interno dell'abitazione spaventarono Incrementi, che
rientrando vide alcuni onorevoli che stavano rantolando a terra. Lui
stesso avvertiva da circa mezz'ora delle acute fitte al fegato. Gi
tornarono in mente le parole dell'onorevole Avidi, che lo aveva avvisato
di non acquistare la carne in giacenza nei magazzini Crobbiari. Infatti,
Avidi non era presente tra gli invitati. Sospinto dal suo animo generoso,
Incrementi pensò di dover condividere quel cibo con la massa degli
indigenti. Ritornò sul terrazzo per lanciare alla gente una testa di
suino, ma si accasciò tra violenti spasmi. Prima di perdere i sensi si
vide ricoverato nella villa del ministro dei "ricoveri d'elite".
Il maniscalco
Il nuovo negozio di telefonia mobile aveva preso il posto della vecchia
latteria. C'era voluto molto tempo per disfare la vecchia struttura
all'interno e approntarne una nuova, adeguata a dei criteri moderni. I
banconi erano due, entrambi di forma ricurva, uno rosso e l'altro blu, con
tantissimo spazio tra questi e l'entrata. Appeso alla parete, a fianco
degli accessori inseriti dentro delle buste colorate, un poster, un viso
di donna ripreso di profilo, truccata con un fondo tinta leggero e le
labbra dischiuse in un sorriso compiaciuto. La titolare, Silvia Bellini,
lisciò la foglia più grossa di una Lantana, poi aprì la porta per
posizionarsi come suo solito, con le braccia conserte e la gamba destra
inclinata. Sul lato opposto della strada batteva ancora il sole. Silvia
inviò un rapido messaggio, contenente anche un errore grammaticale, ad una
sua amica, una vicina di casa che non vedeva da tempo, ma con la quale
manteneva i contatti via sms. Nel frattempo le erano arrivate altre
comunicazioni, una dal bar di fronte, dalla sua amici Cinzia che le diceva
di andarla a trovare; non si trattava in fondo che di pochi metri…
Con lo sguardo Silvia percorse la fila di negozi sull'altro lato, da
sinistra a destra e viceversa, soffermandosi sulla grossa bottega
all'angolo, separata dalla parrucchiera da alcuni metri liberi, e in mezzo
un basso pitosforo per colmare il vuoto. Dentro la bottega Carlo Orselli
stava controllando se la fucina fosse in ordine. L'esame lo soddisfò, poi
aprì l'agenda dove venivano segnati gli appuntamenti. Cancellò un
nominativo e a fianco di quello sotto aprì una parentesi per scrivervi
"Chiamare il veterinario". Una cavallo aveva dei seri problemi alla parte
anteriore dello zoccolo, e prima di ferrarlo era necessario consultarsi
con uno specialista. Carlo, seguendo la stessa linea di suo padre, era
molto scrupoloso a proposito. Non voleva avere sulla coscienza la salute
di un animale, e soprattutto quella di un cavallo. Quando viveva coi suoi
nella casa in collina alleva cavalli di due razze diverse: la Maremmana,
la sua preferita per le sue affinità con la Spagnola, e la Landese, dopo
che aveva ricevuto in regalo due esemplari da un suo amico, un esperto
allevatore francese. Gli erano piaciuti subito anche per via della
somiglianza con la razza Araba. Ammirava anche la loro linea snella ed
agile.
Pur non essendo un veterinario si documentava su ogni tipo di malattia che
potesse riguardarli, leggendo libri e riviste, frequentando una biblioteca
specializzata e andando a dei convegni sul tema. A volte aveva avuto
l'impressione di accostarsi a quegli animali con una passione persino
eccessiva, ma dopo si giustificava dicendosi che in fondo non vi era nulla
di sbagliato in qualsiasi forma di sentimento, quando questo fosse sano e
lecito. In più di una circostanza la sua affettuosità era stata ampiamente
ricambiata da parte dei cavalli con delle manifestazioni inequivocabili.
Dopo che i suoi genitori andarono in pensione, la fattoria venne venduta
per sopperire a dei disagi economici, e con la sua cessione finì anche la
sua esperienza come allevatore. Questa esperienza gli era servita
successivamente, durante il periodo in cui aveva frequentato la scuola per
diventare maniscalco e nell'esercizio di questo mestiere. Suo padre gli
era stato vicino sia durante il suo tirocinio che in seguito,
infondendogli fiducia e mettendovi le conoscenze maturate dopo tanti anni
da allevatore. Ora viveva con sua madre in una piccola casa vicino a
Gubbio, ma lo sentiva spesso per telefono. Carlo non conosceva un altro
modo per comunicare oltre la lettera. Non possedeva un telefonino, e
nemmeno un computer. Non era contrario alla tecnologia e alla sua
evoluzione, ma non aveva ancora provato un vero e proprio interesse verso
questi oggetti. Li aveva semplicemente sperimentati, riscontrandone pregi
e difetti, ma non riusciva ancora ad amarli. Forse sarebbe venuto il tempo
anche per questo. Forse…
Il suo inserimento in paese non era stato semplice; c'era stato un
contenzioso contro chi rivendicava per sé lo spazio poi utilizzato per
aprire l'attività. Il sindaco Valeri assieme ad altre personalità del
paese lo aveva sempre osteggiato, sostenendo che un mestiere come quello
del maniscalco non era più attuale, che strideva con il concetto di
modernità, e che oltretutto tutto il paese avrebbe risentito di questo
passo all'indietro. Valeri era intenzionato a dare un volto nuovo al
paese, spogliandolo di tradizioni arcaiche, e l'arrivo di Orselli aveva
minacciato di compromettere tutto. Il sindaco continuava a ripetere a
Carlo che non c'era nulla di personale, ma che lo riteneva indubbiamente
un grosso ostacolo allo sviluppo della comunità.
Orselli si affacciò sulla strada. Vide la Bellini che lo fissava. Il corpo
aveva un atteggiamento rigido, innaturale. I capelli tinti di biondo erano
mossi dal vento e si dividevano in modo scomposto. Fino a qualche anno
prima la considerava una bella donna, ma col passare del tempo questo
aspetto non aveva più nessun rilievo.
Aveva sentito dire che una parente della Bellini aveva delle mire sulla
sua bottega, e che progettava di impiegare il suo spazio per aprire una
grossa boutique.
Carlo aveva imparato a dare retta a quelle voci, che quasi sempre
prendevano corpo.
Bibi Edwall stava scendendo lungo la strada in pendenza che conduceva
verso la parte sud del paese. Con una mano stringeva il filetto legato ad
un cavallo non molto alto, con le spalle forti ed inclinate, ed una gabbia
toracica piuttosto estesa. Sopra gli occhi presentava un ciuffo scuro.
Seguiva mite la sua padrona, che procedeva spedita.
Era una donna sulla quarantina, dai lunghi capelli biondi e fini, legati
con un nastro rosso. Indossava un paio di pantaloni da cavallerizza
ricamati all'altezza della caviglia.
Gli zoccoli del cavallo avevano bisogno di una nuova ferratura e non aveva
esitato a rivolgersi a Orselli, con il quale si era sempre trovata bene.
Anche in Svezia aveva fatto l'allevatrice,e giunta in Italia aveva pensato
di continuare questa attività. Fedele alle proprie tradizioni, aveva
seguitato ad occuparsi della razza North Swedish, una delle migliori sotto
il profilo della robustezza e della longevità.
Bibi aveva tante amicizie nella zona, ma gli sarebbe piaciuto approfondire
la conoscenza con Orselli, che sapeva ancora scapolo e che doveva avere
grosso modo la sua età.
Arrivata in prossimità della bottega scorse Orselli in strada, mentre
sull'altro lato Silvia Bellini stava confabulando con sua cugina Patrizia,
mentre il sindaco e l'assessore chiacchieravano a pochi passi dalle due
donne.
La presenza di quelle persone innervosì Bibi, che pensò subito che
stessero tramando qualcosa contro Orselli. L'allevatrice era al corrente
delle loro manovre, e parteggiava naturalmente per Carlo.
Orselli salutò calorosamente la donna e la fece accomodare nella bottega.
Accarezzò lievemente il cavallo, poi diede un'occhiata allo zoccolo.
"Eh, sì, qui c'è da fare un bel lavoro."
Carlo tolse con delle tenaglie il vecchio ferro, poi limò l'unghia in
eccesso dello zoccolo. Prese un altro ferro, lo scaldò, e lo mise ancora
rovente sull'incudine per modificarlo in qualche punto. Lo immerse
nell'acqua fredda finché non cambiò la sua temperatura.
Pose il ferro contro lo zoccolo e martellò i chiodi. Tolse infine una
sporgenza in modo che un'estremità aderisse perfettamente allo zoccolo.
"Ecco fatto, signora Edwall!"
"Bibi, la prego mi chiami così. Mi ha tolto un gran peso, e oltre a
pagarla per il lavoro, avrei piacere di invitarla a bere qualcosa."
"Sì, ma sono io ad invitarla se me lo permette. Sa, non ci sono molte
occasioni di parlare con qualcuno. I miei contatti li ho generalmente con
persone come lei, che vivono fuori dal paese e che mi cercano per il mio
lavoro. Qui ci sono delle persone che non vedono di buon occhio nemmeno i
cavalli. Già…li ritengono "sorpassati".
Bibi abbozzò un sorriso. Aveva visto che il sindaco e l'assessore, insieme
alle altre due donne, si stavano dirigendo verso la bottega.
Fece un cenno a Carlo, che capì la situazione. Invitò Bibi a seguirla,
mentre il cavallo rimase nella bottega.
Carlo guardò il quartetto e strinse un braccio di Bibi. Il sindaco si girò
verso l'assessore, che si grattò la testa calva. Silvia Bellini si voltò
di scatto a parlare con la cugina, che sembrava fra tutti la più tesa. Lei
ci teneva moltissimo a impadronirsi e a trasformare la bottega di Orselli,
e temeva di non riuscire a realizzare la sua aspirazione.
Bibi guardò a muso duro il quartetto. Il sindaco si sfiorò con l'indice la
guancia perfettamente rasata e con un movimento del sopracciglio e un
movimento minimo del campo indusse gli altri tre a seguirlo e a
posizionarsi sull'angolo diametralmente opposto.
Carlo aveva compreso che quel giorno non vi sarebbero stati attacchi
frontali.
"Forse non è il caso di rimanere qui. Se mi accompagna a casa le preparerò
del tè".
Carlo giocò con i suoi ricci scuri e allargò le braccia chinando il capo,
in segno di una gradita resa.
Bibi afferrò il filetto del cavallo.
Dopo un paio di salite il terzetto era già fuori dalla vista dei curiosi. |